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Titolo: Un buon tramonto
Fandom: Voltron
Missione: M4 - Gio Evan, Arnica
Prompt: Cerco un amico per un buon tramonto insieme/voglio arrivare all'alba e dire: "Dai, di nuovo" 
Parole: 635

Il giorno successivo, Shiro si sarebbe rinchiuso nella base militare della Garrison. Il giorno dopo ancora, dopo una notte di sonno attentamente sorvegliata dal team che coordinava la missione, Shiro sarebbe partito per la missione Cerbero. Keith non aveva idea di quando lo avrebbe rivisto, ma quella sera - quella notte - sarebbe stata ancora solo loro, e di nessun altro.

Keith sedeva su un masso in mezzo al deserto, quello da cui più di una volta lui e Shiro si erano lanciati con gli overboard, una infantile prova di coraggio a fare a chi si rialza più tardi - una cosa così lontana dall'immagine di serietà che Shiro proietta, piccole parti di lui che solo a Keith è concesso di vedere e che Keith custodisce gelosamente. Aspetta Shiro. Gli ha promesso che lo avrebbe raggiunto non appena lo avessero liberato.

A coloro che stavano per partire veniva concessa un'ultima notte per stare con le famiglie. Keith si è sorpreso quando Shiro gli ha chiesto di passarla con lui - aveva dato per scontato che Shiro avrebbe scelto di passarla con Adam. Non gli aveva chiesto spiegazioni, gli aveva dato appuntamento al masso e Shiro aveva sorriso. Keith non era tipo da farsi troppe domande sulle poche benedizioni che gli capitavano.

Il sole si era avvicinato all'orizzonte, ma non aveva ancora cominciato a sparire dietro la linea del deserto. Il cielo si era tinto di arancione. Keith sentì il rumore di un motore. Lo aveva sentito fin troppe volte per non riconoscerlo ad orecchio, non aveva bisogno di girarsi per capire chi fosse arrivato.

Dietro di luì sentì la macchina frenare, parcheggiare, il rumore della portiera che si apriva e sbatteva. Con la coda dell'occhio vide Shiro sedersi accanto a lui e fissare il tramonto. 

"Ah, mi mancherà tutto questo," disse. 

Keith sorrise. "Ma sarai circondato dalle stelle"

Shiro rise, "Vero. Ma il tramonto... è una cosa diversa"

Keith rimase in silenzio e Shiro con lui. Guardarono il sole sparire dietro l'orizzonte, il buio cominciare a calare. Nessuno dei due sentì il bisogno di dire nulla mentre le prime stelle comparivano sopra la loro testa.

"Credi che un giorno riuscirò ad andarci anche io? Nello spazio," chiese Keith.

"Certo che sì. Ma devi seguire le lezioni mentre non ci sono. Farai il bravo?"

"Se loro lo faranno con me"

Shiro rise, la sua risata si perse nel deserto. La luce delle stelle era l'unica luce ad illuminarli - uno dei pochi benefici del vivere in mezzo al nulla, pensò distrattamente Keith.

"Hai mangiato?" chiese Shiro.

In tutta risposta lo stomaco di Keith brontolò. 

"Se non mangi non ci andrai nello spazio," Keith non aveva bisogno di guardarlo per sapere che stava scuotendo la testa.

Keith sentì il rumore di pacchetti di plastica agitati, poi un peso leggero si appoggiò sul suo stomaco. Era un pacco di patatine piccanti, le sue preferite.

Keith le aprì e cominciò a mangiarle soddisfatto.

Passarono la notte insieme, così, senza dirsi molto e a godere della presenza l'uno dell'altro. Nessuno dei due disposto a chiedersi quando avrebbero potuto farlo di nuovo.

I primi raggi dell'alba cominciarono a rischiarare il cielo. Keith non aveva mai odiato tanto l'alba. Desiderava solo che la notte potesse ricominciare da capo, per passare altro tempo con Shiro.

Shiro aspettò ancora un po' prima di alzarsi. Tenne ancora lo sguardo fisso sull'orizzonte per qualche momento, poi si voltò verso Keith. Aveva le occhiaie di chi aveva passato la notte in bianco, ma il volto sereno.

"Ti accompagno in accademia," gli disse Shiro. 

Keith annuì e salì in macchina. Quando all'ingresso si separò da lui per entrare nuovamente di nascosto nella sua camera prima della chiamata dei cadetti all'alba Keith se lo ripetè ancora una volta: non aveva mai odiato l'alba. 



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Fandom: Voltron
Missione: M2 - Guerra spaziale 
Parole: 1765
Rating: SAFE 



Keith sa di non avere più tempo.

Le cose non dette tra loro, quello strano silenzio che non gli appartiene, va avanti da ormai troppo tempo. Non vuole avere altri rimpianti.

Non ha più senso salvaguardare un cuore che potrebbe smettere di battere da lì a poche ore.

Keith si fa largo per i corridoi dell'Atlas, andando controcorrente rispetto alla fiumana di gente diretta agli hangar con le navicelle. I civili stanno evacuando, i preparativi per la battaglia sono in pieno svolgimento. Keith va a sbattere contro qualcuno, ma non è importante, prosegue ancora fino a raggiungere il ponte di comando.

Davanti alla porta che tarda qualche istante ad aprirsi, Keith si rende finalmente conto di quanto furiosamente stia battendo il suo cuore.

Shiro è alla sua postazione, dalla pedana rialzata soprassiede alle operazioni dell'intera sala di comando. Tiene il datapad stretto in mano, l'anello di fidanzamento riflette le luci della consolle mentre da gli ultimi ordini e controlla che tutto proceda secondo i piani. La sua voce da comandante è impeccabile, nessuno si sognerebbe mai di disobbedire ad un ordine dato con quel tono fermo. E' così diversa dalla voce con cui era solito rivolgersi a Keith nelle morbide ore che precedono l'alba, quando gli incubi tenevano entrambi svegli e si trovavano a vagare per i corridoi o a guardare le stelle dagli stessi tetti. Keith non ricorda più quando l'abbia sentita per l'ultima volta.

Shiro si volta, lo vede lì, fermo in attesa, e sgrana leggermente gli occhi, vigile e in allerta, già preparandosi al peggio. "Keith," dice in un soffio. "E' tutto okay?"

"Devo parlare con te"

"C'è qualche problema?" chiede facendo un passo verso di lui.

"Non riguarda la missione"

"Allora-"

"No. Non può aspettare"

Shiro annuisce. Si guarda intorno per un momento. I preparativi procedono spediti, ancora qualche momento e tutto sarà pronto per prendere il volo e raggiungere la flotta galra appostata in orbita sopra le loro teste. Annuisce e guida Keith in un corridoio deserto. Il silenzio intorno a loro è teso, il ronzio del motore arriva distante.

Adesso che Keith è di fronte a lui fa fatica a trovare le parole. Gli occhi gli cadono nuovamente sull'anello al dito di Shiro. E' una semplice fascia argentata, incastonato al centro un piccolo brillante splende sotto le luci al neon del corridoio.

"Scegli me," dice Keith, non staccando gli occhi da quel punto di luce.

"Cosa?"

Keith alza lo sguardo su Shiro. "Quando sarà tutto finito- Non sposarti. Scegli me."

Gli occhi di Shiro si fanno lucidi, Keith sente il proprio cuore andare in frantumi. Ma va bene così, una volta che una cosa è rotta si possono rimettere insieme i pezzi. Non tornerà mai come prima, ma forse è meglio che vederla in bilico e aspettare che cada. Keith ha bisogno di credere che sia meglio.

La porta si apre, un membro della crew richiama Shiro. Devono prepararsi a partire, Keith deve raggiungere Voltron. Deve sopravvivere a questa battaglia, poi potrà andare i missione con le Blades, mettersi tutta quella storia alle spalle. Prendere le pinzette e cominciare a rincollare i frammenti di vetro.

"Avevo solo bisogno di dirtelo."

Keith volta le spalle a Shiro. Viene bloccato da Shiro, che lo afferra per un polso. Keith non ha il coraggio di voltarsi.

"Ho accettato di sposarmi per cercare di dimenticare te," la voce di Shiro è meno stabile, meno generale, più ore che precedono l'alba. "La persona che voglio... Sei tu. Sei sempre stato tu."

L'allarme suona. Non hanno più tempo.

Keith ruota la mano nella presa di Shiro, fino ad intrecciare le dita alle sue. Le stringe forte, per un momento. Non ha ancora il coraggio di voltarsi. Shiro ricambia la stretta e non dice altro.

L'allarme suona nuovamente, il rumore è assordante nel corridoio deserto, e Keith non riesce a trattenere il sorriso che gli sorge sulle labbra. Lascia andare la mano di Shiro e si dirige di nuovo verso il leone nero di Voltron.

Vuole che quella battaglia finisca in fretta, vuole porre fine a quella guerra che ha occupato ogni istante della sua vita per troppo tempo. Non vede l'ora di cominciare il resto della sua vita, con Shiro.


Distante, Keith può vedere l'Atlas combattere da sola. Vorrebbe direzionare Voltron in quella direzione, andare a dare una mano a Shiro, ma anche loro sono circondati.

Da' l'ordine a Hunk di ingaggiare il cannone, e con quello colpisce una nave da guerra garla che stava per attaccare Shiro e l'Atlas alle spalle, non c'è molto altro che possa fare per lui, ma spera possa essere sufficiente.

Il campo di battaglia è il caos più totale, e Keith non riesce a pensare ad altro oltre l'adrenalina che lo tiene attaccato al momento.

Astronavi esplodono in ogni dove, e Keith non può fare altro che sperare che la maggior parte non siano le loro, i bagliori di luce sono accecanti, come stelle che esplodono nel buio che li circonda. Keith riesce a sentire solamente il battito del suo cuore e le urla degli altri occupanti di Voltron dall'interfono.

La voce di Pidge è improvvisamente più chiara. "La nave principale," sta urlando. "Se colpiamo quella le altre saranno alla deriva!"

"Facciamolo!" urla Allura. Nella sua voce Keith può sentire sottili note di impazienza. E' quella che ha perso di più in quella guerra di cui finalmente riesce a intravedere la fine, Keith non può biasimarla, ma non può permettere che perda la concentrazione.

"E' la più protetta!" ribatte Lance. "Non possiamo caricare a testa bassa."

"Abbiamo il cannone," interviene Hunk. Il cannone del suo leone è ancora equipaggiato. "Possiamo fare un po' di piazza pulita con quello."

"Facciamolo."

Keith apre le comunicazioni con l'Atlas. E' Veronica a rispondere. "Fai evaquare tutte le nostre navi dal settore C7 al C9," le dice senza convenevoli.

Keith si aspettava di trovare resistenza, ma questo non avviene. "Possiamo darvi un minuto prima di attaccare di nuovo. Non possiamo rischiare rientrino nella nave principale e battano in ritirata"

I galra non battono mai in ritirata, pensa Keith, ma non c'è tempo per dirlo.

La navicelle vengono evacuate, Hunk carica il cannone alla massima potenza. Il suo raggio di un giallo brillante sembra rischiarare tutto intorno a loro, le esplosioni che innesca tingono il cielo come una pioggia di meteore. Il passaggio verso la nave principale è libero.

Keith apre ancora una volta le comunicazioni con l'Atlas.

"Shiro!"

"Ci sono!"

Non hanno bisogno di altro, sanno entrambi cosa fare.

Attaccano contemporaneamente la nave da due lati. Il cannone può fissarsi solo su una delle due. Scegli l'Atlas, e Keith non può fare nulla se non guardare la nave venire colpita, mentre affonda la spada di Voltron nella pancia dell'astronave.



Era finita.

Le ultime astronavi galra si muovono scoordinate, l'ultimo tentativo di un attacco senza speranze. I loro cadetti possono occuparsene senza problemi. Keith è abbastanza sicuro di vedere la navicella di Griffith farne fuori cinque in una manovra unica e sorride. Quel ragazzo farà strada.

Keith appoggiò la testa al sedile di comando del suo leone. Tutto intorno a lui sembra attutito.

"L'abbiamo fatto," arriva la voce di Lance dall'interfono. "L'abbiamo fatto davvero."

Insieme alla sua voce arrivano i leggeri singhiozzi di Allura, quella che ha perso di più in quel conflitto. Dopo un momento, arrivano anche le urla di Hunk.

Keith si sente ancora in stato catatonico. L'unica cosa a cui riesce a pensare è Shiro. Vuole vederlo, vuole farsi confermare da lui che è veramente tutto finito.

Hanno vinto.

Rientrano nell'atmosfera e atterrano alla base militare. Può vedere la gente festeggiare, abbracciarsi commossa. Keith scende dal suo leone e non si ferma con loro, corre verso dove l'Atlas è atterrata. Corre a bordo, e per la seconda volta nella spanna di poche ore si ritrova ancora a correre controcorrente - mentre tutti spingono per uscire e unirsi ai festeggiamenti, Keith punta al nucleo centrale, alla sala di comando.

Quando apre la porta si blocca sul posto.

Shiro è inginocchiato a terra, Curtis, accanto a lui, cerca di aiutarlo ad alzarsi. In un attimo, Keith è da lui.

"Il colpo..."

"Sto bene," Shiro alza la testa e cerca di sorridergli, ma si può leggere sul viso quanto sia esausto. "La trasformazione dell'Atlas... è come controllare tutto Voltron da soli. Sto bene."

Keith lo aiuta a spostarsi, fino a raggiungere un punto dove può restare seduto a terra ma appoggiare la schiena contro qualcosa. Curtis si allontana a prendere dell'acqua.

Shiro appoggia la testa alla parete dietro di lui, chiude gli occhi e sorride.

"L'abbiamo fatto," dice in un sussurro.

Solo in quel momento, Keith si permette di crederci seriamente. "Sì. L'abbiamo fatto."

La testa di Shiro scatta in avanti, spalanca gli occhi. "Dobbiamo parlare con gli alleati, cominciare i lavori di smantellamento delle basi galra e di ricostruzione dei-"

"Domani," lo interrompe Keith. "Possiamo farlo domani."

La tensione abbandona le spalle di Shiro, annuisce. "Domani," concorda. I suoi occhi si fissano sulla porta, si fanno tristi. "Devo chiudere con lui."

"Puoi fare domani anche quello."

Lo sguardo di Shiro si sposta su Keith, gli occhi pieni di cose da dire mentre nessuna parola lascia le sue labbra. E' lo stesso sguardo con cui lo ha sempre guardato, e Keith si chiede come abbia fatto a non rendersi conto di nulla fino a quel momento. Pensa a tutta alla sofferenza che potevano entrambi si sarebbero potuti risparmiare, pensa a quanto Shiro debba essere stato male per arrivare ad accettare una proposta di matrimonio. Shiro appoggia la mano sulla sua, interrompendo il flusso dei pensieri. Il calore sembra diffondersi all'intero corpo di Keith.

"Non può aspettare. Non voglio perdere un altro momento con te"

Keith volta il palmo verso l'alto e intreccia le dita a quelle di Shiro, più grandi e nodose delle sue, della dimensione perfetta per esservi intrecciate. Keith si ferma a guardare il modo in cui le loro mani si intrecciano, il calore che quella vista risveglia nel suo petto è come nient'altro che abbia mai sentito in vita sua, niente che non fosse Shiro.

Shiro fa per alzarsi, ma Keith lo trattiene. Si avvicina a lui e appoggia le labbra sulle sue e il cuore gli ruggisce nel petto. Le labbra di Shiro sono secche e screpolate e sono la cosa migliore che Keith abbia mai assaggiato.

Per mettere le cose al loro posto possono aspettare il giorno dopo, i drammi e i cuori infranti possono aspettare il giorno dopo, ma questo... per questo hanno già aspettato fin troppo.









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Titolo: Meet Your Master [raccolta]
Fandom: Voltron Legendary Defender
Missione: M5 - BDSM


Origini )
 

Un nuovo gioco )


Anticipazioni )


Presentazione )

human

Mar. 20th, 2020 10:42 pm
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Titolo: human
Fandom: Voltron
Missione: M1 "Trust
Parole: 1111
Rating: nsfw

"Sei sicuro?”
Keith annuì deciso. Shiro strinse il nodo della benda che gli copriva gli occhi. Keith sentì il suo peso sollevarsi dal materasso e i suoi passi percorrere la stanza.
Keith, seduto sul letto con solamente un paio di pantaloni di tuta addosso, cominciava a sentire freddo.
"Se dici quiznak mi fermo -, disse Shiro, il tono non ammetteva repliche.
"Sì”
La stanza rimase in silenzio per qualche attimo, Keith cominciò a sentire la pelle fremere per il nervosismo.
"In piedi. Spogliati”, disse Shiro.
La sua voce era piena e calma come al solito, ma il sottofondo autoritario non sfuggì a Keith. Aveva imparato a riconoscere un ordine quando ne sentiva uno.
Si alzò in piedi, fece qualche passo verso il centro della stanza. Le gambe gli tremavano più di quanto volesse lasciar vedere, sentiva le guance bollenti, ma almeno la benda gli toglieva l’imbarazzo di dover guardare Shiro.
Non aveva alcun tipo di riferimento, la percezione del suo corpo era completamente diversa da quella a cui era abituato, ma riuscì a sfilarsi i pantaloni e farli cadere a terra.
“Voltati”, gli disse Shiro, la sua voce improvvisamente vicina.
Keith si voltò lentamente. Sentì il calore del corpo di Shiro vicino alla sua schiena, il suo respiro gli sfiorava l’incavo del collo, una ciocca di capelli gli sfiorò la spalla. Shiro percorse con un dito il suo avambraccio, dall’alto verso il basso, fino a sfiorargli l’interno del polso.
"Mani dietro la schiena -, gli sussurrò nel suo orecchio.
Keith provò un brivido di soddisfazione nel sentire che la sua voce si era fatta più scura e roca. Eseguì l’ordine e sentì qualcosa di pesante e freddo avvolgersi intorno i suoi polsi e scattare secco.
"Tutto bene?”, gli chiese Shiro a bassa voce nell’orecchio, la sua voce era tornata alle tonalità in grado di calmarlo.
Keith annuì.
Shiro si allontanò da lui. “In ginocchio”, gli ordinò.
Keith quasi crollò sul posto. Il tappeto era soffice sotto le ginocchia nude. Sentiva i passi di Shiro sul pavimento, ma non riusciva a capire dove fosse. Keith non aveva la concezione del tempo. Le ginocchia cominciavano a intorpidirsi, i muscoli delle cosce a tremare. Keith ebbe un attimo di panico, ripensò agli uomini con cui aveva sempre visto Shiro: erano sempre stati alti, muscolosi. Lui, al confronto, aveva un fisico più piccolo, longilineo, la sua muscolatura era allungata come quella di un ballerino, quasi femminile. Si chiese se Shiro, a vederlo finalmente nudo, avesse cambiato idea su quella storia.
"Non hai idea di quanto tu sia bello in questo momento"
La voce di Shiro si era fatta più roca, fece scorrere un brivido lungo la schiena di Keith. Ebbe l’istinto di coprirsi, ma le manette lo bloccarono, il rumore di metallo risuonò nella stanza. Poteva sentire lo sguardo di Shiro bruciare sulla sua schiena. La sua erezione cominciò a mostrarsi.
"Che cosa aspetti?", chiese a denti stretti.
"Sto pensando. Sto pensando da dove cominciare".
Keith sentì ancora più sangue affluire al suo intimo.
"Potrei cominciare piano”, continuò Shiro. “Dal collo, vedere quanto siano sensibili i tuoi capezzoli… Ti piacerebbe, credo. O potrei venire lì, spingerti la faccia sul tappeto e cominciare a prepararti senza troppe cerimonie”
La testa di Keith scattò in sù, un gemito gli sfuggì dalle labbra.
"Oh”, emise sorpreso Shiro. “Pensavo non potessi diventare più sexy e mi hai appena smentito”
"Fai qualcosa allora”
"Hai chiesto a me, quindi facciamo a modo mio”, rispose secco.
La mano di Shiro si poggiò sotto il suo mento e gli alzò la testa verso l’alto.
"Vorrei veramente vedere i tuoi occhi in questo momento. Saranno offuscati, semichiusi. Bisognosi. Vuoi che ti tocchi, non è vero Keith?”
Keith non riuscì a trattenere un gemito. Annuì.
"Puoi tirarti su?”
Keith cominciò ad alzarsi. Le gambe gli tremavano dopo essere stato in quella posizione per un po’, ma Shiro lo tenne. Keith sospirò al contatto con il corpo dell’altro, si protese ancora di più verso di lui.Indossava ancora tutti i vestiti, notò con disappunto.
Cominciò a passargli le dita sul petto, Keith si protese verso il contatto.
"Pazienza”, ridacchiò Shiro nel suo orecchio. Il suo fiato era caldo contro la sua pelle.
Keith gemette di disappunto.
“Sai, non riuscivo a crederci quando sei venuto a chiedermelo”. Gli lasciò un bacio sul lobo dell’orecchio. “Chiedermi di legarti, bendarti e farti quello che volevo”, la sua voce si era fatta ancora più roca.
Gli baciò la clavicola.
"Sei la persona di cui mi fido di più.”, rispose Keith.
Shiro gli baciò la spalla.
"Ma magari la prossima volta chiedo a Lance", lo provocò Keith. "Lui sarebbe andato direttamente al dunque”
Shiro gli morse la spalla, Keith gemette di piacere e di dolore insieme.
Lo depositò sul letto, le mani ancora legate dietro la schiena non la rendevano una posizione particolarmente comoda. Si sedette sopra di lui, le ginocchia ad entrambi i lati dei suoi fianchi. Cominciò ad accarezzargli i fianchi con una mano e continuò a baciargli il collo.
"Entrambe”, gemette Keith inarcandosi contro il materasso. "Entrambe le mani”
"Pensavo non volessi…”
Lasciò la frase in sospeso, ma Keith sapeva cosa volesse dire – quella mano era Galra, faceva parte di ciò da cui stava cercando di scappare.
"Voglio tutto quello che puoi darmi”
Le due mani di Shiro gli percorsero i fianchi, mentre le sue labbra andavano ad attaccare un capezzolo, lo mordicchiò delicatamente e Keith emise un gemito acuto.
Continuò a scendere.
Keith si sentiva già al limite. “Ti prego”
Cominciò a prepararlo. Keith aveva la testa schiacciata sul cuscino di lato, mentre la mano di Shiro spingeva dentro di lui con sempre più forza, scopandolo con due dita.
"Dimmi cosa vuoi”
Keith non rispose.
"Parlami Keith, altrimenti non so cosa vuoi”
"Voglio sentirmi umano, voglio sentirmi solo umano, voglio dimenticare di essere Galra. Ti prego. Fammi sentire umano”
Shiro entrò in lui.
"Grazie”, gli disse improvvisamente Shiro. “Grazie per permettermi di fare questo"
Erano mesi non lo faceva, gli ci volle un po’ ad abituarsi all’intrusione.
Cominciò a spingere dentro di lui senza pietà, si angolò in modo da andare a colpire la sua prostata.
"Posso baciarti?”
Keith annuì.
Shiro lo baciò e c’era qualcosa in quel bacio che lo fece sentire così umano da portarlo sull’orlo delle lacrime, la benda si inumidì. La cura, l’attenzione, l’affetto. La devozione.
Vennero entrambi.
Gli sciolse le mani dalle manette.
Gli accarezzò i polsi, massaggiandoli per fargli riprendere la circolazione.
Lo tenne stretto, senza togliere la benda.
Keith gliene fu grato, si nascose nel suo petto e Shiro lo tenne stretto.
Quando si decise a togliere la benda, la prima cosa che vide fu il sorriso rassicurante di Shiro.

feel me

Feb. 26th, 2020 07:01 pm
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Titolo: feel me
Fandom: Voltron
Prompt/missione: M1 - Mecha
Parole: 4000
Rating: nsfw
Note: just porn. porn nel leone.

Shiro stava riposando sdraiato sulla brandina che avevano rimediato per il viaggio nel retro del Leone Verde. Riusciva a sentire il rumore metallico della nuova invenzione a cui Pidge stava lavorando nella sala di comando.
Si chiese se quello potesse essere un buon momento. C'erano solamente loro due nel Leone Verde e Pidge in quel momento era distratta. Certo, c'erano anche quegli strani mostriciattoli colorati che Pidge aveva trovato, ma quelli non si allontanavano mai troppo da lei.
Shiro cominciò a sfiorarsi appena da sopra la stoffa dell'uniforme. La propria erezione cominciò ad indurirsi al minimo contatto e Shiro lasciò andare un sospiro. Per ottenere più contatto avrebbe dovuto spogliarsi integralmente. Provò a tendere l'orecchio. Continuavano a provenire rumori dalla sala di comando, ma se Pidge avesse deciso di interrompere il suo lavoro per qualunque motivo e fosse andata a cercarlo, lui non avrebbe fatto mai in tempo a rivestirsi prima che la ragazza entrasse.
Sospirò frustrato e decise di lasciar perdere.
Ormai stava arrivando al limite della sopportazione. Erano in viaggio in direzione della Terra ormai da settimane, lui aveva sempre condiviso il Leone con troppa gente e i momenti di privacy erano ridotti al minimo. Il massimo che era riuscito a concedersi era stata una tristissima sessione masturbatoria sotto la doccia, con Lance che bussava insistentemente perché anche lui aveva bisogno del bagno. Non aiutava neanche il fatto che spesso viaggiasse con Keith e fosse comunque costretto a tenere le distanze da lui, non solo perché avevano deciso di tenere quella relazione nascosta per un po' per non rischiare di alterare gli equilibri con il resto del gruppo, ma soprattutto perché la maggior parte delle volte si trovava a viaggiare con Keith e sua madre, il che lo faceva sentire anche un po' in colpa dal momento che, mentre parlava con lei, la sua mente continuava a offrirgli immagini dei vari modi in cui avrebbe potuto spogliare Keith e farselo sulla consolle di comando del Leone Nero. Keith, nel complesso, sembrava che stesse vivendo molto meglio di lui quella situazione, probabilmente il fatto di avere il comando contribuiva a tenerlo occupato. Una parte di Shiro, però, continuava a sperare che fosse solo più bravo a nasconderlo.
Un secco zac riscosse Shiro dai suoi pensieri. Shiro si trovò davanti Kosmo, con la lingua di fuori e la coda che si agitava in maniera eccitata.
"Ciao bello!", gli disse Shiro accarezzandogli la testa.
Il lavoro che stava facendo era impagabile. Permettergli di cambiare spesso compagni di viaggio in una situazione come quella, in cui lo spazio vitale era poco, stava permettendo a tutti di evitare nervosismi e litigi per cose insignificanti.
"È già il momento di cambiare?", chiese a Kosmo.
Kosmo agitò la coda e Shiro appoggiò una mano sulla sua testa, pronto a sentire il familiare strappò che sentiva ogni volta che veniva teletrasportato.
Quando Shiro riaprì gli occhi si ritrovò nella testa del Leone Nero, Kosmo era già sparito.
"Bentornato", lo salutò Keith.
Shiro si appoggiò allo schienale del suo sedile di comando e si guardò intorno. Vedendo che erano soli, approfittò del momento per far sollevare la testa a Keith e dargli un rapido bacio a stampo. Keith ricambiò con trasporto, spingendosi verso di lui. Sì staccarono con uno schiocco rumoroso.
Non era solo il sesso quello di cui sentiva la mancanza, sentiva in generale la mancanza di Keith, anche solo di toccarlo e averlo sempre vicino.
"Tua madre?" chiese solo allora Shiro.
"Kosmo l'ha trasportata via, ma non so da chi l'abbia portata".
Shiro annuì e si mise in attesa di vedere chi sarebbe stato il loro compagno per quel tratto di viaggio, ma dopo un po’ ancora non era arrivato nessuno.
Keith contattò gli altri Leoni per vedere quale fosse la disposizione attuale. Sua madre, scoprì, era stata portata nel Leone Giallo e sembrava starsi divertendo con Hunk. Kosmo era rimasto con loro. Agitò la coda contento quando vide Keith nello schermo.
“Bene”, disse Keith. “Ci aggiorniamo più tardi”.
Chiuse le comunicazioni, si alzò dal sedile del pilota e si voltò nuovamente verso Shiro. Gli fece scorrere le mani sul petto e le intrecciò dietro il suo collo.
“Siamo soli quindi”, gli disse.
Shiro sorrise. “Sembra che Kosmo abbia deciso che dovevamo stare un po’ da soli”
“Potrei essermi lamentato un po’ con lui”, ammise Keith imbarazzato.
Shiro si avvicinò ancora. Sfiorò con le labbra le labbra di Keith.
“E, sentiamo, cosa gli avresti detto?”, chiese con voce lasciva.
“Che era da tanto che non riuscivamo ad avere un po’ di tempo da soli”, gli rispose Keith avvicinandosi, cercando il contatto con Shiro che sorridendo tirò indietro la testa, divertendosi a provocare la poca pazienza di Keith.
Keith mise il broncio e abbassò la testa, Shiro gli prese il mento con la mano, spingendolo ad alzare nuovamente il viso e finalmente lo baciò. Succhiò il labbro inferiore e lo mordicchiò. Keith gemette e spinse il suo corpo di più contro quello di Shiro, fece entrare di prepotenza la lingua tra le sue labbra. Shiro sentì la propria erezione gonfiarsi rapidamente all’interno dell’uniforme.
Si staccò da Keith, erano entrambi senza fiato, ma Shiro non gli diede il tempo di riprendersi. Con l’unica mano che aveva cominciò ad armeggiare con la chiusura dell’uniforme per liberargli il collo. La aprì appena, liberando un po’ di spazio, prima di attaccare la pelle chiara appena rivelata. La ricopri di baci alternati a morsi che facevano gemere Keith direttamente nel suo orecchio. Quel suono arrivava diretto all’erezione di Shiro, facendolo eccitare ancora di più e spingendolo ad essere sempre più intraprendente. Si spinse contro Keith e sentì la sua erezione premere contro la coscia.
“Shiro”, provò a dire Keith tra i sospiri. “Dovremmo fermarci prima che la situazione degeneri”
“Perchè?”, chiese Shiro cominciando a risalire con le labbra verso il suo orecchio. “Siamo soli”, gli sussurrò. “Le comunicazioni sono chiuse”, un altro bacio appena dietro l’orecchio. “E tu mi sei mancato terribilmente”, gli mordicchiò il lobo.
Keith gemette ancora, inarcandosi contro di lui, spingendo la sua erezione ancora chiusa nell’uniforme contro quella di Shiro. Entrambi si morsero il labbro inferiore e sospirarono con gli occhi chiusi.
“Mi sei mancato anche tu”, gli disse Keith passandogli le mani sugli addominali scolpiti, ne poteva sentire la forma anche attraverso la stoffa attillata dell’uniforme. “Averti vicino e non poterti toccare è stata una tortura”.
“Adesso puoi. Puoi farmi tutto quello che vuoi”
“Non sappiamo quanto tempo abbiamo”, provò ancora ad obbiettare Keith, ma si vedeva che le sue remore stavano cominciando a sgretolarsi.
Shiro sorrise. “Sono sicuro che Kosmo ci stia coprendo le spalle”
Keith sbuffò. “Non si chiama Kosmo!”
“Ormai risponde anche lui al nome, rassegnati”, gli rispose Shiro baciandolo ancora.
Keith si lasciò andare contro di lui, rispondendo al bacio con trasporto. Shiro ricominciò ad armeggiare con la chiusura dell’uniforme.
Sentirono in quel momento il rumore di una comunicazione in arrivo. Entrambi si voltarono di scatto verso il monitor, poi Shiro aiutò Keith a rimettere a posto l’uniforme. Non era perfetta, non avevano il tempo per raddrizzare le protezioni e per i capelli non c’era nulla che si potesse fare, ma non avevano più tempo.
Keith si sedette al posto di comando e accettò la comunicazione in entrata. Sullo schermo comparve il volto di Pidge.
“Che succede?”, le chiese immediatamente.
“Stiamo per avvicinarci a un campo di asteroidi. Potremmo evitarlo, ma ci allungherebbe il viaggio non di poco. Dovremo attraversarlo. Dovrai farci strada”
“Tra quanto saremo lì?”
“Non molto. Dovrebbe essere già visibile sul tuo monitor”
Keith annuì. “Andiamo”, disse deciso.
Estese la comunicazione anche agli altri, i volti di tutti comparvero sullo schermo. Riferì le informazioni che Pidge gli aveva comunicato e cominciò a dare disposizioni.
“Pidge, tu dietro di me. Allura dietro di lei. Hunk, tu mettiti dopo. Dovrai difendere Allura e Lance in caso di detriti. Lance tu chiudi la fila. Red è agile, è il più adatto a schivare”.
Tutti diedero l’okay e si sistemarono nella formazione concordata.
Shiro, rimasto in disparte fuori dall’inquadratura, osservò Keith entrare immediatamente in modalità comandante. Aveva qualcosa di eccitante vederlo così, fiero e sicuro. La sua voce era calma e moderata, i suoi ordini ragionati e non più azioni impulsive. Quell’incarico gli donava. Finalmente Keith aveva cominciato a vedere in lui quello che Shiro aveva sempre visto, quello che Shiro era stato sempre convinto che sarebbe potuto diventare.
“Stiamo entrando nel campo di asteroidi”, annunciò Keith. “Restate dietro di me”.
Entrarono nel campo di asteroidi. Fu subito chiaro che la situazione era complicata ma non critica. Keith era un pilota eccezionale, se la sarebbe cavata senza problemi, ma Shiro voleva aggiungere della difficoltà a quell’impresa.
Si inginocchiò a terra e, stando sempre attento a non entrare nell’inquadratura, si trascinò fino ad infilarsi tra le gambe di Keith, sotto la consolle di comando. Keith lo fulminò con lo sguardo per un secondo, ma non poteva distogliere a lungo lo sguardo dal campo di asteroidi.
Shiro cominciò a far passare le labbra sull’interno coscia di Keith, nel punto in cui l’uniforme era di tessuto leggero e attillato, senza le protezioni. Le passò piano, era appena una carezza la sua, ma Keith si strozzò con la saliva e divenne totalmente rosso.
“Tutto bene, Keith?”, gli chiese Lance. “Serve una pausa dal comando? Posso sostituirti in qualunque momento!”, disse con il tono di sfida che era ormai classico di ogni loro comunicazione.
“Tutto bene”, rispose Keith cercando di darsi un contegno.
Nuovamente fulminò Shiro con lo sguardo cercando di non farsi vedere, ma quello si limitò a rivolgergli un sorriso angelico con la testa appoggiata al suo interno coscia.
Keith continuò a guidare agilmente, cercando di fare finta di nulla. Shiro riprese a passare le labbra sul suo interno coscia, approfondendo il contatto, alternando baci umidi a piccoli morsi che ogni volta facevano trattenere un sospiro a Keith, che cercava di mantenere un tono di voce normale mentre continuava a dare ordini agli altri.
Shiro cominciò a risalire con le labbra, avvicinandosi sempre di più all’erezione di Keith ancora ben visibile attraverso la stoffa. Keith spinse il bacino verso di lui, cercando di avvicinarsi alle sue labbra, ma Shiro gli portò la mano all’anca e lo tenne fermo, ben seduto sul suo sedile, e continuò ad esplorare l’area circostante.
Quando finalmente Shiro decise di dedicarsi alla sua erezione, partì sfiorando appena la lunghezza con le labbra. Fece su e giù un paio di volte, prima di prendere improvvisamente in bocca la punta attraverso la stoffa, bagnandola con la saliva.
Keith si strozzò con la saliva, si lasciò quasi scappare un gemito e fu vicino al farsi colpire da un asteroide, ma riuscì a riprendersi all’ultimo momento.
Shiro continuò, facendo ruotare la lingua intorno alla punta. I gemiti strozzati che Keith ormai tratteneva a malapena mentre continuava a dare indicazioni altri altri andavano diretti alla sua erezione, rendendo complicato anche per Shiro mantenere un contegno. Abbassò la mano che stava ancora tenendo Keith fermo al suo posto e la portò al suo sesso, cominciando a massaggiarlo attraverso la stoffa. Per trattenere i suoi gemiti, Shiro strinse ancora di più tra le labbra la punta dell’erezione di Keith.
Keith stava concentrando tutti i suoi sforzi sul tenere costante l’andamento del Leone invece di scattare in avanti e lasciare gli altri indietro. Lo si poteva vedere dai muscoli tesi in tutto il suo corpo.
“Bene”, disse improvvisamente Keith. “Siamo fuori dalla fascia di asteroidi. Ci sentiamo dopo”, disse tutto d’un fiato e chiuse di colpo la chiamata.
Si alzò di scatto e allontanò il sedile dalla consolle. Afferrò Shiro per una spalla, lo tirò in piedi e fece sbattere le loro labbra in modo famelico, in un bacio che era quasi solo lingua e denti. Si staccò da lui e slacciò l’uniforme di Shiro, togliendola tutta in un solo colpo. Poi spinse di forza Shiro contro il sedile e si sedette sopra di lui a gambe divaricate.
“Sei uno stronzo”, disse tra gli ansiti mentre spingeva la propria erezione contro il corpo di Shiro, tenendogli la testa tra le mani e continuando a baciarlo senza lasciargli scampo.
Scese poi ad attaccare i suoi capezzoli. Sapeva perfettamente che erano uno dei suoi principali punti deboli. Li leccò e succhiò. Shiro reclinò la testa contro il sedile, chiuse gli occhi, e gemette liberamente, senza pensare più a trattenersi. Quando li reputò abbastanza umidi, ci soffiò appena sopra. Il contrasto tra l’aria fresca e la pelle umida fece rabbrividire Shiro. Keith passò poi a mordicchiare leggermente le punte dei capezzoli ormai turgidi.
“Ti prego, spogliati”, ansimò Shiro ancora ad occhi chiusi.
Cercò alla cieca l’apertura dell’uniforme di Keith.
“Non ancora”, gli rispose Keith. “Hai fatto lo stronzo, ora ne paghi le conseguenze”.
Keith si inginocchiò a terra davanti al sedile.
“Com’è che hai fatto tu? Qualcosa del genere, no?”, chiese cominciando a passargli le labbra delicatamente sull’interno coscia. Cominciò a replicare tutte le mosse di Shiro contro di lui, senza mai andare a toccare il suo sesso ormai rosso e umido per il liquido preseminale. Shiro tremava e si agitava sulla sedia, alternando ansiti, mormorii incoerenti e parole che non riusciva a portare a termine.
“Ho capito, ho capito”, riuscì a dire. “Sono stato uno stronzo… ma ora ti prego. Ti prego. Ho bisogno di te”, implorò.
Keith si alzò in piedi.
“Sei stato bravo fino adesso, potresti meritare una ricompensa”, disse Keith con un sorriso.
Shiro emise un sospiro di sollievo. “Grazie”.
Keith si liberò dell’uniforme e Shiro rimase seduto a godersi lo spettacolo della pelle che si rivelava, del suo ragazzo che si spogliava per lui. Anni di combattimento avevano reso il suo fisico snello e ben definito, ma la sua predilezione per l’agilità in combattimento aveva fatto sì che la sua muscolatura si sviluppasse allungata e aggraziata, come quella di un ballerino. Inconsciamente Shiro si bagnò le labbra con la lingua.
Keith recuperò da uno scomparto della consolle una boccetta di lubrificante.
“In sala di comando?”, chiese Shiro alzando un sopracciglio.
“Mi piace essere preparato”, rispose Keith cercando di fingere nonchalance.
“Mi piace”
Si avvicinò a Shiro e si mise nuovamente a cavalcioni sopra di lui. Shiro lo afferrò per un gluteo e se lo tirò ancora di più addosso, reclamando le sue braccia in un nuovo bacio, più dolce dei precedenti, che trasmettesse tutto l’amore che provava per quel ragazzo. Keith ricambiò tenendogli il viso tra la mani.
Quando si staccarono appoggiò la fronte contro la sua.
“Pronto?”, gli chiese Keith.
“Per te sempre”, gli rispose Shiro con un sorriso.
Keith aprì il lubrificante e ne fece colare un po’ sulle dita di Shiro, poi appoggiò la testa alla spalla di Shiro. Mentre Keith si teneva aperto per lui, Shiro sparse bene il lubrificante tra le dita e lo scaldò un po’, poi portò la mano alla sua apertura. Cominciò a massaggiare l’anello di muscoli con l’indice, Keith gemeva contro la sua spalla.
“Entra”, gli disse ansimando.
“Non voglio farti male”.
Quando lo sentì abbastanza rilassato, Shiro lo penetrò piano. Keith inarcò la testa ed emise un gemito che somigliava ad un sospiro di sollievo. Era da un po’ che non avevano occasione di farlo e Keith era veramente stretto. Shiro strizzò gli occhi all’idea di penetrarlo in quel momento, di sentirlo così stretto intorno al suo sesso. Non vedeva l’ora, ma non voleva affrettare le cose. Shiro cominciò a muovere il dito e i gemiti di Keith cominciarono a salire di volume. Shiro sentì la propria erezione contrarsi in risposta. Quando Keith cominciò a spingersi contro il suo dito, Shiro aumentò il ritmo.
Gli cominciava già a far male il polso, ma nessuno dei due aveva voglia di fermarsi per spostarti da un’altra parte dove potesseo stare più comodi.
Shirò lo penetrò piano con un secondo dito e sentì Keith irrigidirsi. Rimase fermo in quella posizione per dargli tempo di abituarsi, lasciandogli baci in qualunque punto del viso e della testa che riuscisse a raggiungere.
“Non hai fatto nulla ultimamente?”, chiese Shiro baciandogli la guacia.
“Non ne ho avuto l’occasione”, rispose Keith.
Cominciò a spingersi piano contro di lui. Shiro mantenne la mano ferma, per lasciare che Keith trovasse il suo ritmo e si adattasse a poco a poco.
Quando Shiro lo penetrò con il terzo dito, Keith cominciò immediatamente a spingersi contro di lui.
“Piano”, gli sussurrò all’orecchio. “Non vorrai farti male”
“Voglio te”, gli rispose Keith. “Adesso”
“Non deve farti male, però”.
Keith si fermò. Quando Shiro lo sentì abbastanza rilassato cominciò a muoversi piano e lentamente, accelerando a poco a poco il ritmo. Keith gemeva nel suo orecchio.
“Sono pronto”, ansimò Keith.
“Ancora uno”
“Non ce la faccio più ad aspettare”.
Goccioline di sudore cominciavano a scendere dalla fronte di Keith, il suo viso era rosso e le sue gambe cominciavano a tremare per la posizione scomoda che stava tenendo, le sue mani stavano perdendo la presa sulle sue natiche.
“Ancora uno”, ripetè Shiro. “Per favore”
Keith annuì e lasciò che Shiro lo penetrasse con il quarto dito. Shiro sentiva il calore di Keith intorno a lui, anche lui era a limite e non vedeva l’ora di affogarci dentro. Quando finalmente lo reputò pronto, Shiro tolse le dita. Keith gemette per la perdita, ma durò appena un attimo.
Prese nuovamente il lubrificante e ne versò una quantità abbondante sull’erezione fino a quel momento trascurata di Shiro. Shiro rabbrividì al contatto tra la sua pelle bollente e il gel freddo.
Keith si sistemò meglio sulle gambe di Shiro, si appoggiò con una mano alla sua spalla per mantenere l’equilibrio, mentre con l’altra teneva il sesso di Shiro allineato con la sua apertura. Shiro mise la mano sul fianco di Keith, per aiutarlo almeno in parte a sostenere il suo peso.
Keith cominciò ad affondarci piano. La punta entrò ed entrambi gemettero mandando indietro la testa.
“Cazzo”, mormorò Keith con la voce piena di piacere.
Shiro si morse il labbro al punto da sentire il sapore del sangue, stava concentrando tutti i suoi sforzi sul trattenersi dall’entrare il lui con un solo colpo secco.
Keith continuò ad affondare lentamente, ma senza fermarsi fino a che Shiro non fu interamente dentro di lui. Si fermò per qualche momento.
“Tutto okay?”, gli chiese Shiro con voce strozzata.
Keith annuì. “Mi serve solo un momento”.
Shiro si tirò su con il busto, avvicinandosi a Keith, e cominciò a passare le labbra delicatamente sulla sua clavicola.
Keith cominciò a muoversi lentamente, con le gambe che gli tremavano, scaricando il peso appoggiandosi sulle spalle di Shiro. Shiro rimase affascinato dai muscoli che si muovevano sotto la pelle delle sue cosce. Entrambi gemettero rumorosamente quando Keith riaffondò su di lui di colpo.
Il ritmo di Keith si fece sempre più incalzante, mandò la testa indietro. Sapevano entrambi che non sarebbero duranti a lungo.
“Più veloce”, gli chiese Keith con voce rotta.
Shiro strinse Keith per la vita e cominciò ad andargli incontro con il bacino, facendo leva sui piedi appoggiati saldamente sul pavimento. Keith era leggero sopra di lui. Shiro avrebbe voluto sollevarlo di peso e sbatterlo contro il muro, ma si sarebbe tenuto l’idea per un altro giorno, quando avrebbe riavuto entrambe le sue braccia.
Shiro sentì l’orgasmo avvicinarsi.
“Sto…”, cominciò a dire.
Keith annuì. Portò una mano tra i loro due corpi e cominciò a toccarsi al ritmo delle spinte di Shiro. Quando venne Shiro lo sentì contrarsi intorno a lui. Venne subito dopo.
Rimasero stretti così a riprendere fiato. Keith nascose la testa nell’incavo della sua spalla. e si rilassò contro il suo petto.
“Ne avevo bisogno”, mormorò sulla sua pelle.
Shiro gli diede un bacio sulla testa e gli accarezzò i capelli.
“Dovremmo darci una pulita”
“Ancora un momento”, gli disse Shiro stringendolo e nascondendo la testa tra i suoi capelli. Inspirò a fondo il suo odore, sapeva di fumo del lampone del suo shampoo.
Keith sorrise contro di lui e non si mosse.
“Vieni a vivere con me”, gli disse improvvisamente Shiro.
Keith alzò la testa di scatto, con gli occhi spalancati. “Cosa?”
“Quando saremo tornati sulla Terra, vieni a vivere con me”
“Shiro, io-”
“Lo so. Vuoi continuare il tuo lavoro con le Lame e lo capisco. Ma voglio che tu abbia una casa per quando torni sulla Terra. E voglio che quella casa sia con me”.
Keith sorrise, nascondendosi il viso tra i capelli.
“Potrei stare via per parecchi mesi”
“Ti aspetterò”
Keith si appoggiò nuovamente al suo petto. “Va bene”.
Dopo un po’ si alzarono, Keith tirò fuori da uno scomparto della consolle alcune salviettine umidificate e le porse a Shiro per pulirsi. Shiro poteva vedere il suo seme scivolare lungo la coscia di Keith. Il suo sesso diede dei cenni di vita a quella vista, ma Shiro cercò di tenerlo a bada. Erano riusciti a ritagliarsi quel po’ di tempo, sapeva che non sarebbe stato facile ritargliersene abbastanza per un secondo round.
Si rivestirono entrambi e Keith si sedette nuovamente al suo posto. Appoggiò la mano sul bottone per riaprire le comunicazioni, ma sembrava riluttante a premerlo, quasi avesse paura di distruggere quel momento che si era venuto a creare tra di loro. Voltò la testa in direzione di Shiro, che gli sorrise incoraggiante.
Keith sospirò e schiacciò il bottone.
“Secondo voi gli ci vorrà ancora molto?”, sentirono Lance chiedere.
“Non voglio saperlo!”, rispose Pidge.
“Ringraziamo che almeno abbiano chiuso l’interfono”, intervenne Hunk.
“Di che si parla?”, chiese Keith intervenendo nella conversazione.
“Di te e Shiro”, rispose Lance senza problemi.
Keith si voltò verso Shiro alzando un sopracciglio.
“Cosa su me e Shiro?”, chiese Keith con espressione preoccupata, tenendo ancora lo sguardo ancorato a quello dell’altro.
“Quanto ci avreste messo prima di crollare e scopare come ricci nel vostro Leone”
“LANCE!”, lo rimproverò Allura.
“Cosa?!”, rispose quello esasperato. “Ti ricordo che è stata sua madre la più entusiasta quando ha saputo della scommessa! Seriamente poi, eravate convinti che la cosa della relazione stesse funzionando? No perchè vi fate gli occhi dolci praticamente da sempre, che era solo questione di tempo lo sapevamo tutti. Quando poi avete smesso di sembrare miserabili al riguardo che cosa fosse successo è stato chiaro a tutti”
Keith sembrava sconvolto, mentre Shiro cercava di non scoppiare a ridere.
“Scusa, cosa? Una scommessa? Mia madre? Ma cosa….”
Lance sbuffò. “Io avevo scommesso che avreste resistito solo una settimana, Pidge e Hunk hanno puntato su un mese. Allura, illusa, aveva scommesso che avreste resistito fino ad arrivare sulla Terra”.
Keith non sapeva più cosa fare, divenne completamente rosso e si nascose il viso tra le mani. Avrebbe voluto sotterrarsi in quel momento. Shiro si avvicinò a lui e lo strinse.
“Lance, lo stai uccidendo”, commentò.
Lance scoppiò a ridere. “Ehi, se è abbastanza grande per fare 'ste cose è abbastanza grande anche per parlarne!”
“Sei più grande di me solo di tre mesi”, intervenne Keith ancora nascosto dietro le sue mani. “E tecnicamente ho anche due anni più di te ormai”.
“Allora, ho vinto io alla fine?”, intervenne anche la voce di Krolia piena di ironia.
"Sì", rispose Lance a mezza bocca.
"Passerò a riscuotere le mie vincite"
Lance sbuffò. “Non vale però! Sei stata nel Leone per tre settimane, così hai falsificato la classifica!”
Krolia scoppiò a ridere. “Non ho mica deciso io! Ha fatto tutto Kosmo-"
"Non si chiama Kosmo", borbottò Keith
"...seguendo quello che voleva Keith e quanto pare Keith voleva-”
“MAMMA!”
“Che c’è? Pensavi veramente che non lo sapessi? Siamo stati insieme per due anni su quella specie di balena, ho avuto modo di vedere tutta la tua vita praticamente”
“Non è quello!”
“Che ho vinto la scommessa? Andiamo conosco mio figlio. Sapevo che ci avresti provato a fare il buon leader e a non lasciarti trascinare. Almeno per un po’”.
Keith appoggiò la testa contro la consolle, cercando di fondersi con il suo Leone e sparire.
Shirò ridacchio, con la sua voce profonda e strinse meglio Keith.
“Almeno adesso lo sanno. E ho anche la benedizione di tua madre”
Keith fu solo parzialmente consolato dalla cosa.
chasing_medea: (Default)
Titolo: La giustizia
Fandom: Voltron
Prompt/missione: M2 - 8. La giustizia
Parole: 4000
Rating: safe
Note: La carta della giustizia indica la necessità di rivedere una determinata situazione in cui ci si trova e cercare un rimedio. Preme per raggiungere uno stato di consapevolezza. Non sempre la consapevolezza è priva di dolore.

Shiro finì di sbrigare le ultime pratiche e tirò un sospiro di sollievo, rilassandosi contro lo schienale della sedia. Si portò una mano al collo e massaggiò i muscoli che sentiva atrofizzati dopo tutte quelle ore passate seduto.
Sapeva che il suo lavoro era importante, che in una fase così delicata, quando ancora la Terra si stava leccando le ferite, i terrestri non sapevano ancora cosa pensare dei contatti con le civiltà aliene e la ricostruzione dopo l’ultimo attacco non era ancora stata portata a termine, curare le relazioni diplomatiche con le nuove civiltà di cui i terrestri erano appena venuti a conoscenza era essenziale, ma in quei momenti sentiva la mancanza del lavoro sul campo.
Gli mancava essere lassù, in prima linea a combattere, invece che chiuso in un ufficio. Si alzò dalla scrivania e si avvicinò alla finestra. Il buio era ormai calato sulla cittadella militare, illuminata solo dai lampioni. Dalla maggior parte delle finestre non proveniva alcuna luce, segno che la maggior parte degli impiegati doveva ormai essere andata a casa. Provò a guardare in alto, ma l’illuminazione della cittadella gli impediva di vedere le stelle.
Sospirò e si allontanò dalla finestra. Recuperò le sue cose e si avviò verso casa.
Lui e Curtis, poco prima del matrimonio, avevano deciso di comprare una piccola villetta a due piani leggermente fuori dal territorio della Garrison. Nessuno dei due voleva abitare dentro la cittadella, convinti che la propria casa dovesse essere un posto dove poter staccare da tutto. La decisione non era stata presa bene dai capi, convinti che l’ambasciatore della Terra dovesse sempre avere la massima protezione, ma Shiro non aveva voluto sentire ragioni. Sapeva che sarebbe stato in grado di difendersi da solo se mai ce ne fosse stato bisogno.
Quando arrivò a casa, Curtis era ai fornelli. Shiro si avvicinò a lui, lo strinse da dietro con il solo braccio umano e nascose la testa nell’incavo del suo collo.
Curtis ridacchiò appena e gli depositò un bacio leggero tra i capelli bianchi.
“Giornata pesante?”
“Sono solo contento di essere riuscito a finire tutto prima di partire”, mormorò Shiro.
“Adesso avrai qualche giorno per rilassarti”
Shiro annuì, ma rimase comunque lì per qualche momento. Non sarebbe stata una visita esclusivamente di piacere, ma almeno avrebbe potuto rivedere gli altri paladini. Negli ultimi due anni si potevano contare sulle dita di una sola mano le volte in cui erano riusciti a rivedersi tutti insieme. Solamente Pidge e Hunk erano rimasti sulla Terra e con il suo lavoro riusciva a malapena a vedere loro. Non poteva negare che fosse stato un po’ traumatico dopo aver passato anni vedendoli tutti i giorni.
Curtis non disse nulla, lo lasciò stare lì per tutto il tempo di cui aveva bisogno continuando a girare la salsa.
“Hai tutto pronto?”, gli chiese Curtis dopo un po’.
“Devo mettere le ultime cose in valigia. Domani mattina abbiamo appuntamento alle 7”.
Curtis annuì. “Adesso fila a lavarti le mani che la cena è pronta”.



La vista di Altea dalla navicella era da mozzare il fiato. Distese di verde ovunque l’occhio arrivasse, campi di fiori e alteiani affaccendati in ogni dove. Ad attendere il loro arrivo, al bordo della zona di atterraggio, c’erano Allura, Lance e Coran. Gli vennero incontro non appena li videro scendere dal portellone.
Allura indossava un abito degno di una principessa, Shiro rimase abbagliato. Era fin troppo abituato a vederla indossare l’uniforme da paladino. Accanto a lei, Lance sembrava nato per indossare abiti alteiani. Si teneva dritto, in posa regale, ben lontano dal ragazzino goffo che Shiro aveva conosciuto anni prima. Shiro sentì il petto gonfiarsi e le lacrime premere per uscire davanti alla coppia reale.
Shiro si inginocchiò davanti a loro. Allura gli sorrise.
“Ne abbiamo passate troppe perchè tu debba inginocchiarti davanti a me”. Allungò una mano nella sua direzione e lo tirò nuovamente in piedi, poi lo strinse in un abbraccio. “E’ bello vederti”
Shiro la strinse. “Anche per me”. Si allontanò da lei e le prese la mani. “E’ incredibile quello che siete riusciti a fare in due anni”.
“Sì okay, tutto bellissimo. Ma non ti starai dimenticando di qualcuno?”, intervenne Lance allargando le braccia accennando a sè stesso.
“Oh, giusto! Coran!! Quanto tempo, i tuoi baffi sono sempre più folti!”
Curtis, rimasto in disparte, rise coprendosi la bocca con la mano nel vedere la scena. Lance mise su un’espressione imbronciata. Shiro scoppiò a ridere e allargò le braccia. “Vieni qui”. Strinse forte anche lui. “Ti donano gli abiti di un principe”
Lance borbottò qualcosa imbarazzato quando si sciolse dal suo abbraccio.
“Vi mostro la vostra stanza!” intervenne Coran, prendendo le loro borse. “Per strada avrete il piacere di osservare le novità del nuovo castello di Altea!”
Cominciò a camminare senza neanche controllare che Shiro e Curtis lo stessero seguendo. Shiro fece un segno di scuse a Allura e Lance e cominciò a seguire Coran.
Attraversarono le grandi porte ed entrarono del castello. L’architettura ricordava quella del vecchio Castello dei Leoni. Lungo la strada, Coran spiegò chi fosse qualunque reale rappresentato in qualunque dipinto incontrassero e i meccanismi di funzionamento del castello.
“Coran”, lo interruppe Shiro. “Dove sono gli altri?”
“Pidge e Hunk sono andati a trovare Romelle, torneranno per cena credo”.
“E Keith?”
“Non è ancora arrivato, aveva una missione da completare”.
Shiro annuì. Era da circa un anno che non lo vedeva e riuscivano a sentirsi solamente nelle pause tra una missione e l’altra, ma quelle duravano sempre troppo poco. Shiro gli aveva detto di riposarsi un po’, di prendersi un po’ di pausa, ma Keith non aveva voluto sentire ragioni e aveva continuato a caricarsi di lavoro. Secondo Pidge si era buttato nel lavoro per sfuggire a qualcosa, Shiro non era riuscito a capire cosa intendesse, ma Pidge non aveva voluto dire altro.
Coran li lasciò davanti alla loro camera e si congedò.
Gli era stata riservata una camera enorme, con un grande letto a baldacchino al centro.
Curtis si guardava intorno meravigliato.
“Questo posto è stupendo”, disse. Si buttò di peso sul letto. “E questo letto è la fine del mondo”.



La cena venne servita nella sala da pranzo piccola, che era comunque enorme e finemente decorata. Oltre ai paladini e Curtis erano presenti anche gli Holt, Romelle e l'intera famiglia di Lance, che occupava una buona metà del tavolo. Era una cena riservata, il resto degli ospiti sarebbe arrivata solamente il giorno dopo e solo pochi si sarebbero accomodati nelle stanze del Castello.
Shiro e Curtis si sedettero ai loro posti.
“Stasera ha insistito per cucinare Hunk”, spiegò Allura. “Nonostante dovesse essere nostro ospite”, continuò calcando il tono di rimprovero.
Hunk rise imbarazzato. “Mi mancava cucinare per voi!”
Shiro sorrise, sentendosi immediatamente a suo agio. Era come essere tornati al Castello dei Leoni, con loro seduti insieme a mangiare e i piatti deliziosi preparati da Hunk. Mancava solamente Keith a rendere quel pasto completo.
Quando alzarono la cloche Curtis guardò perplesso l’aspetto del suo piatto e della gelatina verde elegantemente impiattata su un lato.
Shiro sorrise e si avvicinò a lui.
“So che può fare paura”, gli disse all’orecchio. “Ma Hunk è un ottimo cuoco e maneggia i cibi alieni in maniera eccezionale. Non ti avvelenerà, tranquillo!”
“Si può dire lo stesso per quella?”
Shiro sospirò. “Pidge non ti odia”
“Non ne sarei così sicuro”.
Pidge, per qualche motivo, aveva preso si da subito Curtis in antipatia e lo aveva sempre trattato in maniera piuttosto fredda e distaccata, ma Shiro era abbastanza sicuro che Pidge non lo odiasse.
“Non ha comunque avuto accesso al cibo, ne sono sicuro”, rispose infine cercando di sdrammatizzare con un sorriso.
Appoggiò una mano sulla coscia di Curtis e la tenne lì per tutta la durata della cena.
Venne servito anche il dolce, qualcosa di un non molto invitante color magenta, ma Shiro aveva imparato da troppo tempo a non dubitare mai della cucina di Hunk. Ci affondò in cucchiaio senza farsi scrupoli.
Le porte della sala da pranzo si aprirono, Shiro alzò lo sguardo dal suo dolce e si bloccò con il cucchiaio a mezz’aria.
Sulla soglia Keith sorrideva loro, con i capelli lunghi raccolti in una treccia che gli scendava sulla spalla e ancora l’uniforme attillata delle Lame addosso.
Tutti rimasero bloccati per un momento.
“Ehm, sono ancora in tempo per il dolce?”, chiese Keith portandosi una mano al collo e sorridendo imbarazzato.
Subito Lance scattò in piedi alla ricerca di una sedia, lamentandosi tutto il tempo di come Keith avesse deciso di arrivare di soppiatto per non vedere quanto lui fosse diventato bravo a fare gli onori di casa e “tutte quelle altre cose da principe che tu non sarai mai in grado di fare”.
“Allura ha solo pietà di te e non ti dice dove sbagli”, rispose Keith, ma anche lui stava sorridendo.
Da lì fu impossibile fermare il continuo battibeccare, che si protrasse per il resto della serata. Non ci provarono neanche. Shiro si rese conto così di quanto silenziosa fosse stata la sala fino a quel momento, di quanto gli fosse mancato quel rumore di sottofondo costante.
Shiro sentiva di essere semplicemente al posto giusto.



Shiro non riusciva a prendere sonno. Si alzò piano dal letto, attento a non disturbare Curtis, prese le scarpe in mano e se le infilò una volta in corridoio.
Cominciò a camminare per i corridoi del castello, cercando di ricordare che cosa gli avesse spiegato Coran e prendendo punti di riferimento per non perdersi. Arrivò ad una grande vetrata che dava su una terrazza rischiarata da lampade sparse. La porta era socchiusa.
Piano la aprì e uscì sulla terrazza.
Lì, appoggiato alla balaustra, trovò Keith.
Si avvicinò a lui e gli appoggiò una mano sulla spalla. Keith si voltò appena verso di lui, accennò un sorriso e tornò a guardare davanti a sè. Con il buio della notte potevano vedere poco di Altea da quella postazione, di giorno quella terrazza doveva offrire veramente una bella vista, Shiro si ripromise di tornarci.
“Ce l’abbiamo fatta”, disse improvvisamente Keith. “A volte mi sveglio la notte e penso che tutto questo sia solo un sogno, che in realtà siamo ancora lì fuori a combattere e sia ancora tutto da fare”.
Shiro sorrise. Capiva la sensazione. “Sì, ce l’abbiamo fatta”.
Ripensò ai giorni al Castello dei Leoni. Nonostante fosse stato un viaggio lungo e complicato, Shiro li ricordava come giorni splendidi, in cui si sentiva pieno, in cui sentiva di avere tutto ciò di cui aveva bisogno per stare bene a portata di mano.
“Sei felice?”, gli chiese improvvisamente Keith.
La sua voce era incrinata da qualcosa di profondo che Shiro non seppe riconoscere. Era sempre stato in grado di capire Keith, ma il quel momento, mentre guardava fisso davanti a sè con il viso indurito, Shiro non sapeva bene come leggerlo.
“Ho tutto quello che ho sempre voluto”, rispose infine.
“Non risponde alla mia domanda”
Shiro, non sapendo cosa rispondere, si prese un momento per osservare il viso di Keith. Anche nella penombra delle poche lampade che illuminavano la terrazza poteva vedere le ombre scure intorno ai suoi occhi.
“Dovresti dormire di più”
“Anche tu”, rispose Keith voltandosi verso di lui.
Shiro rimase fermo a osservare ogni dettaglio del volto di Keith. Si sentiva ancora in colpa ogni volta che vedeva la cicatrice sulla sua guancia. Non era più quello del ragazzino che aveva conosciuto anni prima, era un adulto ormai, lo era da anni, ma solo in quel momento Shiro lo vide per la prima volta in quel modo.
Keith non aveva più bisogno di lui da tempo, si rese conto, ma aveva scelto comunque di restare al suo fianco. Aveva smesso di essere il suo mentore e la sua figura di riferimento. Keith era un adulto ormai e chiunque lo avesse conosciuto in quel momento non avrebbe potuto non essere attratto da lui. Lo sguardo gli cadde sulle sue labbra, si avvicinò a lui, poteva sentire il fiato di Keith mescolarsi con il suo.
Keith chiuse gli occhi, pronto a chiudere le distanze.
Shiro si tirò indietro.
“Io- credo che andrò a dormire”, disse.
Keith fece scattare nuovamente la testa in direzione del panorama e non rispose.
Shiro si avviò di nuovo per i corridoi, ritrovò la propria stanza come un automa, negli occhi ancora l’immagine del viso di Keith rilassato, pronto a lasciarsi andare.
Si infilò nel letto e Curtis si voltò nella sua direzione.
“Tutto okay?”, gli chiese con voce assonnata.
“Avevo bisogno di un po’ d’aria”.
Curtis annuì, si girò nuovamente dall’altra parte e si addormentò all’istante.



Il giardino del palazzo era stato interamente addobbato con juniper rosa di Altea e nastri bianchi. Sopra l’altare era stato montato un gazebo di teli di lino intrecciati, che lasciava penetrare la luce. Tutti gli invitati cominciarono ad arrivare e presero i loro posti.
Lance si agitava nervosamente davanti all’altare, passando il peso da un piede all’altro.
Non appena Allura uscì dal palazzo accompagnata da Coran e cominciò a camminare verso di lui, Lance smise di tremare. Shiro sorrise guardandolo.
Allura raggiunse l’altare e sorrise a Lance e a lui brillarono gli occhi, sembrava l’uomo più felice dell’universo in quel momento.
Per la cerimonia avevano deciso di unire il rito terrestre con quello alteiano. Allura prese il viso di Lance tra le mani e, subito sotto gli occhi di lui, comparvero i classici segni alteiani, identici a quelli di lei. Lance si portò sorpreso una mano al viso e sorrise, poi prese un anello dalla tasca e lo mise intorno all’anulare di Allura.
Intorno a loro sarebbe potuta succedere qualunque cosa e loro non se ne sarebbero accorti, talmente erano presi l’uno dall’altra.
Il banchetto fu organizzato nel giardino. Per l’occasione era stato riempito di tavoli.
I paladini vennero fatti sedere al tavolo degli sposi, insieme alla famiglia di Lance e a Coran.
Shiro si sedette lontano da Keith, si parlarono a malapena per tutta la durata della giornata. L’imbarazzo era palpabile tra di loro. Shiro non potè evitare, però, di far scorrere lo sguardo lungo il profilo di Keith, con le rivelazioni della sera prima ancora pesanti sulle sue spalle. Rimase affascinato dal modo in cui il sole si rifletteva nei suoi occhi, dal modo in cui l'espressione perennemente imbronciata che aveva imparato ad associargli si fosse ormai sciolta in una più serena, dal modo in cui sorridesse molto più spesso adesso.
Non si accorse del modo in cui Curtis lo osservava mentre lo faceva.
I festeggiamenti andarono avanti fino a tardi, alla spicciolata ospiti e famiglie cominciarono ad avviarsi ognuno verso le proprie stanze. Nel giardino rischiarato appena da bianche lampade di carta rimasero solo i paladini, seduti intorno a un tavolo rotondo, con le cravatte ormai allentate e troppe bottiglie di vino ormai finite. Non si resero conto del tempo che passava, mentre rimanevano lì a raccontare ad Allura vecchie storie sulla cotta che Lance aveva avuto per lei sin dal primo giorno, tra le risate di lei e l’imbarazzo di lui; Pidge parlò dei suoi esperimenti, Keith delle sue missioni, Hunk della catena di ristoranti che avrebbe voluto aprire in giro per l’universo - Allura gli propose anche di approfittare del suo soggiorno lì per aprire la sede di Altea.
Shiro, per quella sera, riuscì ad essere interamente ancorato al momento. Riuscì a mettere da parte ogni pensiero sul lavoro, riuscì a non pensare che la sua presenza lì, oltre che a livello personale, avesse anche un valore anche dal punto di vista politico in qualità di ambasciatore della Terra.
Quella era la sua famiglia, pensò Shiro. Adesso sì che era finalmente come essere tornati a casa.



Shiro rientrò in camera che il cielo aveva già cominciato a rischiararsi. Aprì piano la porta e sbirciò dentro, ma trovò la luce sul comodino accesa e Curtis seduto sul letto.
“Non dormi?”, gli chiese Shiro chiudendosi la porta alle spalle.
“Mi sono svegliato e non eri ancora tornato”
“Sono rimasto in giardino con gli altri, abbiamo fatto più tardi di quanto pensassimo”
Curtis annuì, ma non alzò lo sguardo verso di lui.
“Tutto bene?”, gli chiese Shiro sedendosi accanto a lui.
“Mi sono reso conto che questo non è il mio posto”
Shiro sentì la sensazione di serenità che aveva dentro andare in frantumi.
“Che vuoi dire?”
“Ho visto come sei con”, Curtis si bloccò per un momento, cercando la parola giusta. “Con loro”, disse infine. “Con me non sei così… sereno e spensierato. Mai”
Shiro provò ad aggrapparsi a qualcosa per negarlo, ma si sentiva davvero più felice e in pace quando era con loro.
“Io non-”, cominciò cercando disperatamente qualcosa da dire.
“Shiro”, lo interruppe Curtis alzando lo sguardo lo verso di lui. “Ti sei detto per tutta la vita che questo era quello che volevi, una casa tutta tua e qualcuno al tuo fianco, ma adesso che ce l’hai ti senti realizzato?”
Shiro abbassò lo sguardo colpevole. Si rese conto solo in quel momento che nella sua idea di famiglia non c’era spazio per Curtis.
“E ho visto come guardi Keith”, aggiunse Curtis. “Non hai mai guardato me in quel modo, come se fossi la cosa più bella sulla faccia della terra”, sorrise triste.
Shirò alzò la testa di scatto. Curtis non sembrava arrabbiato, sorrideva triste tenendo lo sguardo fisso sul muro davanti a sè, facendo sentire Shiro ancora peggio.
“Ho sempre avuto il sospetto che, beh, ci fosse qualcosa tra di voi”, continuò. “Keith è sempre stato una presenza abbastanza ingombrante nel nostro rapporto, sai? Ogni volta che chiama molli tutto per parlare con lui. Se ti avesse chiesto di andare da lui dall’altra parte dell’universo saresti partito senza pensarci un attimo”
“Gli ho promesso che ci sarei sempre stato per lui, non aveva nessuno…”
“E’ passato il tempo in cui non aveva nessuno oltre te, Shiro!”, alzò la voce Curtis. Si riscosse subito e ricominciò a parlare con il suo solito tono di voce. “E’ sempre stato qualcosa di più. Mi sono reso conto solo stasera che non ne avevi idea neanche tu”
“I-io…”
“Stamattina riparto, chiederò un passaggio agli Holt. Tu hai ancora alcuni giorni. Passali qui, passali con loro… passali con lui. Capirai quello che voglio dire, ne sono sicuro”.
Curtis si alzò dal letto, gli lasciò un bacio sulla fronte e lasciò Shiro seduto lì, sul bordo del letto, con la cravatta allentata e lo sguardo basso e cominciò ad aggirarsi per la stanza per preparare le valigie. Shiro non aveva idea di che cosa avrebbe voluto dirgli.
Non riuscì a muovere un muscolo neanche quando vide Curtis chiudersi la porta alle spalle, guardandosi indietro solo per un secondo.



“Ehi, amico, posso entrare?”, bussò Hunk alla sua porta.
Non aspettò risposta, aprì la porta con in mano un vassoio con la colazione. Trovò Shiro ancora vestito e ancora seduto sul bordo del letto. Appoggiò il vassoio sul comodino e si sedette accanto a Shiro.
“Come stai? Ho visto Curtis partire questa mattina e non sei sceso per pranzo”, gli chiese.
“Non lo so”
“Che è successo?”
Davanti alla sincerità di qualcuno come Hunk era impossibile non crollare, Shiro raccontò a Hunk tutto ciò che era successo. Sentì solo in quel momento, mentre le riferiva, il peso delle parole di Curtis. Comunque fosse andata a finire, il suo matrimonio non avrebbe comunque avuto un futuro.
“Uh”, disse Hunk alla fine del racconto.
“Cosa?”
Hunk si portò una mano alla nuca e evitò il suo sguardo.
“Beh… ecco. Tutti pensavamo che sarebbe andata a finire così. Cioè, tra te e Keith. Poi quando non è andata così, eravamo convinti che tu e Keith foste… consapevoli, diciamo, di tutta la situazione e che aveste scelto così. Non pensavo che tu non ne fossi consapevole per nulla”
“E’ per questo che Pidge non sopporta Curtis?”
Hunk ridacchiò. “Credo di sì? Non ne sono sicuro”.
Shiro annuì in silenzio, chiedendosi quando tutti avessero avuto quell’impressione.
“Cerca di mangiare qualcosa”, gli disse Hunk alzandosi dal letto e uscendo dalla stanza.
Shiro rimase nella sua camera tutto il giorno, cercando di riflettere sulle parole di Curtis e di Hunk. Era arrivato il momento di essere onesto con sè stesso, di farsi un esame di coscienza e capire meglio. Cercò di ripensare agli ultimi anni e si rese conto che c’era sempre Keith, era sempre tutto riguardo a Keith. Avrebbe fatto qualunque cosa per Keith, ma per Curtis? Ci teneva a Curtis, gli voleva veramente bene, ma quello sembrava essere tutta un’altra cosa. Keith era sempre stata una presenza costante, non riusciva a immaginare la sua vita senza di lui. Ma Curtis gli permetteva di avere quello che aveva sempre desiderato, pace e serentà.
Uscì dalla sua stanza solamente a notte inoltrata. Dopo una giornata chiusa tra quelle quattro mura aveva bisogno di un po’ d’aria fresca.
Andò di nuovo alla ricerca della terrazza, aprì la porta a vetro e si affacciò. L’aria della notte era quasi troppo fresca sulla sua pelle accaldata.
Si appoggiò alla balaustra con i gomiti e si mise a guardare fuori, cercando di raccogliere le idee.
Sentì la porta a vetro aprirsi dietro di lui. Si voltò e vide Keith avvicinarsi a lui. Si mise a fianco a lui in silenzio.
“Come stai?”, chiese dopo un po’.
“Sto”
“Lo sai che se hai bisogno…”
Shiro sorrise. Sì, lo sapeva. Avrebbe sempre potuto contare su Keith.
Shiro si tirò su e voltò la testa verso Keith.
“Hanno ragione tutti?”, chiese. “C’è veramente qualcosa?”
Keith distolse lo sguardo imbarazzato. “Da parte mia, sì. Te l’ho detto, ma quando non mi hai risposto ho pensato che per te non fosse lo stesso. E quando ti ho visto sposare un altro ci ho messo una pietra sopra definitivamente. Ci ho provato almeno”, sorrise amaro. “Il lavoro aiuta”.
Shiro si perse a guardare il viso dei Keith. Aveva tutto senso in quel momento. Le farfalle nello stomaco, la tachicardia che aveva in quel momento. Shiro si avvicinò a lui, appoggiò la fronte alla sua e gli circondò il viso con le mani, le sue dita si infilarono tra i suoi capelli.
“Ma adesso lo so”, disse a bassa voce. Vide lo sguardo di Keith cadere sulle sue labbra.
“Adesso lo sai?”, gli chiese con un sorriso sarcastico Keith, ma la voce che uscì strozzata lo tradì.
“Mi dispiace”, mormorò Shiro chiudendo gli occhi.
“Di cosa?”
“Di averci messo tanto, di averti fatto aspettare tutto questo tempo”
Keith annuì. “Sei qui adesso”.
Shiro annuì e chiuse le distanze tra di loro. Shiro sentì l’esplosione nel petto, il cuore impazzito.
Era tutto giusto. Era quella la cosa giusta. Era quella la cosa che voleva.
Era lui la persona giusta, qualcuno in grado di capirlo, qualcuno in grado di accettarlo pienamente. Shiro si sentiva finalmente completo, finalmente in pace e si diede dell'idiota per essersi perso tutto quello fino a quel momento. Lasciò la mano umana sul viso di Keith e con il braccio metallico strinse il suo fianco per tirarselo ancora di più addosso. Adesso che aveva finalmente capito, adesso che aveva finalmente messo insieme tutti i pezzi, non voleva che ci fosse distanza tra di loro. Aveva così tanto da recuperare. Keith sembrava essere dello stesso avviso, fece passare le braccia intorno al suo collo e si avvicinò il più possibile, approfondì il bacio. Il corpo di Keith si incastrava perfettamente a quello di Shiro.
Non sarebbe stato tornare a casa tutte le sere e trovare qualcuno ad aspettarlo, lo sapeva. Sarebbe stato sopportare i silenzi e sentire la mancanza, aspettare che Keith tornasse a casa dalle missioni, le telefonate a tarda notte. E forse sarebbe stato Keith che avrebbe cominciato a prendersi pause più lunghe, che non avrebbe più lasciato che il lavoro lo consumasse e le occhiaie gli circondassero gli occhi.
Era diverso da quello che aveva sempre pensato di volere, ma andava bene così. Era quella la cosa giusta. Era quella la sua oasi di serenità. Era lui la sua casa.
E per lui ne valeva la pena.
Per essere felice ne valeva la pena.
chasing_medea: (Default)
Titolo: l'Imperatore (Capitolo I)
Fandom: Voltron
Prompt/missione: M2 - 4. L’Imperatore
Parole: 4000
Rating: safe
Note: La carta dell'imperatore rappresenta l'autorità del potere decisionale, dell'azione e della realizzazione di progetti


"Quanto tempo abbiamo?", chiese l'Imperatrice continuando a studiare le mappe, piegata sul tavolo di legno.
"Giorni al massimo"
La sala del concilio era piena, l'avanzata delle fazioni ribelli dei Garla aveva messo tutti in allarme. Era solo questione di tempo ormai prima che raggiungessero il palazzo.
Kolivan entrò nella sala, aprendo di scatto le grandi porte di legno.
"Imperatrice. Sono qui", annunciò.
Per un attimo non volò una mosca nella sala, un silenzio pesante era calato su tutti i partecipanti al concilio. L'imperatrice mantenne la schiena curva solamente per un attimo, poi raddrizzò le spalle e guardò tutti i presenti, uno per uno.
"Ognuno ai propri posti", annunciò con sguardo fiero.
Uscì poi con passo pesante dalla sala di comando.
"Mandate Shiro nelle stanze di Keith", disse ad una guardia che incrociò nel corridoio.
Continuò a camminare in direzione delle stanze di suo figlio. Lo trovò seduto al tavolo di legno, profondamente affondato nella sedia, con i gomiti poggiati ai braccioli di legno e l'espressione imbronciata, agitava nervosamente una gamba. Scattò in piedi non appena la vide.
"Cosa si è deciso? Andiamo a combattere?"
Krolia rimase in silenzio, si avvicinò a suo figlio e lo strinse in un lungo abbraccio.
"Devi andartene da qui"
"Cosa?"
"Stanno arrivando"
"Allora resterò a combattere"
"No. Se le cose dovessero andare male, se non riuscissimo a resistere sei l'unico in grado di rimettere in piedi l'Impero. In questo momento la tua vita è la cosa più preziosa del regno"
"Non voglio fuggire, voglio combattere! Non possiamo abbandonare il palazzo!"
La porta della sua stanza si aprì di nuovo.
Shiro entrò e si inchinò davanti all'imperatrice e al giovane principe.
"Mi avete fatto chiamare?"
"Ho un ultimo incarico per te", annunciò Krolia. "Ti affido Keith. Portalo via di qui anche a costo di doverlo fare con la forza. Proteggilo. E' la nostra unica speranza".
Shiro alzò di scatto la testa e spalancò gli occhi. "Ma, imperatrice, lei... Non posso lasciarla qui"
"Ti stai opponendo ai miei ordini, cavaliere?", disse dura.
Shiro abbassò nuovamente la testa in segno di riverenza.
"No", disse.
"Bene. E' deciso"
"Madre, non possiamo lasciarvi qui!", intervenne nuovamente Keith.
"Ho preso la mia decisione. Ora andate"
"Madre..."
Krolia si voltò verso di lui, con lo sguardo addolcito. Gii accarezzò il viso, come faceva quando era un bambino.
"Affido il resto a te", gli disse.
Keith annuì, cercando di trattenere le lacrime.
Krolia si voltò poi verso Shiro. "Te lo affido", disse.
"Non la deluderò", rispose Shiro portandosi una mano al petto.
"Lo so"
Krolia voltò loro le spalle e uscì dalla stanza, chiudendosi la pesante porta.
Shiro recuperò dall'armadio il mantello di Keith.
"C'è qualcosa che volete portare con voi?"
Keith annuì e in silenzio preparò rapidamente una sacca da viaggio. Quando ebbe finito, Shiro gli mise sulle spalle il mantello e gli coprì la testa con il cappuccio. Keith si guardò intorno nella stanza in cui era cresciuto. Si chiese se l'avrebbe rivista mai più.
"E' ora di andare, mio principe", lo riscosse Shiro.
Keith annuì, si chiuse la porta alle spalle e lo seguì per i corridoi segreti del castello fino alle stalle. Recuperarono due cavalli e cominciarono ad allontanarsi al galoppo.
Erano ai limiti della città quando sentirono un'esplosione provenire dal castello.
Keith voltò di scatto il cavallo verso il palazzo e rimase a guardare le fiamme che lo avvolgevano. Ogni suo senso gli diceva di correre nuovamente verso quella direzione.
Shiro si affiancò a lui.
"Dobbiamo andare. Prima che si accorgano della vostra assenza", gli disse con voce ferma ma comprensiva.
Keith annuì e voltò nuovamente il cavallo.
Ripresero a muoversi verso il bosco.


Keith si strinse di più nel mantello, rabbrividendo per l'umidità della grotta. Shiro stava cercando di accendere il fuoco, ma la legna era umida per via della neve. Al di fuori della caverna la neve sembrava non voler smettere di scendere e si stava a poco a poco trasformando in una tormenta.
"Starà bene", disse improvvisamente Shiro, rompendo il pesante silenzio che li circondava.
Keith alzò la testa come se si fosse ricordato solo in quel momento della sua presenza.
"Sua madre", continuò Shiro. "Starà bene. I garla rispettano i guerrieri, anche quelli che prendono prigionieri"
"Tu non eri l'imperatore di un regno che avevano appena conquistato"
Shiro abbassò lo sguardo e non disse più nulla, non sapendo bene cosa dire. Non aveva mai passato molto tempo con il giovane principe, aveva risalito i gradi delle gerarchie militari fino ad entrare a far parte della guardia personale dell'Imperatrice e le sue interazioni con Keith si limitavano alle occasioni in cui lui era stato con la madre.
"Dovresti darmi del tu", disse Keith distogliendo lo sguardo.
"Mi scusi?"
"Siamo in fuga. Se continui a parlarmi come si parla a un principe la nostra copertura salterà subito"
Shiro annuì e riprese ad armeggiare con il fuoco. Riuscì finalmente ad accenderlo e si sedette sul pavimento di pietra lì accanto. Cominciò a sviscerare un coniglio che erano riusciti a catturare nel bosco.
Keith osservava con attenzione ogni suo movimento.
"Te la cavi con i coltelli"
"Quando ero prigioniero dei garla non ci davano molto da mangiare e le prigioni erano infestate di topi", spiegò.
Keith non riuscì ad evitare un verso disgustato.
Shiro ridacchiò. "Non sono così male. Sanno di maiale"
"Quanto sei stato loro prigioniero?", chiese Keith.
"Non ne sono sicuro, ma credo circa un anno. Dopo un po' i giorni si assomigliavano tutti. Ma ricordo quanto fossero fredde le prigioni in inverno", rispose continuando a lavorare.
Keith rimase in silenzio. Si strinse le ginocchia al petto e ci appoggiò sopra la guancia. Shiro in quel momento non lo riuscì a vedere come un principe, era solo un ragazzo che aveva appena perso sua madre, la sua casa e tutto ciò che avesse mai conosciuto.
Finì di pulire il coniglio e mise la carne sul fuoco.
"Cosa dovrei fare adesso?" chiese Keith, con la voce che si era fatta piccola soffocata contro le ginocchia.
"Trovare un riparo per l'inverno"
"Non mi sembra molto"
"E' qualcosa da cui iniziare. Poi potremo organizzarci per riprendere possesso dell'impero".

Trovarono rifugio in un villaggio ai confini dell'impero. Era un villaggio di piccoli agricoltori e allevatori. Avevano riconosciuto immediatamente Keith, ma la loro fedeltà all'Imperatrice li aveva spinti ad offrire rifugio e ospitalità a entrambi. Per ricambiare sia Keith che Shiro avevano cominciato ad aiutare chiunque avesse bisogno nel loro lavoro. Keith era irrequieto però, continuava ad attendere notizie dalla città e cercava di elaborare una strategia, ma non aveva idea di da dove avrebbe potuto cominciare. Sapeva che aveva bisogno di alleati, ma non sapeva dove andarli a cercare.
Shiro era appena rientrato nella casa che gli abitanti del villaggio gli avevano offerto durante la loro permanenza, quando sentirono del trambusto provenire dalle strade del villaggio.
Si scambiarono uno sguardo, poi si affacciarono con cautela alla piccola finestra che dava sulla strada. Le guardie dei Ribelli non arrivavano quasi mai fino a lì, se non a fine mese a riscuotere le tasse che il nuovo Re Zarkon aveva imposto a tutto l’impero, ma non si poteva mai sapere.
Quello che videro, però, furono quattro persone, di cui due sembravano bambini, inginocchiati in mezzo alla strada interamente coperti da mantelli neri. Gli abitanti del villaggio li avevano circondati e gli avevano bloccato il passaggio.
“Chi siete?”, gli chiese uno.
La figura più grande si tolse piano il cappuccio. Tutti poterono vedere che era un umano.
“Vi prego”, disse. “Io e la mia famiglia vogliamo solo raggiungere il regno degli Olkari”.
Shiro e Keith uscirono dalla loro capanna.
“Che succede qui?”, chiese Keith.
Gli abitanti del villaggio abbassarono le armi. “Abbiamo trovato queste persone che cercavano di attraversare il nostro villaggio di nascosto”, spiegarono. “Li abbiamo catturati e portati qui”.
L’uomo si voltò verso di lui. Non appena lo riconobbe spalancò gli occhi e si mise in ginocchio, chinando il capo. Il resto della sua famiglia fece lo stesso.
“Siamo lieti di vedere che le voci sono false”
“Quali voci?”, chiese Keith.
“Quelle che dicono che siete imprigionato nelle segrete del castello insieme a vostra madre”.
Keith sentì qualcosa sciogliersi nel suo stomaco. Sua madre poteva essere ancora viva. Non aveva il tempo per occuparsi di quelle voci, però, in quel momento.
"Perché siete in fuga? Che cosa sta succedendo?", chiese Shiro facendo un passo avanti.
L'uomo sembrò rilassarsi quando lo vide.
"Sparano a vista a tutti gli umani. E quelli che min vengono uccisi vengono catturati. Nessuno sa dove li stiano portando, ma nessuno fa ritorno. Hanno cominciato prendendo tutti coloro che avevano incarichi importanti, hanno imprigionato medici, funzionari di corte, mercanti. Gli hanno tolto tutto. Continuano a parlare di come gli umani siano buoni solo come schiavi, solo da sfruttare. Portano via donne e bambini, non fanno distinzioni. Voglio solo portare la mia famiglia al sicuro".
Keith guardò Shiro allarmato a quelle notizie. Nell'Impero garla e umani avevano sempre convissuto pacificamente da quando il Regno degli umani si era sgretolato e gli umani avevano pian piano cominciato a diffondersi negli altri domini. Sapeva che c'era una fazione di Garla che considerava gli umani indegni, che non voleva contaminare il proprio sangue con quello umano, ma non pensava che anche loro fossero confluiti tra le file dei Ribelli e avessero preso abbastanza potere da diffondere quelle idee.
"Perché dagli Olkari?", chiese Keith.
"Stanno accogliendo tutti coloro che sono riusciti a fuggire. Alcuni si sono diretti verso Altea, confidano nel fatto che la Principessa abbia scelto un umano come consorte per avere clemenza, ma non abbiamo avuto notizie da loro".
Keith annuì. Gli fu chiaro in quel momento cosa dovesse fare, da dove avrebbe potuto cominciare per riprendere possesso del suo trono e rimettere le cose al loro posto.
"Si sta facendo buio", disse. "Riposate qui stanotte. Partiremo all'alba".

Impiegarono tre giorni per raggiungere il Regno Olkari. I loro compagni di viaggio vennero scortati negli alloggi riservati ai rifugiati, da lì avrebbero potuto ricominciare a poco a poco. Keith e Shiro vennero accompagnati dalla Regina.
Entrarono nella sala del trono, interamente affrescata con disegni della natura che davano all'intera sala un tono rilassante. Sembrava quasi di essere all'aria aperta. Scortati percorsero la sala fino a ritrovarsi davanti al trono, si inginocchiarono entrambi davanti alla regina.
"Alzatevi, principe", disse. "E alzatevi anche voi, cavaliere. Avete fatto un buon lavoro nel tenere al sicuro il vostro principe".
Entrambi si alzarono.
"Ci ha rattristato molto sapere cosa è successo nel vostro Impero", continuò la Regina. "Ma adesso dovete essere stanchi per il viaggio. Andate a riposare, parleremo meglio a cena". Sì voltò verso una giovane ragazza in piedi accanto al trono. "Pidge, vorresti mostrargli le loro stanze?".
La giovane annuì, scese rapidamente i gradini che separavano la piattaforma del trono dal pavimento della sala e lì raggiunse.
"Andiamo!", gli disse.
Era piccola e mingherlina, soprattutto vista accanto a Shiro. Guardandola da vicino era possibile vedere le antenne che spuntavano tra i capelli corti e alcuni tratti Olkari sui suoi lineamenti. La ragazza parlò ininterrottamente per tutto il tragitto, facendo loro qualunque tipo di domanda su come fossero fuggiti dal regno, su come fossero vissuti fino a quel momento. Shiro rispose con un sorriso a tutte le domande. L'energia di Pidge era contagiosa. Mentre camminavano gli mostrò anche una sala dove erano state convogliate alcune fonti termali, dove avrebbero potuto farsi un bagno caldo prima di cena se avessero voluto.
Arrivati alle loro stanze, la ragazza si congedò educatamente e li lasciò al loro riposo.
La stanza era luminosa e interamente dipinta nei toni del giallo.
Scesero a cena, seduta accanto alla Regina trovarono nuovamente Pidge.
"Cosa pensate di fare adesso?", chiese la Regina nel corso della cena.
"Mettere su un esercito e riprendermi l'Impero", disse Keith. "Potremo contare sul vostro aiuto?"
Shiro, sotto il tavolo, diede una gomitata a Keith cercando di ammonirlo. Non poteva affrontare in maniera così diretta una questione diplomatica di quel tipo.
La Regina, però, sorrise.
"Non è me che dovete convincere", disse.
Entrambi la guardarono non capendo.
"Ho scelto Pidge come futura Regina degli Olkari. Spetta a lei il compito di decidere che direzione dovrà prendere questo regno". La Regina si voltò verso Pidge. "Dovrai decidere che tipo di Regno vorrai governare. Un regno che corre in soccorso degli alleati o un regno neutrale e pacifico? Un regno dove chiunque sia il benvenuto o un regno che sceglie attentamente chi accogliere? La decisione spetta a te. Non c'è una risposta giusta in assoluto, dovrai capire cosa si adatta di più a te".
"C'è più di questo in gioco", disse Keith.
La Regina e Pidge si voltano verso di lui.
"Stanno prendendo di mira gli umani", continuo Keith abbassando lo sguardo, la rabbia faceva tremare la sua voce. "Quelli che riescono a scappare sono solo una minima parte. La maggior parte viene catturata e portata nessuno sa dove, ma nessuno fa ritorno. Alcuni sostengono che vengano messi in campi di lavoro forzato, altri che vengono uccisi come bestie"
Pidge si prese un momento per riflettere, si tirò i grandi occhiali tondi su sul naso.
"Perché dovrebbe riguardarci?", disse infine. "Noi Olkari siamo sempre stati pacifici. Perché dovremmo imbarcarci in un conflitto che non riguarda noi invece di destinare questi soldi per portare avanti le nostre ricerche?"
"Perché arriveranno anche qui. Non si fermeranno finché non avranno fatto la stessa cosa a tutti i regni, a tutti gli imperi, a qualunque angolo del pianeta".
"Le nostre difese sono forti. Possiamo respingere un attacco"
"Anche le nostre lo erano"
"Allora potenzieremo le nostre difese"
"Persone innocenti stanno morendo!", urlò Keith alzandosi di scatto dalla sedia e facendola cadere alle sue spalle.
Il rumore sembrò riscuoterlo.
"Chiedo scusa", disse all'indirizzo della regina. "Con permesso, gradirei tornare nelle mie stanze. Domani mattina ripartiremo. La ringrazio ancora per la sua ospitalità".
“Sei un brav’uomo”, gli disse la Regina.
Keith si inchinò brevemente e uscì dalla sala dei banchetti.
Anche Shiro si inchinò educatamente alla Regina e a Pidge prima di seguirlo lungo il corridoio. Arrivato in camera trovò Keith che stava recuperando le poche cose che aveva tirato fuori dalla sua sacca da viaggio.
“Non posso crederci”, stava dicendo. “Delle persone stanno morendo e lei è troppo concentrata sulle proprie ricerche. Deve esserci un modo”.
Shiro si avvicinò a lui, gli poggiò le mani sulle spalle e lo fece voltare verso di lui.
“Troveremo un modo”, gli disse con voce rassicurante. “Non tutto è perduto”.
“Ha ragione lei, Shiro. Perchè dovrebbero aiutarci? Perchè ogni regno non dovrebbe semplicemente farsi i fatti propri? Se ci fosse una coalizione disposta ad aiutarsi reciprocamente queste cose non succederebbero, ci sarebbero sempre degli alleati pronti a coprirci le spalle”
“Fondala, allora”
Keith si immobilizzò.
“Fondala tu”, ripetè Shiro. “Quando tutta questa storia sarà finita, quando avrai riconquistato il tuo regno, fonda una coalizione. Fai in modo che una cosa del genere non accada mai più”.
“Se continua così non riuscirò neanche a riconquistare il mio regno”
Se Shiro aveva imparato qualcosa in quei mesi di convivenza con Keith era che, per quanto apparisse sicuro, il dubbio era sempre in agguato dentro di lui. Era quello che credeva meno di tutti nelle proprie capacità.
Shiro si avvicinò ancora e lo strinse. “Ce la farai”, gli disse. “Ne sono sicuro”.
Keith appoggiò la testa alla sua spalla e si lasciò confortare.
Shiro sciolse l’abbraccio dopo un po’.
“Hai detto che partiamo domani, ma dove vuoi andare?”
“Ad Altea”
“Altea?”
“Hai sentito cosa hanno detto, no? La principessa di Altea ha scelto come consorte un umano. Se sapessero cosa sta succedendo potremmo riuscire a convincerli a unirsi a noi”
“E come pensi di fare? I rapporti tra Altea e l’Impero sono pessimi”
“Non lo so ancora. Mi inventerò qualcosa”
Shiro annuì. Se c’era qualcuno che poteva riuscirci, non aveva dubbi che quello fosse Keith.

La mattina dopo, quando scesero nelle stalle pronti a partire, trovarono un terzo cavallo sellato accanto ai loro. Pidge comparve da dietro il cavallo. Aveva sostituito gli abiti di corte con una tenuta comoda abbastanza per cavalcare.
Shiro la salutò educatamente.
“Dove andate così presto?”, le chiese.
“Vengo con voi”, annunciò la ragazza.
“Pensavo avessi detto di non volerci aiutare”, intervenne Keith.
“Ed è così. Ma ho sentito che vi state dirigendo ad Altea e ho sempre voluto vederlo”
“Ci stai usando come scorta in pratica”
“Vedila più che altro come se ti stessi dando una seconda occasione per convincermi”
Insieme partirono alla volta di Altea.
Durante il viaggio scoprirono che Pidge era una giovane ragazza brillante, che aveva un fratello maggiore chiamato Matt e che suo padre era un umano trasferitosi ad Olkari quando aveva conosciuto sua madre. Sua madre, invece, era una botanica e curava personalmente le serre della regina, portando avanti ogni tipo di ricerca sulle piante.
“Come conosci la principessa?”, le chiese Shiro vedendo come parlasse di lei con scioltezza.
“E’ venuta spesso in visita ad Olkari. Mi ha parlato molto di Altea, ma non ho mai avuto occasione di vederlo. La Regina ha sempre considerato il viaggio troppo lungo per affrontarlo da sola”
“Ed è stata disposta a lasciarti andare con due sconosciuti?”, intervenne Keith.
“Le avete fatto una buona impressione. E poi non è che proprio lo sappia”, ammise la ragazza. “Lei aveva detto solo che il viaggio era troppo lungo per partire da sola, non che non potessi partire in assoluto”
“Non le avete detto che siete partita?”, le chiese Shiro con gli occhi spalancati.
“Le ho lasciato un biglietto!”, si giustificò la ragazza facendosi tutta rossa in viso.
“Bene. Al nostro ritorno dovremo scontare anche le accuse di rapimento”, sospirò Shiro esasperato.
A Keith venne da ridere. L’antipatia iniziale nei confronti della futura regina cominciò a scemare. Non fece altri tentativi diretti di convincerla.
Si era reso conto, dopo quell’incontro, che non poteva porsi in maniera così aggressiva. Non era nessuno, ancora, il suo titolo di Principe non valeva nulla, in quelle condizioni non era in grado di garantire nulla. Non aveva risorse, non aveva un esercito e aveva solo un piano appena abbozzato. Doveva convincere le persone a fidarsi di lui, doveva fare in modo che lo vedessero come qualcuno veramente in grado di portare a termine quello che si era prefissato, altrimenti nessuno si sarebbe mai affidato a lui come leader.
Ogni tanto si fermava a pensare a come si comportasse Shiro. Lui sì che aveva la stoffa del leader. Le persone si fidavano istintivamente di lui, appariva sempre calmo, in controllo della situazione e di sè stesso. Era in grado di rapportarsi alle tipologie più disparate di persone, sempre con un sorriso gentile per tutti.
Era quello il modello di leader che aspirava ad essere. Una persona che apparisse stabile e padrona di sé in ogni circostanza.
Non aveva molto tempo per imparare ad esserlo però. Il viaggio per Altea era lungo e lui sarebbe dovuto arrivare lì con un’idea più precisa di quale dovessero essere le sue prossime mosse.
“Pidge”, le chiese Keith un giorno mentre camminavano. “Come pensi possa essere sconfitto Zarkon?”
Forse non voleva avere un coinvolgimento diretto, ma Keith sperava che la mente brillante della ragazza lo aiutasse a mettere su un piano meglio congegnato di quello che aveva in quel momento - che consisteva essenzialmente nel radunare un esercito e attaccare a testa bassa.
“Non puoi vincere in uno scontro diretto”, rispose Pidge dopo averci ragionato per un po’. “L’esercito di Zarkon è troppo forte e troppo numeroso”.
Keith sentì quel poco che aveva crollargli tra le mani.
“Ma puoi fare come hanno fatto loro”, aggiunse Pidge.
“Come hanno fatto loro?”
“Quando sono arrivati non hanno attaccato la città, hanno attaccato direttamente il castello. Il centro nevralgico della capitale. Non vi hanno dato il tempo di rinforzare le difese così facendo e, soprattutto, una volta crollato il castello la capitale è crollata subito dopo”
Keith annuì sovrappensiero.
“Quindi dici di non attaccare l’esercito, ma attaccare direttamente Zarkon”
Pidge annuì.
“Una volta impossibilitato Zarkon e i suoi comandanti più vicini il resto dell’esercito crollerà dietro di voi. Non sto dicendo che sarà facile così, ma almeno avreste una possibilità”.
“Dovremmo introdurci di nascosto nel castello, ma per farlo dovremmo essere in pochi e estremamente qualificati. Servono almeno cinque persone che agiscano contemporaneamente direi: qualcuno che metta fuori uso le guardie alla porta, qualcuno che impedisca alle sentinelle di dare l’allarme, qualcuno per liberare i prigionieri, e almeno un paio che tengano occupato Zarkon e i suoi soldati fino a che non arrivano i rinforzi”
“Credo sia la cosa migliore. Poi hai detto che pensi che la maggior parte dei prigionieri siano ancora vivi? Liberarli potrebbe darvi forze che sono già dentro il castello, non dovreste introdurne così tante da fuori. Conosci un modo per entrare nel castello di nascosto?”
Keith sorrise.
Riprendersi il proprio Impero cominciava a sembrargli più fattibile.

Arrivarono ad Altea dopo circa quindici giorni di viaggio. Si identificarono con le guardie all’ingresso e vennero accompagnati al palazzo.
“Hai un bel coraggio a presentarti qui”, disse la Principessa non appena vide Keith.
Keith si inginocchiò formalmente davanti al suo trono. “Vengo in pace, principessa Allura”
Accanto a lei, un giovane ragazzo dalla carnagione scura e i capelli castani le mise una mano sulla spalla.
“Pidge”, esclamò la principessa non appena la vide insieme a loro. “Non dovresti accompagnarti a gente del genere”
“Allura”, la salutò Pidge. “Faresti meglio ad ascoltare cosa hanno da dire”
“Vengo a chiedere il vostro aiuto”, continuò Keith tenendo ancora lo sguardo basso.
“Ho saputo di quello che è successo nel vostro Impero. Le lotte fratricide tra garla non ci interessano. La mia gente ha già sofferto abbastanza per colpa vostra”
“Non sono qui per me o per il mio regno, ma per la mia gente”.
Keith spiegò quale fosse la situazione attuale, il modo in cui venivano trattati gli umani. Sentì Allura trasalire, ma non osò alzare lo sguardo.
Quando Keith ebbe finito il suo racconto, Allura rimase in silenzio per un momento.
“Potete andare”, disse infine.
Keith sentì una pugnalata nel petto a quelle parole.
“Allora le chiediamo solo di poter restare ad Altea per la notte. Ripartiremo domani mattina”
“Molto bene”
Si alzò lentamente. Si inchinò ancora davanti alla regina e cominciò a camminare verso le porte. Solo Shiro lo seguì.
Uscirono dal palazzo e cominciarono a cercare una locanda. A Shiro non sfuggì il modo in cui gli alteani guardavano Keith mentre camminava per le strade.
“Ti dispiacerebbe essere tu a parlare con i locandieri? Temo che se mi vedessero non ci affitterebbero mai una stanza”
Shiro annuì e Keith si coprì il volto con il mantello nero. Trovarono una locanda dove passare la notte. Solo quando si furono chiusi la porta alle spalle Keith si tolse il cappuccio.
Shiro si aspettava di vederlo demoralizzato, come era stato dopo il rifiuto di Pidge, ma trovò solo determinazione sul viso di Keith.
“Anche a costo di farlo da solo ho intenzione di riprendermi il mio regno”, disse.
“Non siete da solo”, gli disse Shiro mettendogli una mano sulla spalla.
Keith alzò lo sguardo verso di lui “Non sei costretto a restare. Mi hai portato fuori dal castello e protetto, il tuo lavoro può dirsi concluso”
Non voleva che Shiro se ne andasse, ma non voleva neanche che restasse per senso del dovere verso sua madre.
“Voglio fare la mia parte”.
Shiro si stese sul suo letto. “Allora, qual è la storia?”
“Mh?”
“Perchè gli alteani ce l’hanno tanto con i garla?”
Keith si stese sul letto e cominciò a raccontare. “Il territorio dell’impero in origine era di Altea. E’ un territorio ricco, consente l’accesso a numerose risorse. Centinaia di anni fa i Garla attaccarono Altea e si presero il territorio. Gli alteani furono costretti a fuggire, ma ci furono comunque numerose vittime”
Era comprensibile che gli alteani ce l’avessero ancora con loro, pensò Shiro, ma non lo disse. Keith sembrava saperlo già.
“Troveremo un modo”, disse invece.
Keith annuì deciso. “Sì, so che lo faremo”

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