melwrites (
chasing_medea) wrote2020-02-26 06:58 pm
La giustizia
Titolo: La giustizia
Fandom: Voltron
Prompt/missione: M2 - 8. La giustizia
Parole: 4000
Rating: safe
Note: La carta della giustizia indica la necessità di rivedere una determinata situazione in cui ci si trova e cercare un rimedio. Preme per raggiungere uno stato di consapevolezza. Non sempre la consapevolezza è priva di dolore.
Shiro finì di sbrigare le ultime pratiche e tirò un sospiro di sollievo, rilassandosi contro lo schienale della sedia. Si portò una mano al collo e massaggiò i muscoli che sentiva atrofizzati dopo tutte quelle ore passate seduto.
Sapeva che il suo lavoro era importante, che in una fase così delicata, quando ancora la Terra si stava leccando le ferite, i terrestri non sapevano ancora cosa pensare dei contatti con le civiltà aliene e la ricostruzione dopo l’ultimo attacco non era ancora stata portata a termine, curare le relazioni diplomatiche con le nuove civiltà di cui i terrestri erano appena venuti a conoscenza era essenziale, ma in quei momenti sentiva la mancanza del lavoro sul campo.
Gli mancava essere lassù, in prima linea a combattere, invece che chiuso in un ufficio. Si alzò dalla scrivania e si avvicinò alla finestra. Il buio era ormai calato sulla cittadella militare, illuminata solo dai lampioni. Dalla maggior parte delle finestre non proveniva alcuna luce, segno che la maggior parte degli impiegati doveva ormai essere andata a casa. Provò a guardare in alto, ma l’illuminazione della cittadella gli impediva di vedere le stelle.
Sospirò e si allontanò dalla finestra. Recuperò le sue cose e si avviò verso casa.
Lui e Curtis, poco prima del matrimonio, avevano deciso di comprare una piccola villetta a due piani leggermente fuori dal territorio della Garrison. Nessuno dei due voleva abitare dentro la cittadella, convinti che la propria casa dovesse essere un posto dove poter staccare da tutto. La decisione non era stata presa bene dai capi, convinti che l’ambasciatore della Terra dovesse sempre avere la massima protezione, ma Shiro non aveva voluto sentire ragioni. Sapeva che sarebbe stato in grado di difendersi da solo se mai ce ne fosse stato bisogno.
Quando arrivò a casa, Curtis era ai fornelli. Shiro si avvicinò a lui, lo strinse da dietro con il solo braccio umano e nascose la testa nell’incavo del suo collo.
Curtis ridacchiò appena e gli depositò un bacio leggero tra i capelli bianchi.
“Giornata pesante?”
“Sono solo contento di essere riuscito a finire tutto prima di partire”, mormorò Shiro.
“Adesso avrai qualche giorno per rilassarti”
Shiro annuì, ma rimase comunque lì per qualche momento. Non sarebbe stata una visita esclusivamente di piacere, ma almeno avrebbe potuto rivedere gli altri paladini. Negli ultimi due anni si potevano contare sulle dita di una sola mano le volte in cui erano riusciti a rivedersi tutti insieme. Solamente Pidge e Hunk erano rimasti sulla Terra e con il suo lavoro riusciva a malapena a vedere loro. Non poteva negare che fosse stato un po’ traumatico dopo aver passato anni vedendoli tutti i giorni.
Curtis non disse nulla, lo lasciò stare lì per tutto il tempo di cui aveva bisogno continuando a girare la salsa.
“Hai tutto pronto?”, gli chiese Curtis dopo un po’.
“Devo mettere le ultime cose in valigia. Domani mattina abbiamo appuntamento alle 7”.
Curtis annuì. “Adesso fila a lavarti le mani che la cena è pronta”.
La vista di Altea dalla navicella era da mozzare il fiato. Distese di verde ovunque l’occhio arrivasse, campi di fiori e alteiani affaccendati in ogni dove. Ad attendere il loro arrivo, al bordo della zona di atterraggio, c’erano Allura, Lance e Coran. Gli vennero incontro non appena li videro scendere dal portellone.
Allura indossava un abito degno di una principessa, Shiro rimase abbagliato. Era fin troppo abituato a vederla indossare l’uniforme da paladino. Accanto a lei, Lance sembrava nato per indossare abiti alteiani. Si teneva dritto, in posa regale, ben lontano dal ragazzino goffo che Shiro aveva conosciuto anni prima. Shiro sentì il petto gonfiarsi e le lacrime premere per uscire davanti alla coppia reale.
Shiro si inginocchiò davanti a loro. Allura gli sorrise.
“Ne abbiamo passate troppe perchè tu debba inginocchiarti davanti a me”. Allungò una mano nella sua direzione e lo tirò nuovamente in piedi, poi lo strinse in un abbraccio. “E’ bello vederti”
Shiro la strinse. “Anche per me”. Si allontanò da lei e le prese la mani. “E’ incredibile quello che siete riusciti a fare in due anni”.
“Sì okay, tutto bellissimo. Ma non ti starai dimenticando di qualcuno?”, intervenne Lance allargando le braccia accennando a sè stesso.
“Oh, giusto! Coran!! Quanto tempo, i tuoi baffi sono sempre più folti!”
Curtis, rimasto in disparte, rise coprendosi la bocca con la mano nel vedere la scena. Lance mise su un’espressione imbronciata. Shiro scoppiò a ridere e allargò le braccia. “Vieni qui”. Strinse forte anche lui. “Ti donano gli abiti di un principe”
Lance borbottò qualcosa imbarazzato quando si sciolse dal suo abbraccio.
“Vi mostro la vostra stanza!” intervenne Coran, prendendo le loro borse. “Per strada avrete il piacere di osservare le novità del nuovo castello di Altea!”
Cominciò a camminare senza neanche controllare che Shiro e Curtis lo stessero seguendo. Shiro fece un segno di scuse a Allura e Lance e cominciò a seguire Coran.
Attraversarono le grandi porte ed entrarono del castello. L’architettura ricordava quella del vecchio Castello dei Leoni. Lungo la strada, Coran spiegò chi fosse qualunque reale rappresentato in qualunque dipinto incontrassero e i meccanismi di funzionamento del castello.
“Coran”, lo interruppe Shiro. “Dove sono gli altri?”
“Pidge e Hunk sono andati a trovare Romelle, torneranno per cena credo”.
“E Keith?”
“Non è ancora arrivato, aveva una missione da completare”.
Shiro annuì. Era da circa un anno che non lo vedeva e riuscivano a sentirsi solamente nelle pause tra una missione e l’altra, ma quelle duravano sempre troppo poco. Shiro gli aveva detto di riposarsi un po’, di prendersi un po’ di pausa, ma Keith non aveva voluto sentire ragioni e aveva continuato a caricarsi di lavoro. Secondo Pidge si era buttato nel lavoro per sfuggire a qualcosa, Shiro non era riuscito a capire cosa intendesse, ma Pidge non aveva voluto dire altro.
Coran li lasciò davanti alla loro camera e si congedò.
Gli era stata riservata una camera enorme, con un grande letto a baldacchino al centro.
Curtis si guardava intorno meravigliato.
“Questo posto è stupendo”, disse. Si buttò di peso sul letto. “E questo letto è la fine del mondo”.
La cena venne servita nella sala da pranzo piccola, che era comunque enorme e finemente decorata. Oltre ai paladini e Curtis erano presenti anche gli Holt, Romelle e l'intera famiglia di Lance, che occupava una buona metà del tavolo. Era una cena riservata, il resto degli ospiti sarebbe arrivata solamente il giorno dopo e solo pochi si sarebbero accomodati nelle stanze del Castello.
Shiro e Curtis si sedettero ai loro posti.
“Stasera ha insistito per cucinare Hunk”, spiegò Allura. “Nonostante dovesse essere nostro ospite”, continuò calcando il tono di rimprovero.
Hunk rise imbarazzato. “Mi mancava cucinare per voi!”
Shiro sorrise, sentendosi immediatamente a suo agio. Era come essere tornati al Castello dei Leoni, con loro seduti insieme a mangiare e i piatti deliziosi preparati da Hunk. Mancava solamente Keith a rendere quel pasto completo.
Quando alzarono la cloche Curtis guardò perplesso l’aspetto del suo piatto e della gelatina verde elegantemente impiattata su un lato.
Shiro sorrise e si avvicinò a lui.
“So che può fare paura”, gli disse all’orecchio. “Ma Hunk è un ottimo cuoco e maneggia i cibi alieni in maniera eccezionale. Non ti avvelenerà, tranquillo!”
“Si può dire lo stesso per quella?”
Shiro sospirò. “Pidge non ti odia”
“Non ne sarei così sicuro”.
Pidge, per qualche motivo, aveva preso si da subito Curtis in antipatia e lo aveva sempre trattato in maniera piuttosto fredda e distaccata, ma Shiro era abbastanza sicuro che Pidge non lo odiasse.
“Non ha comunque avuto accesso al cibo, ne sono sicuro”, rispose infine cercando di sdrammatizzare con un sorriso.
Appoggiò una mano sulla coscia di Curtis e la tenne lì per tutta la durata della cena.
Venne servito anche il dolce, qualcosa di un non molto invitante color magenta, ma Shiro aveva imparato da troppo tempo a non dubitare mai della cucina di Hunk. Ci affondò in cucchiaio senza farsi scrupoli.
Le porte della sala da pranzo si aprirono, Shiro alzò lo sguardo dal suo dolce e si bloccò con il cucchiaio a mezz’aria.
Sulla soglia Keith sorrideva loro, con i capelli lunghi raccolti in una treccia che gli scendava sulla spalla e ancora l’uniforme attillata delle Lame addosso.
Tutti rimasero bloccati per un momento.
“Ehm, sono ancora in tempo per il dolce?”, chiese Keith portandosi una mano al collo e sorridendo imbarazzato.
Subito Lance scattò in piedi alla ricerca di una sedia, lamentandosi tutto il tempo di come Keith avesse deciso di arrivare di soppiatto per non vedere quanto lui fosse diventato bravo a fare gli onori di casa e “tutte quelle altre cose da principe che tu non sarai mai in grado di fare”.
“Allura ha solo pietà di te e non ti dice dove sbagli”, rispose Keith, ma anche lui stava sorridendo.
Da lì fu impossibile fermare il continuo battibeccare, che si protrasse per il resto della serata. Non ci provarono neanche. Shiro si rese conto così di quanto silenziosa fosse stata la sala fino a quel momento, di quanto gli fosse mancato quel rumore di sottofondo costante.
Shiro sentiva di essere semplicemente al posto giusto.
Shiro non riusciva a prendere sonno. Si alzò piano dal letto, attento a non disturbare Curtis, prese le scarpe in mano e se le infilò una volta in corridoio.
Cominciò a camminare per i corridoi del castello, cercando di ricordare che cosa gli avesse spiegato Coran e prendendo punti di riferimento per non perdersi. Arrivò ad una grande vetrata che dava su una terrazza rischiarata da lampade sparse. La porta era socchiusa.
Piano la aprì e uscì sulla terrazza.
Lì, appoggiato alla balaustra, trovò Keith.
Si avvicinò a lui e gli appoggiò una mano sulla spalla. Keith si voltò appena verso di lui, accennò un sorriso e tornò a guardare davanti a sè. Con il buio della notte potevano vedere poco di Altea da quella postazione, di giorno quella terrazza doveva offrire veramente una bella vista, Shiro si ripromise di tornarci.
“Ce l’abbiamo fatta”, disse improvvisamente Keith. “A volte mi sveglio la notte e penso che tutto questo sia solo un sogno, che in realtà siamo ancora lì fuori a combattere e sia ancora tutto da fare”.
Shiro sorrise. Capiva la sensazione. “Sì, ce l’abbiamo fatta”.
Ripensò ai giorni al Castello dei Leoni. Nonostante fosse stato un viaggio lungo e complicato, Shiro li ricordava come giorni splendidi, in cui si sentiva pieno, in cui sentiva di avere tutto ciò di cui aveva bisogno per stare bene a portata di mano.
“Sei felice?”, gli chiese improvvisamente Keith.
La sua voce era incrinata da qualcosa di profondo che Shiro non seppe riconoscere. Era sempre stato in grado di capire Keith, ma il quel momento, mentre guardava fisso davanti a sè con il viso indurito, Shiro non sapeva bene come leggerlo.
“Ho tutto quello che ho sempre voluto”, rispose infine.
“Non risponde alla mia domanda”
Shiro, non sapendo cosa rispondere, si prese un momento per osservare il viso di Keith. Anche nella penombra delle poche lampade che illuminavano la terrazza poteva vedere le ombre scure intorno ai suoi occhi.
“Dovresti dormire di più”
“Anche tu”, rispose Keith voltandosi verso di lui.
Shiro rimase fermo a osservare ogni dettaglio del volto di Keith. Si sentiva ancora in colpa ogni volta che vedeva la cicatrice sulla sua guancia. Non era più quello del ragazzino che aveva conosciuto anni prima, era un adulto ormai, lo era da anni, ma solo in quel momento Shiro lo vide per la prima volta in quel modo.
Keith non aveva più bisogno di lui da tempo, si rese conto, ma aveva scelto comunque di restare al suo fianco. Aveva smesso di essere il suo mentore e la sua figura di riferimento. Keith era un adulto ormai e chiunque lo avesse conosciuto in quel momento non avrebbe potuto non essere attratto da lui. Lo sguardo gli cadde sulle sue labbra, si avvicinò a lui, poteva sentire il fiato di Keith mescolarsi con il suo.
Keith chiuse gli occhi, pronto a chiudere le distanze.
Shiro si tirò indietro.
“Io- credo che andrò a dormire”, disse.
Keith fece scattare nuovamente la testa in direzione del panorama e non rispose.
Shiro si avviò di nuovo per i corridoi, ritrovò la propria stanza come un automa, negli occhi ancora l’immagine del viso di Keith rilassato, pronto a lasciarsi andare.
Si infilò nel letto e Curtis si voltò nella sua direzione.
“Tutto okay?”, gli chiese con voce assonnata.
“Avevo bisogno di un po’ d’aria”.
Curtis annuì, si girò nuovamente dall’altra parte e si addormentò all’istante.
Il giardino del palazzo era stato interamente addobbato con juniper rosa di Altea e nastri bianchi. Sopra l’altare era stato montato un gazebo di teli di lino intrecciati, che lasciava penetrare la luce. Tutti gli invitati cominciarono ad arrivare e presero i loro posti.
Lance si agitava nervosamente davanti all’altare, passando il peso da un piede all’altro.
Non appena Allura uscì dal palazzo accompagnata da Coran e cominciò a camminare verso di lui, Lance smise di tremare. Shiro sorrise guardandolo.
Allura raggiunse l’altare e sorrise a Lance e a lui brillarono gli occhi, sembrava l’uomo più felice dell’universo in quel momento.
Per la cerimonia avevano deciso di unire il rito terrestre con quello alteiano. Allura prese il viso di Lance tra le mani e, subito sotto gli occhi di lui, comparvero i classici segni alteiani, identici a quelli di lei. Lance si portò sorpreso una mano al viso e sorrise, poi prese un anello dalla tasca e lo mise intorno all’anulare di Allura.
Intorno a loro sarebbe potuta succedere qualunque cosa e loro non se ne sarebbero accorti, talmente erano presi l’uno dall’altra.
Il banchetto fu organizzato nel giardino. Per l’occasione era stato riempito di tavoli.
I paladini vennero fatti sedere al tavolo degli sposi, insieme alla famiglia di Lance e a Coran.
Shiro si sedette lontano da Keith, si parlarono a malapena per tutta la durata della giornata. L’imbarazzo era palpabile tra di loro. Shiro non potè evitare, però, di far scorrere lo sguardo lungo il profilo di Keith, con le rivelazioni della sera prima ancora pesanti sulle sue spalle. Rimase affascinato dal modo in cui il sole si rifletteva nei suoi occhi, dal modo in cui l'espressione perennemente imbronciata che aveva imparato ad associargli si fosse ormai sciolta in una più serena, dal modo in cui sorridesse molto più spesso adesso.
Non si accorse del modo in cui Curtis lo osservava mentre lo faceva.
I festeggiamenti andarono avanti fino a tardi, alla spicciolata ospiti e famiglie cominciarono ad avviarsi ognuno verso le proprie stanze. Nel giardino rischiarato appena da bianche lampade di carta rimasero solo i paladini, seduti intorno a un tavolo rotondo, con le cravatte ormai allentate e troppe bottiglie di vino ormai finite. Non si resero conto del tempo che passava, mentre rimanevano lì a raccontare ad Allura vecchie storie sulla cotta che Lance aveva avuto per lei sin dal primo giorno, tra le risate di lei e l’imbarazzo di lui; Pidge parlò dei suoi esperimenti, Keith delle sue missioni, Hunk della catena di ristoranti che avrebbe voluto aprire in giro per l’universo - Allura gli propose anche di approfittare del suo soggiorno lì per aprire la sede di Altea.
Shiro, per quella sera, riuscì ad essere interamente ancorato al momento. Riuscì a mettere da parte ogni pensiero sul lavoro, riuscì a non pensare che la sua presenza lì, oltre che a livello personale, avesse anche un valore anche dal punto di vista politico in qualità di ambasciatore della Terra.
Quella era la sua famiglia, pensò Shiro. Adesso sì che era finalmente come essere tornati a casa.
Shiro rientrò in camera che il cielo aveva già cominciato a rischiararsi. Aprì piano la porta e sbirciò dentro, ma trovò la luce sul comodino accesa e Curtis seduto sul letto.
“Non dormi?”, gli chiese Shiro chiudendosi la porta alle spalle.
“Mi sono svegliato e non eri ancora tornato”
“Sono rimasto in giardino con gli altri, abbiamo fatto più tardi di quanto pensassimo”
Curtis annuì, ma non alzò lo sguardo verso di lui.
“Tutto bene?”, gli chiese Shiro sedendosi accanto a lui.
“Mi sono reso conto che questo non è il mio posto”
Shiro sentì la sensazione di serenità che aveva dentro andare in frantumi.
“Che vuoi dire?”
“Ho visto come sei con”, Curtis si bloccò per un momento, cercando la parola giusta. “Con loro”, disse infine. “Con me non sei così… sereno e spensierato. Mai”
Shiro provò ad aggrapparsi a qualcosa per negarlo, ma si sentiva davvero più felice e in pace quando era con loro.
“Io non-”, cominciò cercando disperatamente qualcosa da dire.
“Shiro”, lo interruppe Curtis alzando lo sguardo lo verso di lui. “Ti sei detto per tutta la vita che questo era quello che volevi, una casa tutta tua e qualcuno al tuo fianco, ma adesso che ce l’hai ti senti realizzato?”
Shiro abbassò lo sguardo colpevole. Si rese conto solo in quel momento che nella sua idea di famiglia non c’era spazio per Curtis.
“E ho visto come guardi Keith”, aggiunse Curtis. “Non hai mai guardato me in quel modo, come se fossi la cosa più bella sulla faccia della terra”, sorrise triste.
Shirò alzò la testa di scatto. Curtis non sembrava arrabbiato, sorrideva triste tenendo lo sguardo fisso sul muro davanti a sè, facendo sentire Shiro ancora peggio.
“Ho sempre avuto il sospetto che, beh, ci fosse qualcosa tra di voi”, continuò. “Keith è sempre stato una presenza abbastanza ingombrante nel nostro rapporto, sai? Ogni volta che chiama molli tutto per parlare con lui. Se ti avesse chiesto di andare da lui dall’altra parte dell’universo saresti partito senza pensarci un attimo”
“Gli ho promesso che ci sarei sempre stato per lui, non aveva nessuno…”
“E’ passato il tempo in cui non aveva nessuno oltre te, Shiro!”, alzò la voce Curtis. Si riscosse subito e ricominciò a parlare con il suo solito tono di voce. “E’ sempre stato qualcosa di più. Mi sono reso conto solo stasera che non ne avevi idea neanche tu”
“I-io…”
“Stamattina riparto, chiederò un passaggio agli Holt. Tu hai ancora alcuni giorni. Passali qui, passali con loro… passali con lui. Capirai quello che voglio dire, ne sono sicuro”.
Curtis si alzò dal letto, gli lasciò un bacio sulla fronte e lasciò Shiro seduto lì, sul bordo del letto, con la cravatta allentata e lo sguardo basso e cominciò ad aggirarsi per la stanza per preparare le valigie. Shiro non aveva idea di che cosa avrebbe voluto dirgli.
Non riuscì a muovere un muscolo neanche quando vide Curtis chiudersi la porta alle spalle, guardandosi indietro solo per un secondo.
“Ehi, amico, posso entrare?”, bussò Hunk alla sua porta.
Non aspettò risposta, aprì la porta con in mano un vassoio con la colazione. Trovò Shiro ancora vestito e ancora seduto sul bordo del letto. Appoggiò il vassoio sul comodino e si sedette accanto a Shiro.
“Come stai? Ho visto Curtis partire questa mattina e non sei sceso per pranzo”, gli chiese.
“Non lo so”
“Che è successo?”
Davanti alla sincerità di qualcuno come Hunk era impossibile non crollare, Shiro raccontò a Hunk tutto ciò che era successo. Sentì solo in quel momento, mentre le riferiva, il peso delle parole di Curtis. Comunque fosse andata a finire, il suo matrimonio non avrebbe comunque avuto un futuro.
“Uh”, disse Hunk alla fine del racconto.
“Cosa?”
Hunk si portò una mano alla nuca e evitò il suo sguardo.
“Beh… ecco. Tutti pensavamo che sarebbe andata a finire così. Cioè, tra te e Keith. Poi quando non è andata così, eravamo convinti che tu e Keith foste… consapevoli, diciamo, di tutta la situazione e che aveste scelto così. Non pensavo che tu non ne fossi consapevole per nulla”
“E’ per questo che Pidge non sopporta Curtis?”
Hunk ridacchiò. “Credo di sì? Non ne sono sicuro”.
Shiro annuì in silenzio, chiedendosi quando tutti avessero avuto quell’impressione.
“Cerca di mangiare qualcosa”, gli disse Hunk alzandosi dal letto e uscendo dalla stanza.
Shiro rimase nella sua camera tutto il giorno, cercando di riflettere sulle parole di Curtis e di Hunk. Era arrivato il momento di essere onesto con sè stesso, di farsi un esame di coscienza e capire meglio. Cercò di ripensare agli ultimi anni e si rese conto che c’era sempre Keith, era sempre tutto riguardo a Keith. Avrebbe fatto qualunque cosa per Keith, ma per Curtis? Ci teneva a Curtis, gli voleva veramente bene, ma quello sembrava essere tutta un’altra cosa. Keith era sempre stata una presenza costante, non riusciva a immaginare la sua vita senza di lui. Ma Curtis gli permetteva di avere quello che aveva sempre desiderato, pace e serentà.
Uscì dalla sua stanza solamente a notte inoltrata. Dopo una giornata chiusa tra quelle quattro mura aveva bisogno di un po’ d’aria fresca.
Andò di nuovo alla ricerca della terrazza, aprì la porta a vetro e si affacciò. L’aria della notte era quasi troppo fresca sulla sua pelle accaldata.
Si appoggiò alla balaustra con i gomiti e si mise a guardare fuori, cercando di raccogliere le idee.
Sentì la porta a vetro aprirsi dietro di lui. Si voltò e vide Keith avvicinarsi a lui. Si mise a fianco a lui in silenzio.
“Come stai?”, chiese dopo un po’.
“Sto”
“Lo sai che se hai bisogno…”
Shiro sorrise. Sì, lo sapeva. Avrebbe sempre potuto contare su Keith.
Shiro si tirò su e voltò la testa verso Keith.
“Hanno ragione tutti?”, chiese. “C’è veramente qualcosa?”
Keith distolse lo sguardo imbarazzato. “Da parte mia, sì. Te l’ho detto, ma quando non mi hai risposto ho pensato che per te non fosse lo stesso. E quando ti ho visto sposare un altro ci ho messo una pietra sopra definitivamente. Ci ho provato almeno”, sorrise amaro. “Il lavoro aiuta”.
Shiro si perse a guardare il viso dei Keith. Aveva tutto senso in quel momento. Le farfalle nello stomaco, la tachicardia che aveva in quel momento. Shiro si avvicinò a lui, appoggiò la fronte alla sua e gli circondò il viso con le mani, le sue dita si infilarono tra i suoi capelli.
“Ma adesso lo so”, disse a bassa voce. Vide lo sguardo di Keith cadere sulle sue labbra.
“Adesso lo sai?”, gli chiese con un sorriso sarcastico Keith, ma la voce che uscì strozzata lo tradì.
“Mi dispiace”, mormorò Shiro chiudendo gli occhi.
“Di cosa?”
“Di averci messo tanto, di averti fatto aspettare tutto questo tempo”
Keith annuì. “Sei qui adesso”.
Shiro annuì e chiuse le distanze tra di loro. Shiro sentì l’esplosione nel petto, il cuore impazzito.
Era tutto giusto. Era quella la cosa giusta. Era quella la cosa che voleva.
Era lui la persona giusta, qualcuno in grado di capirlo, qualcuno in grado di accettarlo pienamente. Shiro si sentiva finalmente completo, finalmente in pace e si diede dell'idiota per essersi perso tutto quello fino a quel momento. Lasciò la mano umana sul viso di Keith e con il braccio metallico strinse il suo fianco per tirarselo ancora di più addosso. Adesso che aveva finalmente capito, adesso che aveva finalmente messo insieme tutti i pezzi, non voleva che ci fosse distanza tra di loro. Aveva così tanto da recuperare. Keith sembrava essere dello stesso avviso, fece passare le braccia intorno al suo collo e si avvicinò il più possibile, approfondì il bacio. Il corpo di Keith si incastrava perfettamente a quello di Shiro.
Non sarebbe stato tornare a casa tutte le sere e trovare qualcuno ad aspettarlo, lo sapeva. Sarebbe stato sopportare i silenzi e sentire la mancanza, aspettare che Keith tornasse a casa dalle missioni, le telefonate a tarda notte. E forse sarebbe stato Keith che avrebbe cominciato a prendersi pause più lunghe, che non avrebbe più lasciato che il lavoro lo consumasse e le occhiaie gli circondassero gli occhi.
Era diverso da quello che aveva sempre pensato di volere, ma andava bene così. Era quella la cosa giusta. Era quella la sua oasi di serenità. Era lui la sua casa.
E per lui ne valeva la pena.
Per essere felice ne valeva la pena.
Fandom: Voltron
Prompt/missione: M2 - 8. La giustizia
Parole: 4000
Rating: safe
Note: La carta della giustizia indica la necessità di rivedere una determinata situazione in cui ci si trova e cercare un rimedio. Preme per raggiungere uno stato di consapevolezza. Non sempre la consapevolezza è priva di dolore.
Shiro finì di sbrigare le ultime pratiche e tirò un sospiro di sollievo, rilassandosi contro lo schienale della sedia. Si portò una mano al collo e massaggiò i muscoli che sentiva atrofizzati dopo tutte quelle ore passate seduto.
Sapeva che il suo lavoro era importante, che in una fase così delicata, quando ancora la Terra si stava leccando le ferite, i terrestri non sapevano ancora cosa pensare dei contatti con le civiltà aliene e la ricostruzione dopo l’ultimo attacco non era ancora stata portata a termine, curare le relazioni diplomatiche con le nuove civiltà di cui i terrestri erano appena venuti a conoscenza era essenziale, ma in quei momenti sentiva la mancanza del lavoro sul campo.
Gli mancava essere lassù, in prima linea a combattere, invece che chiuso in un ufficio. Si alzò dalla scrivania e si avvicinò alla finestra. Il buio era ormai calato sulla cittadella militare, illuminata solo dai lampioni. Dalla maggior parte delle finestre non proveniva alcuna luce, segno che la maggior parte degli impiegati doveva ormai essere andata a casa. Provò a guardare in alto, ma l’illuminazione della cittadella gli impediva di vedere le stelle.
Sospirò e si allontanò dalla finestra. Recuperò le sue cose e si avviò verso casa.
Lui e Curtis, poco prima del matrimonio, avevano deciso di comprare una piccola villetta a due piani leggermente fuori dal territorio della Garrison. Nessuno dei due voleva abitare dentro la cittadella, convinti che la propria casa dovesse essere un posto dove poter staccare da tutto. La decisione non era stata presa bene dai capi, convinti che l’ambasciatore della Terra dovesse sempre avere la massima protezione, ma Shiro non aveva voluto sentire ragioni. Sapeva che sarebbe stato in grado di difendersi da solo se mai ce ne fosse stato bisogno.
Quando arrivò a casa, Curtis era ai fornelli. Shiro si avvicinò a lui, lo strinse da dietro con il solo braccio umano e nascose la testa nell’incavo del suo collo.
Curtis ridacchiò appena e gli depositò un bacio leggero tra i capelli bianchi.
“Giornata pesante?”
“Sono solo contento di essere riuscito a finire tutto prima di partire”, mormorò Shiro.
“Adesso avrai qualche giorno per rilassarti”
Shiro annuì, ma rimase comunque lì per qualche momento. Non sarebbe stata una visita esclusivamente di piacere, ma almeno avrebbe potuto rivedere gli altri paladini. Negli ultimi due anni si potevano contare sulle dita di una sola mano le volte in cui erano riusciti a rivedersi tutti insieme. Solamente Pidge e Hunk erano rimasti sulla Terra e con il suo lavoro riusciva a malapena a vedere loro. Non poteva negare che fosse stato un po’ traumatico dopo aver passato anni vedendoli tutti i giorni.
Curtis non disse nulla, lo lasciò stare lì per tutto il tempo di cui aveva bisogno continuando a girare la salsa.
“Hai tutto pronto?”, gli chiese Curtis dopo un po’.
“Devo mettere le ultime cose in valigia. Domani mattina abbiamo appuntamento alle 7”.
Curtis annuì. “Adesso fila a lavarti le mani che la cena è pronta”.
La vista di Altea dalla navicella era da mozzare il fiato. Distese di verde ovunque l’occhio arrivasse, campi di fiori e alteiani affaccendati in ogni dove. Ad attendere il loro arrivo, al bordo della zona di atterraggio, c’erano Allura, Lance e Coran. Gli vennero incontro non appena li videro scendere dal portellone.
Allura indossava un abito degno di una principessa, Shiro rimase abbagliato. Era fin troppo abituato a vederla indossare l’uniforme da paladino. Accanto a lei, Lance sembrava nato per indossare abiti alteiani. Si teneva dritto, in posa regale, ben lontano dal ragazzino goffo che Shiro aveva conosciuto anni prima. Shiro sentì il petto gonfiarsi e le lacrime premere per uscire davanti alla coppia reale.
Shiro si inginocchiò davanti a loro. Allura gli sorrise.
“Ne abbiamo passate troppe perchè tu debba inginocchiarti davanti a me”. Allungò una mano nella sua direzione e lo tirò nuovamente in piedi, poi lo strinse in un abbraccio. “E’ bello vederti”
Shiro la strinse. “Anche per me”. Si allontanò da lei e le prese la mani. “E’ incredibile quello che siete riusciti a fare in due anni”.
“Sì okay, tutto bellissimo. Ma non ti starai dimenticando di qualcuno?”, intervenne Lance allargando le braccia accennando a sè stesso.
“Oh, giusto! Coran!! Quanto tempo, i tuoi baffi sono sempre più folti!”
Curtis, rimasto in disparte, rise coprendosi la bocca con la mano nel vedere la scena. Lance mise su un’espressione imbronciata. Shiro scoppiò a ridere e allargò le braccia. “Vieni qui”. Strinse forte anche lui. “Ti donano gli abiti di un principe”
Lance borbottò qualcosa imbarazzato quando si sciolse dal suo abbraccio.
“Vi mostro la vostra stanza!” intervenne Coran, prendendo le loro borse. “Per strada avrete il piacere di osservare le novità del nuovo castello di Altea!”
Cominciò a camminare senza neanche controllare che Shiro e Curtis lo stessero seguendo. Shiro fece un segno di scuse a Allura e Lance e cominciò a seguire Coran.
Attraversarono le grandi porte ed entrarono del castello. L’architettura ricordava quella del vecchio Castello dei Leoni. Lungo la strada, Coran spiegò chi fosse qualunque reale rappresentato in qualunque dipinto incontrassero e i meccanismi di funzionamento del castello.
“Coran”, lo interruppe Shiro. “Dove sono gli altri?”
“Pidge e Hunk sono andati a trovare Romelle, torneranno per cena credo”.
“E Keith?”
“Non è ancora arrivato, aveva una missione da completare”.
Shiro annuì. Era da circa un anno che non lo vedeva e riuscivano a sentirsi solamente nelle pause tra una missione e l’altra, ma quelle duravano sempre troppo poco. Shiro gli aveva detto di riposarsi un po’, di prendersi un po’ di pausa, ma Keith non aveva voluto sentire ragioni e aveva continuato a caricarsi di lavoro. Secondo Pidge si era buttato nel lavoro per sfuggire a qualcosa, Shiro non era riuscito a capire cosa intendesse, ma Pidge non aveva voluto dire altro.
Coran li lasciò davanti alla loro camera e si congedò.
Gli era stata riservata una camera enorme, con un grande letto a baldacchino al centro.
Curtis si guardava intorno meravigliato.
“Questo posto è stupendo”, disse. Si buttò di peso sul letto. “E questo letto è la fine del mondo”.
La cena venne servita nella sala da pranzo piccola, che era comunque enorme e finemente decorata. Oltre ai paladini e Curtis erano presenti anche gli Holt, Romelle e l'intera famiglia di Lance, che occupava una buona metà del tavolo. Era una cena riservata, il resto degli ospiti sarebbe arrivata solamente il giorno dopo e solo pochi si sarebbero accomodati nelle stanze del Castello.
Shiro e Curtis si sedettero ai loro posti.
“Stasera ha insistito per cucinare Hunk”, spiegò Allura. “Nonostante dovesse essere nostro ospite”, continuò calcando il tono di rimprovero.
Hunk rise imbarazzato. “Mi mancava cucinare per voi!”
Shiro sorrise, sentendosi immediatamente a suo agio. Era come essere tornati al Castello dei Leoni, con loro seduti insieme a mangiare e i piatti deliziosi preparati da Hunk. Mancava solamente Keith a rendere quel pasto completo.
Quando alzarono la cloche Curtis guardò perplesso l’aspetto del suo piatto e della gelatina verde elegantemente impiattata su un lato.
Shiro sorrise e si avvicinò a lui.
“So che può fare paura”, gli disse all’orecchio. “Ma Hunk è un ottimo cuoco e maneggia i cibi alieni in maniera eccezionale. Non ti avvelenerà, tranquillo!”
“Si può dire lo stesso per quella?”
Shiro sospirò. “Pidge non ti odia”
“Non ne sarei così sicuro”.
Pidge, per qualche motivo, aveva preso si da subito Curtis in antipatia e lo aveva sempre trattato in maniera piuttosto fredda e distaccata, ma Shiro era abbastanza sicuro che Pidge non lo odiasse.
“Non ha comunque avuto accesso al cibo, ne sono sicuro”, rispose infine cercando di sdrammatizzare con un sorriso.
Appoggiò una mano sulla coscia di Curtis e la tenne lì per tutta la durata della cena.
Venne servito anche il dolce, qualcosa di un non molto invitante color magenta, ma Shiro aveva imparato da troppo tempo a non dubitare mai della cucina di Hunk. Ci affondò in cucchiaio senza farsi scrupoli.
Le porte della sala da pranzo si aprirono, Shiro alzò lo sguardo dal suo dolce e si bloccò con il cucchiaio a mezz’aria.
Sulla soglia Keith sorrideva loro, con i capelli lunghi raccolti in una treccia che gli scendava sulla spalla e ancora l’uniforme attillata delle Lame addosso.
Tutti rimasero bloccati per un momento.
“Ehm, sono ancora in tempo per il dolce?”, chiese Keith portandosi una mano al collo e sorridendo imbarazzato.
Subito Lance scattò in piedi alla ricerca di una sedia, lamentandosi tutto il tempo di come Keith avesse deciso di arrivare di soppiatto per non vedere quanto lui fosse diventato bravo a fare gli onori di casa e “tutte quelle altre cose da principe che tu non sarai mai in grado di fare”.
“Allura ha solo pietà di te e non ti dice dove sbagli”, rispose Keith, ma anche lui stava sorridendo.
Da lì fu impossibile fermare il continuo battibeccare, che si protrasse per il resto della serata. Non ci provarono neanche. Shiro si rese conto così di quanto silenziosa fosse stata la sala fino a quel momento, di quanto gli fosse mancato quel rumore di sottofondo costante.
Shiro sentiva di essere semplicemente al posto giusto.
Shiro non riusciva a prendere sonno. Si alzò piano dal letto, attento a non disturbare Curtis, prese le scarpe in mano e se le infilò una volta in corridoio.
Cominciò a camminare per i corridoi del castello, cercando di ricordare che cosa gli avesse spiegato Coran e prendendo punti di riferimento per non perdersi. Arrivò ad una grande vetrata che dava su una terrazza rischiarata da lampade sparse. La porta era socchiusa.
Piano la aprì e uscì sulla terrazza.
Lì, appoggiato alla balaustra, trovò Keith.
Si avvicinò a lui e gli appoggiò una mano sulla spalla. Keith si voltò appena verso di lui, accennò un sorriso e tornò a guardare davanti a sè. Con il buio della notte potevano vedere poco di Altea da quella postazione, di giorno quella terrazza doveva offrire veramente una bella vista, Shiro si ripromise di tornarci.
“Ce l’abbiamo fatta”, disse improvvisamente Keith. “A volte mi sveglio la notte e penso che tutto questo sia solo un sogno, che in realtà siamo ancora lì fuori a combattere e sia ancora tutto da fare”.
Shiro sorrise. Capiva la sensazione. “Sì, ce l’abbiamo fatta”.
Ripensò ai giorni al Castello dei Leoni. Nonostante fosse stato un viaggio lungo e complicato, Shiro li ricordava come giorni splendidi, in cui si sentiva pieno, in cui sentiva di avere tutto ciò di cui aveva bisogno per stare bene a portata di mano.
“Sei felice?”, gli chiese improvvisamente Keith.
La sua voce era incrinata da qualcosa di profondo che Shiro non seppe riconoscere. Era sempre stato in grado di capire Keith, ma il quel momento, mentre guardava fisso davanti a sè con il viso indurito, Shiro non sapeva bene come leggerlo.
“Ho tutto quello che ho sempre voluto”, rispose infine.
“Non risponde alla mia domanda”
Shiro, non sapendo cosa rispondere, si prese un momento per osservare il viso di Keith. Anche nella penombra delle poche lampade che illuminavano la terrazza poteva vedere le ombre scure intorno ai suoi occhi.
“Dovresti dormire di più”
“Anche tu”, rispose Keith voltandosi verso di lui.
Shiro rimase fermo a osservare ogni dettaglio del volto di Keith. Si sentiva ancora in colpa ogni volta che vedeva la cicatrice sulla sua guancia. Non era più quello del ragazzino che aveva conosciuto anni prima, era un adulto ormai, lo era da anni, ma solo in quel momento Shiro lo vide per la prima volta in quel modo.
Keith non aveva più bisogno di lui da tempo, si rese conto, ma aveva scelto comunque di restare al suo fianco. Aveva smesso di essere il suo mentore e la sua figura di riferimento. Keith era un adulto ormai e chiunque lo avesse conosciuto in quel momento non avrebbe potuto non essere attratto da lui. Lo sguardo gli cadde sulle sue labbra, si avvicinò a lui, poteva sentire il fiato di Keith mescolarsi con il suo.
Keith chiuse gli occhi, pronto a chiudere le distanze.
Shiro si tirò indietro.
“Io- credo che andrò a dormire”, disse.
Keith fece scattare nuovamente la testa in direzione del panorama e non rispose.
Shiro si avviò di nuovo per i corridoi, ritrovò la propria stanza come un automa, negli occhi ancora l’immagine del viso di Keith rilassato, pronto a lasciarsi andare.
Si infilò nel letto e Curtis si voltò nella sua direzione.
“Tutto okay?”, gli chiese con voce assonnata.
“Avevo bisogno di un po’ d’aria”.
Curtis annuì, si girò nuovamente dall’altra parte e si addormentò all’istante.
Il giardino del palazzo era stato interamente addobbato con juniper rosa di Altea e nastri bianchi. Sopra l’altare era stato montato un gazebo di teli di lino intrecciati, che lasciava penetrare la luce. Tutti gli invitati cominciarono ad arrivare e presero i loro posti.
Lance si agitava nervosamente davanti all’altare, passando il peso da un piede all’altro.
Non appena Allura uscì dal palazzo accompagnata da Coran e cominciò a camminare verso di lui, Lance smise di tremare. Shiro sorrise guardandolo.
Allura raggiunse l’altare e sorrise a Lance e a lui brillarono gli occhi, sembrava l’uomo più felice dell’universo in quel momento.
Per la cerimonia avevano deciso di unire il rito terrestre con quello alteiano. Allura prese il viso di Lance tra le mani e, subito sotto gli occhi di lui, comparvero i classici segni alteiani, identici a quelli di lei. Lance si portò sorpreso una mano al viso e sorrise, poi prese un anello dalla tasca e lo mise intorno all’anulare di Allura.
Intorno a loro sarebbe potuta succedere qualunque cosa e loro non se ne sarebbero accorti, talmente erano presi l’uno dall’altra.
Il banchetto fu organizzato nel giardino. Per l’occasione era stato riempito di tavoli.
I paladini vennero fatti sedere al tavolo degli sposi, insieme alla famiglia di Lance e a Coran.
Shiro si sedette lontano da Keith, si parlarono a malapena per tutta la durata della giornata. L’imbarazzo era palpabile tra di loro. Shiro non potè evitare, però, di far scorrere lo sguardo lungo il profilo di Keith, con le rivelazioni della sera prima ancora pesanti sulle sue spalle. Rimase affascinato dal modo in cui il sole si rifletteva nei suoi occhi, dal modo in cui l'espressione perennemente imbronciata che aveva imparato ad associargli si fosse ormai sciolta in una più serena, dal modo in cui sorridesse molto più spesso adesso.
Non si accorse del modo in cui Curtis lo osservava mentre lo faceva.
I festeggiamenti andarono avanti fino a tardi, alla spicciolata ospiti e famiglie cominciarono ad avviarsi ognuno verso le proprie stanze. Nel giardino rischiarato appena da bianche lampade di carta rimasero solo i paladini, seduti intorno a un tavolo rotondo, con le cravatte ormai allentate e troppe bottiglie di vino ormai finite. Non si resero conto del tempo che passava, mentre rimanevano lì a raccontare ad Allura vecchie storie sulla cotta che Lance aveva avuto per lei sin dal primo giorno, tra le risate di lei e l’imbarazzo di lui; Pidge parlò dei suoi esperimenti, Keith delle sue missioni, Hunk della catena di ristoranti che avrebbe voluto aprire in giro per l’universo - Allura gli propose anche di approfittare del suo soggiorno lì per aprire la sede di Altea.
Shiro, per quella sera, riuscì ad essere interamente ancorato al momento. Riuscì a mettere da parte ogni pensiero sul lavoro, riuscì a non pensare che la sua presenza lì, oltre che a livello personale, avesse anche un valore anche dal punto di vista politico in qualità di ambasciatore della Terra.
Quella era la sua famiglia, pensò Shiro. Adesso sì che era finalmente come essere tornati a casa.
Shiro rientrò in camera che il cielo aveva già cominciato a rischiararsi. Aprì piano la porta e sbirciò dentro, ma trovò la luce sul comodino accesa e Curtis seduto sul letto.
“Non dormi?”, gli chiese Shiro chiudendosi la porta alle spalle.
“Mi sono svegliato e non eri ancora tornato”
“Sono rimasto in giardino con gli altri, abbiamo fatto più tardi di quanto pensassimo”
Curtis annuì, ma non alzò lo sguardo verso di lui.
“Tutto bene?”, gli chiese Shiro sedendosi accanto a lui.
“Mi sono reso conto che questo non è il mio posto”
Shiro sentì la sensazione di serenità che aveva dentro andare in frantumi.
“Che vuoi dire?”
“Ho visto come sei con”, Curtis si bloccò per un momento, cercando la parola giusta. “Con loro”, disse infine. “Con me non sei così… sereno e spensierato. Mai”
Shiro provò ad aggrapparsi a qualcosa per negarlo, ma si sentiva davvero più felice e in pace quando era con loro.
“Io non-”, cominciò cercando disperatamente qualcosa da dire.
“Shiro”, lo interruppe Curtis alzando lo sguardo lo verso di lui. “Ti sei detto per tutta la vita che questo era quello che volevi, una casa tutta tua e qualcuno al tuo fianco, ma adesso che ce l’hai ti senti realizzato?”
Shiro abbassò lo sguardo colpevole. Si rese conto solo in quel momento che nella sua idea di famiglia non c’era spazio per Curtis.
“E ho visto come guardi Keith”, aggiunse Curtis. “Non hai mai guardato me in quel modo, come se fossi la cosa più bella sulla faccia della terra”, sorrise triste.
Shirò alzò la testa di scatto. Curtis non sembrava arrabbiato, sorrideva triste tenendo lo sguardo fisso sul muro davanti a sè, facendo sentire Shiro ancora peggio.
“Ho sempre avuto il sospetto che, beh, ci fosse qualcosa tra di voi”, continuò. “Keith è sempre stato una presenza abbastanza ingombrante nel nostro rapporto, sai? Ogni volta che chiama molli tutto per parlare con lui. Se ti avesse chiesto di andare da lui dall’altra parte dell’universo saresti partito senza pensarci un attimo”
“Gli ho promesso che ci sarei sempre stato per lui, non aveva nessuno…”
“E’ passato il tempo in cui non aveva nessuno oltre te, Shiro!”, alzò la voce Curtis. Si riscosse subito e ricominciò a parlare con il suo solito tono di voce. “E’ sempre stato qualcosa di più. Mi sono reso conto solo stasera che non ne avevi idea neanche tu”
“I-io…”
“Stamattina riparto, chiederò un passaggio agli Holt. Tu hai ancora alcuni giorni. Passali qui, passali con loro… passali con lui. Capirai quello che voglio dire, ne sono sicuro”.
Curtis si alzò dal letto, gli lasciò un bacio sulla fronte e lasciò Shiro seduto lì, sul bordo del letto, con la cravatta allentata e lo sguardo basso e cominciò ad aggirarsi per la stanza per preparare le valigie. Shiro non aveva idea di che cosa avrebbe voluto dirgli.
Non riuscì a muovere un muscolo neanche quando vide Curtis chiudersi la porta alle spalle, guardandosi indietro solo per un secondo.
“Ehi, amico, posso entrare?”, bussò Hunk alla sua porta.
Non aspettò risposta, aprì la porta con in mano un vassoio con la colazione. Trovò Shiro ancora vestito e ancora seduto sul bordo del letto. Appoggiò il vassoio sul comodino e si sedette accanto a Shiro.
“Come stai? Ho visto Curtis partire questa mattina e non sei sceso per pranzo”, gli chiese.
“Non lo so”
“Che è successo?”
Davanti alla sincerità di qualcuno come Hunk era impossibile non crollare, Shiro raccontò a Hunk tutto ciò che era successo. Sentì solo in quel momento, mentre le riferiva, il peso delle parole di Curtis. Comunque fosse andata a finire, il suo matrimonio non avrebbe comunque avuto un futuro.
“Uh”, disse Hunk alla fine del racconto.
“Cosa?”
Hunk si portò una mano alla nuca e evitò il suo sguardo.
“Beh… ecco. Tutti pensavamo che sarebbe andata a finire così. Cioè, tra te e Keith. Poi quando non è andata così, eravamo convinti che tu e Keith foste… consapevoli, diciamo, di tutta la situazione e che aveste scelto così. Non pensavo che tu non ne fossi consapevole per nulla”
“E’ per questo che Pidge non sopporta Curtis?”
Hunk ridacchiò. “Credo di sì? Non ne sono sicuro”.
Shiro annuì in silenzio, chiedendosi quando tutti avessero avuto quell’impressione.
“Cerca di mangiare qualcosa”, gli disse Hunk alzandosi dal letto e uscendo dalla stanza.
Shiro rimase nella sua camera tutto il giorno, cercando di riflettere sulle parole di Curtis e di Hunk. Era arrivato il momento di essere onesto con sè stesso, di farsi un esame di coscienza e capire meglio. Cercò di ripensare agli ultimi anni e si rese conto che c’era sempre Keith, era sempre tutto riguardo a Keith. Avrebbe fatto qualunque cosa per Keith, ma per Curtis? Ci teneva a Curtis, gli voleva veramente bene, ma quello sembrava essere tutta un’altra cosa. Keith era sempre stata una presenza costante, non riusciva a immaginare la sua vita senza di lui. Ma Curtis gli permetteva di avere quello che aveva sempre desiderato, pace e serentà.
Uscì dalla sua stanza solamente a notte inoltrata. Dopo una giornata chiusa tra quelle quattro mura aveva bisogno di un po’ d’aria fresca.
Andò di nuovo alla ricerca della terrazza, aprì la porta a vetro e si affacciò. L’aria della notte era quasi troppo fresca sulla sua pelle accaldata.
Si appoggiò alla balaustra con i gomiti e si mise a guardare fuori, cercando di raccogliere le idee.
Sentì la porta a vetro aprirsi dietro di lui. Si voltò e vide Keith avvicinarsi a lui. Si mise a fianco a lui in silenzio.
“Come stai?”, chiese dopo un po’.
“Sto”
“Lo sai che se hai bisogno…”
Shiro sorrise. Sì, lo sapeva. Avrebbe sempre potuto contare su Keith.
Shiro si tirò su e voltò la testa verso Keith.
“Hanno ragione tutti?”, chiese. “C’è veramente qualcosa?”
Keith distolse lo sguardo imbarazzato. “Da parte mia, sì. Te l’ho detto, ma quando non mi hai risposto ho pensato che per te non fosse lo stesso. E quando ti ho visto sposare un altro ci ho messo una pietra sopra definitivamente. Ci ho provato almeno”, sorrise amaro. “Il lavoro aiuta”.
Shiro si perse a guardare il viso dei Keith. Aveva tutto senso in quel momento. Le farfalle nello stomaco, la tachicardia che aveva in quel momento. Shiro si avvicinò a lui, appoggiò la fronte alla sua e gli circondò il viso con le mani, le sue dita si infilarono tra i suoi capelli.
“Ma adesso lo so”, disse a bassa voce. Vide lo sguardo di Keith cadere sulle sue labbra.
“Adesso lo sai?”, gli chiese con un sorriso sarcastico Keith, ma la voce che uscì strozzata lo tradì.
“Mi dispiace”, mormorò Shiro chiudendo gli occhi.
“Di cosa?”
“Di averci messo tanto, di averti fatto aspettare tutto questo tempo”
Keith annuì. “Sei qui adesso”.
Shiro annuì e chiuse le distanze tra di loro. Shiro sentì l’esplosione nel petto, il cuore impazzito.
Era tutto giusto. Era quella la cosa giusta. Era quella la cosa che voleva.
Era lui la persona giusta, qualcuno in grado di capirlo, qualcuno in grado di accettarlo pienamente. Shiro si sentiva finalmente completo, finalmente in pace e si diede dell'idiota per essersi perso tutto quello fino a quel momento. Lasciò la mano umana sul viso di Keith e con il braccio metallico strinse il suo fianco per tirarselo ancora di più addosso. Adesso che aveva finalmente capito, adesso che aveva finalmente messo insieme tutti i pezzi, non voleva che ci fosse distanza tra di loro. Aveva così tanto da recuperare. Keith sembrava essere dello stesso avviso, fece passare le braccia intorno al suo collo e si avvicinò il più possibile, approfondì il bacio. Il corpo di Keith si incastrava perfettamente a quello di Shiro.
Non sarebbe stato tornare a casa tutte le sere e trovare qualcuno ad aspettarlo, lo sapeva. Sarebbe stato sopportare i silenzi e sentire la mancanza, aspettare che Keith tornasse a casa dalle missioni, le telefonate a tarda notte. E forse sarebbe stato Keith che avrebbe cominciato a prendersi pause più lunghe, che non avrebbe più lasciato che il lavoro lo consumasse e le occhiaie gli circondassero gli occhi.
Era diverso da quello che aveva sempre pensato di volere, ma andava bene così. Era quella la cosa giusta. Era quella la sua oasi di serenità. Era lui la sua casa.
E per lui ne valeva la pena.
Per essere felice ne valeva la pena.