guys my age

Apr. 5th, 2023 07:45 pm
chasing_medea: (Default)
 

Titolo: guys my age

Fandom: Jujutsu Kaisen

Parole: 6376

Rating: nsfw


Di ritorno dal colloquio, Megumi si fermò davanti alla vetrina della pasticceria sotto casa. Le torte esposte erano piccoli capolavori, soprattutto quella alle fragole, la sua preferita, con la glassa a specchio rosso vivo, le tre fragoline tagliate a metà e i riccioli di cioccolato a decorazione. L’odore dello zucchero che si espandeva per tutta la via gli faceva venire l’acquolina in bocca. Le mani gli fremevano per la voglia di entrare e comprarsela, ma non se lo era mai potuto permettere, figurarsi adesso che era rimasto senza lavoro.

Quando avesse trovato un lavoro, si promise, quando avesse trovato un nuovo lavoro avrebbe festeggiato con quella torta.

L’appartamento era vuoto, Itadori non era ancora rientrato dalla sala giochi dove lavorava. Megumi si gettò sotto la doccia per lavare via la tensione della giornata, i colloqui gli facevano sempre quell’effetto.

Sentì bussare alla porta. “Ho portato la cena,” gli urlò Itadori. “Sbrigati prima che si freddi.”

Megumi lo raggiunse poco dopo, tamponando i capelli con un asciugamano. Non aveva voglia di asciugarli con il phon, e anche se l’avesse avuta non c’era modo di dare un senso ai suoi capelli.

Itadori stava svuotando la busta del take away sul tavolino da caffè dividendo i contenitori di plastica in due mucchietti ordinati.

“Thailandese,” disse quando lo vide comparire. “Ti ho preso il solito.”

Megumi aprì la bocca per protestare, ma prima che potesse dire qualcosa Itadori lo interruppe. “Offre Sukuna stasera.”

Gli ci era voluto quasi tutto il primo anno trascorso da compagni di dormitorio per capire che quel Sukuna di cui ogni tanto saltava fuori il nome era suo padre. Da quello che Megumi era riuscito a capire, il loro rapporto non era un granché, ma non aveva mai fatto domande. D’altronde, cosa poteva saperne lui che una famiglia non l’aveva mai avuta?

“Ti restituirò tutto,” disse sedendosi al suo posto sul divano.

Itadori gli fece segno di non preoccuparsi.

Aggiunse mentalmente il costo di quella cena al prezzo finale del regalo che avrebbe fatto a Itadori una volta che avesse trovato un lavoro. Erano tre settimane che si occupava lui di pagare la spesa. Da quando il vecchietto del ristorante di ramen in cui Megumi aveva lavorato nell’ultimo anno e mezzo gli aveva detto che chiudeva il ristorante per dedicarsi a fare il nonno a tempo pieno. Se non fosse stato per lui, avrebbe già dovuto lasciare l’appartamento, invece così, almeno per quel mese, era riuscito a pagare l’affitto. Gli restava poco tempo per trovare un altro lavoro.

“Come è andato il colloquio?” chiese Itadori aprendo il contenitore del suo riso. L’odore ananas fritto si sparse per tutto il soggiorno, facendo storcere il naso a Megumi.

“Paga orribile. E cercavano per il turno della mattina, impossibile con le lezioni.”

Perdere le lezioni avrebbe significato perdere la borsa di studio, ed era una cosa che Megumi non poteva permettersi assolutamente.

Itadori annuì comprensivo, continuando a mangiare. “Troverai altro,” disse.

“O posso mettermi a fare il cam-boy.”

Megumi si aspettava che Itadori scoppiasse a ridere, ma quello si limitò a un verso contemplativo.

“Perché no,” disse imperturbabile.

Megumi non sapeva neanche se lo avesse detto seriamente o meno. L’idea lo aveva accarezzato un paio di volte in passato, ma non l’aveva mai preso davvero in considerazione, non abbastanza da andarsi a informare su come funzionasse, almeno.

Itadori riprese a parlare, “Hai un tipo di bellezza che potrebbe piacere sia agli uomini che alle donne.”

Un chicco di riso gli andò di traverso. Era la prima volta che qualcuno diceva una cosa del genere. Forse quello poteva essere il momento giusto per un’altra piccola confessione…

“Non mi interessa piacere alle donne,” Megumi mormorò a voce così bassa che non era sicuro che Itadori l’avesse sentito. Era il peggior coming out che avesse mai fatto, ma era anche l’unico.

Ma Itadori l’aveva sentito e si limitò a scrollare le spalle, “Punta sugli uomini, allora.”

La tranquillità con cui stava prendendo quella conversazione spinse Megumi a considerare l’idea con più serietà di quanto avesse mai fatto.

Se la cosa avesse ingranato ci sarebbero stati numerosi pro. Avrebbe potuto lavorare da casa, e agli orari che preferiva, e non avrebbe più dovuto passare la notte in bianco per rimanere in pari con i corsi.

“Se sei preoccupato per la tua identità puoi usare una maschera,” continuò Itadori. “E— non hai tatuaggi strani, vero?”

Megumi scoppiò a ridere per l’espressione corrucciata sul suo viso. “Nessun tatuaggio strano,” confermò Megumi.

“Bene,” annuì Itadori.

Megumi accantonò il pensiero per tutto il fine settimana e prima che fosse pronto era di nuovo lunedì e tornò al turbinio delle sue giornate — lezioni, pranzo, giri per la città alla ricerca di un lavoro.

Uscì dall’ultima lezione della giornata con la testa già infilata nel telefono. Aveva compilato l’ennesima lista di posti in cui andare a proporsi e stava studiando sulla mappa il percorso migliore per coprirne il più possibile in un solo pomeriggio.

Qualcuno nel corridoio gli venne addosso, il telefono gli sfuggì di mano e cadde a terra con un tonfo sordo. Di scatto, Megumi si chinò a raccoglierlo. Il vetro dello schermo era una ragnatela, e il telefono si era spento.

Megumi alzò lo sguardo e riconobbe subito il ragazzo che l’aveva urtato. Era stato con lui qualche sera prima, a una festa. Aveva le spalle larghe e i capelli chiari, esattamente il suo tipo. Peccato solo si fosse dimostrato estremamente noioso a letto, e quando gli aveva proposto di restare per un secondo round, Megumi gli aveva detto di no e se ne era tornato a casa. Adesso, lo stava guardando dall’alto in basso con aria di superiorità.

Perfetto, pensò Megumi, un altro di quelli con l’ego più grande di lui che non era in grado di accettare un rifiuto. Era ancora più contento di non avergli dato quella seconda possibilità.

Provò a riaccendere il cellulare, ma quello non voleva saperne, restava insensibile a ogni stimolo.

“No, no, no, anche tu no!” disse al suo telefono, come se quello potesse sentirlo, avere pietà di lui e riaccendersi.

Ancora in piedi davanti a lui, il ragazzo sembrò rendersi conto di quello che era successo. Sbiancò. “Io non— volevo solo—”

Megumi si alzò e, senza degnarlo di uno sguardo, lo lasciò lì, in mezzo al corridoio, con delle scuse mezze formate ancora sulle labbra. Non aveva tempo di mettersi a discutere con lui.

Era veramente l’ultima goccia. Megumi era stanco di doversi sbattere in quel modo. Quella storia doveva finire. Avrebbe preso in mano la situazione.

Aveva poco di suo, ma non aveva paura di usarlo.

Arrivato a casa, Megumi si sedette alla scrivania con il suo laptop. Le ricerche lo tennero occupato per l’intero pomeriggio e quando sentì la porta di casa aprirsi pensò che Itadori avesse finito prima il suo turno, poi si rese conto che la stanza si era fatta buia. Era comprensibile che avesse fame.

Uscì dalla sua stanza e trovò Itadori buttato sul divano che giocava con il cellulare. Alzò lo sguardo su di lui.

“Oh, sei a casa. Ti stavo aspettando per cena.”

“Preparo il ramen,” rispose Megumi, dirigendosi verso la cucina. Itadori lo seguì poco dopo e si sedette al tavolo alle sue spalle mentre aspettavano che l’acqua bollisse.

“Ho fatto un po’ di ricerche oggi,” cominciò Megumi. “Sulla cosa del cam-boy.”

Itadori fece un verso per dirgli che stava ascoltando.

“C’è un sito che non sembra male.”

“Hai già creato il profilo?”

“Non ancora.”

Itadori si alzò e prese una bevanda gassata dal frigorifero. Megumi scosse la testa.

“Bevi troppe di quelle schifesse.”

Itadori scrollò le spalle, ma per il resto ignorò il suo commento.

L’acqua bolliva, e Megumi ne versò un po’ nei contenitori del ramen e li appoggiò sul tavolo, classico di fronte a lui e extra condimento di fronte a Itadori. Si sedette al solito posto mentre aspettavano che il ramen fosse pronto.

“La stai prendendo con molta calma.”

“Cosa?” chiese Itadori alzando il coperchio del ramen per vedre a che punto fosse e Megumi gli diede un colpetto sulla mano per farlo smettere.

“Questa storia del cam-boy.”

Itadori si appoggiò allo schienale della sedia. “è un lavoro,” disse. “Ci avevo pensato anche io a farlo per un po’, per non prendere più soldi da Sukuna, ma penso che non renderei bene.”

Megumi cercò di trattenere la sorpresa. Non tanto per il fatto che ci avesse pensato, quando per il fatto che non si fosse sentito abbastanza attraente da andare fino in fondo. Itadori era una delle persone più sicure di sé che avesse mai conosciuto, aveva un fisico invidiabile, e Megumi era convinto che il suo carisma sarebbe passato anche attraverso la telecamera e gli avrebbe fatto guadagnare un buon numero di fan.

“Sono abbastanza sicuro che avresti trovato il tuo pubblico.”

Itadori rise, “Non fa per me. E poi ho scoperto che è divertente spendere i soldi di Sukuna.”

Rimasero per un momento in silenzio, poi Megumi parlò di nuovo.

“E se non funzionasse?”

“Chiudi tutto e torni a cercare lavoro come hai fatto fino adesso,” disse Itadori con serenità. “Fare un tentativo non fa male a nessuno.”

Fare un tentativo… Non l’aveva mai vista in quel modo. Megumi sentì un peso sollevarsi dalle sue spalle. Fare un tentativo non avrebbe fatto male a nessuno.

Megumi sedeva sul letto a gambe incrociate, il laptop aperto davanti a lui.

Aveva finito di compilare il modulo di registrazione e stava controllando per l’ennesima volta i dati inseriti e i termini dell’iscrizione.

Itadori si era rifiutato di aiutarlo a impostare il profilo, non gli importava che Megumi si mettesse fare il cam-boy, ma non voleva sapere di più di quanto non sapesse già. Megumi non poteva dargli torto.

Come foto del profilo, ne aveva scelta una che aveva scattato allo specchio per caso qualche tempo prima, dopo un colloquio, in cui aveva i primi due bottoni della camicia bianca sbottonati. Il suo viso era parzialmente coperto dal telefono, ma il suo fisico longilineo si vedeva bene. Sembrava anche più alto di quanto non fosse in realtà.

Scelse Blessing come nome — banale e pretenzioso al tempo stesso, ma se voleva far funzionare la cosa doveva sparare in alto. E apparire più sicuro di quanto non si sentisse. O almeno, questo era stato uno dei consigli che aveva estratto da Itadori e dalla sua esperienza con i social network.

Il sito dava anche l’opportunità di compilare una lista di desideri dei regali che avrebbe voluto ricevere, Megumi la compilò senza troppa convinzione.

Dopo l’ultimo controllo, diede la conferma. Il suo profilo era ufficialmente online. Tempo qualche minuto, gli arrivò un’email del sito nella quale gli scrivevano che il vibratore che vibrava con le mance che aveva ordinato sarebbe arrivato a casa sua nel giro di ventiquattr’ore, una volta avuto quello avrebbe ufficialmente potuto fare la sua prima live. Aveva passato due giorni a osservare la concorrenza, e ormai aveva una vaga idea di quello che avrebbe dovuto fare, per il resto avrebbe improvvisato.

Per ora, gli restavano solo due cose da fare. Per prima cosa, comprare una maschera. Ne trovò una che copriva solo la parte superiore del volto, di pizzo nero e fu amore a prima vista. Era bellissima, e anche se non copriva interamente il viso avrebbe comunque fatto il suo lavoro. Sarebbe potuta diventare parte della sua immagine. Spese buona parte dei suoi risparmi per comprarla, sperò che ne valesse la pena.

Fatto quello, andò verso il suo armadio e passò in rassegna tutti i suoi vestiti, ne scelse alcuni che gli stavano particolarmente bene e si scattò alcune foto per cominciare a popolare il suo profilo. Si aspettava che si sarebbe sentito a disagio o in imbarazzo, ma la verità era che si sentiva come un adolescente che aspetta di essere da solo in camera per farsi le prime seghe, gli faceva circolare l’eccitazione nelle vene, attratto dall’illeceità di quella situazione.

Avere solo la webcam del computer per scattarsi le foto complicava un po’ le cose, ma per ora doveva farselo andar bene. Finì di scattare le foto e le caricò sul suo profilo.

Adesso era davvero tutto pronto. Non gli restava che aspettare.

Megumi passò la giornata successiva con lo stomaco annodato in attesa dei suoi pacchi. Nel suo petto si alternavano momenti di panico a momenti di esaltazione, era terrorizzato e allo stesso tempo eccitato per quello che stava per fare. E nonostante avesse visto moltissimi streaming in quei giorni, non riusciva proprio ad immaginarsi nei panni di quei ragazzi. Probabilmente non avrebbe avuto nessuno spettatore e nel giro di qualche giorno sarebbe tornato al punto di partenza, ma ormai che aveva messo in funzione la macchina non voleva fermarla.

I suoi pacchi arrivarono nel pomeriggio, insieme a un pacco per Itadori — probabilmente le cuffie antirumore che si era fatto comprare da Sukuna. La maschera era bellissima — valeva la pena provarci anche solo per avere una scusa per indossarla — e adorava come gli stesse addosso.

Quando si avvicinò l’orario deciso, Megumi si chiuse in camera e mise il segnale che lui e Itadori avevano concordato sulla porta della stanza. Mai come in quel momento fu convinto di voler mantenere a tutti i costi quell’appartamento e la privacy che le due camere separate permettevano.

Si mise davanti allo specchio e si tirò indietro i capelli. Indossò la stessa camicia bianca che aveva nella sua immagine del profilo e solo un paio di boxer neri che gli fasciavano il fondoschiena come una seconda pelle. E infine la maschera, legandola bene dietro la testa per evitare che Si sentiva bene, all’altezza di quello che stava per fare.

Si stese sul letto, mise il laptop in posizione e avviò lo streaming. Aveva letto su alcuni forum che aveva consultato che l’inizio poteva essere un po’ lento, e di trovarsi qualcosa da fare, quindi decise di approfittarne per portarsi un po’ avanti con lo studio. Fece attenzione che le sue gambe comparissero nell’inquadratura e che si vedesse quello che stava facendo, magari giocarsi la carta dello studente poteva funzionare.

Si costrinse a tenere gli occhi fissi sul libro, senza guardare in maniera ossessiva quante persone si fossero connesse, ma non riusciva davvero a studiare e si ritrovò a rileggere la stessa frase abbastanza volte da perdere il conto, quindi si limitò a fare finta ancora per un po’.

La chat trillò per i primi messaggi. Megumi aspettò un momento prima di guardare, giusto per fare scena. I primi spettatori erano arrivati. Era il momento di entrare per davvero in scena.

Si tirò su dalla sua posizione e si mise davanti allo schermo, piantando i piedi sul materasso e mostrando le gambe lunghe e le cosce toniche. Anni di corsa gli tornavano utili in quel momento. Aprì appena la bocca e cominciò ad accarezzarsi l’interno coscia, era stato sempre un punto estremamente sensibile per lui, ma a cui nessuno dedicava mai attenzione. E forse quella era la chiave per fare delle live efficaci. Dedicarsi a sé stesso, fare quello che gli piaceva e nessuno sapeva darsi piacere come lui.

Sollevò la testa con fare altezzoso e sorrise arrogante alla telecamera. Gli piaceva l’idea che qualcuno lo stesse guardando, l’idea di tenere qualcuno sulle spine dall’altro lato della webcam. Lo faceva sentire potente in un modo in cui non si era mai sentito prima.

Altre persone si unirono alla live, e i messaggi continuavano ad arrivare sullo schermo. Megumi li leggeva con la coda dell’occhio, ma continuò a muoversi come se non fossero lì. Voleva che aspettassero, ancora per un po’.

La sua erezione cominciò a indurirsi sotto i suoi boxer. Si sollevò la maglietta per mostrare l’addome piatto, la muscolatura allungata e appena visibile. I messaggi si facevano sempre più incalzanti, via la maglietta, via i boxer, mostra quello che hai sotto le mutande.

E Megumi sorrise alla telecamera. “Buonasera,” mormorò. “Cominciate a essere attivi. Mi piace.” Si allungò a prendere il vibratore collegato alle mance che il sito gli aveva mandato e lo mostrò alla telecamera. “Sapete cos’è questo,” disse con lo sguardo fisso nella telecamera. “E sapete come funziona,” aggiunse con un sorriso. “Che ne dite?” A giudicare dai commenti, sapevano cos’era e l’idea che lo usasse piaceva abbastanza.

Megumi tornò alla posizione iniziale, con l’anticipazione che gli dava la pelle d’oca. Sapeva di avere la loro attenzione addosso, lo poteva percepire in ogni fibra del suo essere. Si stava divertendo e si sentiva la testa leggera. Tutti i progetti che aveva fatto, le mosse che si era preparato, sfuggirono dalla sua testa, inebriata da quella situazione.

Si accarezzò l’erezione ormai completamente formata. Lo sguardo gli cadde sul commento di un utente, The King: Levali.

“Volete che me li tolga?” chiese, guardando diretto in camera, come se potesse guardare negli occhi ogni utente che l’aveva scritto. “Fatemelo fare.”

Megumi sentì il suono dell’arrivo di una mancia, poi un’altra. “Molto bene.” Si stese indietro sul letto e sollevò le gambe. Sfilò i boxer facendoli scivolare su, lungo la linea delle cosce e li lanciò via.

Ancora il suono delle mance. A quanto pareva le sue gambe avevano attirato l’attenzione.

Molto bene, scrisse The King.

Nuovi commenti gli suggerivano di aprire le gambe, e Megumi lo fece, lasciando che la camicia coprisse ancora parzialmente la sua erezione.

Nuove mance arrivarono quando cominciò ad accarezzarsi. Sollevò la camicia e la strinse tra i denti, scoprendosi del tutto. Continuò a muovere la mano, e gli sfuggì un gemito soffocato dalla stoffa che teneva tra i denti. Con la mano libera, Megumi scese ad accarezzare la sua apertura ancora morbida. Quel pomeriggio si era fatto una doccia e si era preparato, era anche venuto per aumentare la sua resistenza quella sera.

Tra i messaggi che lo esortavano ad andare avanti e penetrarsi con le dita, spiccava quello di The King. Impaziente.

Megumi sorrise e fissò dritto nella telecamera, come se lo stesse sfidando, quando si penetrò con due dita. Il tintinnio delle mance continuava. Megumi cominciò a pompare con le dita, lasciandosi libero di gemere. Gli scappò un gemito più forte quando le dita toccarono la sua prostata.

Ma non poteva perdersi nel piacere, doveva andare avanti con lo spettacolo. Si allungò verso il vibratore e si penetrò con quello. Un nuovo flusso di mance lo fece vibrare. Era più potente di quanto avesse previsto, e si appoggiava deliziosamente contro la sua prostata, lo lasciava senza fiato. Megumi approfittata della pausa tra una scarica e l’altra per riprendere fiato. Si sporse verso la telecamera per mostrare come il vibratore sparisse nel suo corso e il modo in cui la sua erezione si contraesse a ogni nuova scarica. C’erano persone lì che lo guardavano, che stavano godendo guardandolo e il pensiero che qualcun altro, a distanza, stesse controllando il suo corpo e potesse controllare il suo orgasmo lo eccitava più di quanto avesse mai pensato potesse succedere.

Il piacere gli aveva avvolto l’intero corpo, era quasi al limite.

“Sto per venire,” mormorò alla telecamera. “Chi vuole l’onore?” chiese provocatorio. Nuove mance, ma nessuna di quelle era abbastanza, ognuna lo spingeva solo un po’ più vicino al limite, ma non erano abbastanza.

Poi ne arrivò ancora una, lunga e interminabile, esattamente al posto e al momento giusto, esattamente quando ne aveva bisogno. Megumi venne senza neanche bisogno di toccarsi, e il suo pubblico dovette apprezzare, perché ne arrivarono ancora, spingendolo nel territorio della sovrastimolazione.

Megumi si concesse un momento per riprendere fiato, poi si avvicinò alla telecamera con fare sinuoso e ringraziò tutti quelli che si erano collegati. Chiuse la trasmissione sentendosi più stanco di quanto avesse previsto, dopo aver raggiunto l’orgasmo migliore da un po’ di tempo a quella parte. Forse era più portato per quel lavoro di quanto credesse.

Collassò sul letto. Era sudato e appiccicoso, e avrebbe avuto bisogno di una doccia, ma non era sicuro che le gambe potessero reggere il suo peso in quel momento.

Sullo schermo del suo computer apparve la notifica di un messaggio nella chat del sito. The King gli aveva scritto in privato. Sei interessante, Blessing Benvenuto.

Gli streaming cominciarono a ingranare dopo quella prima sera. Aveva alcuni spettatori regolari di cui aveva memorizzato i nomi, altri andavano e venivano, ma a poco a poco sembrava star riuscendo a costruirsi un nome.

Alcuni avevano anche cominciato a mandargli dei regali. Il sito aveva un sistema che teneva protette le vere identità deli iscritti e tutti i regali venivano controllati prima di essere inoltrati. Per la maggior parte, aveva ricevuto lingerie. Megumi cercava di indossare quello che poteva durante gli stream, facendo attenzione a nominare esplicitamente chiunque gli avesse mandato il regalo, e con quello che non riusciva a far entrare negli streaming si scattava delle foto che caricava nel suo profilo.

The King era sparito dopo quel primo messaggio, ma Megumi lo vedeva quasi sempre online durante i suoi show, e lasciava spesso mance piuttosto generose.

Quella sera, Megumi decise di cominciare a saldare il suo debito nei confronti di Itadori. Non aveva streaming, aveva deciso di lasciarsi i venerdì sera liberi per passare la serata a guardare anime con Itadori. Era un’abitudine che avevano preso dopo essersi trovati come compagni di dormitorio, al primo anno, e che continuava adesso che avevano affittato insieme quell’appartamento. Ordinò la pizza per entrambi, e insieme si buttarono sul divano e misero su una nuova puntata di un anime che avevano cominciato a seguire insieme.

“Come stanno andando gli streaming?” gli chiese improvvisamente Itadori. Era la prima volta che glielo chiedeva esplicitamente.

“Bene,” ammise Megumi. “Non è un modo per arricchirsi, ma guadagno più o meno quanto guadagnavo prima lavorando di meno.”

“Ma ancora niente telefono.”

“Ancora niente telefono,” sospirò Megumi. Era vero, nonostante avesse ripreso a guadagnare, in quel momento, con il pagamento dell’affitto che si avvicinava sempre di più, non poteva permettersi di spendere per un nuovo telefono.

Itadori si mise in bocca un pezzo di pizza. “Hai provato a buttarla lì durante una live? Magari ti danno abbastanza da comprartene uno nuovo.”

Megumi era in conflitto. Da una parte si sentiva un approfittatore a chiedere soldi per un nuovo telefono, dall’altra un cellulare nuovo gli sarebbe davvero servito. Forse aveva ragione Itadori, e forse non c’era niente di male a dirlo. In fondo, stava offrendo i suoi servizi in cambio di soldi, come in un qualunque altro lavoro.

E, onestamente, da quando aveva iniziato, si sentiva molto più in controllo della sua vita. I suoi ritmi di studio erano diventati più umani, non doveva più passare le notti in bianco per studiare senza rimanere indietro. E recuperare ore di sonno lo faceva sentire meno in stato di zombie la mattina, riusciva a seguire meglio le sue lezioni. Non era il lavoro che avrebbe voluto fare per il resto della sua vita, ma per il momento poteva andare.

Adesso che aveva di nuovo i pomeriggi libri stava anche pensando di tornare a correre, finalmente.

“Buonasera,” Megumi cominciò il suo streaming. Adesso che aveva dei regular, i suoi streaming cominciavano con qualche chiacchiera generale. Rendeva il tempo di attesa prima che la situazione si scaldasse più gestibile, e a quanto pare la cosa veniva apprezzate, perché in chat riceveva domande. Megumi rispondeva, stando attento a non rivelare troppo.

“Volevo ringraziarvi per i regali che mi avete mandato. Sono tutti bellissimi, e mi dispiace che non li possiate vedere meglio. Purtroppo il mio telefono si è rotto un po’ di tempo fa, e scattare le foto con la webcam del computer è complicato.”

In chat, qualcuno gli chiese che cosa fosse successo al suo telefono.

Megumi dibatté un momento tra sé che cosa dire, ma alla fine decise di dire la verità. Raccontò di essere stato a letto con un ragazzo, e che quando si era rifiutato di dargli una seconda opportunità quello non l’aveva presa bene, l’aveva urtato nei corridoi dell’università e glielo aveva fatto cadere. Quella storia aveva il vantaggio di essere abbastanza generica da poter essere reale o inventata, e fu un ottimo ponte per passare alla fase successiva della sua live. Passò a parlare di quanto fosse stato noioso, delle sue fantasie e desideri.

Nel corso dello stream di quella sera, Megumi ebbe la sensazione che le mance fossero più consistenti del solito. Forse davvero si sarebbe potuto comprare un nuovo telefono e riaprire i suoi contatti con il mondo.

Il nuovo pacco dal sito arrivò un paio di giorni dopo. Era sempre un momento eccitante, quando riceveva un nuovo pacco, e una parte di lui non riusciva a credere che ci fossero persone che davvero volevano regalargli delle cose. Non aveva mai ricevuto regali, neanche ai compleanni. Il massimo che riusciva a ottenere, all’orfanotrofio, era la torta alle fragole e le candeline.

Megumi si sedette sul divano, approfittando di essere a casa da solo, e aprì il pacco con tutta calma. All’interno, trovò un paio di discutibili completini intimi — chi poteva pensare che avrebbe mai indossato della lingerie leopardata fucsia era un mistero; aveva ricevuto anche un paio dei vibratori che aveva messo nella lista dei desideri senza troppa fiducia. Ma c’era anche qualcos’altro. A ogni oggetto, era allegato un biglietto che ne indicava il mittente, qualcuno aveva anche scritto un paio di righe per accompagnare il regalo.

Allungò la mano dentro il pacco e ne tirò fuori una scatolina che inizialmente non riuscì ad identificare. Il biglietto indicava The King come mittente, e Megumi sgranò gli occhi quando vide che cosa fosse.

Un telefono nuovo.

Non era un grande esperto di nuove tecnologie, ma sembrava anche un modello piuttosto recente. Aprì la scatola con cautela. Il telefono all’interno era splendido, dallo schermo grande, un modello decisamente più moderno del suo.

Megumi andò in camera sua e aprì il sito suo computer. Aprì i messaggi privati e li scorse fino a trovare quel primo messaggio che aveva ricevuto e a cui non aveva neanche risposto.

Mi hai mandato un telefono, scrisse.

Forse avrebbe dovuto aggiungere qualcosa, mantenere il suo personaggio anche in quel messaggio, ma in quel momento si sentiva ancora troppo sbalordito che uno sconosciuto avesse pensato di mandargli un telefono nuovo.

Si aspettava di non ricevere risposta fino a sera, ma la risposta arrivò prima del previsto.

Hai detto che il tuo è rotto. Era tutta una scusa?

Megumi rispose subito. No, il mio telefono è davvero rotto. Solo non pensavo di riceverne uno.

Ti dispiace?

Non sono sicuro di poter accettare.

Allora fai una cosa per me.

Megumi guardò confuso il messaggio. Non ho intenzione di dare dati personali.

Bravo ragazzo.

Quella risposta lo confuse ancora di più. The King scrisse ancora. Ne ho scelto uno con una buona fotocamera. Scattati delle foto decenti, quelle che hai adesso sul tuo profilo sono tremende.

Finché è solo questo, lo farò.

Non ti farei mai del male, Blessing.

-

Megumi trascorse il pomeriggio a scattare e caricare le nuove foto per il suo profilo. Quella sera ricevette un nuovo messaggio da The King.

Arancione? Davvero?

Megumi scoppiò a ridere. Tra i completini che aveva ricevuto, ne aveva ricevuto anche uno di pizzo arancione. Gli stava veramente male, ma aveva promesso di fare foto con tutto quello che avrebbe ricevuto, e quindi aveva scattato e caricato anche una foto con quello, sperava che passasse inosservato tra le altre foto.

Non è il mio colore? Rispose Megumi.

Assolutamente no.

E con che colore starei bene?

Verde scuro.

“Con chi parli?” lo interruppe Itadori sedendosi accanto a lui sul divano.

Ne terrò conto, scrisse Megumi, e spense lo schermo del suo telefono.

“Con il tizio che mi ha mandato il telofono,” rispose mostrandolo a Itadori.

“Wow!” Itadori gli strappò il telefono di mano e cominciò a giocarci. “Questo modello è appena uscito,” e si lanciò nella spiegazione delle specifiche tecniche del modello che Megumi non stette ad ascoltare.

Megumi ricevette la camicia due giorni dopo. Una camicia verde scuro, di un tessuto liscio e setoso sulla pelle, niente a che vedere con le camicie che aveva indossato fino a quel momento. Il mittente era, ancora una volta, The King. E aveva avuto ragione. Quel colore gli donava molto, e Megumi adorava come gli stesse addosso. Aveva anche indovinato la taglia, assolutamente perfetta per lui. Gli fasciava il corpo come una seconda pelle.

Andò in camera sua, indossò la maschera e si mise davanti allo specchio a figura intera. Si scattò una foto in cui si vedesse bene la camicia e anche il fatto che stesse scattando la foto con il telefono che gli aveva mandato.

Avrebbe dovuto caricare la foto sul profilo, ma c’era qualcosa di stranamente intimo in quel regalo e Megumi si sentiva di non volerlo condividere pubblicamente, non ancora. Aprì la chat con The King e mandò la foto solamente a lui, senza aggiungere altro.

Staresti bene nel mio ufficio, gli rispose The King.

Non era esattamente quello che si aspettava. La maggior parte delle volte, quando qualcuno avviava una chat privata con lui, parlava di camera da letto. Era una piacevole variazione.

Ufficio?

The King rispose con una foto. Sembrava seduto su una sedia d’ufficio, con giacca, cravatta e camicia bianca. Sembrava abbastanza giovanile come look, e sembrava avere il petto largo. E quel look… era interessante. The King scrisse ancora.

Se me li portassi tu invece della mia segretaria i documenti mi sembrerebbero meno noiosi.

Megumi sorrise alla chat. Non male. Ne voleva di più. E mi lasceresti andar via?

Non è facile. Se andassi via potrei guardarti il culo, ma non mi dispiacerebbe tenerti sotto la mia scrivania, a mia disposizione.

Oh, la conversazione stava prendendo una piega interessante. Non era la prima volta che faceva un po’ di fan service nei messaggi privati, ma questa volta Megumi non riusciva a sentirsi distaccato. Le cose che quell’uomo diceva gli facevano stringere lo stomaco. Lo eccitava che fosse un uomo che lavorava in ufficio, vestito quell’uomo. Dava un’idea di potere, e Megumi forse doveva scendere a patti con il fatto che avesse un po’ un problema con il potere. Le eccitava, e lo eccitava far eccitare uomini così. Lo eccitava l’idea di sottomettersi a uomini così.

Sono piuttosto flessibile, entrerei facilmente sotto la scrivania, scrisse.

La risposta di The King si fece attendere un po’ di più. Sono in riunione, e sto detestando ogni secondo. Vorrei essere nel mio ufficio e poter leggere i tuoi messaggi da solo.

E i tuoi colleghi cosa pensano?

Che ho smesso di parlare perché sto ricevendo messaggi importanti.

L’aura di potere che quell’uomo emanava allora era giustificata.

Torna alla tua riunione, possiamo riprendere questa conversazione più tardi.

The King non rispose, ma Megumi non aveva tempo per pensarci. Doveva prepararsi per lo streaming.

Megumi tornò a casa dall’allenamento e si fece una doccia. Quella sera era di riposo. Da quando aveva di nuovo i pomeriggi liberi era tornato a correre e solo adesso che aveva ricominciato si era reso conto di quanto gli fosse mancata quella sensazione. Non sentire nient’altro che il vento e la pista sotto i piedi, la sensazione di correre lontano da tutto ciò che lo preoccupava, e a distanza i suoi problemi sembravano meno pesanti, più gestibili.

Era ancora lontano dai suoi tempi del liceo, ma non andava così male come temeva. Il suo corpo stava reagendo bene agli allenamenti, e il suo corpo si stava asciugando in fretta in quei punti in cui un anno di inattività l’aveva ammorbidito.

I suoi spettatori non avevano tardato a notare il cambiamento nel suo corpo. Avevano fatto domande, e Megumi aveva spiegato che era finalmente tornato a correre e aveva detto di quanto gli fosse mancato. La storia sembrava aver commosso i suoi spettatori, perché quella sera le mance erano state ottime.

Sul tavolino da caffè, trovò un pacchetto proveniente dal sito. Itadori era a lavoro e Megumi lo aprì sul divano.

Quella volta, dentro ci trovò un fit bit, perfettamente compatibile con il suo telefono. Ancora una volta da The King.

Megumi prese il telefono per mandargli una foto del suo polso con il fit bit. Lui ricambiò con una foto del suo braccio con lo stesso fitbit, scrivendogli che funzionava bene. Aveva un bel braccio, grosso e muscoloso. I frammenti che Megumi aveva di quell’uomo ormai componevano un’immagine sempre più allettante, e qualche volta quella figura senza volto era entrato nelle sue fantasie, ma non voleva ammetterlo.

Nella scatola c’era qualcos’altro. Megumi guardò un attimo il disegno sulla scatola, senza capire esattamente che cosa fosse. Sembrava un dildo anale attaccato a un pennello per il trucco. Aprì la scatola e studiò meglio il prodotto. Gli ci volle un po’, ma capì che quella cosa doveva essere una coda da coniglio di un rosa pastello. Era carina, molto carina, e decise di usarla nello streaming dell’indomani. Certo, si sarebbe dovuto ingegnare per usare il vibratore delle mance, o poteva non usarlo e fare qualcosa di diverso. Aveva un po’ di cose da fare.

Lo streaming era stato un successo. Tutti i suoi spettatori avevano adorato la coda da coniglio e le mance lo avevano dimostrato. Megumi era veramente soddisfatto.

Non male, gli scrisse The King dopo la live. Mi piacerebbe averti come animaletto a casa, ad aspettare il mio ritorno a casa.

Megumi sentì la ormai familiare stretta di eccitazione allo stomaco.

Vorresti che ti saltassi addosso quando ritorni a casa?

Vorrei metterti un collare per far sapere a tutti che sei mio, tenerti inginocchiato sotto la mia scrivania mentre lavoro e farti tutto ciò che desidero quando finisco.

Mi piace come suona.

Ah sì? Ti piace l’idea di avere un uomo più grande che ti comanda, che ti dice quello che devi fare?

Più di quanto credessi.

Ti metterei un collare, per far sapere a tutti che sei mio.

Mi piacerebbe.

La conversazione si stava scaldando, ma in quel momento The King mise un freno.

Buonanotte, Blessing, scrisse.

Megumi non sapeva se essere deluso o sollevato.

Megumi si stava preparando per andare a una festa a cui l’aveva invitato Itadori. Aveva indossato la camicia che gli aveva regalato The King perché adorava come gli stesse.

Itadori bussò alla sua porta. “Pronto?”

“Quasi”

“C’è un pacco per te,” glielo lasciò sul letto e uscì dalla stanza.

Stavolta il pacco era piccolo. Megumi lo aprì e dentro c’era solo una cosa. Era un bracciale, da The King. E, questa volta, aveva allegato un biglietto.

“Non sarà un collare, ma per ora può andare.”

Megumi lo indossò immediatamente.

C’era un ragno sul soffitto. Megumi lo guardava camminare avanti, poi indietro e poi di nuovo in avanti. 

La porta della camera si chiuse, e Megumi scattò in piedi e cominciò a raccogliere i propri vestiti sparsi in giro. Quella scopata è stata una perdita di tempo. Per tutto il tempo, mentre quel tizio si dimenava sopra di lui, la sua mente tornava a The King. Era sempre così con i ragazzi della sua età, e Megumi era stanco di annoiarsi in quel modo. E lo era ancora di più adesso, che con il suo nuovo lavoro aveva imparato a capire che cosa gli piacesse e che cosa meno.

Sgattaiolò via mentre il ragazzo era ancora sotto la doccia e tornò a casa ancora mezzo brillo.

Prese in mano il telefono e mandò un messaggio a The King.

Mi hai rovinato la serata.

Buonasera, Blessing. Vuoi dirmi che succede?

Megumi gli mandò una foto del proprio polso, dove il bracciale riposava accanto al Fitbit. Che cos’è questo?

Un regalo.

Megumi prese fiato prima di rispondere. Sono stato a letto con un ragazzo questa sera. Ho pensato a te tutto il tempo.

Fammi indovinare. Lui ci ha provato tutta la sera, è stato carino con te, molto carino, troppo. Tu volevi che ti prendesse, ti ordinasse cosa fare, ti comandasse a bacchetta.

Sì.

E adesso vorresti che lo facessi io? Dirti cosa fare?

Sì.

Allora sdraiati comodo.

I messaggi di The King continuarono ad arrivare, descrivevano esattamente che cosa avrebbe fatto a Megumi se fosse stato lì, sempre più nel dettaglio. E Megumi adorava ogni momento.

Venne con un gemito strozzato e scrisse un rapido Buonanotte.

Non c’era modo di tornare indietro dopo una cosa del genere, ma adesso non voleva pensarci.

Megumi uscì dal negozio soddisfatto del suo acquisto. Era da tempo che Itadori voleva quel videogioco, e lui si era ripromesso che gli avrebbe fatto un regalo degno di questo nome quando finalmente avesse trovato un lavoro. Non solo per i soldi che gli aveva prestato, ma anche per il supporto che gli aveva dimostrato.

La metà del mese era arrivata, e con quella il giorno in cui avrebbe dovuto pagare l’affitto. Megumi aveva fatto il proprio versamento, e era rimasto sconvolto quando si era reso conto che sul suo conto restavano effettivamente dei soldi a disposizione.

Di ritorno dalle lezioni passò davanti alla pasticceria del quartiere. Ci passava ogni mattina e guardava i dolci esposti in vetrina sentendo l’acquolina in bocca. Ogni giorno passando il profumo dello zucchero riempiva la via, gli faceva venire veramente voglia di entrare lì e comrparsi qualcosa, ma non se lo era mai potuto permettere. Quella pasticceria era nota per essere una delle più famose della città, e i dolci erano piuttosto cari, e Megumi non aveva mai avuto soldi extra da poter spendere in dolci.

Eccetto che quel giorno ce li aveva. L’illuminazione lo colpì all’improvviso.

Di istituto entrò e comprò una torta alla fragola, la sua preferita. L’ultima volta che l’aveva mangiata gliel'avevano fatta per i suoi quindici anni, all’ultimo compleanno in cui suo padre si era degnato di essere presente. Era stato lui a scegliere la torta, sapendo quale fosse la preferita di Megumi.

Quella sera la mangiò con Itadori, godendosi i frutti del proprio lavoro. 

Forse la vita universitaria non sarebbe poi stata così male. 





the violin

Mar. 29th, 2023 04:02 pm
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Titolo: the violin 

Fandom: Haikyuu 

Parole: 400

Rating: safe 


Sakusa plays the violin.

In his opinioni, it’s nothing special, just something he does. Every single day, almost religiously, he sits in his chair at the window and plays. 

There is something soothing about the feeling of the strings against the pad of his fingers, of the polished wood under his chin.

It’s a moment of quiet. 

There is no place to think about his future, his life, his duties. 

It’s a moment of silence in the tumultuous ocean that his mind usually is. 

Every single day, even when every muscle on his body aches after a long day of practice or he's tired after a game, Sakusa sits at the window and plays his violin.


The first time Atsumu goes to his house, he notices the chair beside the window and the violin on top of it.

“Didn't know ya played, Omi-kun”

Sakusa shrugs his shoulder. 

“Will you make me hear something?”, Atsumu asks. 

Sakusa is taken aback, because it’s nothing special, it’s just something he does. Why would someone pay attention to that?

“No”, he answers. Because he doesn’t want his anxiety, his perfectionism, to reach that place too.

Atsumu never asks again.


When they go live together, Atsumu takes the habit to go out for some walks. Every night at the same hour.

It takes Sakusa a while to realize he’s doing that to leave him his hour of silence. Atsumu knows he needs it, even if Sakusa never said it out loud. 

Sakusa never thanks him, but when Atsumu comes back he always finds tea waiting for him. Iced, on summer days, steamy hot in the dark winter evenings. 


It’s been a few months since they started living together when Atsumu catches a cold. He can’t leave the house. 

He tries to convince Kyoomi to go somewhere else for a few day, just until he gets better, but Sakusa refuses. 

On the third day, when the time of his usual walks comes, Atsumu hears the violin playing in the living room. 

Something shifts in him. His heart clenches hearing the music. It’s the moment he realizes Sakusa made the final step to completely accept him in life as someone he doesn’t have to hide from. 

It took them three years, but Atsumu knows that now they’re there. They are, finally, completely, together. 


voglie

Mar. 29th, 2023 04:00 pm
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Titolo: voglie

Fandom: Jujutsu Kaisen

Parole: 300

Rating: safe

Warning: mpreg



Sukuna si svegliò nel bel mezzo della notte. Ci mise un momento a capire che cosa l'avesse svegliato. Megumi gli stava scuotendo una spalla.

Sukuna scattò in piedi: era finalmente il momento? Ma Megumi non sembrava essere sofferente, solo infastidito.

Sukuna lo circondò con le braccia, la pancia sporgente di Megumi premeva contro di lui ed era la sensazione più bella che avesse mai provato. La gravidanza era quasi al termine, e lui già cominciava a sentirne la mancanza, anche se era eccitato per quanto sarebbe venuto dopo.

"Stai bene?" Chiese con la voce carica di sonno.

"Non riesco a dormire," rispose Megumi.

"Posso fare qualcosa?"

"Voglio il gelato."

Sukuna gelò, "Gelato?"

Megumi annuì, "Alle fragole."

"Gelato alle fragole," ripetè Sukuna.

Dove diavolo lo trovava il gelato alle fragole alle -- lanciò un'occhiata alla sveglia sul comodino -- tre del mattino in pieno inverno?

"Vedrò cosa posso fare," disse.

Si alzò dal letto, indossò il giubbotto sopra il pigiama, afferrò le chiavi della macchina e uscì di casa. Seduto in macchina, fece una rapida ricerca dei supermercati aperti tutta la notte e ne trovò uno a pochi chilometri di distanza. Mise in moto, raggiunse il supermercato e lì il reparto surgelati. C'erano varie vaschette di gelato, Sukuna ne prese una alla fragola e, tanto per essere sicuro, un paio di altri gusti.

Tornò a casa soddisfatto: era riuscito a fare quella cosa per il suo compagno.

Entrò piano nell'appartamento, tolse la giacca e si diresse in camera da letto con le vaschetta del gelato alla fragola e un cucchiaio. 

Megumi si era addormentato stretto al cuscino di Sukuna, e sembrava dormire così bene. Sukuna avrebbe voluto arrabbiarsi, ma non ci riuscì. Rispose il gelato nel congelatore tornò a stendersi accanto al suo compagno e al loro futuro bambino.


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Titolo: video addiction

Parole: 200

Fandom: My hero academia

Rating: safe 


“Bakugou,” Todoroki says in a tone than makes Katsuki’s skin crawl every time. No, he’s not doing this anymore, he will not. 

“What?” he says, getting closer to the common room’s couch where Todoroki is curled up under a blanket like a cat – as if he needed it, with his quirk.

Todoroki pats the spot beside him and Katsuki sits with a sigh. Not another dumb, cat video, please. Just, not. 

It is another dumb cat video. But Todoroki is smiling – that timid thing showing more and more on his face – as he passes Katsuki his phone. And Katsuki be damned if he does something to make that smile disappear – he’s in too deep, he knows, but they’re alone in the common room and Todoroki will never catch up anyways. He can indulge both himself and Todoroki. 

Katsuki takes the phone, Todoroki puts his chin on Katsuki’s shoulder to watch the video once again – Katsuki doesn’t want to know how many times he watched it already, but it’s okay, a lot of things are when Todoroki sits close enough that he can smell his vanilla and lemon shampoo – and Katsuki press play.


sick day

Mar. 28th, 2023 08:50 pm
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Titolo: sick day

Fandom: Vanitas no carte

Parole: 100

Rating: safe


Se Vanitas era una persona complicata di solito, quando si ammalava lo era ancora di più. 

Noè rientrò dalla sua spedizione in cucina con in mano un vassoio, piatti leggeri adatti a una persona che aveva il raffreddore. Vanitas era dove lo aveva lasciato, seduto sul letto con le braccia incrociate al petto e il broncio. Era una vittoria. Noè si aspettava di trovare il letto vuoto e la finestra aperta. Le minacce erano servite.

"Non ho fame," disse Vanitas imbronciato.

Noè sorrise. Vanitas malato era insopportabile, ma Noè non avrebbe lasciato a nessun altro il compito di prendersene cura.


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Titolo: I’ll be whatever you need me to be

Fandom: My hero academia

Missione: M3 – la triade

Parole: 2063

Rating: nsfw




Dopo il combattimento, Eijiro si rifugiò in un vicolo per sfuggire ai giornalisti. Non aveva problemi a gestirli, di solito, ma aveva bisogno di un momento per riprendere fiato prima di affrontarli. 

Nel vicolo, però, non era da solo. Todoroki era già lì. Sapeva che aveva preso parte allo scontro perché aveva sentito l’improvvisa ondata di gelo del suo quirk – dopo anni passati a combattere al suo fianco era ormai in grado di riconoscerla a pelle –, ma avevano combattuto in due punti diversi e non lo aveva visto fino a quel momento. 

Era strano che fosse lì. Dare interviste non era il suo forte, ma non si sottraeva mai quando i giornalisti si avvicinavano a lui.

Aveva la testa appoggiata al muro e gli occhi chiusi, il volto era accaldato, e anche quello era strano per una persona in grado di controllare la propria temperatura interna.

Eijiro si avvicinò titubante. “Todoroki?”

Todoroki aprì gli occhi ma non si mosse.

“Tutto ok?”

“Sì.”

Sembra senza fiato, ma tiene gli occhi fissi su Eijiro in quel modo che ogni volta gli faceva scorrere i brividi lungo la schiena. Aveva un’espressione concentrata e sofferente al tempo stesso, e sembrava stesse pensando profondamente a quello che aveva da dire. “In realtà, ti andrebbe di venire a cena da me?”

Se non lo avesse proposto lui, glielo avrebbe chiesto Eijiro. Era chiaro che non stesse bene, e Eijiro non lo voleva lasciare da solo in quelle condizioni, soprattutto adesso che Katsuki era fuori città.


Gli era sempre piaciuta casa di Katsuki e Todoroki, era un mix perfetto tra moderno e tradizionale, di design ma accogliente. 

Todoroki crollò sul divano, reclinò indietro la testa e chiuse gli occhi. Sembrava esausto, e Eijiro aveva la sensazione che ci fosse qualcosa in più oltre alla stanchezza della giornata di lavoro. Aveva i capelli ancora umidi per la doccia che si era fatto prima di lasciare l’agenzia e indossava una felpa nera di Katsuki che gli stava larga. Era veramente troppo adorabile per il povero cuore di Eijiro. D’istinto scattò una foto e la mandò a Katsuki. Gli aveva promesso che avrebbe tenuto d’occhio Todoroki mentre era via, dopotutto.

“Preparo i piatti e metto un film?” chiese Eijiro e si avviò verso la cucina con la busta del take away del posto di pancake all’angolo che Todoroki adorava.

La risposta di Katsuki non si fece attendere.

Sta bene?

Eijiro rispose subito. L’ho visto un po’ fuori fase. Ceno da voi e lo tengo d’occhio.

Katsuki rispose immediatamente, come se fosse rimasto attaccato al telefono in attesa della sua risposta. Bene.

Eijiro preparò piatti per entrambi, li portò in salotto e mise su un film. Mangiarono in silenzio, e lasciarono i piatti sul tavolino da caffè dopo aver finito – una cosa che non avrebbero mai potuto fare in presenza di Katsuki, ma finché non c’era potevano prendersi qualche libertà. 

Mano a mano che il film procedeva, Todoroki si rannicchiava sempre di più contro il divano e gravitava sempre più vicino a Eijiro. Era talmente vicino che poteva sentire il calore che emanava da lui. Era troppo, e aveva il volto accaldato ancora di più di quanto fosse stato. Eijiro cominciò a preoccuparsi.

“Stai bene?”

Todoroki rispose con un mugolio.

“Sento se hai la febbre,” avvertì prima di appoggiare una mano sulla fronte di Todoroki.

Era per metà bollente e per metà gelido, contava come febbre con il suo quirk? C’era un modo per capirlo? Avrebbe dovuto chiamare Katsuki? O un medico?

Todoroki sospirò di sollievo al contatto e si premette di più contro la mano di Kirishima, poi la spostò per appoggiare la fronte al suo petto, inspirò profondamente e fece un versetto soddisfatto. Solo in quel momento, quando erano così vicini, il suo odore raggiunse Eijiro. Sapeva di legna arsa nel caminetto e vaniglia, ma c’era qualcosa di più dolce sotto, dolce e con una punta di piccante.

Estro.

Todoroki era in calore, e se Eijiro non fosse stato un beta se ne sarebbe accorto molto prima. Doveva fare qualcosa, ma cosa? Avevo seguito le lezioni di educazione sessuale al liceo, ma non aveva prestato troppa attenzione, dal momento che era un beta pensava che la cosa non lo avrebbe mai riguardato da vicino, e adesso si sentiva perso. 

Katsuki, doveva chiamare Katsuki. Sicuramente lui avrebbe saputo cosa fare quando il suo compagno era in calore. 

“Todoroki,” partì Eijiro, mentre Todoroki aveva cominciato a strusciarsi contro il suo petto. “Todoroki,” ripeté, “credo che tu sia in calore.”

“Mh-mh,” mormorò Todoroki continuando a strusciarsi, si strinse a lui, come se volesse fondersi con lui e, non soddisfatto di quel contatto, montò sopra Eijiro e si mise a cavalcioni su di lui, stringendogli le braccia intorno al collo e nascondendo la testa nel suo collo. Giusto, il contatto fisico aiutava a calmare un omega in calore. Ma Eijiro era solamente un uomo, e quello era troppo per lui. Vedere Todoroki così aperto e vulnerabile… Aveva bisogno di aiuto.

Strinse un braccio intorno a Todoroki e si allungò verso il telefono che aveva lasciato sul bracciolo del divano. “Adesso chiamo Katsuki,” disse a Todoroki. “Lui saprà che cosa fare.”

Todoroki alzò la testa, “Katsuki? Dov’è?” 

“In missione,” gli ricordò Eijiro. “Ma adesso lo chiamiamo, va bene?”

Todoroki annuì, tornando a strusciarsi contro il collo di Eijiro. Era adorabile, troppo per il povero cuore di Eijiro che da anni cercava di sopprimere quella parte di lui.

Eijiro chiamò Katsuki, che rispose al secondo squillo.

“Che succede?”

“Todoroki è in calore,” disse subito, poi si fece coraggio e disse la parte successiva. “Si è messo in braccio a me, e non so che fare.”

Katsuki non esitò, “Resta con lui, non lasciarlo da solo. Io arrivo il prima possibile.”

“Katsuki?” chiese Todoroki e prese il telefono di Eijiro. 

“Ehi, Sho,” Eijiro sentì Katsuki dire. “C’è Eijiro lì con te, si prenderà cura di te. Io arrivo il prima possibile.”

Todoroki mugolò e scelse quel momento per cominciare a strusciarsi su di lui, e Eijiro sentì il proprio corpo reagire. Todoroki era uno dei suoi migliori amici, era il compagno del suo migliore amico in assoluto, non poteva assolutamente fargli questo. 

Eijiro riprese il telefono dalle mani di Todoroki.  “Katsuki, stiamo parlando di un calore, e…” sperava che quello fosse abbastanza per farlo capire a Katsuki, che sembrò afferrare.

“Lo so,” la sua voce sembrava tesa. “E se non fossi tu ti avrei già detto di andare via di lì immediatamente, ma…”

“Ma?”

Un momento di pausa, “Non dovevano andare così le cose,” disse. “Ne parliamo quando arrivo. Per ora resta lì.”

Non diede a Eijiro il tempo di dire altro e attaccò, e Todoroki cominciò a baciargli il collo. 

“Todoroki,” cominciò, incerto di quello che avrebbe dovuto fare.

“Shoto,” rispose Todoroki. “Chiamami Shoto.”

“Shoto,” ripeté Eijiro. “Non so che cosa dovrei fare,” ammise.

Shoto si mise a litigare con la maglietta di Eijiro, sembrava gliela dovesse strappare e lui capì l’antifona e se la tolse, poi Todoroki cominciò a fare lo stesso con la propria maglietta e Eijiro lo aiutò a togliersela. Shoto si appoggiò al suo petto e al contatto pelle contro pelle sospirò di piacere e sollievo, gli prese le mani e se le appoggiò sui fianchi. La sua pelle era gelida e bollente. 

“Lo so che lo vuoi,” disse Shoto. “Ho visto come guardi me e Katsuki, adesso puoi.” E la parte peggiore era che aveva ragione.

“Volevamo…” cominciò, e ogni parola sembrava una fatica. “Volevamo chiedertelo, ma non c’era mai l’occasione.” 

“Chiedermi cosa?” chiese Eijiro con la bocca secca.

“Chiederti di diventare nostro,” mormorò Shoto sulla pelle del suo collo. “Katsuki si era preparato un discorso,” sorrise come se ci stesse pensando.

Eijiro sentì il proprio cuore accelerare. Lo volevano? Volevano lui? Era per questo che Katsuki aveva detto… ma non poteva pensarci adesso. Adesso doveva occuparsi di Shoto, fare quello che poteva per farlo stare meglio. E se aveva imparato qualcosa era che quando non sapeva cosa fare la cosa migliore da fare era chiedere.

“Che cosa posso fare?”

Shoto gli prese la mano che era sul suo fianco e se la fece scivolare lungo la schiena, fino a farla scomparire dentro i suoi pantaloni. “Toccami.”

E Eijiro non poteva che rispondere a quel richiamo. Con le mani andò a cercare l’apertura di Shoto, era bagnato da morire e Eijiro lo penetrò con due dita direttamente. Shoto inarcò la schiena e gemette, e il gemito andò direttamente all’eccitazione di Eijiro.

Shoto si avventò sulle labbra di Eijiro e lo baciò, e allo stesso tempo si premette indietro contro le sue dita. Eijiro continuò a toccarlo fino a farlo venire, dentro i pantaloni era così duro da fargli male. 

Shoto si abbandonò contro il petto di Eijiro. “Nido,” mormorò.

Eijiro se lo caricò in braccio e lo portò in camera da letto, sul letto c’era il suo nido e Eijiro riconobbe, tra gli abiti di Katsuki, molti dei suoi che erano misteriosamente spariti e la cosa lo fece sentire bene. Depositò Shoto sul letto e si allontanò da lui per un momento per andargli a prendere un bicchiere d’acqua. Sentì Shoto mugolare perché era rimasto da solo e fece il più in fretta possibile. Quando tornò in camera, Shoto si era spogliato completamente. Eijiro fece lo stesso e si andò a stendere accanto a lui. 


Eijiro riuscì a dormire un po’ tra un’ondata e l’altra di calore. Non sapeva quanto tempo fosse passato da quando si erano chiusi in camera da letto, ma fuori dalla finestra non era ancora giorno, quindi non potevano essere molte ore, ma si sentiva stanco come se fossero giorni. Un beta non era progettato per restare tanto a lungo da solo con un omega – da quel poco che ricordava, a livello biologico la funzione dei beta era soprattutto quella di restare lucido quando il calore degli alpha e degli omega si sincronizzava, una sorta di guardia del corpo. Non gli sarebbe dispiaciuto essere il loro scudo, il pensiero gli scaldava il cuore. E forse c’era bisogno di lui prima del previsto.

C’era rumore nell’appartamento.

Facendo attenzione a non svegliare Shoto, Eijiro si alzò dal letto e aprì la porta della camera da letto, pronto a tutto.

La luce del bagno era accesa, e Eijiro si affacciò, e vide Katsuki che si stava lavando la faccia. Il dubbio di aver fatto qualcosa che non doveva tornò ad attanagliargli lo stomaco adesso che se lo trovava davanti.

Katsuki gli lanciò un’occhiata. “Ho visto che dormivate e ho pensato di darmi una sciacquata prima di venire a letto.”

“Certo. Adesso che sei qui io posso anche…”

“Cosa? Andartene?”

Eijiro non rispose. 

“Te l’ho detto, fossi stato chiunque altro ti avrei detto di andar via. Solo il fatto che ci fossi tu con lui non mi ha fatto uscire fuori di testa.”

Eijiro non sapeva cosa dire di fronte a tanta onestà. “Ho fatto quello che ho potuto.”

“Sono sicuro che sia stato sufficiente.”

“Aveva bisogno di te.”

“E anche di te. Hai visto il nido, no?”
Eijiro annuì.

Katsuki si appoggiò al lavandino.

“Te l’ha detto?”

Eijiro capì subito a cosa si stava riferendo. Annuì.

“Mi dispiace sia andata così. Appena sarà finito tutto questo ne riparleremo con calma.”

Eijiro era in grado di capire quando la sua presenza non era più richiesta. Dalla camera da letto, entrambi sentirono Shoto gemere. Subito Katsuki fu alla porta, pronto a scattare alla voce del suo compagno. Eijiro entrò in camera subito dopo di lui e lo trovò già steso a letto con le braccia intorno a Shoto che, nel sonno, passava il naso sulle ghiandole sul suo collo, beandosi del suo profumo, qualcosa che sicuramente Eijiro non aveva potuto fare.

Eijiro cominciò a recuperare i vestiti che aveva abbandonato sul pavimento, quando una mano lo tirò. Alzò lo sguardo, anche nella penombra riconosceva lo sguardo fiero di Katsuki.

“Dove stai andando?”

“Hai detto che quando sarà finito ne parleremo.”

“Sei un idiota,” mormorò, e lo tirò fino a farlo cadere nel letto. Shoto allungò una mano e strinse quella di Eijiro, mentre Katsuki se lo tirava addosso e lo baciava.

Eijiro sentì qualcosa sciogliersi nel suo petto rimettendosi a letto. Quello era esattamente il posto dove voleva essere adesso. 




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Titolo: I just wanna stay in that lavender haze 

Fandom: My hero academia

Missione: M3 – freccia

Parole: 1886

Rating: safe


E arriviamo adesso all’eroe numero uno della nostra classifica degli eroi più sexy in circolazione. E il titolo va… all’eroe Shoto! E voci di corridoio, ci dicono che sia ancora single — tutta la redazione si chiede come sia possibile —, quanto ancora durerà?


Izuku lo aspettava di fronte al palazzetto, con i capelli nascosti da un cappello e una mascherina che gli copriva le adorabili lentiggini. Shoto lo raggiunse e dalla piega degli occhi capì che sotto la mascherina stava sorridendo. Anche lui si era camuffato per l’occasione, cappello a nascondere i suoi capelli estremamente riconoscibili e occhiali non graduati per mascherare almeno un po’ la cicatrice.

Sopra le loro teste, gli stendardi con il logo della HeroCon si agitavano al leggero venticello di aprile. 

Insieme entrarono alla convention e cominciarono a girare tra gli stand. Shoto era un eroe ormai da anni, ma ancora non si era abituato a vedere il suo viso riprodotto su poster, spille, action figures, e sui volti di altre persone che si truccavano per somigliare a lui, alcune talmente bene da fargli talvolta venire il dubbio che si stesse guardando allo specchio.

Il dorso della mano di Izuku sfiorò il dorso della sua. Erano in pubblico e più di quello non potevano fare, ma Shoto non avrebbe voluto altro che girare la mano e stringere quella di Izuku — tenersi per mano gli piaceva, aveva scoperto. 

Camminarono un po’ più vicini. L’attenzione di Izuku venne catturata da uno stand che vendeva merchandise vintage. Izuku si gettò sulla sezione dedicata a All Might, alla ricerca di qualcosa che non avesse già, e ogni oggetto che incontrava era accompagnato da una spiegazione completa di quando fosse stato fatto e per quale occasione. C’era una figure della Golden Age che, a quanto pareva, stava cercando da anni. Mentre Izuku pagava, l’attenzione di Shoto venne catturata da un angolo dello stand, dove erano accumulate alcune figures di Crimson Riot.

“Ne vuoi prendere una per Kirishima?” Chiese Izuku.

Shoto annuì, “Mi aiuti a scegliere?”

Izuku si mise a studiare le figures con serietà, come se fosse davanti al merchandise di All Might. Shoto non sapeva che cosa avesse fatto per meritare tutto quello, ma non aveva intenzione di farsi troppe domande.

Con l’aiuto di Izuku, Shoto scelse due figures da portare a Kirishima. 



Shoto e Deku sono stati avvistati insieme alla HeroCon di questo fine settimana! 



Entrambi gli eroi erano in borghese, e si sono aggirati per tutta la giornata tra gli stand. L’amicizia tra i due è ben nota sin dai tempi del liceo — tutti ricordiamo il loro fantastico scontro al primo festival sportivo — ma dalle foto che siamo riusciti a ottenere sembra che possa esserci qualcosa in più. Numerose persone hanno testimoniato la vicinanza tra i due, e non sarebbe una sorpresa che tra i due possa essere scattato qualcosa, sono numerose le coppie nate in quella classe, dopotutto. 

Che Shoto abbia finalmente trovato la persona giusta per accasarsi? 



Il sabato mattina, la palestra vicino casa di Shoto era semideserta. Era il momento perfetto per allenarsi senza dover fare la fila per le macchine. Era meno attrezzata di quella che avevano in agenzia, ma era esattamente a metà strada tra casa di Shoto e casa di Kirishima, e da un po’ di tempo avevano preso l’abitudine di vedersi lì il sabato mattina per poi andare a fare il brunch insieme. 

Shoto finì la sua ultima serie alla abdominal machine e si prese un momento per riprendere fiato. Gli rimanevano solamente gli esercizi di stretching da fare, la cosa che odiava di più. Prima di spostarsi verso la saletta per gli esercizi a corpo libero, si lanciò un’occhiata intorno per vedere dove fosse Kirishima. Stava lavorando alla lat machine, le maniche larghe della canotta lasciavano intravedere i muscoli della sua schiena che si muovevano per il movimento e lo spettacolo era affascinante. Kirishima completò l’ultima serie e si alzò dalla macchina. Si guardò intorno e quando i suoi occhi si posarono su Shoto, che ancora non si era mosso dal suo posto, e gli sorrise. Si alzò e si avvicinò a lui. 

“Stretching?”

“Stretching,” rispose Shoto con fare lamentoso.

Kirishima rise. “Andiamo,” disse porgendogli la mano. Shoto la prese per alzarsi e lo seguì nella saletta. 

Lui e Kirishima si sdraiarono l’uno accanto all’altro e cominciarono i loro esercizi. Shoto non era mai stato particolarmente flessibile, non era proprio il suo punto forte, a differenza di Izuku o Katsuki. Kirishima era più o meno come lui, e il suo quirk non lo aiutava, almeno potevano capirsi.

Shoto stava litigando con un nuovo esercizio che non gli riusciva in alcun modo. Kirishima rise guardandolo. 

“Aspetta, ti do una mano,” disse alzandosi. “Non puoi farlo da solo quello.”

Prese una gamba di Shoto e cominciò a spingerla verso di lui, allungandogli i muscoli. Dalla sua posizione, Shoto vedeva Kirishima sopra di lui, leggermente sudato, con i capelli che gli ricadevano sulla fronte. Se lo stretching fosse sempre stato così, Shoto si sarebbe lamentato molto di meno con i suoi trainer.

Chissà se Katsuki conosceva già quell’esercizio. Glielo avrebbe dovuto far vedere al loro prossimo allenamento. 



Red Riot e Shoto sembrano molto in confidenza. Fonti vicine ai due, ci raccontano che tutti i sabato mattina i due si vedono in palestra, dove si allenano insieme.

Red Riot e Kirishima si conoscono sin dai tempi della scuola, e le foto dimostrano quanto i due siano in confidenza. Spesso di sabato sono stati visti a pranzo insieme, forse proprio a seguito dei loro allenamenti supplementari del sabato mattina? 

Ultimamente, erano circolate voci di una possibile relazione tra Shoto e Deku. Deku è a conoscenza di questi incontri settimanali? E che cosa ne pensa?

Il mistero resta ancora da svelare.

Shoto uscì dal portone, Katsuki lo aspettava in strada in sella alla sua moto. Indossava una giacca di pelle, che fece venire i dubbi a Shoto per quello che aveva indossato – una maglietta a collo alto e un cardigan. 

“Va bene così?” chiese avvicinandosi alla moto. “Non mi hai detto dove stiamo andando.”

Katsuki lo guardò dall’alto in basso. “Passabile,” disse porgendogli un casco. “Andiamo adesso.”

Shoto montò in sella alla moto. “Dove stiamo andando?” chiese al primo semaforo.

“Non hai proprio pazienza,” commentò Katsuki. “Stiamo andando a un concerto.”

“Oh,” esclamò Shoto felice. Non era mai stato a un concerto prima, ed era emozionato. 

 Katsuki sorrise e ripartì. Mano a mano che si avvicinano allo stadio, il traffico e la folla aumentavano. Alcuni indossavano le fasce del gruppo legate sulla fronte, altri agitavano bastoncini luminosi, altri ancora avevano delle bandiere più grosse di loro sulle spalle.

Katsuki lasciò la moto nel parcheggio del palazzetto e aiutò Shoto a scendere. Poco distante, c’era un carretto da cui arrivava un odore delizioso di tokoyaki che riproduceva al massimo volume tutte le canzoni più famose del gruppo probabilmente prese a caso da una playlist già fatta di Spotify.

“Possiamo prenderli?”

Katsuki alzò gli occhi al cielo, “Fai in fretta, o i posti buoni finiranno.”

Shoto annuì e si mise in fila per i tokoyaki, poi si avviarono all’entrata, con Shoto soddisfatto del suo acquisto. Ne offrì uno a Katsuki che lo mangiò direttamente dal suo bastoncino — a Shoto venne da ridere, era proprio una cosa da coppietta, una di quelle che Katsuki aveva giurato non avrebbe mai fatto quando avevano cominciato a frequentarsi.

Dentro al palazzetto, l’atmosfera era elettrica. Le persone aspettavano con ansia l’arrivo del gruppo e quando le luci si spensero si alzò un coro di urla eccitate.

La mano di Katsuki raggiunse la sua e la strinse. “Vedi di non perderti,” disse. “Non voglio sentire Izuku se ti perdo qui.”

Shoto ricambiò la stretta. Il rumore intorno a lui era quasi assordante, e lo divenne ancora di più quando partì l’intro della prima canzone. Shoto si guardò intorno con fare frenetico, poi si voltò verso Katsuki.

“Che cosa dovrei fare?” chiese.

“Non devi fare niente, Halfie,” disse. “Se conosci le canzoni canti, se non le conosci stai zitto, se ti va di ballare balli, fine.”

“Oh,” Shoto annuì e tornò a guardarsi intorno. Il gruppo comparve sul palco, la prima canzone partì, intorno a lui le persone cominciarono a cantare e ballare. Anche lui si ritrovò a canticchiare le canzoni che conosceva, e mano a mano che la musica lo trascinava si ritrovò anche a ondeggiare sul posto, ballando un po’,

Teneva ancora la mano di Katsuki, che assecondava i suoi movimenti. Non lo lasciò andare per tutto il concerto.

 

Il mistero che circonda la vita sentimentale dell’eroe Shoto si infittisce ancora. Ieri sera hanno cominciato a circolare su Twitter delle foto che testimoniavano la presenza dell’eroe Shoto al concerto che si è tenuto nel palazzetto cittadino in compagnia di… Dynamight! Dalle foto sembrerebbe che i due si siano tenuti per mano per tutta la durata del concerto, e alcuni testimoni oculari hanno raccontato che i due sembravano tenere degli atteggiamenti molto intimi.

Sorge di nuovo la domanda: che cosa sta succedendo nella vita romantica si Shoto? Sta veramente uscendo con qualcuno? Siate certi che continueremo a indagare!

La truccatrice diede gli ultimi ritocchi al trucco di Shoto, poi sparì dietro le quinte. Davanti a lui, l’intervistatrice diede un’ultima letta ai fogli con le domande che si era preparata.

“Trenta secondi,” annunciò il cameraman.

Shoto era sempre nervoso prima delle interviste, non erano il suo forte, ma facevano parte del suo lavoro quindi ogni volta si faceva forza e andava.

“Tre, due, uno… In onda!”

L’intervistatrice introdusse la puntata, e introdusse lui, e cominciò con le solite domande di rito a cui Shoto aveva già risposto centinaia di volte: il suo lavoro, che cosa faceva nel tempo libero, cose abbastanza standard e su cui ormai Shoto andava sul sicuro.

“Ci avviciniamo alla conclusione di questa intervista, e non posso non farti la domanda che è ultimamente sulla bocca di tutti,” disse l’intervistatrice.

Shoto la guardò incuriosito, c’era qualcosa che lo riguardava che era sulla bocca di tutti? Non ne aveva saputo niente.

“Ci sono state molte chiacchiere ultimamente sulla tua vita sentimentale, e i fan sono divisi, si chiedono se tu stia uscendo con qualcuno, i nomi di Red Riot, Deku e Dynamight sono saltati fuori. Quindi ti chiedo, stai uscendo con qualcuno di loro?”

Ah, quella questione scottante. C’era un giornaletto di second’ordine che stava basando le sue vendite su quella storia, da quello che gli aveva detto il suo PR. Shoto aspettò un momento prima di rispondere. Ne avevano parlato prima, e avevano deciso che non l’avrebbero dichiarato, ma che se fosse saltata fuori la cosa non l’avrebbero nascosta non si sarebbero nascosti. Sembrava che il momento fosse finalmente arrivato.

Shoto sorrise, “Con tutti e tre,” disse.

L’intervistatrice scoppiò a ridere, “E anche oggi, Shoto ci ha deliziato con il suo umorismo,” disse. “Per questo episodio è tutto, ci vediamo martedì prossimo.”

Shoto salutò la telecamera, con un leggero sorriso sulle labbra. Era buffo che non gli avessero creduto, ma non sorprendente. Lui aveva detto la verità, ma se le persone decidevano di continuare a farsi domande credendo più ai giornaletti di gossip che a lui, beh, non era un problema suo.


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Titolo: count me in

Fandom: My hero academia

Missione: M3 – V

Parole: 1496

Rating: safe

Non è neanche mezzogiorno, e Katsuki ha già un chiodo saldamente conficcato nell’arco del suo sopracciglio sinistro.

“Non può farti male,” ringhiò spazientito all’indirizzo di Todoroki. Guardava la padella come se potesse saltare via dai fornelli e morderlo, agita le bacchette a distanza cercando di girare le uova come se avesse in mano una bacchetta magica in un capitolo tagliato di Harry Potter.

“Lo so,” risponde Todoroki a denti stretti.

Per la prima volta da quando tutta questa storia ha avuto inizio Katsuki sente una nota di irritazione nella sua voce solitamente piatta. Ha una ruga che gli solca la fronte, e riesce comunque a essere bello, e Katsuki deve fare ricorso a tutto il suo autocontrollo per restare seduto al suo posto e non strappargli le bacchette dalle mani e prendere in mano la situazione prima che le uova si brucino. 

Todoroki prende il coraggio a due mani e si avvicina alla padella, ma ogni volta che versa un po’ delle uova sbattute dalla ciotola, lo sfrigolio lo fa sobbalzare e irrigidire. Katsuki vorrebbe essere infuriato con lui, ma conosce fin troppo bene la storia della sua famiglia per non capire da dove viene la sua reazione.

Il tamagoyaki che sta preparando sta venendo fuori con una forma sbilenca e vagamente bruciacchiato, ma l’espressione sul viso di Todoroki è concentrata, come se in quel momento non esistesse nulla al di fuori di quella padella. 

“Ungi di nuovo la padella,” istruisce Katsuki e Todoroki esegue. “Questo è l’ultimo strato. Devi arrotolarlo più stretto rispetto a quelli di prima, è quello che deve tenere tutto insieme.”

Todoroki annuisce, con lo sguardo fisso sulla padella, e prova a eseguire. Muove le bacchette in modo impacciato, e rompe lo strato d’uovo in più punti. Todoroki finisce di arrotolarlo e lo sposta sul piatto, poi lo taglia a fettine. Il risultato è sfilacciato e irregolare, ma lo serve comunque in due piatti e ne appoggia uno di fronte a Katsuki con sguardo preoccupato.

Katsuki assaggia. La parte centrale è quasi cruda, ma gli strati esterni sono più compatti, nonostante i numerosi buchi. Il risultato è completamente sciapo, ma nel complesso è commestibile. Guarda Todoroki e annuisce, e il modo in cui il viso di Todoroki si illumina è quasi adorabile.

Tutto era cominciato un paio di settimane prima, quando Todoroki gli aveva teso un’imboscata dopo una delle sue sessioni di allenamento del sabato mattina e gli aveva chiesto di insegnargli a cucinare. Katsuki si era opposto con tutte le sue forze, ma Todoroki aveva insistito. Katsuki era stato costretto a cedere quando Todoroki aveva innalzato un muro di ghiaccio per evitare che un detrito gli cadesse in testa durante una missione nel corso del loro tirocinio. E adesso si ritrovava incastrato in quelle lezioni segrete: la domenica mattina, nella cucina del dormitorio, prima che tutti si svegliassero. Con il senno di poi, forse avrebbe preferito il masso in testa.

Katsuki prende un altro boccone di quell'obbrobrio e finalmente fa la domanda che gli ronza in testa da quando tutta quella storia è cominciata. 

“Perché vuoi imparare a cucinare? Ti nutri di pacchetti di soba fredda!”

Todoroki avvampa di colpo, una fiammella gli scappa dall’orecchio – deve decisamente lavorare sul controllo del suo lato sinistro, il bastardo, prima che  possa sperare di sconfiggerlo al loro ultimo festival sportivo. Manca poco più di un mese, gli conviene sbrigarsi. Todoroki abbassa lo sguardo e con le bacchette gioca con il cibo che ha preparato. Biascica qualcosa che Katsuki non capisce.

“Eh?”

“Volevo fare una cosa carina per… Kirishima.”

Un sasso cade pesantemente nello stomaco di Katsuki e si accoccola lì saldamente. Ovvio che Todoroki abbia una cotta per Kirishima. E Kirishima – e Katsuki odia quanto sia percettivo in certi momenti – non sarebbe per niente opposto all’idea di uscire con Todoroki. Lo ha visto nel modo in cui si illumina quando Todoroki entra in una stanza, nell’attenzione che gli dedica ogni volta che apre bocca, nel modo in cui gli ronza intorno in continuazione. Dopotutto, chi sano di mente sceglierebbe lui quando c’è qualcuno come Todoroki in circolazione?

Cerca di ricomporsi prima di rispondere. “Stai facendo tutto questo per capelli di merda?”

Todoroki abbassa lo sguardo e annuisce in modo quasi impercettibile.

“Abbiamo cominciato a uscire da un paio di settimane, e lui fa sempre cose carine per me. Volevo fare qualcosa di carino per lui.”

Il peso del sasso nello stomaco di Katsuki triplica, e lui scoppia a ridere di una risata forzata. Non solo perché Todoroki potrebbe tranquillamente prendergli una bottiglietta d’acqua da un distributore perché Kirishima sia contento, ma anche perché sta totalmente sbagliando strada.

“Vieni con me,” dice alzandosi.

Tutto quello che vorrebbe fare è andare a nascondersi in camera, ma tre anni in quella classe lo hanno reso in qualche modo una persona migliore e, in fondo, quello che sta facendo Todoroki è una cosa carina, che Kirishima apprezzerebbe, e lui, nonostante tutto, vuole che Kirishima sia felice.

Insieme si avviano al supermercato vicino al dormitorio. Katsuki guida Todoroki fino al reparto carne. “Se vuoi fare una cosa buona per capelli di merda, prendi una qualsiasi bistecca da questo frigorifero e grigliala.”

Todoroki lo guarda perplesso, “Tutto qui?”

“Uno, grigliare una bistecca è un’arte. Due, sì. Tutto qui. Niente di troppo complicato.”

“Lo conosci bene.”

Già, e certe volte vorrebbe non fosse così. “Per mia sfortuna,” dice, attento a non rivelarsi troppo.

“Ti piace, non è così?”

Katsuki si paralizza nel mezzo della corsia frigorifero del market, poi si avvicina al banco frigo e comincia a far finta di analizzare le confezioni di carne esposte. Vorrebbe negarlo, ma ha senso a questo punto? Si limita ad annuire.

“Credo che anche tu gli piaccia.”

Come amico, certo. Katsuki lo sa.

“Intendo in senso romantico,” continua Todoroki, prendendo una confezione di carne e analizzando l’etichetta.

Katsuki non sta capendo. Todoroki non gli ha appena detto che stanno uscendo insieme? Che cosa sta succedendo.

“Mi sembra che tu abbia detto che state uscendo insieme,” risponde secco, appoggiando una confezione di carne e prendendone un altra.

“Sì,” e il modo in cui sorride nel dirlo è da diabete e costringe Katsuki a distogliere lo sguardo.

“Quindi questa conversazione non ha senso.”

Todoroki sembra pensarci per un momento. “Credo che Kirishima abbia talmente tanto da dare che una persona sola non sarebbe sufficiente a riceverlo. E non mi dispiacerebbe se l’altra persona fossi tu.”

Katsuki sente la terra mancargli sotto i piedi, ma in senso completamente nuovo rispetto a prima. Non riesce a credere a quanto sta sentendo. Credeva di non avere più possibilità, che tutto per lui fosse finito, e adesso… Adesso salta fuori che potrebbe ancora avere una possibilità?

Come se quella conversazione non fosse mai avvenuta, Todoroki sceglie una bistecca tra quelle del banco. Katsuki osserva la confezione, poi gliela strappa di mano e ne prende un altra.

“Andiamo.”

Tornano al dormitorio e nascondono la bistecca in frigorifero. Per il resto della mattina, Katsuki non riesce a concentrarsi su niente — figurarsi le ripetizioni di matematica che deve dare a Sero e Mina, si limita a colpirli in testa con il quaderno degli esercizi, ma non riesce a smettere di lanciare occhiate nervose a Todoroki e Kirishima, che studiano insieme seduti al tavolo della colazione.

Quando l’ora di pranzo si avvicina, Todoroki e Katsuki si alzano contemporaneamente, come a comando.

“Ehi, capelli di merda,” dice Katsuki. “Tra venti minuti in cucina.”

Todoroki e Katsuki si chiudono in cucina, ignorando il resto della classe che li guarda con fare sospettoso — come se sceglierebbe la cucina per attaccare briga con Todoroki, tch — e Katsuki spiega con pazienza a Todoroki come preparare la bistecca.

Il risultato è discreto, leggermente più cotta di quanto l’avrebbe fatta Katsuki, ma comunque accettabile.

“Non dico che devi parlare con Kirishima,” inizia Todoroki. “Ma se volessi farlo, posso lasciarvi soli.”

Katsuki non ha ancora fatto pace con quello che sta succedendo, ma c’è una voce dentro di lui che gli dice di cavalcare l’onda dell’assurdità e non far passare quel momento. Si sente tremare al solo pensiero, ma sa anche che più andrà avanti più sarà difficile: via il dente, via il dolore, no?

“Resta,” dice quasi forzandosi. “Questa cosa riguarda anche te, in fondo.” La verità è che non vuole restare solo, non vuole affrontare la cosa da solo, e in queste settimane di frequentazione ha scoperto che la presenza di Todoroki ha un effetto calmante su di lui.

Todoroki annuisce.

Esattamente venti minuti dopo, puntualissimo, Kirishima entra in cucina. Il suo volto si illumina quando Todoroki gli passa la bistecca e gli dice che l’ha preparata per lui. Katsuki li guarda, come se fosse un estraneo. Poi Todoroki gli lancia un’occhiata rassicurante, accogliente e Katsuki, in qualche modo, si sente improvvisamente parte di quello strano triangolo.

Prende un respiro profondo, con lo stomaco stretto come mai prima, neanche prima di un combattimento è così nervoso, e si siede di fronte a Kirishima.

Ha un discorso da fare. 


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Titolo: love you too

Fandom: My hero academia

Missione: M3 – U

Parole: 2268

Rating: safe



Il locale che avevano scelto per la cena era molto carino. Somigliava più a un pub che a un ristorante, ma l’aveva scelto Bakugou perché ”se devo venire a cena con voi, devo almeno rimediarci una buona cena”, e nessuno avrebbe mai osato mettere in discussione la sua opinione quando si trattava di cibo e ristoranti.

Mina e Kirishima sono già seduti al tavolo. Denki li raggiunge e Kirishima lo saluta con un abbraccio e ordina una birra anche per lui mentre aspettano. Denki è particolarmente contento di essere qui stasera, con i loro lavori era da un po’ che non riuscivano a vedersi per una cena e organizzare quella era stato una partita a Tetris.

Sero arriva poco dopo, e ora manca solo Bakugou. Conoscendolo stava ricontrollando che tutte le virgole nei suoi rapporti fossero al posto giusto. Mentre aspettano, Sero racconta della missione all’estero da cui è appena tornato. 

Quando Bakugou finalmente arriva non è da solo. Con lui c’è un ragazzo alto, dalle spalle larghe e una massa di capelli viola.

”Shinsou,” mormora Denki.

”Ho trovato un randagio,” dice Bakugou sedendosi al tavolo.

”Scusate l’intrusione,” dice Shinsou, sedendosi tra lui e Denki.

Dal tavolo si alza un coro di ”benvenuto” e ”nessun problema” e ”più siamo meglio è”, ma Denki non riesce a spiccicare una parola. Non si vedono dal diploma, circa nove mesi prima, e Shinsou se possibile è ancora più bello di quanto ricordasse. Non si incontravano mai durante le ronde perché Shinsou era andato a lavorare per un'agenzia specializzata in operazioni sotto copertura. Gli unici contatti tra di loro si erano limitati al continuo scambio di meme che andava avanti da quando Shinsou era stato trasferito nella loro sezione, e ritrovarselo davanti adesso era… intenso.

”Come va il lavoro?” Chiede Kirishima.

E Shinsou inizia a raccontare quanto può, la sua voce è bassa e suadente e Denki passerebbe volentieri l’intera serata ad ascoltare solo lui. 

Ordinano, mangiano, la serata procede bene. Denki partecipa alla conversazione, ma ha sempre un orecchio teso verso Shinsou e gli lancia occhiate ogni volta che può.

Quando la serata giunge al termine, è troppo presto. Denki non vuole ancora lasciarlo andare. 

”Da che parte vai?” Chiede a Shinsou. È la prima volta che gli rivolge la parola direttamente nel corso della serata.

”Abito di là,” e indica la stessa direzione in cui deve andare Denki.

”Facciamo un pezzo di strada insieme?” 

Shinshou sorride appena, ”Volentieri.” 

Denki sente il suo petto sciogliersi. Bene, la cotta che aveva per lui non è passata a quanto pare, buono a sapersi.

Si avviano in silenzio. È Shinsou a parlare.

”Pensavo non volessi parlarmi.”

”Mi sembrava avessi già il tuo bel da fare con l’attenzione di tutti addosso,” risponde Denki, una mezza verità. Sa che stare al centro dell’attenzione lo stanca, ma è anche vero che ha passato la serata a cercare di capire come parlargli senza rendersi completamente ridicolo. 

”Vero,” commenta Shinsou. ”Ma mi ha fatto piacere venire. Ultimamente, con il lavoro, quando non sono in ufficio o in missione gli unici esseri viventi che vedo sono i miei gatti.”

Denki scoppia a ridere. Ovvio che appena va a vivere da solo si prende i gatti, ci avrebbe scommesso.

”Quanti me hai?”

Shinsou parte allora a descrivere i suoi gatti, con la voce più entusiasta che Denki gli abbia mai sentito — non è difficile da riconoscere se lo si conosce un po’.

Quando arrivano all’incrocio in cui si devono separare è ancora troppo presto per Denki, ma non ha più scuse. La tensione nell’aria è forte quando si salutano.


Denki rientra a casa e trova le luci spente, deve essere andata già a letto. La trova sotto le coperte a leggere un libro. Senza neanche cambiarsi, Denki si butta sul letto e appoggia la testa sulle sue gambe. Kyoka chiude il libro e passa le mani tra i suoi capelli.

”Yaoyorozu è già andata via?” Chiede Denki.

”Poco dopo cena, ha il turno presto domani mattina.”

”Come è andato l’appuntamento?”

Kyoka arrossisce appena, in quel modo che Denki trova sempre adorabile, e lui ha tutte le risposte di cui aveva bisogno. Le sorride, contento per lei.

”La cena?”

”Tutto bene.”

”Ma…?”

Denki si copre il viso con le mani, facendo finalmente uscire il quindicenne alla prima cotta dentro di lui che era riuscito a trattenere per tutta la serata. ”C’era Shinsou.”

Kyoka ride. ”Ancora?”

In risposta, Denki geme. ”Dovevi vederlo…”

Kyoka si china su di lui e lo bacia. ”Chiedigli di uscire.”

”Dici?”

”Sì. Secondo me accetta.”

Denki si copre di nuovo il viso con le mani. ”Non so come,” ammette.

”Troveremo un modo.”

E sapendo di avere lei dalla sua parte, Denki ci crede.


”Devi solo chiedergli di pranzare insieme!” dice Kyoka spazientita.

Denki, seduto al tavolo della colazione, continua a guardare la conversazione con Shinshou. L’ultimo messaggio è una foto dei gatti di Shinsou che ha ricevuto due giorni prima, la mattina dopo la cena. Sono passati tre giorni, e ancora non ha trovato il modo di chiedergli di uscire, nonostante le insistenze di Kyoka e il supporto di Yaoyorozu — che ovviamente aveva saputo tutto il giorno dopo e era entrata anche lei a far parte del piano, anche se le sue idee, fino adesso, si sono dimostrate piuttosto… infattibili.

Kyoka prende un sorso di caffè e sospira spazientita, strappa il telefono dalle mani di Denki, scrive qualcosa e glielo restituisce. 

Adesso, la conversazione con Shinsou si era arricchita di un nuovo messaggio: Hey. Sei libero per pranzo?

Pranzo, bene, meno impegnativo della cena. Denki lancia uno sguardo riconoscente a Kyoka e mette il telefono in tasca, sicuro che Shinsou ci metterà un po’ a rispondere come al solito e esce per il suo turno.

La risposta gli arriva proprio durante la pausa pranzo. Sono libero adesso, e non sono lontano dalla tua agenzia. Buoni posti in zona?

Denki andò nel panico. Sì, il pranzo andava bene, ma così è troppo presto, ha troppo poco preavviso, che deve fare? Dove possono andare? E deve rispondere al messaggio! Preso dal panico, chiama Bakugou, che risponde al terzo squillo.

“Spero che tu sia in punto di morte.”

“Quasi. Qual è un buon posto dove pranzare vicino alla mia agenzia?” 

Bakugou sospira pesantemente, probabilmente si sta strusciando gli occhi in quel momento e incasinando l’eye-liner che continua a sostenere di non usare, ma gli dà il nome di un posto, e subito Denki chiude la chiamata e dà il nome a Shinsou. Raggiunge anche lui il locale, prende il tavolo e mentre aspetta Shinsou usa lo schermo del telefono come specchio per sistemarsi i capelli. Era sempre così nervoso prima di un appuntamento? Non ricordava di essere stato così nervoso prima di uscire con Kyoka. Ma poi quello si poteva considerare un appuntamento? 

Shinsou arriva poco dopo e subito lo raggiunge al tavolo. La conversazione all'inizio è stentata, ma presto si sciolgono e la situazione migliora. Denki non riesce a smettere di guardare le sue labbra mentre parla, e ha la vaga sensazione che per Shinsou sia lo stesso.

La fine della pausa arriva, ancora una volta, troppo presto. Shinsou è interessante e divertente, e Denki vuole passare più tempo con lui. Ha bisogno di inventarsi qualcosa e in fretta.

“Kyoka fa un concerto venerdì sera,” sputa fuori, e gli sembra una buona idea. Shinshou e Kyoka hanno sempre avuto gusti musicali simili, e Denki sa che a lui non dispiace la sua musica. ”Se ti va di passare,” aggiunge come un ripensamento.

Shinsou sorride, appena accennato e dolce, e il cuore di Denki salta un battito – avere una cotta è così complicato.

“Volentieri,” dice Shinsou. ”Mi scrivi i dettagli?”

“Certo.”

Pagano il pranzo e Shinsou esce dal ristorante. Denki lo guarda andare via con aria sognante.


Kyoka era sempre splendida quando era sul palco. Denki non riesce a smettere di sorridere mentre la guarda dal parterre. È come un pesce nell'acqua, la gioia che sprizza mentre suonava la rende ancora più bella di quanto non sia di solito. 

A giudicare dal modo in cui Yaoyorozu, poco distante da lui, tiene gli occhi fissi sul palco deve essere d'accordo con lui. Le mancano solo gli occhi a cuore. Sono veramente belle insieme, nessun dubbio al riguardo, e quella relazione aveva reso Kyoka così felice. 

Una mano si appoggia sulla spalla di Denki e il viso di Shinsou compare nel suo campo visivo. Ha in mano due birre e ne porge una a Denki, poi si mette lì accanto, muove la testa a tempo di musica. 

Ha il viso rilassato, e un lieve sorriso sulle labbra. La giacca di pelle che indossa gli fascia alla perfezione le spalle larghe. 

Mentre lo fissa, Shinsou si volta verso di lui. Lo fissa dritto negli occhi e la tensione tra loro è palpabile nella penombra del locale. La canzone finisce e ne parte un'altra, una delle preferite di Denki del repertorio di Kyoka, una ballata che aveva scritto subito prima del diploma per salutare la classe a modo suo.

Denki sente la tensione crescere, l'aria è elettrica, il volto di Shinsou sempre più vicino. Ed è allora che Denki viene preso dal panico, il battito del suo cuore impazzisce e si sente sudare freddo. 

Ha sempre saputo di essere bi, ma non ha mai fatto nulla prima con un ragazzo. Non è pronto, non se la sente e forse non se la sentirà mai.

Denki fa un passo indietro e fa appena in tempo a vedere la delusione sul volto di Shinsou prima di allontanarsi da lì. 

Lo rivede ancora una volta nel corso della serata, dopo il concerto, mentre ha la testa nascosta nella spalla di Kyoka: con la coda dell'occhio lo vede uscire dal locale, ma non fa nessuna mossa per fermarlo.


Nel fine settimana non lavorano, ma sono a disposizione – pronti a scattare se dovesse esserci un emergenza. Di solito sono i momenti che lui e Kyoka umano per stare un po' insieme quando di solito riescono a malapena a vedersi durante la settimana.

Denki è saldamente intenzionato a passare tutto il fine settimana a letto, con le coperte sopra la testa a tenda. Non riesce a credere che ha bruciato ogni possibilità che aveva con Shinsou la seconda volta. La prima volta, al liceo, non aveva avuto neanche il coraggio per fare il primo passo, ma questa volta stava andando meglio – almeno il primo passo l'aveva fatto –, credeva davvero di farcela, e aveva rovinato tutto.

Kyoka si stende sul letto accanto a lui. ”Hai provato a scrivergli?”

”Non mi ha risposto.”

”Riprovaci, allora.” 

”Mi odierebbe ancora di più.”

”Non credo ti odi.”

Denki era abbastanza convinto di sì, ma non vuole dirlo ad alta voce. ”Dovresti andare al tuo brunch con Yaoyorozu,” dice invece.

“Non voglio lasciarti mentre stai così.”

“Non è un problema, non ho intenzione di muovermi da qui.”

Kyoka si alza dal letto. Denki è convinto che stia andando a vestirsi, ma torna dopo poco e si stendere di nuovo sul letto. ”Ho chiesto a Momo di portare qui il brunch,” dice. ”Ma non puoi mangiare a letto, quindi ti devi alzare.”

“Le hai detto di prendere i French toast?”

“Sì,” risponde lei con un sorriso.


“Diglielo,” dice Yayorozu dopo aver sentito tutta la storia. Hanno trovato un compromesso e stanno mangiando il brunch sul divano.

“Digli perché ti sei innervosito così, sono sicura che non ce l'avrà con te.”

“Ma se non mi vuole parlare è complicato, e non so né dove vive, né dove sia la sua agenzia.”

“Allora mandargli un messaggio.”

Denki si convince a mandare un messaggio, ma anche stavolta non riceve risposta.


Ci vogliono altri due giorni perché Shinsou si decida a rispondergli. Accetta di vederlo al parco vicino all'agenzia di Denki.

Quando Denki arriva, Shinsou è già lì, seduto su una panchina. Lo raggiunge e gli si siede vicino.

C'è un momento di silenzio, e quando finalmente Denki si decide a parlare Shinsou lo batte sul tempo.

“Non sapevo di Jirou,” dice. ”Mi dispiace. Sono stato praticamente tutto il tempo sotto copertura, fuori dal paese, e non sapevo vi eravate messi insieme sul serio dopo il diploma.”

Denki non riesce a crederci. Quindi è quello che pensa? Denki ha bisogno di chiarire la situazione subito. E allora comincia a parlare, e una volta cominciato non riesce più a fermarsi. Gli racconta della sua relazione con Kyoka, di come hanno deciso di aprirla, della relazione di Kyoka con Momo, e di come capirebbe se una relazione del genere non facesse al caso suo. E arriva poi alla parte più spinosa: il suo essere bisessuale, ma non avere mai avuto il coraggio di provarci sul serio, e gli parla anche della sua cotta per lui, dal liceo a adesso, di come adesso almeno abbia avuto…

Le labbra di Shinsou sono sulle sue. Sa di caffè e cannella, e sono morbide e calde. Denki vuole essere interrotto nei suoi attacchi di parlantina sempre così in futuro. In quel momento, tutto è perfetto.


Kyoka apre la porta e si ritrova davanti Shinsou con il pugno alzato in procinto di bussare. 

“Sei in perfetto orario,” commenta lei, sistemandosi il cappello sulla testa. Esce dalla porta mentre Shinsou entra.

“Fate i bravi,” urla dalla porta.

“Divertiti con Yaoyorozu,” le risponde Denki dal divano. 

Shinsou chiude la porta dietro di lei e raggiunge Denki sul divano, lo saluta con un bacio. Sono ancora nella fase iniziale, un po' di imbarazzo ma tanta pienezza nel petto. 

“Che abbiamo in programma per stasera?” chiede Shinsou.

“Pensavo pizza e videogiochi.”

Shinsou sorride. “Mi piace. Basta che non ti lamenti se perdi sempre.”

Denki ride e lo bacia di nuovo. Si prospetta davvero una bella serata. 


greed

Mar. 14th, 2023 09:27 pm
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Titolo: Greed

Fandom: Jujutsu Kaisen

Missione: M4 – Tutti dentro

Parole: 3189

Rating: nsfw



Megumi raggiunse il cinema con il fiatone. “Eccomi!”

Yuuji lo stava aspettando lì davanti, il suo viso si illuminò non appena lo vide. “Respira,” gli disse avvicinandosi con un sorriso. “Ho già preso i biglietti.” Salutò Megumi con un bacio sulle labbra e una veloce (annusata) al collo. 

Megumi si paralizzò per un momento, il suo cuore saltò un battito. Si era fatto la doccia prima di venire, ma era di fretta. E se non fosse stato abbastanza? Ma Yuuji non sembrò notare nulla di fuori dall’ordinario. 

“Grazie,” disse Megumi avviandosi. “Che cosa vediamo?”

Yuuji aprì la porta per lui. “C’è quel film di fantascienza di cui mi avevi parlato, ti va bene?”

Ne avevano parlato quasi due mesi prima, quando ancora non avevano cominciato a frequentarsi. L’omega di Megumi era soddisfatto che l’alpha si fosse ricordato.

Trovarono i loro posti, e come Megumi si sedette sentì dello sperma colare da dentro di lui. Il sangue gli si gelò nelle vene: la doccia non era stata sufficiente. L’odore di sesso doveva ancora essere tutto intorno a lui, era un miracolo che Yuuji non se ne fosse accorto. O forse era talmente abituato all’odore di suo fratello da non accorgersene?

Le luci si spensero e cominciarono i trailer. Subito il naso di Yuuji trovò il suo collo, ma presto si tirò indietro. 

“Stai indossando i cerotti,” disse curioso.

“Il mio calore si sta avvicinando,” spiegò, sperando che non facesse altre domande. Quella era un vaso di Pandora che per ora non voleva aprire. 

Yuuji annuì, “Ha senso.” Si avvicinò di nuovo, “Vorrei comunque sentire il tuo odore.”

“Lo vorrei anche io,” Megumi voltò la testa abbastanza da baciarlo. Gli piaceva il modo di baciare di Yuuji, gentile ma che non lasciava scampo, bruciante nella sua intensità. 

Megumi sospirò nel bacio, spingendo la lingua nella bocca di Yuuji, mentre sentiva il desiderio che cresceva dentro di lui. Con il suo calore che si avvicinava, ogni minimo contatto era sufficiente a mandarlo a fuoco, sentiva già l’intimo che si inumidiva e ringraziò mentalmente il sé stesso di qualche ora prima che aveva pensato di mettere i cerotti. Voleva sentire quelle labbra, quella bocca ovunque sulla sua pelle. 

Yuuji ridacchiò e interruppe il bacio. “Non è il posto adatto,” disse lanciandosi un’occhiata intorno con il volto arrossato. Gli prese la mano, intrecciò le loro dita e se le appoggiò sulla coscia. 

Megumi si appoggiò allo schienale e mise il broncio. Era bagnato ed eccitato, e le sue ghiandole gonfie prudevano sotto i cerotti. Il film non gli interessava più, voleva solo trascinare Yuuji nel bagno, mettersi in ginocchio e… No, non doveva pensarci. Già così era abbastanza difficile. 

Il film cominciò, e Megumi si guardò intorno. La sala era quasi vuota, nella loro fila erano da soli e le sue mani prudevano per la voglia di toccare Yuuji un po’ di più, di sentirlo sotto la pelle. Lentamente sciolse l’intreccio delle loro dita e mosse la mano più su lungo la coscia di Yuuji, fino a sfiorare il suo inguine. 

Il respiro di Yuuji si fece più pesante, ma non fermò la sua mano e Megumi la prese come un’autorizzazione a continuare. Con il mignolo, cominciò ad accarezzare l’erezione di Yuuji, che cominciò a ingrossarsi e indurirsi sotto il suo tocco. 

“Megumi,” Yuuji mormorò a denti stretti, ma ancora non lo fermava.

Megumi passò ad accarezzarlo con il palmo della mano, mentre Yuuji guardava freneticamente a destra e sinistra, ma Megumi aveva già calcolato i rischi. Le uniche altre persone nella sala erano nelle file davanti a loro, e se anche Yuuji si fosse fatto scappare qualche suono probabilmente sarebbe stato ingoiato dai rumori del film. 

Megumi aprì i bottoni dei jeans di Yuuji e ci infilò la mano dentro, Yuuji si morse le labbra per ingoiare un gemito e una nuova vampata avvolse il corpo di Megumi a sentirlo. 

La pelle di Yuuji era soffice e calda, e alla base c’era un accenno di rigonfiamento dove il nodo si sarebbe formato durante un calore, e Megumi aveva l’acquolina in bocca. Se non fossero stati in un cinema, sarebbe già stato sulle ginocchia, ma si sarebbe fatto bastare questo per il momento. 

Megumi cominciò a muovere la mano lentamente, come sapeva che Yuuji preferiva — sempre un fan del sesso lento, del fare Megumi a pezzi per poi rimetterlo insieme come se fosse fatto di creta. Megumi passò il pollice sulla sua fessura, e il respiro di Yuuji si fece ansimante, e lo nascose nel collo di Megumi, leccando e mordendo la pelle sottile del collo e Megumi dovette trattenere un gemito. Avrebbe sicuramente lasciato un segno, ma Megumi non riusciva a preoccuparsene al momento. Si sentiva la pelle bollente, le sue mutande erano ormai zuppe e gli sarebbe bastato sfiorarsi da sopra i pantaloni per venire anche lui. 

Continuò con lo stesso ritmo, sentendo il modo in cui il piacere cresceva in Yuuji nel modo in cui il suo corpo si tendeva, nel suo cercare il piacere e costringersi a restare fermo al suo posto allo stesso tempo. 

“Ci sono quasi,” mormorò Yuuji tra i sospiri.

Megumi lo baciò sulla guancia e accelerò appena il ritmo, sentì Yuuji tendersi e poi rovesciarsi nella sua mano e nelle sue stesse mutande. Yuuji rimase fermo per un momento, ansimante e con il volto nascosto nel collo di Megumi, poi scattò su. 

“Fazzoletti!” Urlò in un sussurro, e cercò nella tasca della sua giacca abbandonata sulla poltrona accanto.

“Ce li ho io,” disse Megumi passandogliene uno.

“Non ci vengo più al cinema con te,” disse Yuuji abbandonandosi, soddisfatto e rilassato, sulla poltrona.

Megumi sorrise, “Sì, lo farai.”

“Sì,” si finse scontento Yuuji. “Lo farò.”


“Non so perché, ma non ci ho capito granché del film,” Yuuji disse non appena uscirono dalla sala.

“Forse avresti dovuto stare più attento.”

“Sì, ma un certo punto c’erano troppe distrazioni.”

Megumi rise. Rimasero fermi davanti all’uscita per un momento. Megumi non voleva tornare a casa, gli piaceva passare il tempo con Yuuji, ma Yuuji doveva andare a lavoro e Megumi il giorno dopo aveva lezione alla prima ora. 

“Senti,” cominciò Yuuji. “Il prossimo fine settimana mio fratello è fuori città per lavoro. Ti andrebbe di venire a casa? Ci vediamo un film, e puoi restare a dormire.”

Megumi ci pensò un attimo. Sarebbe stato molto vicino al suo calore, ma tra la sua coinquilina e il fratello di Yuuji non avevano mai davvero modo di stare insieme con calma. “Mi piacerebbe molto.”


Megumi entrò nella doccia, sotto il getto d’acqua bollente. Era ingiusto che un hotel a ore avesse una doccia migliore di quella che lui si poteva permettere a casa. Si sentiva le gambe molli, il corpo totalmente rilassato. 

Sukuna lo raggiunse e lo strinse da dietro, gli appoggiò il naso sul collo.

“Hai un buon odore. Così dolce da perdere la testa.”

“Il mio calore si sta avvicinando,” spiegò Megumi. Non aveva intenzione di dare altre spiegazioni. Mancava circa una settimana all’arrivo del suo calore e lui ancora non aveva deciso a chi chiedere di trascorrerlo con lui, se a Yuuji o a Sukuna.

Sukuna cominciò a baciargli il collo, passando la lingua sulle sue ghiandole. “Dolcissimo. Mi fa venire voglia di morderti.”

Nonostante fosse esausto, Megumi sentì il suo corpo cominciare a reagire. E gli piaceva l’idea che a Sukuna piacesse il suo odore. Gli scappò un gemito, “Ancora?”

“Mh-mh,” Sukuna gli mordicchiò il lobo dell’orecchio. “Devo fare scorta. Questo fine settimana sono fuori città per lavoro e dobbiamo saltare l’appuntamento della domenica.”

“Lo so,” mugolò Megumi. 

“E come lo sai?” lo stuzzicò Sukuna, stringendogli le mani intorno alla vita. 

Megumi sbiancò. Non poteva certo dire a Sukuna che proprio pensava di passare la domenica chiuso in casa con suo fratello. 

“Devi avermelo detto prima,” rispose Megumi tenendosi sul vago.

“Può essere,” rispose Sukuna. La sua mano risalì sul petto di Megumi, gli prese un capezzolo tra la punta delle dita e cominciò a stuzzicarlo. La sua erezione premeva contro la schiena di Megumi.

“Non penso di poterlo fare di nuovo,” mugolò Megumi. Gli faceva male tutto. Gli ormoni impazziti prima del ciclo lo eccitavano più del solito, ma il suo corpo non era ancora in calore e ne pagava le conseguenze.

“Chiudi le gambe,” mormorò Sukuna.

Megumi obbedì. Sukuna si infilò nello spazio tra le sue cosce, e cominciò a spingere come se fosse dentro di lui. La frizione era deliziosa e sui punti giusti, Megumi allungò una mano e si aggrappò alla nuca di Sukuna, mentre i suoi gemiti rimbombavano contro le piastrelle bianche della doccia. 

Le spinte di Sukuna si fecero sempre più vigorose e Megumi venne tremando. Se Sukuna non fosse stato tutto intorno a lui sarebbe crollato sul pavimento, ma Sukuna lo tenne e continuò a spingersi contro di lui come se fosse una bambola senza volontà. Megumi mugolò per la sovrastimolazione, era delizioso e faceva male allo stesso tempo, e odiava ammettere che adorava essere usato in quel modo. 

Sukuna venne tra le sue gambe, poi con calma e delicatezza Sukuna aiutò Megumi a lavarsi, lo avvolse in un asciugamano e lo portò in braccio fino al letto. 

“Puoi riposare per un po’ se vuoi, io devo andare a lavoro.”

Megumi annuì, era soddisfatto, al caldo, pulito e si sentiva talmente appagato che aveva voglia di fare le fusa. Sukuna gli lasciò un bacio sulla fronte e andò verso la porta. Megumi si addormentò prima che la porta si chiudesse. 


Megumi suonò il campanello e aspetto. Si tolse il cappello e si passò una mano tra i capelli per cercare di calmare lo stomaco annodato.

Non era mai stato lì prima, nella casa in cui vivevano entrambi i suoi alpha. 

Gli alpha. Non sono miei.

Yuuji aprì la porta e lo fece entrare con un sorriso. L’appartamento non era grande — dopo un breve corridoio, un muretto divisorio separava la cucina dal salotto — ma l’odore… gli faceva girare la testa. Gli odori intrecciati di Yuuji e Sukuna permeavano ogni angolo della casa, circondavano Megumi come una coperta calda. Gli faceva venire voglia di fare le fusa.

L’odore si faceva più forte man mano che si addentrava nell’appartamento. La sua mente cominciò a proiettare immagini di come sarebbe stato trascorrere il suo calore con entrambi quegli odori intorno a lui, i corpi di entrambi gli alpha che lo circondavano. Si sforzò di rimettere i suoi pensieri in riga prima che il suo corpo potesse reagire – diamine, non vedeva l’ora che il suo calore fosse bello e finito, non ne poteva più di essere costantemente eccitato. Ma non aveva alcuna intenzione di trascorrerlo da solo, e ancora non aveva preso una decisione. Doveva farlo, e presto, ma non ci riusciva. Li voleva entrambi. 

Yuuji aveva preparato la cena, e dopo mangiato si andarono a sedere sul divano. Yuuji mise su un film e coprì entrambi con una coperta. Il corpo di Yuuji era così caldo accanto al suo che Megumi non aveva davvero bisogno della coperta, ma era bello essere seduti così vicini. Megumi si accoccolò meglio contro il suo petto, e Yuuji gli passò un braccio intorno alle spalle. Lo baciò.

Presto il bacio si scaldò. Megumi non voleva smettere, e stavolta non doveva farlo. Si spinse sopra a Yuuji e gli si mise a cavalcioni, cominciò a strusciarsi e sentì Yuuji crescere nei pantaloni. A Megumi scappò un gemito quando Yuuji gli morse il labbro. 

Megumi chiuse gli occhi e si aggrappò alle sue spalle, continuando a muoversi sopra di lui. Yuuji gli sfilò la maglietta e gli mise le mani sul sedere e se lo spinse ancora di più addosso, spingendosi verso l’alto per aumentare la frizione. Megumi era così bagnato che aveva paura di essersi macchiato i pantaloni.

Yuuji gli infilò le mani sotto la maglietta e lo afferrò per i fianchi. C’erano troppi vestiti per i gusti di Megumi, doveva toglierli e subito. Afferrò l’orlo della maglietta di Yuuji e gliel’avrebbe strappata di dosso se avesse potuto. Yuuji rise e accompagnò il movimento. 

Megumi seguì il movimento con lo sguardo, poi alzò lo sguardo verso la cucina e si bloccò. Il sangue gli si gelò nelle vene.

Sukuna era lì, appoggiato al muretto divisorio, e li stava guardando con attenzione. Megumi voleva muoversi, scendere da Yuuji, spiegare, dire qualcosa, qualunque cosa, ma non riusciva a muoversi, il cuore gli batteva all’impazzata nel petto.

“Non fermatevi per me,” li stuzzicò Sukuna.

“Che succede?” chiese Yuuji, poi si voltò e vide Sukuna. “Non sei più partito?” gli chiese. Le sue mani erano ancora sul sedere di Megumi. 

“Il mio cliente si è rotto una gamba, farà il discorso online da casa domani,” spiegò Sukuna.

Megumi era senza parole. Come potevano parlare come se nulla fosse? Il suo respiro si fece corto. 

“Penso che il nostro Blessing qui stia dando di matto,” disse Sukuna con un sorriso.

Nostro. Gli piaceva come suonava, non avrebbe dovuto, ma gli piaceva. 

La mano di Yuuji scattò sulla schiena di Megumi e cominciò a muoversi su e giù con fare rassicurante. “Va tutto bene,” disse.

“Sì, sweetheart,” Sukuna si avvicinò al divano e accarezzò la guancia di Megumi. “Pensavi davvero che non lo sapessimo? Avevi addosso l’odore di mio fratello quando ti ho conosciuto, e non ha mai smesso.”

Baciò Megumi, e Megumi si sciolse nel bacio mentre sentiva ancora le mani di Yuuji che gli circondavano il corpo. Era perfetto, era esattamente quello che voleva.

Sukuna si staccò da Megumi, poi si chinò su Yuuji e baciò anche lui. Yuuji staccò una mano dal fianco di Megumi e la portò alla nuca di Sukuna per tirarselo ancora di più addosso.

Dalla sua posizione, Megumi vedeva tutto. L’abbandono sul volto di Yuuji, la familiarità di chi lo aveva già fatto innumerevoli prima. Megumi avrebbe dovuto essere inorridito, ma era la singola cosa più sporca e eccitante che avesse mai visto in vita sua e il suo corpo reagì. Il calore lo invase da dentro. Non riusciva a ricordare di essere mai stato così bagnato in vita sua.

“Hai visto?” disse Sukuna sulle labbra di Yuuji. “Ti avevo detto che avrebbe apprezzato.”

“Non puoi biasimarmi se ero nervoso.”

Sukuna si tirò indietro. “Vi ho interrotto abbastanza,” si andò a sedere sulla poltrona libera. “Adesso non preoccupatevi di me e continuate pure quello che stavate facendo.”

Yuuji riportò la sua attenzione su Megumi, che ancora bloccato non riusciva a muoversi. E allo stesso tempo si sentiva come se stesse per esplodere. Il calore dentro di lui si era fatto insopportabile, la sua mente era offuscata, sapeva solo che non voleva che le mani di Yuuji si staccassero da lui.

“Diamine,” disse Yuuji, nascondendo il naso nel collo di Megumi. Poi lo prese per le spalle e lo spinse indietro. “Sei in calore.”

Megumi spalancò gli occhi. “E’ troppo presto…” possibile che gli eventi gli avessero scatenato il calore in anticipo? 

Yuuji aveva il viso serio quando gli chiese, “Vuoi andare a casa? Posso chiamarti un taxi…” guardò dietro le spalle di Megumi a Sukuna, come se stessero avendo una conversazione silenziosa.

Megumi scosse la testa. Parlare era complicato, ma aveva bisogno di dire questa cosa prima di perdere completamente la lucidità. “Volevo chiedervelo,” mormora. “Ma non volevo scegliere.”

“Non c’è bisogno di farlo adesso,” arrivò dalle sue spalle la voce di Sukuna. “Siamo entrambi qui.”

Megumi fece le fusa mentre l’odore dei due alpha lo circondava. Poteva sentire la loro eccitazione mescolarsi alla sua, e sentì il suo omega rilassarsi. I suoi alpha si prenderanno cura di lui.

Yuuji riprese a baciarlo, il suo odore si era fatto denso e speziato per l’eccitazione e Megumi gemette nel bacio. 

“Mi piace quanto sei sensibile,” commentò Yuuji passando a baciargli il collo. Gli passò la lingua sulle ghiandole e una nuova vampata di calore avvolse Megumi, che tremò tra le braccia di Yuuji.

“Hai mai provato a leccarlo?” intervenne Sukuna dalla poltrona.

Megumi sospirò solo all’idea, e questo sembrò catturare l’interesse di Yuuji. 

“Mi sembra un buon momento per cominciare.”

Yuuji lo fece stendere sul divano, Megumi si fece guidare come una bambola. Si sentiva creta tra le sue mani, e l’odore di Sukuna che lo circondava lo rassicurava che entrambi erano lì per lui.

Lentamente, Yuuji gli sfilò i pantaloni. In un momento di lucidità, Megumi provò a coprirsi, imbarazzato per quanto fosse bagnato, ma Yuuji gli spostò le mani e gli sfilò le mutande. Si stese in mezzo alle sue gambe e affondò la lingua in lui, tra le sue pieghe, passò la punta sul clitoride e Megumi inarcò la schiena contro il divano. 

Megumi lanciò un’occhiata a Sukuna, che seduto sulla poltrona li guardava entrambi con sguardo famelico mentre si accarezzava pigramente l’erezione da sopra i pantaloni. Gli piaceva l’idea di star intrattenendo entrambi, che le attenzioni di entrambi fossero concentrate su di lui.

Yuuji aumentò l’intensità, prese il clitoride tra le labbra e succhiò gentilmente fino a che Megumi si riversò nella sua bocca.

“Letto,” riuscì a mormorare, e i suoi alpha lo accontentarono. Si sentì preso in braccio e trasportato fino alla camera, tra lenzuola che portavano così forte l’odore dei suoi alpha che non poteva esserci dubbio su cosa avessero fatto lì dentro, né sul fatto che dormissero nello stesso letto regolarmente. 

Sentiva mani ovunque sul suo corpo, e non sapeva più chi lo stesse toccando dove, ma non gli importava. La cosa importante è che erano lì, con lui, intorno a lui, ovunque.

“Dolcezza,” gli sussurrò la voce di Sukuna all’orecchio. “Devi dirci chi vuoi.”

Megumi mugolò disperato. “Entrambi.”

I due alpha si fermarono per un momento, e Megumi sentì la disperazione impossessarsi di lui. Poi Yuuji si sdraiò sul letto, e Sukuna aiutò Megumi a sdraiarsi sopra di lui. Guidò l’erezione di Yuuji dentro Megumi, e poi la propria.

Megumi non si era mai sentito così pieno, fisicamente e spiritualmente, con i suoi alpha intorno a lui, dentro di lui, circondato dal loro odore e dal loro calore.

Yuuji e Sukuna cominciarono a muoversi, lentamente ma in maniera sincronizzata, come se fossero la stessa persona. Poi il ritmo aumentò, e Megumi non poté fare altro che abbandonarsi, lasciare che facessero di lui quello che volevano.

Megumi sentì i loro nodi formarsi, e sentì che si trattenevano. Disperatamente portò le mani verso di loro per convincerli a entrare, fino a che non capirono il messaggio e entrarono in lui pienamente.

Megumi venne con un gemito strozzato, e registrò lontanamente che anche Sukuna e Yuuji avevano fatto lo stesso sentendoli riversarsi in lui. 

Megumi si sentiva debole e senza forze, ma sapeva che i suoi alpha si sarebbero presi cura di lui.


Si risvegliò nel bel mezzo della notte, circodato dall’odore di Sukuna, di Yuuji, del proprio calore, e del sesso. Coperto da una coperta calda e circondato dai due corpi. Si sistemò meglio sotto la coperta e tornò a dormire facendo le fusa. 


white rut

Mar. 3rd, 2023 07:38 pm
chasing_medea: (Default)

Titolo: white rut

Fandom: Jujutsu Kaisen

Missione: M3 – Due personaggi con significativa differenza di età hanno una relazione romantica
Parole: 1850

Rating: nsfw



Quando Gojo entrò nella stanza, Yuuji si rintanò ancora più a fondo sotto le coperte. Lo riconobbe dal suo odore: menta e liquirizia. Se solo il giorno prima gli avessero chiesto di che cosa sapesse Gojo non sarebbe stato in grado di dirlo, sapeva solo che gli piaceva, ma adesso le sfumature erano chiare come non erano mai state. Come se potesse avere ancora dubbi su cosa stesse succedendo al suo corpo.
Nonostante fossero nel pieno di gennaio, il suo corpo bruciava di un calore che espandeva da dentro di lui. Le gambe strette aumentavano la deliziosa pressione sulla sua erezione dolorosa, e la tentazione di strusciarsi contro il materasso era forte.
Il materasso si abbassò sotto il peso di Gojo. Strinse Yuuji da sopra le coperte. 
“Hai intenzione di venire fuori?”
“No. Per favore, va’ via.” Una nuova ondata di sconforto gli attanagliò lo stomaco. Non voleva sentire quello che Gojo aveva da dirgli, non voleva sentirlo rompere con lui. Lo voleva più vicino e quanto più lontano possibile da lui potesse. 
“Nope,” ripose Gojo, con il solito tono divertito e cantilenante. “Dovrai uscire prima o poi, tra il rut e la coperta starai morendo di caldo. E io non ho niente di meglio da fare.” Si sdraiò accanto a Yuuji e lo strinse da dietro. Il suo odore circondò Yuuji, gli dava alla testa. Sarebbe stato così facile portare una mano alla sua erezione e alleviare la tensione, ma già così era probabile che fosse disgustato da lui. Per come si erano messe le cose lo avrebbe lasciato, sì, ma almeno non lo avrebbe odiato. 
“Hai una riunione con il preside,” gli ricordò Yuuji. 
“Ho detto niente di meglio,” rispose Gojo. Attraverso la coperta passò la testa la spalla di Yuuji. “Mi piace il tuo odore.”
Il suo stomaco si contrasse a quel complimento. Gli era sempre piaciuto ricevere complimenti da Gojo, ma al momento si sentiva come ipersensibile alle sue parole. Aveva voglia di girarsi di scatto, bloccarlo sotto di lui e fare di lui ciò che voleva, abbandonandosi alle richieste che il suo corpo gli urlava. La battaglia con i suoi istinti si faceva sempre più ardua, ma non aveva intenzione di perdere anche quell’ultimo briciolo di razionalità che gli rimaneva. 
Gojo non parlò più, ma la sua stretta attorno al corpo di Yuuji non si allentò. Il calore sotto la coperta si stava facendo insopportabile, il tessuto intorno al suo corpo era ormai zuppo di sudore. Aveva bisogno d’aria, e aveva bisogno di venire. Dopo un po’ non ce la fece più, si tolse le coperte dalla testa e riemerse dal suo bozzolo di autocommiserazione. Doveva avere il viso arrossato e ricoperto di macchie per il caldo, l’aria fresca dava un cago sollievo. 
Gojo gli sorrise. I capelli gli ricadevano disordinati sul viso, indossava una maglietta e un pantalone morbido, come se si fosse appena svegliato, per l’occasione non aveva neanche indossato gli occhiali da sole. Da sopra le coperte sentiva ancora meglio il suo odore. Voleva farselo entrare nelle ossa, mordere, possederlo.
Gojo si fece strada verso il collo di Yuuji, “Eccoti qui.” Infilò il naso tra i suoi capelli. “Oh, così è molto meglio.”
Un’altra fitta allo stomaco gli strappò un gemito dal petto. “Per favore, Gojo. Non farmi questo. Già così è abbastanza difficile.”
La lingua di Gojo passò sulle ghiandole di Yuuji, provocandogli una scarica di piacere che lo fece inarcare sul letto. “Puoi fare quello che vuoi. Te l'avevo promesso, quando ti fossi presentato avremmo potuto fare tutto quello che volevi.”
Lo sconforto si impossessò di nuovo di Yuuji. “Ma non mi aspettavo di essere un Alpha, siamo entrambi Alpha. Dovresti…”
“Quindi è questo che ti preoccupava? Che non ti avrei voluto più?”
Yuuji cercò di attaccarsi all’ultimo brandello di razionalità che gli restava per fare un discorso sensato, ma riuscì solo a riassumere il caos che gli si agitava dentro in una frase. “Non sono un omega, e non posso darti quello di cui hai bisogno.”
“E a me non importa,” disse Gojo. “Mi importa che tu sia Yuuji.”
“Dovresti rompere con me, trovare un omega che possa…”
Gojo si sollevò e mise il viso sopra quello di Yuuji. Lo guardò come faceva ogni tanto, uno sguardo che ogni volta faceva sentire Yuuji nudo, come se potesse vedere cose che Yuuji non sapeva neanche di avere dentro. Ma c’era qualcos’altro, qualcosa di scuro, fame, possesso.
“Forse non sono stato chiaro. Tu sei mio. E non ho intenzione di lasciarti a nessun altro.” Chiuse la distanza tra di loro e appoggiò le labbra a quelle di Yuuji.
La diga che Yuuji aveva sollevato crollò, e tutto ciò che aveva cercato di trattenere fino a quel momento gli si rovesciò addosso. Afferrò Gojo, tirandoselo addosso, infilò la lingua nella sua bocca come se volesse divorarlo e Gojo ricambiò con altrettanta intensità, come un uomo assetato che finalmente aveva ottenuto quello di cui aveva bisogno. Sarebbe quasi sembrato lui quello in rut, se Yuuji non avesse avuto quel calore soffocante sotto le ossa.
Le sue mani andarono sui fianchi di Gojo, percorsero le forme del suo corpo lungo e sinuoso. Incastrò le mani nei suoi pantaloni, impaziente e guidato solamente dall’istinto. Sentiva l’erezione di Gojo gonfiarsi sotto di lui, e il pensiero che fosse stato lui a causarla, che fosse per lui, gli faceva girare la testa. 
Si sentiva la testa offuscata, tutto ciò che gli importava era toccare Gojo, sentire la sua pelle sotto le mani, sotto la lingua. Afferrò il suo sedere con le mani, allungò le dita fino alla sua apertura. Era bagnato, ma non abbastanza, non come sarebbe stato un omega. Si aspettava di sentirne la mancanza, ma oltre al bisogno profondo che sentiva, l’unica cosa che gli interessava era che fosse Gojo la persona con lui in quel momento. Voleva entrare dentro di lui, marchiarlo da dentro, fare in modo che si portasse il suo odore nella pelle per giorni, che non riuscisse a liberarsene neanche lavandosi. Perché aveva resistito tanto quando era arrivato in camera?
“Mi piace che tu sia diretto,” gli disse Gojo sciogliendosi dal bacio. “Ma questa volta dovrai avere un po’ di pazienza”. Si alzò dal letto e si tolse i vestiti. Yuuji non riusciva a staccargli gli occhi di dosso, dalla pelle bianca, dalle gambe che sembravano andare avanti all’infinito, dall’erezione gonfia, dalle guance arrossate. 
Si sedette ai piedi del letto. “Lubrificante ne hai?”
Yuuji annuì, imbarazzato. I patti tra loro erano stati chiari: avevano cominciato a vedersi, ma Gojo si era rifiutato di andare fino in fondo con lui finché Yuuji non si fosse presentato. Ma Yuuji lo aveva comprato lo stesso, era sempre meglio essere pronti. Si allungò verso il comodino per prenderlo e lo passò a Gojo.
“Che bravo ragazzo,” commentò Gojo. “Adesso stai buono lì e guarda.”
Aprì le gambe, esponendosi agli occhi di Yuuji. Yuuji era combattuto tra la voglia di gettarsi addosso a lui, rovinarlo, e la volontà di seguire l’ordine che Gojo gli aveva dato.
Gojo sembrava godersi le attenzioni. Gli piaceva essere guardato, che stesse combattendo o mettendo su uno spettacolo a uso e consumo solo di Yuuji. 
Allargò le gambe, con l’erezione che svettava nel mezzo, e si portò due dita bagnate di lubrificante all’apertura. Si penetrò con quelle, lasciandosi scappare un gemito. Yuuji si morse le labbra, con gli occhi fissi su quello spettacolo, spaventato dall’idea di perdersi anche un solo secondo di quello che stava accadendo. Vedere le dita lunghe di Gojo che sparivano dentro il suo corpo era uno spettacolo ipnotico e una tortura allo stesso tempo. Un ringhio gli risalì dal petto: doveva essere lui. Doveva farlo lui. Doveva essere lui a dargli piacere. Non era accettabile che lo facesse da solo.
Yuuji gli si scagliò addosso e prese in bocca la sua erezione. Una nuova ondata di piacere lo colse in risposta al gemito che sfuggì alle labbra di Gojo. 
La mano di Gojo si fermò, troppo preso dal piacere. Yuuji circondò la mano con la sua, e aggiunse un dito alle due già di Gojo, le fece muovere insieme. Il suo corpo era bollente, la carne si apriva morbida al passaggio delle dita. Yuji si stusciò contro il materasso ai ritmi dei singhiozzi leggeri che scappavano alla bocca di Gojo leggeri, quasi contro la sua volontà. 
Yuuji mosse le dita come aveva visto fare a Gojo, fino a sfiorare qualcosa che fece sobbalzare Gojo.
“Bene, stai imparando,” disse Gojo con voce forzata. 
Yuuji soddisfatto continuò a toccare lo stesso punto e succhiò più forte, fino a sentirlo contrarsi e venire nella sua bocca. Yuuji ingoiò, e con un'ultima spinta contro il materasso venne sulle coperte. Pazienza, erano già un disastro tanto. 
Sperava di riguadagnare lucidità, ma l’erezione era ancora dritta e pronta. 
“Sensei…”
Gojo guardò nella stessa direzione in cui guardava lui e rise. “Non preoccuparti, non ho ancora finito con te.”
Lo spinse contro il materasso fino a farlo stendere di schiena, poi salì a cavalcioni su di lui. Lentamente si calò sull’erezione di Yuuji - Yuuji non gli aveva mai visto fare niente lentamente –, ma con decisione, fino a prenderlo tutto dentro di sé. Il calore era delizioso, insopportabile, tutto quello che voleva e non abbastanza. 
“Avevo dimenticato quanto fosse bello tutto questo,” disse. Yuuji ringhiò alla menzione che lo avesse fatto prima, voleva cancellare le tracce di chiunque fosse passato prima di lui, riscrivergli quei ricordi da dentro. Si tirò Gojo addosso, reclamò la sua bocca con un bacio famelico e gli morse una spalla, mosso dal bisogno di macchiare quella pelle bianchissima. Cominciò a spingersi in lui con foga, e Gojo abbandonò ogni parverza di controllo. Si lasciò andare al piacere, lasciò che Yuuji facesse di lui quello che voleva. La sua erezione strusciava sullo stomaco di Yuuji, mentre Yuuji continuava a spingersi dentro di lui accecato dal piacere. 
Yuuji sentì il proprio nodo che si gonfiava, si incastrava nell’apertura di Gojo. Gojo non gli diede il tempo di esitare, “Fallo,” ordinò. “Non ti fermare.”
E Yuuji obbedì. Spinse e sentì chiaramente il momento in cui si incastrarono l’uno con l’altro e venne senza poter fare nulla per impedirlo. Il piacere fece tremare Gojo, che venne con un gemito strozzato.
Gojo si stese sul petto di Yuuji, un peso delizioso. Gojo era silenzioso, ma c’era un sorriso calmo sul suo viso, con gli occhi chiusi e rilassato in quel modo, con i capelli lasciati giù, sembrava più giovane di quanto sembrasse di solito.
Le vampate del rut di Yuuji sembrarono calmarsi almeno momentaneamente. Si allungò verso la coperta che Gojo aveva lanciato in un angolo e coprì entrambi. 
Yuuji se lo strinse meglio contro il petto. Pesava meno di quanto sembrasse, doveva decisamente mangiare di più, era troppo magro. Yuji sistemò meglio la coperta intorno ai loro corpi e lo strinse.
“Sensei,” cominciò. 
“Mh?”
“Anche tu sei mio.”
Gojo ridacchiò e gli lasciò un bacio veloce sulla clavicola.
“Mi piace come suona” 

let it burn

Mar. 1st, 2023 02:52 pm
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Titolo: let it burn 

Fandom: My Hero Academia

Missione: M2 --carboni ardenti

Parole: 1145

Rating: safe


Il campo estivo era arrivato all'ultima sera. Dopo il disastro del primo anno e il secondo anno passato a ricostruire la città distrutta, essere riusciti ad arrivare alla fine di quel campo senza incidenti mortali sembrava incredibile.

La classe 3-A era riunita intorno al fuoco. Le fiamme avevano cominciato a perdere intensità, tra poco non sarebbero rimaste che le braci, ma nessuno lo aveva ravvivato e, allo stesso tempo, nessuno aveva accennato ad alzarsi per andare finalmente a dormire, quasi ci fosse un desiderio unico in tutti di prolungare quanto più possibile l'esperienza – una delle poche normali esperienze da liceali che erano riusciti a fare nel corso di quei tre anni, e proprio adesso che stavano per finire e loro si sarebbero separati, ognuno per andare per la sua strada.

"Ehi, Todoroki," cominciò Kaminari. "Tu che sei resistente al fuoco saresti capace di fare quella cosa di camminare sui carboni ardenti."

La domanda risvegliò l'interesse delle persone intorno a Kaminari e, a poco a poco, si espanse come increspature nell'acqua a tutta la classe.

Shoto ci rifletté per un momento, non ricordava di averlo mai fatto, ma in effetti la sua pelle aveva una maggiore resistenza alle ustioni rispetto a quella degli altri. "Non lo so," rispose. "Ma possiamo provare."

Iida scattò in piedi, in quanto capoclasse non poteva accettare che un suo compagno di classe rischiasse di farsi male. Midoriya sembrava allo stesso tempo preoccupato e curioso. Shoto guardò Kaminari mortificato, avrebbe voluto soddisfare la curiosità dell'amico, ma con l'opposizione del capoclasse non era possibile: Iida lo avrebbe trascinato di peso via di lì se fosse stato necessario, non c'erano dubbi al riguardo. 

"Forse puoi provare su un dito della mano?" propose Midoriya. Con la sua storia, non era poi così sorprendente che considerasse una cosa da niente sacrificare un dito, e anche a Shoto sembrò un compromesso accettabile. Guardò Iida per conferma. Aveva la stessa espressione che ogni tanto appariva sul viso di Aizawa, quella che ricordava un padre rassegnato e esasperato davanti alle bravate dei figli, ma non si oppose

Shoto annuì e si avvicinò alle braci, in quei punti in cui il fuoco si era già estinto. 

"Forse potresti provare con entrambe le mani?" suggerì Midoriya. Per vedere se il tuo lato freddo è caldo reagiscono diversamente?" Aveva già pronto in mano il suo quaderno degli appunti e il viso corrucciato in un'espressione concentrata. Borbotta tra sé, ma ormai ci erano tutti così abituati che nessuno ci faceva più caso.

Shoto appoggiò un dito della mano destra e uno della mano sinistra sulle braci ancora incandescenti. Non sentì nulla, "Non è così male," disse. "La sinistra non sente quasi nulla," disse per soddisfare la curiosità di Midoriya. "La destra invece sente di più il calore." Midoriya chinò subito la testa per scrivere. 

In effetti l'esperimento era curioso anche per lui, non aveva mai considerato quanto la sua pelle influisse e fosse influenzata dai suoi quirk – considerando la storia di sui fratello Davi forse avrebbe dovuto farsele prima quelle domande. 

Kaminari si era avvicinato a lui e guardava con attenzione rapita le dita di Shoto che affondavano nelle braci, intorno a loro si era riunito un capanello di altri compagni di classe altrettanto curiosi. 

Più passavano i secondi più il calore si insinuava sotto la pelle, la sua mano sinistra sentiva un leggero fastidio, mentre la destra cominciava a bruciare.

"Quanto a lungo puoi resistere?" Chiese Kaminari. "E quanto sono effettivamente calde le braci?"

Kaminari provò a mettere un dito accanto a quello di Shoto, ma la sua mano fu spazzata via con un colpo secco da un'altra mano.

Bakugou si era allontanato un momento, ma adesso era tornato. "Non vi si può lasciare soli un momento," mormorò. 

Con un gesto altrettanto secco afferrò Shoto per il polso e lo trascinò via dal fuoco, via dal gruppo, fino alla fontanella dall'altro lato del cortile. Shoto faticava a stargli dietro.

Bakugou aprì l'acqua e gli ficcò entrambe le man sotto il getto fresco. Poi lo trascinò dentro casa fino al dormitorio dei ragazzi. Lo fece sedere sul suo futon e prese un tubetto di pomata dalla sua valigia prima di tornare da lui.

Gentilmente, prese un po' di prodotto e lo applicò sulla punta delle dita di Shoto. Per tutto il tempo continuò a borbottare sulla stupidità di Kaminari che si era fritto il cervello con il suo stupido quirk, sulla stupidità dello stupido Deku, sulla stupidità di Todoroki che faceva cose stupide.

"Si può sapere perché gli sei andato dietro?"

"Era un esperimento."

"Un esperimento," ripetè Bakugou, basito. Tirò fuori anche delle bende, le imbevve di pomata e le avvolse intorno alle dita di Shoto. In realtà non faceva male, l'acqua fresca era stata più che sufficiente per alleviare la leggera sensazione di calore che ancora sentiva sotto la pelle, ma Shoto non voleva interrompere quel contatto gentile.

Era strano, Shoto non aveva mai pensato che Bakugou potesse muoversi con tanta delicatezza. Eleganza, sì – per quanto i suoi movimenti sembrassero bruschi, avevano un'eleganza profonda, tale che Shoto non si sarebbe sorpreso se Bakugou avesse confessato di aver studiato danza o qualcosa di simile. E Shoto non sapeva nemmeno che le sue mani fossero così morbide. Tra il suo quirk e il fatto che cucinasse, Shoto aveva sempre immaginato che le sue mani fossero ruvide.

…aveva immaginato le mani di Bakugou? Sì, lo aveva fatto più di una volta. E aveva immaginato anche come potessero essere le sue labbra. E si rese conto in quel momento di non averlo mai fatto con nessun altro dei suoi amici. E forse non era poi così normale immaginare come fossero le labbra dei suoi amici in generale.

Si ricordò di una cosa che gli aveva chiesto Uraraka, qualche tempo prima, una sera che Kaminari e Sero avevano trovato il modo di far entrare di soppiatto delle birre nel dormitorio: "Secondo te le labbra di Izuku sono morbide?" Poi era arrossita come se le fosse scoppiato qualcosa sottopelle e si era nascosta il viso tra le mani.

Shoto non aveva capito la domanda, all'epoca – era lì che aveva cominciato a farsi quella stessa domanda su Bakugou? –, ma tutti nel dormitorio sapevano dei sentimenti di Uraraka per Midoriya, anche Shoto che di queste cose non capiva niente. 

E Shoto allora collegò i puntini. Un calore nuovo si impossessò di lui, si sentiva il volto in fiamme.

"Che ti prende adesso?" chiese Bakugou brusco, ma il tocco delle sue mani restò delicato.

Shoto voleva nascondersi il viso bollente tra le mani, ma erano impegnate e non voleva interrompere quel contatto. Abbassò la testa e lasciò che i capelli ormai lunghi gli nascondessero il viso. Scosse la testa.

Il calore che sentiva adesso invadergli il corpo non aveva nulla a che fare con quello dei carboni ardenti. 


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Titolo: Right beside me

Fandom: My Hero Academia 

Missione: M1 – Rifugio alla fine del mondo 

Parole: 601

Rating: safe


Katsuki e il resto della classe si identificano all’entrata e aspettano che le porte si aprano. Riuscire a trovare Deku e convincerlo a tornare al rifugio non è stato facile, ma adesso comincia la parte davvero difficile: convincere le persone rifugiate all’interno della nuova versione della UA che averlo lì non costituisce un pericolo, che le difese possono reggere. 

E parlare con le persone non è mai stato il suo forte, lo lascia esausto e davanti alla loro paura e incertezza non fa che sentirsi inutile, una sensazione che lo divora dall’interno. 

Le porte si aprono e Katsuki sente almeno una parte dell’ansia che attanaglia tutti in questi giorni scivolare via. All’interno, la UA non ha più nulla della scuola in cui è entrato un anno prima – sembra una vita; nuovi edifici sono sorti ovunque ci fosse spazio per accogliere i civili che all’interno hanno trovato riparo.

Come previsto, la loro reazione alla vista di Deku è aggressiva, ma Faccia Tonda riesce a intervenire e calmare gli animi in qualche modo: un piccolo miracolo in qualla giornata così pesante.

Il combattimento non è stato difficile, non erano altro che civili spaventati, in fondo, ma Katuski si sente svuotato di energie, attanagliato da una stanchezza più profonda di quella degli allenamenti, una stanchezza emotiva che gli fa sentire il bisogno di andarsi a rifugiare nella sua stanza e non parlare con nessuno per qualche ora.

Mentre il resto della classe si affolla intorno a Deku, Katsuki si dirige verso il dormitorio, sperando di non incontrare nessuno. 

Entrare nel dormitorio è sempre un’esperienza surreale: all’apparenza è tutto come prima, ma dove prima c’era costantemente rumore – che fosse qualcuno che ripassava, che cucinava o solo che si rilassava nella sala comune – adesso c’è solo silenzio. Anche quando c'è gente, parlano piano, per paura di disturbare i compagni che sono appena tornati da una ronda o che, miracolosamente, stanno riuscendo a racimolare qualche ora di sonno. 

Sale fino alla sua stanza: dovrebbe farsi una doccia, ma può aspettare.  Sul suo letto c’è Todoroki, è seduto con la schiena appoggiata al muro e sfoglia distrattamente le pagine di uno dei manga di Katsuki. Sarebbe una scena normale non avesse ancora indosso il suo costume di eroe, pronto a scattare al minimo accenno di pericolo – tutti i loro costumi ultimamente sono sgualciti, mezzi rovinati, non c'è semplicemente il tempo di ripararli tra una ronda e l'altra, e anche le scorte si esauriscono in fretta.

Katsuki non è davvero sorpreso di trovarlo lì. Non sa quando sia cominciato, ma Todoroki è diventato sempre più frequente da quando la guerra è cominciata, ma Katsuki era convinto che sarebbe rimasto con Deku – adesso che è tornato probabilmente quelle visite si sarebbero ridotte. Meglio così, non è che gli facessero piacere o altro. 

Katsuki abbandona i suoi guantoni in un angolo della stanza, poi, come non avesse il pieno controllo del suo corpo, si butta sul letto e appoggia la testa sulle gambe di Todoroki.

Todoroki sobbalza, – e Katsuki per primo è sorpreso dal suo gesto – ma non si muove. Katsuki chiude gli occhi, odia quanto quel calore, quel contatto siano confortanti.

Poi Katsuki sente una mano che comincia ad accarezzargli la testa, passando tra i capelli. 

“Sei stato bravo, oggi.”

Il petto e lo stomaco di Katsuki si riscaldano al complimento, ma di un calore che non brucia, come un camino acceso da ore che ha raggiunto la temperatura perfetta, diversa dalla vampata improvvisa che di solito accendono in lui i complimenti. 

Adesso che Deku è tornato, Katsuki non sa quanto durerà qualunque cosa ci sia tra di loro, ma per stasera va bene così.


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Titolo: Be Right Back

Fandom: Spy x Family

Missione: M2 – “Sparirò, ma tu promettimi che potrò sempre ritornare da te”

Parole: 1562

Rating: safe


L’incontro era stato fissato in una tavola calda poco distante dall’ospedale in cui Loid Forger lavorava. 

Era l’ora di pranzo e il locale era pieno. Loid si mise pazientemente in fila, ordinò il suo pranzo e con il suo vassoio si diresse verso il cortile interno. Tutti i tavoli erano occupati, era una bella giornata di sole, e molti avevano scelto di mangiare all’aria aperta. Il chiacchiericcio riempiva l’aria – parlavano di lavoro, di figli, dei loro capi, dell’ultima puntata di una serie tv, preoccupazioni mondane di esistenze serene. 

Era per preservare quella serenità che da anni metteva ogni giorno a rischio la sua vita. 

Di Handler non c’era traccia da nessuna parte. A un tavolino, una donna sola mangiava il suo pranzo tenendo aperta davanti a sé la pagina culturale del giornale. Loid le si avvicinò, il giornale annunciava che un’orchestra rinomata avrebbe in pochi giorni debuttato nel teatro della città, forse poteva valere la pena di portarci Anya: aveva perso le speranze di farla interessare agli intrattenimenti per la buona società come i suoi compagni di classe, ma se avesse invitato anche la sua amica Becky forse avrebbe giovato all’immagine della loro famiglia.

Twilight sfoderò il sorriso gentile di Loid Forger, “Questo posto è occupato?”

La donna alzò a malapena gli occhi dal giornale, diede un’occhiata intorno poi disse, “Può sedersi, ho quasi finito.”

Indossava un vestito a fiori e aveva corti capelli castani. Non scambiarono una parola, la donna continuò a mangiare il suo pranzo e a sfogliare pigramente le pagine del giornale a un ritmo regolare. A uno sguardo esterno sarebbero sembrati solamente due estranei che condividevano un tavolo per cause di forza maggiore. 

Quando finì, lo richiuse e si alzò, con un cenno del capo salutò Loid e andò via. Loid tirò fuori dalla borsa un libro e lesse mentre mangiava. Una volta finito appoggiò il libro sul giornale e infilò entrambi nella borsa, prima di tornare all’ospedale.

Aspettò di essere solo nel suo studio prima di ripescare il giornale dalla sua borsa e tirare fuori il fascicolo nascosto al suo interno. Si sedette alla scrivania e cominciò a studiare i dettagli della sua prossima missione. Twilight arricciò le sopracciglia mentre leggeva: un suo vecchio nemico era tornato in circolazione dopo quattro anni di latitanza, e Twilight era l’unico in grado di occuparsene. Gli era già sfuggito una volta, non avrebbe fatto di nuovo lo stesso errore. 

Il concerto al teatro avrebbe dovuto aspettare. 


Loid aprì la porta di casa e si trovò davanti il caos. Intorno al tavolo della cucina, Yor inseguiva Anya che inseguiva Bond in quella che sembrava a tutti gli effetti una fuga dall’ora del bagno.

“Loid!” Yor frenò la sua corsa all’improvviso e arrossì, come imbarazzata di essere stata sorpresa in un momento del genere. Bond e Anya le finirono addosso e lei senza battere ciglio li sollevò entrambi per la collottola, come se non pesassero niente.

“Porto Anya a fare il bagno e poi preparo la cena,” disse.

Anya sbiancò, e anche Bond lo avrebbe fatto se avesse potuto – dopotutto era sempre nella sua ciotola che Anya faceva sparire gli esperimenti culinari di Yor. Loid non poteva dar loro torto. 

“Posso pensarci io,” disse Loid. “Fai pure con calma. E tu,” si rivolse a Anya, “non fare troppi capricci.”

Anya tirò un sospiro di sollievo chiaramente udibile, e lasciò che Yor la portasse in bagno senza fare storie, con Bond alle calcagna, mentre Loid si tirava su le maniche e si metteva ai fornelli.

Avrebbe dovuto parlare con Yor. Aveva già un piano in mente: le avrebbe parlato dopo che Anya fosse andata a letto, aveva passato la giornata a studiare i dettagli della sua storia per essere pronto a rispondere a qualunque domanda potesse saltare fuori. Ma se le cose non fossero andate bene, avrebbe rinunciato alla missione. Voleva prendere quel criminale, ma non poteva mettere a rischio l’Operazione Strix. 

La cena trascorse tranquilla. Anya raccontò della sua giornata a scuola, ma soprattutto commentò l’ultimo episodio Spy Wars, con tanto di effetti sonori e messa in scena dei combattimenti con Bond nel ruolo del nemico. Quindi era questa la vita delle persone normali? Una famiglia seduta intorno a un tavolo che si racconta gli eventi della giornata? Non avrebbe potuto mai appartenergli, non con il suo lavoro: non avrebbe mai potuto condividere nulla con qualcuno, e pochi nel suo campo avevano la possibilità di andare in pensione e assaggiare che cosa fosse una vita normale.

Dopo cena, Anya andò a dormire e Yor si sedette sul divano a sorseggiare una tazza di tè. Loid le si sedette accanto. 

“C’è una cosa di cui vorrei parlare con te,” le disse.

Yor si rivolse a lui con un sorriso, “Che succede?”

“Mi hanno offerto un lavoro, ma dovrei stare via di casa per un paio di mesi minimo.”

L’espressione di Yor si incupì, “Oh. Dove?”

Loid si è preparato per questo momento, ha raccolto tutte le informazioni che ha potuto. “Sull’isola di Dougherty. Vogliono aggiungere il reparto psichiatrico nel loro ospedale, e mi hanno chiesto di sovraintendere le operazioni. Ma l’isola è molto piccola, e non ha un buon sistema di comunicazione. Non sarei in grado di contattarvi.” 

Per la riuscita dell’operazione, sarebbe dovuto scomparire totalmente. Non era necessario menzionare che Yor e Anya sarebbero state comunque sempre tenute sott’occhio dall’organizzazione, e che se fosse loro successo qualcosa Twilight sarebbe stato informato subito.

“Sembra una cosa importante,” disse Yor. “Dovresti andare. Anche se mi mancherà vedere Anya tutti i giorni, in fondo è due mesi non sono così lunghi.”

Bene, adesso deve solo giocare la carta del padre affranto. “Di questo volevo parlarti. Anya non può venire con me, lì sarei molto impegnato e comunque non può perdere due mesi di scuola. Mi dispiace caricarti di questa responsabilità, ma potresti occuparti di lei?”

Con suo sommo orrore, gli occhi di Yor si riempirono di lacrime. E lui non era preparato per questo, doveva inventarsi qualcosa e alla svelta. Nel suo lavoro si era trovato spesso a confrontarsi con donne che piangevano per i motivi più disparati, non poteva essere così difficile: doveva solo capire quale fosse la parte giusta. Un marito affettuoso? Ma erano davvero sposati. Un amico? Ma non era sicuro che lui e Yor potessero definirsi amici. Odiava non sapere cosa fare, e odiava ancora di più il fatto di essersi trovato in quella situazione più di una volta da quando aveva messo su quella strampalata famiglia arrangiata.

“Non preoccuparti,” gli disse Yor asciugandosi una lacrima con la manica del vestito. Il suo volto si aprì in un sorriso. “Sono solo felice che ti fidi di me da affidarmi Anya per questi due mesi. Mi fa sentire veramente  parte di questa famiglia.”

Loid le prese una mano tra le sue e il volto di Yor avvampò come quando era ubriaca. “Tu sei parte di questa famiglia. E non ti ringrazierò mai abbastanza per tutto quello che fai e hai fatto per Anya.”

Yor si asciugò un’altra lacrima, ma il suo sorriso si allargò. “Lo faccio con piacere.”


Dirlo a Anya non fu altrettanto facile. Prima lo guardò con sguardo affilato, come se avesse avuto una di quelle strane intuizioni che aveva ogni tanto, poi si aggrappò alle sue gambe, “Voglio venire con te.”

Loid le spiegò con calma che non poteva, perché aveva la scuola, che sarebbe rimasta con Yor. 

“Non mi fate mai fare niente di divertente.”

“Non sarà divertente. Devo solo stare lì tutto il giorno a spiegare il mio lavoro a un sacco di persone, e lì non trasmettono neanche Spy Wars. E non sono neanche sicuro che abbiano le arachidi.”

Anya sembrò soppesare i pro e i contro, ma intervenne Yor, “Ci divertiremo molto di più qui, io e te. Possiamo andare ad allenarci al parco, e andare a fare le passeggiate con Bond.”

Anya mise il broncio e guardò attentamente Bond, come se stessero comunicando in un qualche linguaggio segreto, poi annuì. “Va bene, puoi andare,” concesse, lasciando andare la gamba di Loid.

“La ringrazio per la gentile concessione, Miss Anya,” ridacchiò lui, e andò a preparare i bagagli.

Quando uscì dalla sua stanza, Anya e Yor si stavano preparando per andare al parco con Bond; è sabato e Anya dovrebbe fare i compiti, ma Loid può lasciare correre per un giorno: è sicuro che Yor, a modo suo, abbia la situazione sotto controllo. E per qualunque cosa, Loid è quasi certo che che gli agenti dell’organizzazione siano già appostati sotto casa.

“Torno presto,” disse Loid con una mano già sulla maniglia della porta d’uscita e l’altra che stringeva una valigia piena quasi esclusivamente di attrezzi da spia. 

Yor gli sorrise, con Anya in braccio e Bond seduto solennemente accanto alle sue gambe. “Ti aspettiamo qui,” disse con una strana solennità.

Loid annuì e uscì di casa, con un peso nel petto e i volti di Anya e Yor ancora impressi nelle palpebre. Non era la prima volta che l’agente Twilight partiva per una missione sotto copertura senza sapere cosa ne sarebbe stato di lui né per quanto sarebbe stato via; ma è la prima volta che a qualcuno che, a casa, aspetta con ansia il suo ritorno. 

Forse quella strampalata famiglia arrangiata non era poi così male. 



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Titolo: ossessione/interesse
Fandom: JJK
Missione: M6 - Liberosis
Parole:  1322
Rating: safe


Sukuna rientrò nell’appartamento che condivideva con il fratello gemello, trovandolo pieno di gente che non ricordava di aver mai visto prima. Ovunque sono sparse bottiglie di birra e bicchieri di plastica pieni di non vuole sapere che cosa, la musica ha un volume abbastanza alto da costringere gli ospiti a urlare per potersi parlare.

Una festa in piena regola.

Non gli sarebbe neanche dispiaciuto partecipare, se solo non avesse avuto un’emicrania terribile che gli dava la sensazione che la sua testa stesse per spaccarsi a metà dopo aver sostenuto l’ultimo esame della sessione. 

Pazienza, si disse. Avrebbe privato quella festa della sua presenza, tanto senza di lui non sarebbe stata chissà quale grande cosa.

Attraversò il soggiorno del proprio appartamento senza salutare nessuno, per strada prese abbastanza cibo da poter essere considerato una cena decente e qualcosa da bere, e si chiuse nella sua camera, contento di non trovare nessuno che stesse scopando nel suo letto. 

Dopo aver mangiato, si mise dei vestiti comodi e si buttò direttamente sul letto. I rumori che provenivano dal resto della casa continuavano a disturbarlo, musica e risate di gente ubriaca che celebrava la fine della sessione d’esami, così si allungò verso il comodino per recuperare le sue cuffie e scegliere un album. 

Chiuse gli occhi, immaginò la scena di andare a svegliare la mattina dopo Yuji per costringerlo a pulire casa nonostante il dopo sbornia - col cazzo che lui si sarebbe messo a fare qualcosa, mica era la sua festa - e si addormentò ancora prima di terminare la prima canzone.


Sukuna si svegliò nel bel mezzo della notte. L’album che aveva scelto prima di addormentarsi era arrivato alla fine, le cuffie erano storte e scomode sulla sua testa e, da fuori della sua stanza, non sembra provenire più alcun rumore.

C’era qualcuno nel suo letto.

Sukuna sbatté le palpebre un paio di volte, ancora troppo ancorato al sonno perché il suo stupore si trasformasse in rabbia. Tutto quello che riuciva a vedere dalla sua posizione era una massa di capelli neri e una schiena che, nella luce fioca che entra dalla finestra, si alzava e si abbassava al ritmo regolare del respiro.

Si tirò su sul letto, e il movimento sembrò disturbare il ragazzo, che si voltò verso Sukuna tenendosi strette addosso le coperte e aprì gli occhi. Anche nell’oscurità erano di un verde brillante.

Sukuna stava per chiedergli chi fosse e che cosa ci facesse nel suo letto, ma fu il ragazzo a parlare per primo. 

“Devo andare in bagno,” disse con voce roca e alzandosi dal letto. “Mi rimedieresti un pigiama? I jeans stringono,” continuò prima di uscire dalla stanza.

Sukuna, non sapeva bene neanche lui per quale motivo, allungò il braccio verso il comodino e ne tirò fuori un pigiama di un rosso intenso. 

Il ragazzo tornò poco dopo, prese il pigiama e si cambiò nel bel mezzo della stanza, senza preoccuparsi di Sukuna che non riusciva a staccargli gli occhi di dosso, poi si infilò nuovamente nel letto, un po’ più vicino a Sukuna di quanto non fosse stato prima, come un gatto alla ricerca di calore. 

Il ragazzo si addormentò in un attimo, e Sukuna era troppo stanco e confuso per fare domande. Si liberò dalla stretta delle cuffie, appoggiò la testa sul cuscino, e crollò nuovamente addormentato.


Il sole era già alto quando la mattina dopo Sukuna aprì nuovamente gli occhi, aveva dimenticato di chiudere le tende la sera prima. 

Era solo in camera. Del ragazzo che aveva dormito con lui non c’era neanche l’ombra, il pigiama che gli aveva prestato era ordinatamente piegato su una sedia, l’unica traccia che qualcun altro fosse stato in quella stanza ad eccezione di Sukuna. 

Non importa, si disse Sukuna. 


Il problema, Sukuna fu costretto ad ammettere, era che importava. Sukuna si ritrovò a strizzare gli occhi in giro per il campus ogni volta che vedeva una massa di capelli neri. Si guardava intorno con fare ossessivo, durante le lezioni, nei dintorni dell’università. Aveva anche cominciato a fare attenzione agli amici di suo fratello, cosa che non aveva mai fatto prima - non gliene era mai fregato molto di che gente frequentasse suo fratello, ognuno conduceva la sua vita, si tenevano aggiornati ma a distanza.

La sera prima, durante la cena, consumata sul divano davanti alla nuova puntata di uno show di Netflix con cui Yuji si era fissato, Sukuna era arrivato a tanto così dal chiederglielo, ma cosa avrebbe potuto chiedergli, “chi era il tizio con i capelli neri che si è infilato nel mio letto la sera della festa”? E sottoporsi alle costante prese in giro di Yuji? Non ne valeva la pena.

Eccetto che ne valeva la pena, perchè quella cosa, qualunque cosa fossa, lo stava tormentando. E Sukuna non avrebbe voluto pensarci, avrebbe fatto di tutto pur di non pensarci - aveva cominciato a studiare anche la sera per distrarsi, aveva cominciato ad uscire di più con gli amici - anche nella speranza di incontrare quella massa di capelli neri e quegli occhi verdi brillanti, ma non lo avrebbe mai ammesso. 


“Organizziamo una festa,” disse Sukuna seduto al tavolo della cucina. Era ormai sceso a patti con la sua ossessione, e l’unico modo per guarire sembrava ormai quella di assecondarla e scoprire quanto più potesse sul ragazzo in questione. 

 Yuji non avrebbe potuto sembrare più sconvolto dalla proposta. 

“Che c’è?” continuò rude Sukuna. “Non posso dare una festa?”

“Non vuoi mai dare feste, odi le feste perchè non hai stuoli di persone raccolti intorno a te pronti a baciare la terra su cui cammini”

“Questa volta mi va di dare una festa.”

“Chi sei tu e cosa hai fatto di mio fratello?”

Sukuna fulminò Yuji con lo sguardo e Yuji chiuse quella tangente, rendendosi probabilmente conto di star camminando sul filo del rasoio. 

Yuji sospirò, “Chi dovremmo invitare?”

“Quelli che hai chiamato l’altra volta?” Sukuna cercò di suonare disinteressato. “E aggiungo qualcuno del mio gruppo.”

Yuji continuava a guardarlo con sospetto, ma Sukuna finì di mangiare la sua cena e si chiuse in camera sua. Non aveva voglia di gestire un fratello ficcanaso.


La sera della festa, Sukuna navigava per le stanze con fare disinteressato. Beveva, chiacchierava con i suoi soliti amici al di sopra del caos della musica e delle persone. In un angolo, Sukuna vide suo fratello parlare con un tizio dai capelli bianchi. 

Se non andava errato era un assistente di un professore, avrebbe dovuto investigare la cosa, a giudicare dal modo in cui quei due si ronzavano intorno. 

Del ragazzo dai capelli neri, però, non c’era ancora nessuna traccia. Sukuna lo vide solamente dopo almeno un ora.

Era arrivato e si era messo a chiacchierare con Yuji e quel maniaco di assistente del professore - Sukuna aveva avuto una sola lezione con lui e gli era stata sufficiente per odiarlo, era abbastanza convinto che la cosa fosse reciproca, ma quale miglior momento per confermarlo?

Sukuna attraversò la stanza, appoggiò il gomito sulla spalla di suo fratello.

“Che ci fai qui?”

Gojo, esattamente come si aspettava, sorrise e lo guardò attraverso le lenti degli occhiali da sole, “Sono stato invitato,” disse con un sorriso, come se la questione non lo toccasse.

Il ragazzo con i capelli neri guardò Sukuna con il naso arricciato e l’aria vagamente disgustata. Sukuna sorrise trionfante, era esattamente quello che voleva.

“E tu saresti?” gli chiese.

“Fushiguro, non devi—” provò ad intromettersi Yuji, ma il ragazzo non gli diede il tempo di finire la frase.

“Fushiguro Megumi,” rispose, con voce ferma e senza staccare mai gli occhi verdi da quelli rossi di Sukuna. 

Sukuna venne chiamato da Uraume, si voltò nella sua direzione e poi lanciò un’altra occhiata a Fushiguro prima di allontanarsi da lì. Fushiguro non sembrava aver mai staccato gli occhi da lui.

Sukuna si allontanò dal gruppetto e tornò a raggiungere i suoi amici.

Fushiguro Megumi, eh? Interessante. 







one minute

Mar. 30th, 2021 10:10 pm
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Titolo: one minute
Fandom: JJK
Missione: M5 - Arrogance
Parole: 777
Rating: safe


Sukuna è tremendamente annoiato. Sono stati dei giorni magri, poche maledizioni, poca azione, tanto studio. Noioso.

Yuji e Fushiguro sono seduti per terra nella camera di Fushiguro, studiano una mappa della città cercando di capire quale possa essere il luogo di origine di una maledizione che sta prendendo di mira il quartiere di Minato. Per ora hanno ridotto le possibilità ad una scuola privata di alto profilo e all’edificio di una corporazione che ha di recente licenziato molti dei suoi dipendenti. 

Noioso.

Sukuna ha veramente voglia di stiracchiarsi, cerca di prendere il controllo sul corpo di Yuji, ma la sua resistenza è ancora forte, nonostante sia in un momento di apparente tranquillità. Non deve neanche concentrarsi troppo per tenerlo a bada, ci riesce e basta. Quel ragazzino è veramente fastidioso. 

Ma Sukuna ha un’altra freccia alla sua faretra e potrebbe essere il momento giusto per usarla. Fushiguro si alza per andare a prendere qualcosa da mangiare mentre continuano ad ispezionare la mappa. Sukuna aspetta di sentire i suoi passi sul corridoio, quando sta rientrando, per fare la sua mossa. Appena prima che apra la porta, si scambia di posto con Yuji e in un attimo è davanti alla porta che Fushiguro ha appena aperto. 

Ha un solo minuto, ma troverà il modo di farselo bastare. 

In un attimo, Fushiguro è attaccato al muro di fronte a lui. E’ abbastanza vicino che Sukuna può vedere il modo in cui i suoi occhi si sgranano per una frazione di secondo alla sorpresa, ma subito la sua espressione torna seria, fulmina Sukuna con lo sguardo.

Sukuna non può fare a meno di sorridere. Gli piace quando Fushiguro mostra il suo carattere, il suo non volersi piegare al volere di Sukuna. Quel ragazzo è una sfida che Sukuna non ha intenzione di perdere.

“Tu,” sibila Fushiguro con gli occhi stretti. “Dov’è Itadori?” 

“Fushiguro Megumi,” Sukuna pronuncia lentamente ogni sillaba del suo nome. “Non ci vediamo da un po’ e la prima cosa che mi chiedi è cosa sta facendo Yuji?” scuote la testa e fa schioccare la lingua sul palato. “Non va bene così,” dice avvicinandosi a Fushiguro e pronunciando le parole direttamente nel suo orecchio. 

Non gli sfugge il modo in cui le sue pupille si dilatano, gli occhi gli si fanno lucidi e il suo respiro si fa corto, un leggero rossore tinge le sue orecchie e comincia ad espandersi verso il suo viso. E’ uno spettacolo ipnotico.  

“Oh,” il sorriso di Sukuna si allarga alla realizzazione. “Tu mi vuoi.”

Fushiguro cerca di spostarsi dalla sua presa, volta il viso, ma il modo in cui arrossisce gli rende impossibile nascondere l’effetto che quelle parole hanno su di lui. 

“Puoi avermi,” continua Sukuna, godendosi il momento appieno. “Devi solo smettere di fare resistenza,” gli dice nell’orecchio.

“Puoi prendere quello che vuoi,” gli risponde Fushiguro, la voce gli trema leggermente mentre cerca di mostrarsi forte e indifferente, ma a Sukuna non sfugge. “Non sono forte abbastanza per resistere e lo sai.”

“Non farei mai una cosa del genere. Non a te.” Sukuna solleva una mano e passa un dito sulla curva delicata del collo di Fushiguro, il suo sorriso si fa inquietante e gli occhi splendono di lussuria. “Voglio che tu ti arrenda a me, che abbia bisogno di me. E lo farai. Devo solo aspettare. Non sono certo a corto di tempo.”

Fushiguro fa scattare la testa verso di lui, fissa gli occhi in quelli di Sukuna, un ultimo baluardo di resistenza li riempie. “E come fai ad esserne così sicuro?” 

Sukuna si avvicina, la sua fronte sfiora quella di Fushiguro e riesce a sentire come il suo respiro si fermi per un momento. Fushiguro inconsciamente si allunga per avvicinarsi, aspettandosi un contatto che Sukuna sceglie di non concedergli. Non ancora. Non quando ha pochi secondi rimasti. 

No. Il giorno in cui Sukuna lo prenderà, avrà l’intera notte per fargli tutto quello che desidera. Abbastanza tempo per romperlo in mille pezzi e metterlo nuovamente insieme. 

Sukuna ride e fa un passo indietro. Non gli sfugge il modo in cui Fushiguro stringa le mani in un pugno per non afferrarlo e avvicinarlo nuovamente a sé. 

Sukuna gli rivolge uno sguardo affamato, lo squadra da capo a piedi. Sente come Fushiguro tremi sotto al suo sguardo. 

Il minuto è scaduto. In un battito di ciglia, Yuji è tornato. 

Sukuna vede come Fushiguro resti ancora un momento appoggiato al muro, come se le sue gambe non fossero in grado di reggere il peso del suo corpo. 

“Stai bene?” sente Yuji chiedere a Fushiguro.

“Sì.”

“Non ha fatto nulla, vero?” chiede preoccupato.

“Nulla,” risponde Fushiguro. 

A Sukuna non sfugge il lampo di delusione che attraversa i suoi occhi. 



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 Titolo: Lo spirito della foresta
Fandom: JJK
Missione: M8
Parole: 4011
Rating: safe

Megumi entra nella sala del trono, i suoi passi sono silenziosi sul legno liscio e lucido. Marchi neri gli circondano il collo, i polsi e le caviglie nude e gli adornano il viso come una cornice. 

Al di sotto della pedana, uno stuolo di maledizioni in ginocchio non osa alzare la testa al suo ingresso. 

Megumi passa alle spalle del grande trono al centro della pedana, ne accarezza il retro bitorzoluto, formato da teschi di animali selvatici. Circonda il trono con passi sicuri, accarezza la spalla dell’occupante e va a inginocchiarsi ai suoi piedi. 

Sukuna lo guarda con un sorriso indulgente, poi allunga una delle sue quattro mani verso di lui, invitandolo ad alzarti. Megumi la prende e torna a mettersi in piedi.

Sukuna, senza lasciargli la mano, lo guida sul trono più piccolo, alla sua destra. Non gli lascia la mano fino a che Megumi non si è seduto sul suo trono. Nel posto che gli spetta.  


Il temporale, quell’anno, arriva in anticipo.

Il primo lampo rischiara a giorno la notte invernale, il tuono fa tremare i vetri delle finestre. Megumi si alza di scatto sul suo pagliericcio. Accanto a lui anche gli altri ragazzi cominciano ad alzarsi. Alcuni si guardano intorno confusi, i più giovani sono terrorizzati. Piangono e tremano, con la testa nascosta sotto le coperte, nella speranza di attutire il rumore assordante della pioggia che batte sul tetto di legno. 

In un angolo della stanza, l’acqua comincia a entrare. Penetra dalle assi di legno, accumulandosi in un angolo dello stanzone. 

L’umidità è insopportabile, rende difficile respirare e penetra nelle ossa. Megumi comincia a tremare dal freddo, ma resiste alla tentazione di ritirarsi sotto le coperte alla ricerca di un po’ di calore, cercando di sfuggire ai rumori che gli fanno battere il cuore come un tamburo. Si alza dal letto e raggiunge i ragazzi più piccoli, cercando di rassicurarli. Intorno a lui, vede alcuni dei ragazzi più grandi fare lo stesso, tristemente abituati a quelle occorrenze ormai.

Fuori dallo stanzone, Megumi sente i sacerdoti correre da una parte all’altra, urlando ordini e mettendo in campo tutte le misure di sicurezza per evitare che la sala centrale del tempio si allaghi. Qualcuno propone di andare a controllare come stiano i ragazzi, ma la voce dell’anziano lo ferma, gli dice che la priorità è il tempio e quello non può far altro che obbedire. 

Megumi conta i giorni che lo separano ad essere finalmente libero, fuori da quel posto. Ne mancano tre. Chiude gli occhi e cerca di respirare, mentre tiene stretto tra le braccia Yuki. E’ un ragazzino di neanche dodici anni, ha perso i genitori nell’alluvione di neanche sei mesi prima e si è ritrovato a condividere quel posto con tutti loro. Ha i capelli biondissimi in un caschetto disordinato. Megumi chiude gli occhi e conta. Ancora tre giorni, tre giorni e se ne andrà da lì. Yuki si aggrappa al suo kimono con mani tremanti, piange e bagna la parte frontale del vestito di Megumi con lacrime calde. Trema. 

Nessuno chiude occhio quella notte.

La mattina successiva, la pioggia non ha ancora smesso di cadere. Al tavolo della colazione, lungo e con tutti i ragazzi ammassati ai due lati, nessuno sembra avere fame né avere voglia di chiacchierare - dovrebbero urlare per farsi sentire al di sopra del battere incessante della pioggia anche a pochi centimetri di distanza. 

Al tavolo principale, orizzontale rispetto a quello dei ragazzi, i sacerdoti parlano concitati tra di loro. Megumi non distoglie neanche per un momento lo sguardo da loro, nella speranza di riuscire a carpire qualche informazione. Tiene lo sguardo fisso sul sacerdote anziano, al centro. 

Tutti sanno che è lui quello che prende le decisioni lì dentro. Non appena tutti finiscono di mangiare, è proprio lui ad alzarsi in piedi. 

“Il re della foresta ci ha reso nota la sua volontà,” tuona. La sua voce riempie la stanza e, per un momento, anche il rumore della pioggia sembra ritrarsi davanti a lui. “Il rituale di offerta dovrà essere anticipato.” Megumi sente gli altri ragazzi trasalire e tendersi, nel timore di essere scelti. “Ne abbiamo discusso a lungo,” riprende l’anziano, “e la scelta è ricaduta su Yuki.”

Tutti si voltano verso di lui, Megumi compreso. Yuki è seduto accanto a lui e ha gli occhi sbarrati dal terrore al sentir pronunciare il suo nome. La rabbia monta in Megumi, gli fa stringere i pugni e tremare le braccia. 

Yuki non ha neanche dodici anni. E il ragazzo che è stato mandato al macello prima di lui ne aveva appena compiuti tredici. L’anziano gli sceglie sempre più giovani e Megumi sa di non essere l’unico ad averlo notato, ha sentito un’altro dei sacerdoti litigare con lui appena qualche giorno dopo che l’ultimo ragazzo era stato abbandonato all’imbocco della foresta per non vederlo mai più, e dal tono della discussione non era la prima che avevano avuto.

Megumi scatta in piedi. “Andrò io,” dice, fermo e deciso. Ancora poco e sarebbe stato libero, ancora poco e avrebbe potuto andare via da lì. 

Tutti i sacerdoti seduti al tavolo si voltano sconvolti verso di lui. “Fushiguro Megumi,” comincia l’anziano. Per un momento sembra in difficoltà su come proseguire. Non può ammettere ad alta voce che sta scegliendo vittime sempre più giovani, se non a costo di scatenare il panico. E’ un secondo sacerdote a prendere la parola, uno di quelli più vicini all’anziano, il primo candidato ad essere il suo successo. “Ne abbiamo discusso a lungo e non crediamo che tu possa essere di gradimento per il demone.”

“Almeno avrete guadagnato tempo,” insiste Megumi. “Per trovare una soluzione definitiva,” dice guardando il tavolo dei sacerdoti a occhi stretti.   

Megumi sa di aver messo i sacerdoti alle strette. Davanti a quello, non possono ridire nulla, non davanti a tutti. 

“Molto bene,” dice l’anziano, con il volto di chi preferirebbe ucciderlo lì davanti a tutti piuttosto che cedere davanti al suo ricatto. “Preparati,” dice secco. “Il rituale sarà celebrato al tramonto.”

La pioggia continua a battere incessante, Megumi sente la calma scivolare su di lui come acqua calda. La sua decisione è ormai presa. 

Ci avrebbe pensato lui a chiudere quella storia una volta per tutte. 


Gli abiti tradizionali sono stretti e pesanti, inzuppati dall’acqua. Megumi trema dal freddo davanti all’ingresso della foresta di pini. Alle sue spalle poteva vedere i sacerdoti schierati, pronti a pronunciare la tradizionale formula di commiato. 

Il coltello nascosto dentro le fasce delle vesti preme contro il suo sterno. Megumi ha salutato tutti quelli che per anni sono stati i suoi compagni, orfani come lui, senza nessuno che si prendesse cura di loro. In quel tempio aveva avuto dei compagni, un tetto sulla testa e del cibo caldo, ma non è mai riuscito a chiamarlo casa. Megumi non ha idea di che cosa fosse una casa, aveva perso la sua troppo presto per imprimersi quel concetto nel cuore. 

Yuki, stretto a uno dei ragazzi più grandi, piange a dirotto. Megumi cercò di sorridergli, ma il freddo gli intorpidiva tutti i muscoli.

“Re della foresta,” comincia l’anziano. Il resto delle parole del giuramento spariscono nel rumore dell’acqua, ma Megumi ha visto quella cerimonia fin troppe volte per non ricordarle a memoria. Offrivano questo giovane nella speranza che il re gli donasse pace e buone condizioni di vita per il periodo a venire. 

La parola sacrificio non è mai pronunciata, la parola vittima neanche, ma per nessuno dei ragazzi scelti c’è mai stato alcun dubbio su cosa fossero davvero - animali da macello, cresciuti appositamente e utilizzati al bisogno per tenere in sicurezza il villaggio. 

Megumi sente il ronzio di sottofondo della voce del sacerdote fermarsi. Senza guardare indietro, muove i primi passi nella foresta. Il buio è ormai calato. 

Megumi ha fatto pochi passi quando la pioggia si ferma, lasciando spazio al freddo vento invernale.. 

Megumi ha i muscoli intorpiditi dal freddo, trema tanto da non riuscire a muoversi. La luce della luna non penetrava nella foresta, gli rende impossibile vedere dove stia andando. 

Lentamente tira fuori il coltello che aveva nascosto nel vestito. Nel buio non può ottenere più di tanto con quel coltello, ma tenerlo in mano lo rassicura. Lentamente si toglie anche lo stato superiore dei vestiti. 

Nessuno aveva mai saputo a che cosa andassero incontro coloro che prima di lui si erano addentrati nella foresta come sacrifici. Alcune voci volevano che il demone che abitava nella foresta banchettasse con le loro carni, altri che li uccidesse per divertimento, altri ancora che avessero attraversato indenni la foresta e ne fossero usciti come ragazzi liberi dall’altro lato, pronti ad esplorare il mondo, ma Megumi cominciava a pensare che fossero semplicemente morti di freddo nel buio. 

Megumi intravede le prime luci dell’alba infiltrarsi tra le chiome degli alberi e continua a camminare. Mentre il sole si alza nel cielo, Megumi continua a camminare. 

Il silenzio intorno a lui fa improvvisamente assordante, non si sentono uccelli, o altri animali. Anche il fruscio del vento è ormai sparito. L’aria sembra farsi più calda. 

Megumi continua a camminare ancora un po’ e non riesce a credere a quello che improvvisamente si trova davanti.

Al centro di una radura si erge un tempio di legno. Da un comignolo esce del fumo, segno che fosse abitato e riscaldato. Megumi vuole affrettarsi, ma le sue gambe non sembrava più in grado di reggere il suo peso. Ad ogni passo il tempio sembrava più lontano, i pochi gradini che deve salire per raggiungere la porta gli sembra una montagna. Arriva quasi al punto di dover sollevare di peso le sue gambe per scalare ogni gradino, ma alla fine si ritrova davanti alla porta del tempio. 

Con un gesto secco apre la porta. L’ondata di calore proveniente dall’interno lo investe in pieno, e Megumi è vicino a mettersi a piangere per il sollievo.

Gli occupanti del tempio rimangono bloccati sul posto per un momento. In fondo a un lunga stanza di legno lucido, simile a quella del tempio, su una pedana rialzata sta un trono massiccio e, sul trono, un demone con quattro braccia e quattro occhi, il torso nudo e decorato da segni neri che proseguono sul volto. I suoi occhi si fissano su Megumi. 

Ai piedi del trono, in ginocchio davanti al demone, sta una persona dai capelli bianchissimi, lucenti nella semi oscurità dell’interno del tempio, il volto girato verso Megumi e gli occhi sbarrati dalla sorpresa. 

Anche dalla distanza, Megumi può vedere quanto il demone sul trono fosse imponente. Studia Megumi da capo a piedi per un momento e Megumi sentì una nuova energia scorrergli dentro. 

“E tu chi saresti?” la sua voce rimbomba contro pareti di legno, ma sembrava avere un tono divertito.  

Megumi muove alcuni passi all’interno del tempio, il rumore delle sue scarpe sul pavimento di legno rimbomba nella stanza lunga e vuota. Il tepore del posto sembra scottare sulla pelle gelida di Megumi, non in grado di scaldarlo abbastanza. Ha il corpo scosso dai brividi e gli occhi lucidi che rendono difficile vedere chiaramente. 

La persona in ginocchio davanti al trono si alza in piedi e si volta verso Megumi, che continua ad avanzare su gambe tremanti, ma la creatura sul trono si alza dalla sua postazione e scende i pochi gradini che separano la pedana del trono dal pavimento. Allunga due delle quattro braccia, per fare cenno alla persona dai capelli bianchi di stare indietro e quella inchina leggermente il capo prima di fare un passo indietro. 

La creatura avanza nel tempio, andando incontro a Megumi, continuando a studiarlo con l’espressione interessata con i due occhi, l’uno sopra all’altro, lasciati scoperti dalla maschera di legno che gli copre il lato sinistro del volto. Sono di un rosso vivido, e Megumi si sente come se gli potessero guardare attraverso e leggere le sue intenzioni. Un Kimono bianco fascia la sua figura, coprendolo quasi fino ai piedi, nudi contro il legno del tempio. 

Improvvisamente la creatura sorride, è un sorriso folle, che gli fa spalancare gli occhi e fa rabbrividire Megumi. 

Sono a pochi metri di distanza ormai. Da vicino la creatura torreggia su Megumi, che deve alzare il collo per continuare a guardarlo. Megumi infila una mano nel suo kimono e ne sfila il coltello, puntandolo alla creatura. 

“Tu…” mormora Megumi, mentre si slancia contro di lui. 

“Sukuna-sama!” urla la persona alle sue spalle. 

“Va tutto bene, Uraume,” risponde quello imperturbabile. La sua voce è profonda e roca. Come se Megumi non fosse altro che un insetto fastidioso, Sukuna si sposta appena, la sua mano sfiora il braccio di Megumi, quel tanto che basta per mandarlo fuori traiettoria. 

Continua a ridere, mentre Megumi attacca ancora, e ancora, quello continua a muoversi in maniera impercettibile. Sukuna scoppia a ridere, è una risata sguaiata, sgradevole alle orecchie amplificata dalle pareti di legno. Continua a schivare gli attacchi. 

Megumi non ci vede più, gli occhi completamente annebbiati gli bruciano. Prova un altro attacco, questa volta Sukuna lo afferra, gli fa passare il braccio dietro la schiena e blocca Megumi in posizione. Il suo corpo è enorme e massiccio contro quello di Megumi. La sua presa è stretta sul polso di Megumi, la sua carne fresca contro quella gelida e bollente di Megumi allo stesso tempo.

Gli occhi gli bruciano in maniera insopportabile. 

Sukuna preme il corpo contro il suo, è caldo e fresco allo stesso tempo e Megumi vorrebbe lasciarsi andare perché un po’ di calore dopo il gelo della notte è gradito, ma non può farlo e non vuole farlo. Sukuna si curva su di lui, gli passa il naso sul collo. 

Megumi sente tutto farsi buio intorno a lui. 


Quando si sveglia, Megumi è al caldo. Qualcosa di caldo e morbido preme contro di lui, e Megumi non vuole chiudere gli occhi, avvolto in quella situazione confortevole. La coperta che lo copre è calda e pesante, sente un fuoco scoppiettare non lontano e una leggera pioggia che sbatte contro il soffitto fa da sottofondo.

Quando apre gli occhi, ci sono due… cani? che lo tengono al caldo. Sono enormi e dal pelo lungo, uno bianco come la neve e l’altro completamente nero. Sono enormi, e somigliano più a dei lupi che a dei cani. Megumi ci mette qualche secondo a capire dove si trovi, poi gli torna in mente la creatura, il suo patetico tentativo di ucciderla, il modo sgradevole in cui aveva riso davanti ai suoi sforzi. 

La porta della sua stanza scorre lateralmente, e ad entrare è direttamente la creatura. Sukuna, gli ricorda la sua mente. La sua figura è imponente, la sua testa sfiora il soffitto di legno, le quattro braccia sono incrociate davanti al corpo, le mani infilate nelle maniche del kimono. Osserva Megumi con fare curioso.

“Sei sveglio,” constata.

Megumi prova ad alzarsi. La testa gli gira in modo incredibile ed è costretto a sdraiarsi nuovamente. 

"Cosa mi è successo?"

"Febbre. Hai passato la notte a vagare nella foresta in inverno."

Megumi annuisce. Si sente la testa pesante e il corpo sudato e appiccicoso. Non c'è nulla che desideri più di un bagno caldo, e dei vestiti puliti. 

“Non mi hai detto come ti chiami,” riprende Sukuna. “Eri troppo impegnato a cercare di uccidermi.”

“Perchè ti interessa?”

Megumi sente la rabbia montare nella voce di Sukuna quando risponde, “Non farmi ripetere la domanda.” Megumi sente il potere di quella creatura. Se lo ha lasciato in vita, se non lo sta costringendo a rispondere con altri mezzi, è solo perché lo vuole, Megumi realizza. Non ha nulla contro di lui, e trema di fronte al puro potere che emana Sukuna e Megumi ci tiene abbastanza alla sua vita da non voler correre il rischio di opporsi a quel potere.

“Fushiguro Megumi,” risponde.

Sukuna fa due passi indietro. “Ti unirai a me per cena,” dice, prima di uscire dalla stanza.  


Uraume entra nella stanza occupata da Megumi. Megumi si alza dal tatami e resta seduto, guardando la persona appena entrata nella stanza.

Uraume lo guarda come se fosse un insetto fastidioso e vagamente disgustoso che si guarda con sospetto, pronti a schiacciarlo nel caso decidesse di avvicinarsi troppo. 

"Seguimi," dice con voce secca e si volta, senza aspettare che Megumi lo faccia veramente.

Megumi si alza dal letto. Le gambe, dopo chissà quanti giorni passati a letto, sembrano fatte di gelatina e per un momento non è convinto che siano in grado di reggere il suo peso. 

Uraume non rallenta il passo, Megumi si appoggia al muro nei corridoi per sostenersi. Uraume lo guida giù per una scalinata, poi un'altra, nei meandri di quell'edificio che sembra costruito come un labirinto. 

L'ultima scalinata è scavata direttamente nella roccia, nera e scura. L'aria è fredda e umida, la luce del giorno che aveva illuminato i corridoi di legno chiaro è ormai sparita.

A Megumi sembra di star scendendo nei meandri della terra. L'aria comincia a scaldarsi, l'umidità è talmente densa che a Megumi sembra di entrare in una piscina calda. 

Dal fondo delle scale arriva rumore di acqua che scorre, si fa sempre più forte mano a mano che scendono le scale e il calore si fa quasi insopportabile. 

Arrivano al fondo della scalinata, davanti a Megumi si apre una grande sala scavata nella roccia nera, pozze d'acqua calda sono sparse per tutta la sala.

Accanto all'acqua, Megumi trova degli asciugamani puliti e appeso ad una sporgenza della roccia alla destra dell'entrata Megumi vede un kimono. È di un blu acceso, dello stesso colore del cielo subito dopo il tramonto estivo. Megumi ci passa le mani sopra, la seta è delicata e liscia contro le sue dita e fresca, di qualità decisamente maggiore anche del kimono rituale che Megumi aveva indossato per il rituale. Si chiede che fine abbia fatto, dal momento che i vestiti che indossa adesso sono diversi, anche se nel sonno non si è accorto di nulla. 

"Puoi entrare nell'acqua. Io resterò di guardia all'entrata. Se serve qualcosa, chiama," si inchina Uraume, che ha l'aria di chi preferirebbe accoltellare Megumi piuttosto che inchinarsi davanti a lui. 

Megumi entra lentamente nella pozza più vicina. L'acqua è bollente e come un balsamo sulla sua pelle, distende i muscoli di Megumi e gli toglie di dosso il sudore accumulato.

Quando sente di essersi lavato abbastanza - e che se passasse altro tempo nell'acqua rischierebbe di svenire - esce lentamente dall'acqua, sentendosi di essere tornato ad abitare la sua pelle dopo giorni confusi. Non sa ancora bene dove sia né quale sia la sua situazione, ma deve pensare a stare meglio come prima cosa.

Si asciuga con i teli lasciatigli accanto alle vasche, rabbrividisce al contatto con l'aria della caverna, e si avvicina al kimono. È complesso da indossare, soprattutto senza aiuto, ma Megumi è abbastanza soddisfatto del risultato finale.

Uraume non sembra essere d'accordo. Quando di avvicina, squadra Megumi da capo a piedi e senza dire nulla allunga le mani verso di lui e comincia a sistemargli addosso la stoffa.

"Grazie," mormora Megumi quando ha finito.

"Non posso permetterti di presentarti davanti al nobile Sukuna in condizioni pietose."

A Megumi non sembrava di essere in condizioni pietose, ma non lo dice ad alta voce.


Megumi viene ancora una volta guidato da Uraume, il kimono bianco candido che indossa, dello stesso colore dei suoi capelli, struscia contro le sue caviglie ad ogni passo sollevando un sottile fruscio. 

Megumi prova a tenere conto di dove stiano andando, ma dopo la terza svolta ha già perso ogni senso dell'orientamento e si limita a seguire passivamente Uraume.

Arrivano davanti ad una sala, Uraume si mette laterale alla porta e la apre con un piccolo inchino. Megumi capisce: deve entrare da solo. 

Fa un passo nella stanza, sente la porta chiudersi alle sue spalle con un fruscio, ma lo registra distrattamente.

Davanti a lui, Sukuna lo sta già aspettando. In una stanza illuminata da candele sparse, Sukuna è inginocchiato ad una estremità del lungo tavolo di legno.

Con una mano fa cenno a Megumi di accomodarsi, con l'altra continua a portare cibo alla sua bocca.

Megumi siete all'estremità opposta del tavolo. Il cibo davanti a lui è abbondante e raffinato, più di quanto non abbia mai avuto occasione di vedere, ma Megumi riconosce che sono piatti facilmente digeribili, adatti a qualcuno che abbia passato i giorni precedenti a letto.

Megumi comincia titubante a mangiare, aspettandosi un rimprovero che non arriva.

Megumi è teso, mangia lentamente, si sente addosso gli occhi di Sukuna, inamovibili, ma non osa alzare i suoi e ricambiare lo sguardo. Continua ad aspetterei qualcosa che non arriva, non fino a quando non hanno finito di mangiare.

Come se convocati a comando, non appena terminano di mangiare, dei servitori entrano a frotte nella sala, liberano il tavolo e servono il tè. Sukuna continua a non dire niente e Megumi non riesce più a sopportare il silenzio. 

“Non mi hai ucciso,” dice, rompendo il silenzio e tenendo lo sguardo fisso sulla tazza di tè tra le sue mani. Ne fa roteare il contenuto nervosamente. 

Megumi sente la creatura ridacchiare dal lato opposto del tavolo. “Sei interessante.”

A Megumi non piace il modo in cui quelle parole gli scivolano addosso.

“Interessante?”

“Nessuno ha più cercato di attaccami direttamente da un po’ di tempo a questa parte. Sei molto coraggioso, o molto stupido.”

A giudicare dal modo in cui Sukuna ha reagito ai suoi attacchi, Megumi propenderebbe per il molto stupido, ma non lo dice ad alta voce.

“E che senso ha tenermi qui? Perchè non uccidermi come hai fatto con gli altri?”

 “Gli altri?”

“Gli altri ragazzi offerti dai sacerdoti.”

Sukuna sembra rifletterci per un momento, le sue mani inferiori si appoggiano alle ginocchia, mentre con le altre sorseggia il suo tè. I suoi quattro occhi non si staccano mai da Megumi.

“Gli altri ragazzini che vagavano per la foresta?” chiede.

Megumi e annuisce, e Sukuna scoppia a ridere, di una risata crudele e sgradevole. “Dovevano essere dei sacrifici per me?” chiede tra le risate.

Megumi sente la furia montare in sè. Quei ragazzi hanno sacrificato la loro vita e vengono snobbati in questo modo, alcuni erano terrorizzati, ma nessuno è mai scappato: tutti disposti a sacrificarsi per il bene degli altri. Megumi compreso. Come osa quel demone farsi beffe di loro in quel modo? La rabbia cresce in lui, e gli occhi di Sukuna non lo abbandonano, sembrano bearsi della sua reazione, come se fosse esattamente quella che voleva ottenere. Il volto gli si piega in una smorfia soddisfatta, e Megumi sente di essere caduto in trappola - una farfalla nella ragnatela. 

“Sacrifici,” Sukuna continua a ridere. “Pensavo solo che tentassero di scappare da quel posto di merda che è il villaggio sulla montagna.”

Megumi sente ogni pensiero congelarsi nel petto, la rabbia lo abbandona, lasciandolo senza forze, senza possibilità di restare dritto al tavolo. 

“Vuol dire che tu… non hai mai chiesto…?” chiede in un sussurro, non sapendo neanche bene cosa voglia sapere, nè se voglia veramente saperlo. 

Ogni cosa crolla in Megumi. E’ stato tutto inutile. Sono morti tutti inutilmente. Si porta una mano al petto e si piega su sè stesso, la tazza di tè gli cade dalle mani e cade sul pavimento con un rimbombo sonoro, il contenuto si rovescia sul legno chiaro. 

Sukuna si fa improvvisamente serio, “Cosa avrei dovuto farne di loro?”

“I sacerdoti— “

Sukuna scuote la testa, “Gli umani sono veramente caduti in basso.”

Megumi alza la testa, “Puoi dirmi almeno cosa è successo loro?”

Sukuna lo guarda, non addolcisce la parole. “Alcuni sono morti di freddo, altri per gli animali. Ma qualcuno è riuscito ad attraversare la foresta e uscire sano e salvo dall’altra parte. I più intelligenti ce l’hanno fatta.”

“Vuol dire i più grandi.”

“O i più fortunati.”

“Cosa accadrà a me?”

Sukuna sorride, maligno. “Potresti finalmente essere il primo a fare quello per cui sei stato mandato qui. Tenere al sicuro il tuo villaggio,” dice con voce melliflua. 

“E che cosa vuoi in cambio?”

Sukuna sorride, come se fosse soddisfatto della sua risposta, poi appoggia la tazza di tè sul tavolo e si alza in piedi. 

“Buonanotte, Fushiguro Megumi,” dice uscendo dalla stanza.  

















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Titolo: feel the most
Fandom: JJK
Missione: M7
Parole: 2070
Rating: safe
Note: Soulmates aren’t the ones who make you happiest, no. They’re instead the ones who make you feel the most. Burning edges and scars and stars. Sweetness and madness and dreamlike surrender. They hurl you into the abyss. They taste like hope.

Megumi non ha mai odiato nessuno in vita sua. 

Anche quando riempì di botte i bulli della sua scuola, lo fece più motivato dall'insofferenza per le loro azioni che dall'odio per loro come persone. 

In generale, le persone che lo circondavano o gli piacevano o lo lasciavano piuttosto indifferente, e in quel caso non faceva nulla per nasconderlo. Alcune delle persone appartenenti a questa categoria, negli anni, si erano avvicinate a lui per chiedergli se le odissea, ma ogni volta Megumi aveva scrollato le spalle e aveva risposto, "non me ne frega abbastanza di te per odiarti."

No, Magumi nella sua vita non aveva mai odiato nessuno. Poi, era arrivato Ryomen Sukuna. 


Megumi cominciò il suo turno al bancone del pub. Era un bel locale interamente rivestito in legno e dalle luci basse, creava un'atmosfera calma e rilassata, perfetta per un gruppo di amici che aveva voglia di farsi due chiacchiere e offriva una selezione di oltre 150 birre artigianali provenienti da varie parti del mondo.

Lavorava lì da anni ormai, da quando, appena diciottenne, si era ritrovato ad aver disperatamente bisogno di un lavoro mentre i pochi soldi che i genitori gli avevano lasciato erano destinati a pagare gli studi di sua sorella. Megumi voleva fare il possibile per aiutarla. Il gestore di quel posto, un tipo eccentrico dai brillanti capelli bianchi di nome Gojo Satoru lo aveva preso in simpatia e gli aveva dato quel lavoro. Era spesso fuori per lavoro, Gojo, alla ricerca di nuove birre da proporre ai suoi clienti, e ormai era come se Megumi fosse il gestore del posto in sua vece quando era lontano. Mano a mano che aveva preso dimestichezza con il lavoro, i suoi viaggi si erano fatti sempre più frequenti.

Il suo turno era cominciato da una ventina di minuti quando vide entrare Yuji, che gli rivolse un ampio sorriso e andò a sedersi al bancone.

"Bionda chiara?" gli chiede Megumi.

Yuji accettò con un sorriso.

Megumi aveva conosciuto Yuji ormai più di un anno prima, nella palestra che aveva cominciato a frequentare quando finalmente era riuscito a convincere sua sorella che era abbastanza grande per andare a vivere da solo. Yuji insegnava arti marziali ai bambini - non una in particolare, era più che altro una generica introduzione alle arti marziali. 

Megumi appoggiò sul bancone la birra, fresca e con il giusto quantitativo di schiuma in cima. La condensa aveva cominciato a rendere opaco e brillante di gocce d'acqua il bicchiere di vetro. Yuji bevve un sorso, a Megumi cadde lo sguardo sul marchio del soulmate interamente oscurato che aveva sull'interno del polso, il segno che il suo soulmate era venuto a mancare. Megumi non gli aveva mai chiesto se avesse fatto in tempo a conoscerlo prima che accadesse, ma aveva riconosciuto immediatamente cosa stesse a significare il fatto che fosse oscurato. Era esattamente come quello che aveva Gojo, nella parte interna del bicipite sinistro. 

Yuji si guardò intorno. "Gojo non c'è?" chiese con una leggera sfumatura di rosa che gli colorava le guance.

"È partito stamattina. Olanda. O Belgio. Non mi ricordo"

Yuji annuì e non riuscì a mascherare interamente la propria delusione. 

Cominciarono a chiacchierare del più e del meno. Da quando si erano conosciuti, Yuji aveva preso l'abitudine di andare al pub almeno una volta a settimana - di solito in mezzo alla settimana, quando le serate erano più tranquille e Megumi poteva restare al bancone a chiacchierare con lui.

Yuji  aveva appena cominciato a raccontare il panico generale scatenatosi in casa di suo nonno per via del tanto atteso ritorno di Sukuna dal suo viaggio di un anno in giro per il mondo. "Il nonno sta impazzendo per preparargli tutti i suoi piatti preferiti," stava dicendo con un sorriso. “Continua a chiamarmi per chiedere conferma degli ingredienti.”

Megumi sentì un brivido scorrergli lungo la schiena alla sola menzione di Sukuna e il suo cuore saltare un battito, mentre Nobara, che con tempismo perfetto aveva appena terminato di servire gli ordini ai pochi tavoli occupati in un normale giovedì sera, si precipitò sul bancone.

“Torna tuo fratello?” chiese impaziente. “E quando pensavi di dirmelo, eh? Finalmente potrà farmi il tatuaggio che mi ha disegnato prima che decidesse di prendere e partire per sparire in mezzo al nulla.”

“Fratellastro,” precisò Yuji prendendo un altro sorso di birra e cominciando poi a disegnare con il dito dei cerchi nella condensa del bicchiere, dove ormai era rimasta solo metà birra. “Come va con Maki?” chiese poi. “E’ un po’ che non la vedo in giro.”

“E’ impegnata con gli esami,” rispose Nobara, mettendosi i capelli dietro l’orecchio e scoprendo il marchio del soulmate che aveva sul collo. 

Megumi era sempre stato affascinato all’idea dei soulmate. Probabilmente è normale, quando cresci con il peso dell’abbandono sulle spalle. L’idea di qualcuno che fosse destinato a lui era affascinante quanto terrificante. Non gli era mai piaciuto che gli si dicesse cosa fare, ma allo stesso tempo non era mai riuscito a impegnarsi seriamente con nessuno, per paura che lo lasciassero di nuovo e in attesa di qualcuno che forse non avrebbe mai trovato. E odiava la parte di sé che ancora aspettava. 

Megumi si distrasse mentre Nobara cominciava a spiegare a Yuji tutti i dettagli del suo tatuaggio, quello che aveva chiesto a Sukuna di disegnarle poco prima che partisse. Ricordava ancora la sera in cui lo aveva conosciuto, Sukuna. 

Conosceva Yuji da poco tempo, e una sera era entrato nel pub seguito da un’altro ragazzo. Sembrava di qualche anno più grande e, strizzando gli occhi, Megumi era riuscito a notare le somiglianze tra i due. Avevano gli stessi capelli bicolori, ma Sukuna aveva profondi occhi rossi e i tratti del viso più duri. Dove Yuji sorrideva in maniera aperta e sincera, Sukuna aveva sempre un sorriso strafottente, come se fosse padrone del posto. 

Megumi si era avvicinato a loro per prendere i loro ordini, aveva preso quello di Yuji e poi si era voltato verso Sukuna.

“Che cosa ti porto?”

“Sukuna,” si era presentato quello, protendendosi verso di lui e appoggiando un gomito al bancone come se fosse il padrone del posto, nel chiaro atteggiamento di chi era abituato e flirtare e non era abituato a sentirsi dire di no. Megumi si era sentito irrazionalmente arrabbiato nei suoi confronti. Se c’era qualcuno che poteva permettersi di comportarsi come il padrone di quel posto era Gojo, e se Gojo non c’era, Megumi era la cosa più vicina a un padrone che quel posto potesse avere.

“Non l’ho chiesto,” gli aveva risposto Megumi. 

Gli era quasi sfuggita la rapidità con cui il sorriso era crollato dal viso di Sukuna, il modo in cui aveva spalancato gli occhi, chiaramente preso in contropiede. Quello che non gli era sfuggito, però, era la risata sganasciata di Yuji, che continuava ad indicare la faccia del fratello senza riuscire a smettere.

Da quella sera, Sukuna era diventato un cliente fisso del pub. Certe volte veniva con Yuji, spesso da solo, direttamente dal lavoro. Aveva sempre addosso l’odore di alcool etilico e quello acre dell’inchiostro. Era stato così, a poco a poco, che Megumi aveva scoperto che di lavoro faceva il tatuatore. 

Si era abituato alla sua presenza, così quando aveva cominciato ad essere inspiegabilmente assente, Megumi si era fatto coraggio e aveva chiesto a Yuji che fine avesse fatto.

“E’ partito,” gli aveva detto Itadori. “Voleva andare a fare ricerche sulle origini del tatuaggio, andare a studiare dai maestri del tatuaggio che stanno in angoli sperduti del mondo dove, a quanto pare, il telefono non prende mai,” aveva continuato con un po’ di amarezza nella voce. “Pensavo te lo avesse detto.”

Megumi si era inizialmente sentito sollevato alla notizia, ma con il passare del tempo aveva cominciato a sentire la mancanza di quello strano cliente, dello scotch con ghiaccio che era la sua ordinazione fissa, e delle sottili attenzioni che gli aveva sempre rivolto. 

Adesso, al pensiero che stesse per tornare, Megumi si sentiva lo stomaco annodato, e la sensazione non gli piaceva affatto. 

Yuji rimase al bancone fino all’ora di chiusura, e insieme a Megumi camminarono fino alla stazione metro più vicina, dove le loro strade si separavano.

Era una routine confortevole, calma e forse noiosa, ma aveva lottato tanto per conquistarsela. Non aveva voglia di scombinare tutto. Per questo Megumi sperava di non incontrare mai il suo soulmate. 


Megumi non voleva essere lì, ma per qualche motivo c’era. Nobara non lo aveva lasciato in pace fino a che non aveva accettato di accompagnarla a quell’appuntamento e, adesso, mentre Nobara era in una delle stanze private a parlare con Uraume, lui era rimasto lì, nell’atrio, senza poter fare nulla se non guardare i disegni appesi alle pareti.

E’ la prima volta che si trova nello studio di Sukuna da quando lo conosce. I disegni alle pareti sono principalmente in bianco e nero, qualche foto dei tatuaggi, ma quelli che più attirano lo sguardo sono gli sketch, disordinati e pieni di linee che ancora devono essere ripulite, ma Megumi può vederne l’efficacia e l’impatto. Sulla pelle devono essere splendidi.

E’ talmente assorto in quello che sta guardando, che non si rende conto dei passi alle sue spalle. 

“Hai finalmente cambiato idea sul  farti un tatuaggio?”

La voce roca al punto giusto di Sukuna lo coglie impreparato, lo fa rabbrividire sul posto. Spera di averlo nascosto bene. Si volta verso di lui, e non era preparato per quello che si trova davanti. La sua pelle è abbronzata, e fa risaltare ancora di più il rosso dei suoi occhi. Ha l’espressione più rilassata dell’ultima volta che lo ha visto. 

“Non sono qui per farmi marchiare da te”

Sukuna fa scorrere gli occhi sulla pelle del suo collo, lo sguardo è talmente intenso che Megumi si sente come se lo stesse sfiorando con la punta delle dita. “Peccato,” dice, con la voce leggermente più roca. “Devo pensare che sei qui per vedere me?”

Megumi si volta di nuovo verso i disegni. “Non dovresti essere nello studio a parlare con Nobara?”

“Per quello che vuole farsi lei, Uraume è la persona più adatta.”

Megumi fa un paio di passi per la stanza, con il cuore che gli batte all’impazzata. Si sente il viso arrossato e non ha intenzione di voltarsi verso Sukuna per farglielo vedere. “Sono molto belli,” commenta.

“Sembri sorpreso.”

“Lo sono. Pensavo fossi solo chiacchiere.”

In un istante Sukuna gli è accanto. “Eppure ancora non vuoi che metta le mani su di te,” dice facendo passare un dito all'interno del polso di Megumi, come ha già fatto altre volte. Per la prima volta, Megumi non si ritrae da quel contatto, che risveglia i suoi nervi come una scossa di energia statica. 

“Ho già un marchio addosso, e pesa abbastanza.”

Sukuna non si ritrae. “Ha il peso che vuoi dargli. Puoi scegliere del tuo destino.” 

E’ la prima volta che qualcuno gli dice una cosa del genere. Mai sua sorella, innamorata del concetto dei soulmates, gli aveva detto una cosa del genere, mai Nobara, che con la sua ha veramente trovato la felicità che cercava. Megumi pensa a Yuji e Gojo, ai loro marchi neri. Per la prima volta, in segno del soulmate non sembra una condanna. E se vuole provare, che male c’è?

Megumi si allontana da Sukuna. “Come è andato il viaggio?” chiede mentre ispeziona i disegni appesi ad un’altra parete, al lato opposto della stanza. 

Sente il sorriso strafottente nella voce di Sukuna quando risponde, “ti stai interessando a me, Fushiguro Megumi?”

“Pensavo solo potessi parlarmene. Magari a cena?”

Megumi volta solo la testa, per guardare Sukuna da sopra la sua spalla. E’ la seconda volta che lo vede senza parole, e stavolta il senso di trionfo che sente è ancora più grande della prima volta. Poi Sukuna scuote la testa e comincia a ridere.

“Sempre pieno di sorprese,” commenta. “Mercoledì alle 7. E’ ancora quello il tuo giorno libero?”

Megumi annuisce. Sukuna, che si era appoggiato alla parte, si sposta e attraversa la stanza. “Devo tornare a lavoro,” dice. 

Megumi si volta verso di lui solo quando Sukuna gli ha già dato le spalle. E’ la prima volta che lo vede con una canotta senza maniche. E’ la prima volta che vede il marchio di Sukuna, diverso dai suoi tatuaggi, sulla parte posteriore della sua spalla.

E’ identico al suo. 








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 Titolo: a thousands years 
Fandom: JJK
Missione: M7 
Parole: 695
Rating: safe
Note: I do believe in fate and destiny, but I also believe we are only fated to do the things that we’d choose anyway. And I’d choose you: in a hundred lifetimes, in a hundred worlds, in any version of reality, I’d find you and I’d choose you.

Quando Sukuna sente la sua coscienza tornare a legarsi ad un corpo di carne, il suo primo pensiero va a lui. Quando apre gli occhi, le prime cose che vede furono il cielo stellato e la maledizione che stava provando ad attaccarlo.

Povera illusa

Sukuna non ha neanche bisogno di toccarla per prendersene cura, non si ferma neanche a controllare che sia veramente morta prima di voltarsi a guardare altrove. 

Nei mille anni in cui ha dormito, il mondo è cambiato radicalmente. Intorno a lui, dal suo punto rialzato, vede edifici alti abbastanza da toccare il cielo, luci artificiali che rischiarano la notte - gli umani hanno trovato finalmente il modo di prendersi cura di quel problemino che hanno sempre avuto con il buio, eh?

Il fresco della notte sulla pelle è inebriante, sentire di nuovo un corpo muoversi, invece che solo una coscienza che galleggia nel nulla, lo è altrettanto. Ha un mondo da esplorare, e non vede l’ora di farlo. 

Farà rinascere il suo regno, poi andrà a cercare il suo re e lo farà sedere ancora una volta ai piedi del suo trono. 

“Itadori Yuji,” chiama una voce alle sue spalle. Sukuna la riconoscerebbe nel buio, la riconoscerebbe nel caos, la riconoscerebbe fosse anche un sussurro in mezzo a una tormenta, ma il nome che dice è totalmente sbagliato. 

Sukuna si volta di scatto, un ringhio già pronto sulle labbra. Deve chiamare lui. Deve chiamare solamente lui.

Se lo trova davanti. Fushiguro Megumi. Lo sguardo fiero come la prima volta che lo ha visto, più giovane in volto dell’ultima volta che lo ha visto. 

Quel momento di distrazione è abbastanza perché il marmocchio in cui si è incarnato - quell’Itadori Yuji che gli ha rubato le prime parole che quella voce gli ha rivolto da mille anni a quel giorno - riprenda il controllo del suo corpo. 

La volta successiva che Sukuna riesce a prendere il controllo, si trova davanti uno di quei maledetti stregoni. Un migliaio di anni sono passati e sono ancora una razza irritante, quelli. Dice qualcosa sul vantarsi davanti a uno studente, e Sukuna attacca preso da una rabbia cieca: se qualcuno può pavoneggiarsi davanti a Fushiguro Megumi quello è lui. Lui e nessun altro. 

Ha appena cominciato a riscaldarsi, quando il moccioso - Yuji - prende nuovamente il controllo del suo corpo. 

Troverà il modo di fargliela pagare. 


Yuji e Megumi diventano amici, la parola ha un retrogusto amaro sulla lingua di Sukuna, ma almeno gli consente di vederlo da vicino. E’ giovane, ha forse la stessa età di quando lo ha incontrato la prima volta, millenni prima. Era una creatura magrolina e denutrita, ma aveva la fierezza di cento maledizioni. Si era presentato alla porta del suo tempio, si era inginocchiato davanti al suo trono. Cercava il potere per vendicarsi, e Sukuna glielo aveva concesso. 

Ha ancora una volta gli occhi di qualcuno che ha visto troppo, e ancora una volta Sukuna non era lì con lui. 

Stregoni di merda. La pagheranno.


L’occasione per avvicinarsi a lui arriva prima di quanto Sukuna avesse previsto. Una maledizione che riduce Yuji al confine tra la vita e la morte, troppo debole per tenerlo sotto controllo, e Sukuna è ancora una volta libero.

Trova Megumi nel giardino della prigione e Megumi, pur sapendo di non avere chance, non si fece scrupoli ad affrontarlo. 

Combattere di nuovo contro di lui è inebriante. E Sukuna ride, forte e senza remore, libero più di quanto non sia stato da quando ha preso possesso di quel corpo. 

Ma vede come Megumi si trattenga per non ferire il suo amico, vede che la preoccupazione principale è per lui. E Sukuna decide che gli darà qualcosa da ricordare: l’immagine di lui che strappa il cuore di Yuji. 

Sa che può guarirlo, ha solo bisogno di qualcosa per fare leva. 

Ed è quello che fa. Ottiene un minuto. E la possibilità di restare vicino a Megumi. 

Ancora non ricorda, ma lo farà presto. E se Sukuna ha aspettato mille anni, può aspettare ancora. Vuole vedere quel viso colpito dalla realizzazione, vuole vederlo avvicinarsi a lui. Vuole sentirsi ancora una volta il re del mondo con lui accanto. 

E, per Megumi, Sukuna sa che vale la pena aspettare. 








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 Titolo: trust and prejudices
Fandom: Haikyuu
Missione: M5 - Il pregiudizio è una prigione, il giudizio è la condanna. Dio benedica gli incompresi.
Parole: 1178
Rating: safe

Kyoomi turns the key in the lock and opens the door. Inside, the house is dark and silent. All the blinders are closed, and there’s no music wafting from the living room’s stereo. It is exactly how Kyoomi left it when he left to visit his parents. 

He is burdened with the weight of the absence. It settles on his chest, making it difficult to breathe. 

Kyoomi didn’t think he’d find Atsumu home, not after the fight they’d had, but the silence makes that tiny, cramped apartment feel huge and terrifying, like the house of horror of the luna park near the holiday house where he spent his summers as a child. 

He knows better than trying to call him again. Atsumu doesn’t react well to this kind of pressure. He needs his time to come to terms with things - Kyoomi has come to know at the price of uncountable other fights they’d had in the course of the year they spent together. Kyoomi can only hope that the audio message he sent manages to express well enough what he had wanted to say.  

In the two days since Atsumu left the house, he listened to it at least six times per day and every time it felt a bit less right. He could have said it better, he should have said more and was it clear enough he didn’t want to break up with him over such a thing? 

His parents, on the two days he spent with them, lamented he was absent, that he wasn’t really there with them. Kyoomi couldn’t bring himself to tell them what was wrong. He hadn’t even told them he was seeing someone, let alone he was living with them.

It had all started with an “are you ashamed of me?” No Omi, no playful grin. Just eyes fixed on Kyoomi’s own and an unruly bang of hair covering the inner corner of Atsumu’s left eye. “Is it because I don’t have a degree? Because I’m just some bloke who plays volleyball for a living?”

Kyoomi sits on the couch in that darkness. He doesn’t bother turning on the lights. He wonders what would have happened if he brought Atsumu home with him. Would it have been really as bad as he thought? He tries to imagine the dinner that could have been, his parents unwavering, piercing eyes on Atsumu, rigidily seated beside him as he answered their never ending question: What would he do after quitting volleyball? What was his plan for the future? What kind of education did he have? 

They would weigh him, like chemists on the scale, trying to think what others would have thought of them if they accepted him into the family. 

It was what they had done with all of his sister’s boyfriends. They had all run away. She had been desperate, until she found someone she liked well enough between the sons of their parent’s friend's families. She compromises, and Kyoomi always wondered if she had found some happiness with him or just put on the facade whenever they would meet for a family dinner. 

Kyoomi doesn’t want Atsumu to run away. He doesn’t want him to know what he grew up with.

He’s not ashamed of Atsumu. He’s ashamed of his own parents. 

Maybe that was the thing he should have said to him when he asked that question, instead he had just stammered, unsure of what to answer. Saying that would be denying his own parents, and, in spite of everything, Kyoomi still loved them. 

Kyoomi hears the key turning in the lock and jerks upwards. He recognizes the sounds Atsumu makes when he comes back home, removes his shoes and starts walking in the apartament. The house suddenly feels warmer. 

Kyoomi calls for him, and Atsumu comes to an alt and almost screams. “Omi! What are you doing here in the dark?” He hurries to open the blinders, the orange light of the early winter sunsets enters the room. 

“I wasn’t sure you’d be coming back,” Kyoomi falls heavily on the couch. He just now notices that all of Atsumu’s stuff is still scattered around the living room. He had been too afraid to check. 

“I went to find Ma and Samu, needed a bit of time,” Atsumu says, coming to sit on the opposite side of the couch.

Kyoomi feels the urge to reach for him, just to be sure he’s really there, but he doesn’t. “My parents,” he starts saying instead. “They— They’re not good people. They are not bad people either. Not intentionally, at least.”

Atsumu remains silent. Kyoomi knows he’s listening, but doesn’t dare raise his eyes to him, feeling his courage already starting to waver. “They’re… Judgemental. Full of prejudices. Obsessed by what others think of them. Whether they like you or not— it only depends on that. They won’t try to get to know you. They’re not like your mother. And I don’t want you to hate them, or me, or run away or— “

Kyoomi knows he’s spiralling, but knows that Atsumu is there for him. 

“Why would I?” he asks, stopping him.

“I don’t know,” Kyoomi admits. “It’s just… Is what I grew up with. People judge you from who you frequent and decide to cut all ties with you. It happened before and I… I don’t want it to happen with you too. Did you ever wonder why Motoya was the only person I was close with in high school? I was terrified that my parents would stop wanting me if I wasn’t up to their standards… If my friends weren’t up to their standards. It took me years of therapy to get out of that mindset… and look at me. I’m not out of it. And I don’t want you to leave me.”

Kyoomi feels tears sting in the corner of his eyes, but refuses to let them fall. Atsumu comes closer to him on the couch, holds him close and kisses him on the head.

“Thank you for telling me,” he says with a calm voice. “And I’m pretty sure I’m not up to their standards. It could be fun.”

Kyoomi feels a laugh bubbling in his chest. “Fun?”

“Yeah. Fun. Trust me.”

And Kyoomi knows he’s asking him to trust him on more than just that. Atsumu is asking him to trust him with this, with their relationship. To trust that he won’t leave. And Kyoomi is still scared, but if it’s Atsumu… He trusts him. And he knows he’s somehow lucky. He’s blessed with Atsumu, and will never stop being thankful to whatever entity brought him in his life. But he won’t tell him, not now at least.

“Yeah. Fun.” he says, holding Atsumu a bit closer. 











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