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 Titolo: La serra numero quattro
Fandom: Haikyuu
Prompt: M6 - Protagonist* all'ultimo anno di studi in un'accademia per individui con talenti speciali si preparano per il ballo scolastico 
Parole: 10.052
Rating: safe

Osamu guarda la campagna scorrere fuori dal finestrino del treno. Si sono lasciati da tempo alle spalle il caos di londra, e a breve anche i campi coltivati lasceranno il posto alla natura incontaminata e alle sue caotiche foreste. Il paesaggio familiare è illuminato dalla luce agrodolce nelle ultime volte. Osamu continua a guardare fuori, come se sperasse di riuscire a imprimersi nella memoria ogni dettaglio, ma è troppo pragmatico per credere che potesse avvenire veramente.

Nello scompartimento, come in tutto il treno, l’eccitazione è palpabile. Tutti sanno cosa li aspetta al loro arrivo, tutti sanno che quell’anno sarà diverso. 

“Secondo voi chi metterà il nome nel calice di fuoco?” chiede Goshiki, un grifondoro del sesto anno che solo di recente si è unito al loro gruppo. 

“Io sicuramente!” alza la voce Terushima, nonostante la bocca piena. 

“Probabilmente quei due casinisti di tassorosso,” risponde Rintarou, che aveva indossato la sua uniforme di Serperverde non appena era salito sul treno. 

“Nishinoya e Tanaka?” interviene Terushima. “Solo Nishinoya è del settimo anno.”

“Quello. Non ricordo mai chi è chi, stanno sempre insieme,” commenta senza troppo interesse Rintarou. “Il corvonero con i capelli neri, quello per cui Atsumu ha una cotta dal secondo anno, è del sesto anno?”

Atsumu, seduto di fronte ad Osamu nell’altro posto al finestrino, si strozza con il succo di zucca che sta bevendo. Osamu ridacchia alla sua reazione, davvero credeva di essere stato discreto al riguardo?

“Sakusa?” chiede Goshiki, senza considerare la reazione di Atsumu. “Credo sia al sesto anno, sì.” Appoggia la schiena al sedile e geme. “Non è giusto! Volevo partecipare anche io!” si lagna. “Tu no, Rintarou?”

“Non mi interessa,” risponde quello piatto. 



Mentre gli altri cominciano a scommettere su chi sarà scelto o meno, Atsumu segue la conversazione in silenzio. Ha la testa appoggiata al sedile e sembra guardare tutti dall’alto in basso con un sorriso sornione, sicuro che alla fine sarà lui ad essere scelto per rappresentare Hogwarts. Ogni tanto, getta un’occhiata ad Osamu. Lo guarda come se fosse l’unica altra persona in quello scompartimento sul piedistallo dal quale Atsumu guardava tutti gli altri. Non ha parlato di altro per tutta l’estate, anche Osamu, con le sue risposte a monosillabi e mugugni non è riuscito a scoraggiare la sua parlantina. 

Fuori dal finestrino ormai è tutto avvolto nell’oscurità, non deve mancare molto all’arrivo. Le luci nello scompartimento vengono accese, e ormai l’unica cosa che Osamu riesce a vedere nel vetro è il proprio riflesso. Si volta verso gli altri, intravede dei galeoni che vengono scambiati tra Goshiki e Terushima - si è distratto per un attimo, non ha idea su cosa abbiano scommesso, ma è abbastanza sicuro che prima o poi lo verrà a sapere. 

Il treno rallenta fino a fermarsi, le voci degli studenti si rincorrono e si sovrappongono sul binario, persone che non si sono viste per tutta l’estate si salutano a distanza, urlando i rispettivi nomi in mezzo al caos degli studenti. Quelli del primo anno si scambiano qualche occhiata confusa, fino a che non vengono chiamati a raccolta. Arriveranno al castello attraversando il lago, uno spettacolo riservato solo a loro. Osamu ancora lo ricorda, gli piacerebbe avere l’opportunità di vederlo di nuovo. 

Distante, Osamu vede una testa nera scendere dal treno - è difficile non notarlo, è sempre stato uno degli studenti più alti. Dal modo in cui si blocca sul posto, deve averlo notato anche Atsumu. 

Osamu sorride della sua reazione e ne approfitta per superarlo e prendersi l’ultimo posto sulla carrozza trainata dai cavalli invisibili e lasciare Atsumu sul binario. Quando Atsumu se ne accorge, gli urla qualcosa dietro ma Osamu è ormai troppo distante per sentirlo. 

Vede Sakusa avvicinarsi a lui, li vede aspettare insieme la carrozza successiva. Forse una volta che saranno seduti al tavolo, Atsumu non sarà più così arrabbiato. Peccato. 

Arrivati al castello, si dividono, ognuno va verso il tavolo della sua casa. Atsumu raggiunge Osamu, Terushima e Goshiki poco dopo. Ha la punta delle orecchie rossa, l’arrabbiatura di prima sembra ormai dimenticata. 


“Non vedo l’ora di vedere le ragazze di Beauxbatons,” commenta Terushima mentre salgono le scale e si dirigono al dormitorio di Grifondoro.

“Perché secondo te ti daranno una chance? C’è un motivo per cui tutte quelle di Hogwarts ti evitano,” dice Atsumu. “La fattura che ti sei preso da Kyoko è ancora leggenda in tutta la scuola. Quanto ci è voluto perché il tuo naso tornasse normale?”

Osamu cammina dietro di loro, concorda mentalmente con Atsumu.

“Punto sul fatto che non facciano in tempo ad informare tutte le ragazze dei miei trascorsi,” risponde Terushima, ma le sue guance si sono fatte improvvisamente rosse nonostante il fresco dei corridoi di pietra. 

“Bastano cinque minuti in tua presenza per convincerle ad evitarti.”

Raggiungono il ritratto della Signora Grassa, dicono la parola d’ordine e salgono direttamente nei dormitori, troppo stanchi dopo la lunga giornata di viaggio per fermarsi nella Sala Comune. Lungo le scale salutano Goshiki, che sale ancora un piano per raggiungere il dormitorio del sesto anno. Con lo stomaco pieno, la prospettiva di un letto caldo è estremamente allettante per Osamu.

Durante la cena l’annuncio del torneo, nonostante fosse atteso da tutti, ha suscitato un boato. Le chiacchiere cominciate sul treno sono ricominciate, amplificate per tutta la scuola, accompagnate dai lamenti dei più giovani che hanno cominciato a chiedere a gran voce un abbassamento dell’età minima per partecipare - al tavolo dei Serpeverde in particolare, ma Rintarou non era tra loro. Anni prima, anche lui ed Atsumu avevano partecipato al coro. Nella loro ingenuità, si erano lamentati del fatto di non poter partecipare. Si erano rimangiati tutto non appena avevano visto a quali sfide fossero stati sottoposti i partecipanti, ma la fiamma non si era mai spenta del tutto.

E i discorsi sull’argomento continuano adesso nel dormitorio. Osamu si stende sul letto, accentuando un po’ la stanchezza per non unirsi al discorso.

Sa di star evitando la questione, ma ancora non sa bene come dire al fratello che non ha intenzione di mettere il suo nome nel Calice.

Se lo erano promessi, mentre guardavano i campioni di quell’anno, mentre guardavano Durmstrang trionfare, che un giorno sarebbe toccato a loro, che sarebbe stato uno di loro a riportare quella coppa ad Hogwarts, ma adesso, al solo pensiero, Osamu sente la stanchezza pesargli sulle spalle. Non ha voglia di farlo, ma non ha neanche voglia di rompere la promessa fatta a suo fratello. Sa che non c’è un modo per uscire da quella situazione, il pensiero gli rode dentro da tutta l’estate, ma almeno per quella sera non ha voglia di pensarci. 


Riabituarsi alle lezioni dopo mesi di nullafacenza è sempre un trauma. Per non parlare del fatto che, essendo ormai studenti del settimo anno, i professori sono estremamente esigenti con loro e li hanno già caricati di compiti. 

Osamu si siede pesantemente sulla panca del tavolo di Grifondoro, un vago mal di testa comincia a farsi sentire dietro l’occhio sinistro. 

Terushima gli da una pacca condiscendente sulla spalla - come se non fossero nella stessa identica situazione. 

Gli ultimi studenti entrano nella Sala Grande e si siedono ai rispettivi tavoli, sulle tavole ancora non è comparso nulla da mangiare. C’è elettricità nell’aria, tutti aspettano l’annuncio dell’ingresso delle delegazioni delle altre scuole. 

Osamu da una parte condivide l’eccitazione che sente in giro, dall’altra non vede l’ora che tutto sia finito per poter mangiare. 

Il preside si alza dal suo posto al centro del tavolo dei professori. “E’ arrivato il momento,” disse, la sua voce sembra rimbombare sulle pareti. “Accogliamo gli studenti di Beauxbatons."

Non appena ebbe finito di parlare, le porte della Sala Grande si aprirono come a comando. Un’orda di studenti e studentesse vestiti di azzurro si riversarono nella sala, perfettamente ordinati. Camminavano con eleganza, il colore delle loro uniformi contrastava con il nero di quelle degli studenti di Hogwarts. Percorrono con eleganza tutta la lunghezza della Sala Grande fino a fermarsi davanti al tavolo dei professori. Dietro di loro cammina la preside. 

Accanto ad Osamu, Terushima ha già cominciato a studiare le ragazze del gruppo, pensando già a quale sarebbe stata la prima con cui ci avrebbe provato, ma ad Osamu arriva tutto distante.

I suoi occhi sono ancora fissi sulla preside. O, meglio, sul ragazzo che cammina alla sua destra. 

Ha i lineamenti delicati e un sorriso gentile, scambia alcune parole con la donna mentre le cammina elegantemente accanto. Il suo passo è leggero, sembra quasi non toccare il pavimento. I capelli bianchi dalle punte nere si muovono leggermente al ritmo dei suoi passi. Non sembra essere uno studente.

Gli studenti di Beauxbatons si divino per i tavoli delle case di Hogwarts - per incoraggiare la socializzazione. Osamu registra distrattamente Terushima che gli dice di spostarsi un po’ per fare posto ad alcuni di loro - probabilmente ragazze, ma Osamu non sta guardando. Non riesce a staccare gli occhi da quel ragazzo. Vorrebbe avere poteri telepatici o qualcosa del genere per convocarlo al loro tavolo, ma quello si accomoda accanto alla preside al tavolo dei professori.

Il preside di Hogwarts si alza di nuovo, annuncia l’ingresso degli studenti di Durmstrang. Osamu gira solo per un momento la testa in direzione della porta, vede le macchie rosse delle loro uniformi che entrano nella sala, registra distrattamente il rumore che i loro passi fanno sul pavimento in pietra della Sala Grande, ma non gli dedica particolarmente attenzione. I suoi occhi tornano su quel ragazzo seduto al tavolo dei professori, sul modo in cui osserva attentamente l’ingresso degli studenti davanti a lui, sul modo elegante in cui le sue mani si muovono per applaudire quando gli studenti sono schierati davanti al tavolo dei professori.

Forse non batte neanche le mani, come sarebbe educato e coerente fare, ancora troppo incantato da quel ragazzo. 

Anche quando il cibo compare e finalmente comincia la cena, Osamu non registra bene quello che sta mangiando - il che è veramente qualcosa a cui non è abituato. Il suo cuore continua a battere rapido, lo sente come se fosse fuori controllo. Sente gli altri parlare intorno a lui, prova a tornare in sè e a unirsi alla conversazione, ma è come se non fosse veramente lì.

Atsumu sembra essersi reso conto di qualcosa, perché in un paio di occasioni Osamu si ritrova il suo sguardo fisso su di lui con un sopracciglio alzato. 

Al termine della cena, il preside di Hogwarts si alza nuovamente in piedi. Il calice viene portato davanti al tavolo dei professori. Le sue fiamme blu si innalzano ipnotiche. E’ bellissimo. Da piccolo non pensava mai che sarebbe arrivato a vedere qualcosa del genere, quando era arrivata la lettera sia a lui che ad Atsumu era stato uno shock profondo per tutta la famiglia.

Il Ministro della Magia, seduto accanto al preside, si alza in piedi. Annuncia l’inizio ufficiale del torneo Tremaghi, annuncia che dalla mattina successiva sarà possibile inserire il proprio nome nel calice.

Osamu si riscuote improvvisamente. Qualunque cosa gli stia succedendo, non è quello il momento per affrontarla. E’ stata una giornata lunga, e, per lui, non è ancora finita.


“Non metterò il mio nome nel Calice,” esordisce Osamu. “E non ho intenzione di provare a diventare un professionista del Quidditch.”

Lui ed Atsumu sono nel bagno del dormitorio. Non c’è nessuno oltre a loro, i loro compagni di dormitorio hanno già finito di prepararsi per la notte.

Atsumu si ferma di colpo, lo spazzolino da denti resta sospeso a mezz’aria. Ogni muscolo del suo corpo è teso e Osamu può vedere il leggero tremore della tensione nelle sue braccia. Lentamente appoggia lo spazzolino di lato, tenendo lo sguardo fisso sul lavabo di marmo. Osamu resta in tensione, in attesa della reazione del fratello, che non tarda ad arrivare.

In un attimo, Atsumu scatta dalla sua posizione e afferra Osamu per la collottola del pigiama, spinge per attaccarlo al muro, ma Osamu ricambia la presa e lo respinge. Cominciano a colpirsi senza esclusione di colpi e in un attimo sono sul pavimento. Lottano rotolandosi sul pavimento, l’acqua caduta sul pavimento bagna il pigiama di entrambi ma anche la sensazione del freddo della pietra addosso non li ferma. 

“Sei un bugiardo del cazzo,” urla Atsumu. “Avevi promesso”

“Avevamo 12 anni, Tsumu!” replica Osamu, schivando un colpo diretto al suo zigomo. 

La lotta continua, le urla pure. I loro compagni di dormitorio arrivano di corsa, li separano. Faticano a tenerli separati.

Per il resto della serata i gemelli non si rivolgono più la parola. Vanno a dormire nei loro letti dandosi le spalle. 


La mattina successiva il trattamento del silenzio continua. Si siedono vicini come tutti gli altri giorni al tavolo della colazione, ma non si guardano in faccia, ignorano ognuno la presenza dell’altro. E la cosa va avanti anche durante le lezioni. Ad Osamu non sfugge come anche i professori li guardino straniti. Arrivati all’ora di pranzo, il clima teso che aleggia intorno a loro è ormai stato notato da tutti.

“Cosa gli è successo?” Osamu sente Goshiki chiedere a bassa voce a Terushima durante il pranzo.

“Osamu ha detto che non ha intenzione di mettere il nome nel Calice di fuoco”

Goshiki annuisce, gli getta un’occhiata. “Staranno bene?”

Terushima scuote le spalle, “Prima o poi.”

Quel pomeriggio, in mezzo agli applausi della folla, Atsumu mette il suo nome nel Calice di Fuoco. Gli studenti di Hogwarts lo applaudono, quelli delle altre scuole cominciano a studiarlo per capire meglio chi potrebbe essere il loro avversario. Subito dopo di lui, altri studenti mettono il loro nome nel calice. Un paio di loro sembrano nervosi per un momento al pensiero che anche Atsumu si sia candidato come campione di Hogwarts, dopotutto tutti sanno che Atsumu è uno studente brillante, uno dei candidati a diplomarsi con il massimo dei voti. Si rigirano il pezzetto di pergamena con il proprio nome tra le mani un paio di volte prima di attraversare la linea dell’età e mettere il proprio nome nel calice. 

Osamu osserva la scena dalla distanza. Non si congratula con suo fratello, e Atsumu non cerca il suo sguardo dopo avere messo il proprio nome. Le fiamme blu si sono innalzate, illuminando di un riflesso blu l’intera sala. Quello che doveva essere fatto è stato fatto. Non resta che aspettare il risultato.

Quel pomeriggio non hanno lezioni e Osamu non ne può più di quella pesantezza che lo circonda, del modo in cui lo guardano gli altri e del modo in cui Atsumu fa finta che non esista. Non ha intenzione di tornare sui suoi passi.

Approfitta del pomeriggio soleggiato per andare a fare una passeggiata nel parco. E’ ancora settembre, ma fa già freddo. Osamu, camminando, cerca di tenersi al sole, lasciando che il calore gli riscaldi la pelle del viso.

E’ quando passa accanto a una delle serre di erbologia che gli sembra di vedere qualcosa che si muove. Incuriosito si avvicina, si abbassa per non farsi vedere e sbircia all’interno.

Attraverso le vetrate riesce a vedere il ragazzo della sera prima, quello che era arrivato con la delegazione di Beauxbatons e si è è seduto al tavolo dei professori. Sta studiando con attenzione il contenuto di un vaso. Il sole che ha cominciato a calare entra dalle vetrate, gli illumina il viso e fa risplendere i capelli bianchi. Ha un leggero sorriso sulle labbra mentre, con le mani ricoperte dai guanti, osserva le foglie della pianta, come per studiarla. Visto da così vicino, la prima impressione che Osamu aveva avuto da lontano viene confermata. Ha i tratti del viso delicati ed eleganti - come si conviene alla fama degli studenti di Beauxbatons. 

Deve aver percepito il movimento con la coda dell’occhio, perchè all’improvviso si volta verso Osamu. Osamu resta nella sua posizione, continua a guardarlo. 

Il ragazzo gli sorride, lo saluta con la mano. Osamu, confuso e vagamente stordito, ricambia il saluto, poi si volta sui suoi passi e torna indietro. 

Non è sicuro se la passeggiata sia stata una buona idea o meno. 


La sera a cena il clima è lo stesso del pranzo. Atsumu è seduto accanto a lui, ma non parlano. Osamu non riesce a ricordare quando sia stata l’ultima volta che hanno trascorso tanto tempo senza rivolgersi la parola - ricorda vagamente una lite che avevano avuto al primo anno, ma è abbastanza convinto che non abbiano mai avuto una lite brutta come quella. 

Il suo pensiero continua a tornare al ragazzo della serra, al modo in cui guardava quella pianta. Con amore. Ad Osamu tutto questo sembrava ridicolo, non aveva mai avuto nè un grande interesse nè una grande affinità con l’erbologia, l’aveva sempre considerata una materia abbastanza inutile. Non come Pozioni, pozioni sì che era una materia seria. Era come la pasticceria che gli piaceva tanto, prevedeva e richiedeva ordine e costanza. C’è bisogno di conoscere gli ingredienti, bisogna sapere come trattarli: rispettali, e loro rispetteranno te, faranno quello che gli chiedi. C’era eleganza nelle pozioni, un’eleganza che non c’era nell’Erbologia. Aveva sempre preso in giro il fratello per essersi preso una cotta per una persona con cui non aveva mai neanche parlato, e ora si ritrovava lì a—

Inaspettatamente, fu Atsumu a riscuoterlo dai suoi pensieri. 

“Sei sicuro?” chiese.

Osamu non aveva bisogno di chiedere a cosa si stesse riferendo, “Sì”

“Quando avrò vinto— quando avrò la gloria e sarò famoso… non venire a piangere da me perchè lo vuoi anche tu. Sarò io a vincere, avrò io la vita migliore”

“Non ne sarei così sicuro”

“Lo vedremo”

“Lo vedremo”

Non sono ancora apposto, manca ancora del tempo perché lo siano, ma lo saranno. Osamu non ha dubbi. 


Settembre stava giungendo alla fine, le giornate avevano cominciato ad accorciarsi e dentro il castello non si poteva più girare senza mantello. Spifferi di aria fredda entravano da ogni dove. Le lezioni erano ormai in pieno svolgimento, gli studenti del settimo anno passavano ogni momento libero a studiare come dei disperati.

Osamu continuava a vedere in giro quello strano ragazzo di Beauxbatons, ma non gli era ancora ben chiaro cosa stesse facendo lì, e non gli risultava neanche che avesse messo il suo nome nel Calice. Non erano più stati vicini come quel giorno alla serra. Ogni volta che si incrociano nei corridoi, quel ragazzo gli sorride e Osamu - anche se non ha alcuna intenzione di ammetterlo neanche davanti a sé stesso - va leggermente in tilt. 

Il rapporto con Atsumu sembra ormai appianato, ma le vecchie frecciate sono ormai state sostituite dal fratello che si vanta di come alla fine sarà lui ad avere la vita migliore. Osamu risponde ogni volta che è ancora tutto da vedere e che alla fine sarà lui a vincere quella sfida. Nel complesso, tutto sembra scorrere normalmente. L’unica cosa che manca alla quotidiana vita di Hogwarts sono gli allenamenti di Quidditch, ma per una buona ragione.

A breve comincerà finalmente il torneo tremaghi, e tutti i pensieri sul Quidditch saranno abbandonati. Quella sera, finalmente, verranno svelati i nomi dei campioni. 

Per i corridoi non si parla di altro, ovunque per la scuola si sentono sussurri e bisbigli su chi sarà scelto come campione per Hogwarts, le scommesse su chi avrebbe partecipato alla selezione sono ormai agli sgoccioli, ma quelle su chi sarà scelto sono nel vivo. E’ tutto il giorno che Osamu, passando per i corridoi, vede scambi di falci e zellini sottobanco - almeno lo stanno facendo in maniera più discreta di quanto non avessero fatto il primo giorno sul treno. 

Quella sera a cena tutti sembrano ingurgitare il cibo in più in fretta possibile, come se finire prima la cena potrebbe velocizzare i tempi a far arrivare prima l’annuncio di chi saranno i campioni scelti.

Accanto ad Osamu, Atsumu sembra mangiare normalmente, ma Osamu è in grado di leggere i piccoli tic nervosi che alterano i suoi regolari movimenti, come la presa serrata sulle posate e il fatto che si debba fermare per bere dell’acqua ogni due o tre bocconi.

Osamu ha appena terminato di mangiare il dessert quando finalmente il cibo sparisce dalle tavole. Il sottile brusio di chiacchiere e il tintinnio delle stoviglie che hanno accompagnato la cena vanno scemando fino a scomparire. Sull’intera Sala Grande cala un silenzio teso.

Il preside si alza in piedi e si schiarisce la voce, il suono rimbomba nel silenzio della sala. Il calice di fuoco, che per l’intera cena ha brillato di fronte al tavolo dei professori, illuminando la pietra circostante di un sottile riflesso blu, sembra improvvisamente più imponente.

Il preside scende lentamente i gradini che portano dalla pedana rialzata dove si trova il tavolo dei professori fino al calice. 

Osamu getta un’occhiata al ragazzo. Ha gli occhi fissi sul preside anche lui, una sottile aria di anticipazione sembra incrinare l’usuale calma che sembra portarsi dietro ovunque vada. 

Sotto il tavolo, Osamu sente la gamba di Atsumu tremare nervosamente, saltellando sul posto, facendo tremare l’intera panca. Osamu gli da un calcio sotto il tavolo per farlo smettere. 

“Scopriremo adesso i campioni delle scuole,” annuncia il preside con voce tuonante. “Cominciando da Beauxbatons.”

Le fiamme blu del calice di fuoco si innalzano, il bagliore blu sembra riempire l’intera sala. Un pezzetto di pergamena bruciacchiata viene sputato fuori dalle fiamme, svolazza nell’aria fino a che il preside con lo afferra e annuncia il nome ad alta voce. Subito dopo è la volta di Durmstrang. Quando finalmente arriva il momento di Hogwarts, il silenzio nella Sala Grande si fa teso ed elettrico. 

Le fiamme si alzano ancora una volta, si tingono di un celestre brillante e sputano fuori l’ultimo foglietto. Il preside lo legge, guarda la sala e sorride. Aspetta un momento prima di annunciare il nome, aumentando la suspance.

Anche Osamu sente il nervosismo crescere in lui. Nonostante tutto, spera davvero che suo fratello venga scelto.

“ATUMU MIYA” annuncia il preside, e la sala esplode in un boato.

Atsumu si alza dal suo posto, raggiante in volto ma cercando di nasconderlo dietro la sua area di superiorità. Osamu gli da una pacca sulla spalla, forte abbastanza da farlo barcollare sul posto e Atsumu gli lancia un’occhiataccia, ma Osamu ride dell’ennesima presa in giro fatta al fratello.

Tutti gli altri Grifondoro seguono il suo esempio, e Atsumu raggiunge il tavolo dei professori accompagnato da vigorose pacche sulla spalle. Il preside e i professori sorridono alla scena. 

Osamu getta ancora una volta un’occhiata al ragazzo al tavolo dei professori. Sta sorridendo ed applaudendo educatamente.

I campioni spariscono dietro una porta dietro al tavolo dei professori, mentre gli studenti vengono invitati ad andare nuovamente al loro dormitorio.

Osamu è stanco, la tensione nervosa che aveva accumulato in quel mese di attesa anche senza realizzarlo finalmente gli presenta il conto, ma fa di tutto per combattere il sonno. 

Vuole essere sveglio quando Atsumu tornerà al dormitorio.  ed è sicuro che Atsumu non vede l’ora di vantarsi di come lui abbia messo oggi il primo mattone per la costruzione della sua futura gloria. 

E’ il momento per un’altra delle loro chiacchierate notturne, la prima da molto tempo a quella parte.


Atsumu cammina per i corridoi accumulando congratulazioni e in bocca al lupo da tutti, anche dagli studenti del primo anno che mai prima gli hanno rivolto la parola. Le accetta tutte con un sorriso tronfio che fa venire voglia ad Osamu di dargli un pugno, ma sospetta che per un giorno può anche concederglielo. 

Osamu vede anche il modo in cui suo fratello raddrizza le spalle davanti ad un certo Corvonero dai capelli neri, ma quello quando vede Atsumu volta lo sguardo e non gli offre le sue congratulazioni, come invece fa il Tassorosso che è con lui - se Osamu non ricorda male, quello dovrebbe essere il cugino. Quello è sufficiente ad attenuare il sorriso di Atsumu e Osamu si sente vagamente dispiaciuto per il fratello, ma non ha intenzione di dirglielo. 

Durante le lezioni Atsumu sembra tornare in sè - Osamu sa che suo fratello può sembrare fastidioso ed esuberante, ma sa anche che è una delle persone più serie che conosce. Atsumu sa meglio di chiunque altro che deve veramente impegnarsi per gestire il torneo senza che la sua media scolastica ne risenta. Ha sempre ammirato quel lato di suo fratello.

Dopo pranzo, Atsumu si chiude in biblioteca per portarsi avanti con i compiti, ma Osamu non ha voglia di restare chiuso nel castello.

Esce nel parco a fare un giro, si è portato anche i libri dietro - se trova un punto soleggiato potrebbe decidere di mettersi a fare il compito all’aperto. Davanti al bivio che porta alle serre, Osamu riflette un momento, poi decide di provarci e svolta a destra verso le serre.

Nella stessa serra dell’altra volta trova nuovamente il ragazzo. Oggi sta studiando un fiore di cui Osamu dovrebbe ricordare il nome. Sta prendendo appunti su un piccolo taccuino, ha una ruga di concentrazione che gli increspa un sopracciglio. 

Osamu resta a guardarlo, non ci prova neanche a nascondersi questa volta. Il ragazzo sembra concentrato, continua a prendere appunti sul suo quaderno e poi torna ad esaminare la piantina con attenzione. Versa una goccia di un liquido ambrato e osserva le reazioni della pianta, che si scuote leggermente e poi torna alla posizione iniziale. Il ragazzo segna qualcosa sul suo taccuino.

“Ti sei dato allo stalking?” lo raggiunge una voce piatta e leggermente annoiata alle sue spalle.

Osamu si volta e vede Rintarou poco distante che lo osserva con espressione piatta. 

Osamu lancia ancora un’occhiata al ragazzo di Beauxbatons, poi raggiunge Rintarou. “Mi ero solo distratto per un attimo.”

Rintarou getta un’occhiata alle sue spalle, vede il ragazzo nella serra, ancora concentrato sulla sua pianta, sembra non essersi reso conto di nulla nella sua concentrazione.

“Distratto, eh.” commenta piatto Rintarou.

Osamu comincia a camminare per il parco, con Rintarou alle sue spalle.

“Fuggi da Atsumu?” chiede dopo un po’.

“Non è più insopportabile del solito,” commenta Osamu.

Rintarou fa un verso di assenso in risposta. Camminano in silenzio per il parco in un silenzio confortevole, fino a trovare un punto in disparte illuminato da un accenno di sole. In silenzio si siedono e si mettono a lavorare ai loro compiti. Osamu ha sempre apprezzato quel lato di Rintarou. Ogni tanto è rinfrescante prendersi una pausa dal caos, dal parlare continuo di suo fratello.  C’era stato un tempo in cui lui e Rintarou erano usciti insieme, al quarto anno. Era durate due settimane e un bacio, poi si erano entrambi resi conto che era troppo strano e l’avevano chiusa lì - ma, tanto per divertirsi, avevano aspettato un po’ prima di comunicare la notizia ad Atsumu, che nel momento in cui era venuto a conoscenza del fatto aveva messo il broncio perchè adesso lo avrebbero abbandonato per fare i piccioncini. 

Osamu, Atsumu e Rintarou si conoscono sin dall’infanzia. Sono cresciuti nella stessa cittadina, ma Rintarou viene da una lunga stirpe di maghi - con il senno di poi, Atsumu e Osamu hanno capito perchè così raramente Rintarou avesse invitato a casa propria i gemelli. Quando avevano ricevuto la lettera, un anno prima rispetto a Rintarou che era di un anno più piccolo, era stato proprio Rintarou il più sorpreso di tutti, felice, avrebbe osato dire Osamu, come se fosse finalmente felice di aver potuto condividere anche quella parte della sua vita con loro. Quando era arrivato ad Hogwarts anche lui, loro tre avevano ricominciato a vedersi tutti i giorni, il fatto di essere stati smistati in case diverse non li aveva mai fermati. Sì, pensò Osamu, Rintarou era una presenza confortante. Diversa dalle farfalle nello stomaco che gli scatenava lo sconosciuto della serra. 


Il giorno della prima prova arriva in un lampo. Osamu riesce a capire quanto il fratello sia nervoso perchè non stava neanche cercando di nascondere il suo nervosismo al tavolo della colazione. 

Sul portone che dà sul cortile i gemelli si separano. Osamu non dice nulla, lui ed Atsumu si guardano in faccia e annuiscono, non si dicono altro, tutto è già chiaro, e si allontanano in direzioni opposte, Osamu verso gli spalti del campo di Quidditch, eletti a spalti per osservare la prova, e Atsumu in direzione della tenda dei campioni. 

Manca ancora un’ora all’inizio della prova, ma quasi tutti gli studenti hanno già preso posizione sugli spalti, sgomitando per avere i posti migliori. Osamu raggiunge Rintarou, in prima fila, che gli ha tenuto un posto. Accanto a lui, stretti sulla panca, si schiacciano Goshiki e Rintarou. 

Intorno ad Osamu tutti chiacchierano eccitati, ma Osamu non ha molta voglia di unirsi alla conversazione, più nervoso di quanto voglia ammettere di essere. Di fronte a lui, nello spalto opposto, Sakusa è in prima fila, si mangiucchia nervosamente le unghie mentre osserva alcune delle cose disposte in giro per il palco, cercando di dare un senso a quello che sta vedendo. Osamu pensa ancora una volta a quanto il fratello possa essere cieco in quel frangente. Sono mesi che prova a convincerlo a parlare con quel ragazzo di Corvonero, abbastanza sicuro che l’interesse sia ricambiato, ma in tutto ciò che non prevede allenamento e concerne invece la sfera dei sentimenti umani, Atsumu è un assoluto disastro. 

I campioni escono dalla tenda, seguiti dal preside e da un delegato del Ministero della Magia - non possono pensare di scomodare il Ministro in persona per tutti gli eventi, dopotutto. 

Il preside percorre a grandi passi lo spazio ovale che una volta era adibito a campo da Quidditch, punta la bacchetta alla propria gola e pronuncia un breve incantesimo che Osamu dalla sua posizione non riesce a sentire. 

“La prima prova,” comincia. “Sarà una corsa ad ostacoli lungo tutto il parco di Hogwarts. Imprevisti e ostacoli magici e fisici sono disposti per tutta la lunghezza del percorso. Al mio segnale, i campioni partiranno dalla linea,” indicò una linea disegnata all’estremità sinistra del campo, “dovranno girare per il parco e affrontare gli ostacoli. Il primo a tornare a quella linea e tagliare il traguardo otterrà 100 punti, il secondo 75 e il terzo 50. Campioni, allineatevi sulla linea!”

L’intero stadio applaude. Il delegato del Ministero si posiziona all’estremità della linea e punta in alto la bacchetta. Aspetta che tutti i campioni siano in linea e pronti a partire. Atsumu, per gareggiare, aveva scelto di indossare dei vestiti comodi, senza il mantello della divisa che avrebbe impacciato tutti i suoi movimenti. Aveva stivali di pelle e copribraccia di pelle, che somigliavano a quelli degli arcieri. 

“Si dia inizio ufficialmente al Torneo Tremaghi,” tuona il preside. Dalla bacchetta del delegato partono delle scintille rosse, che si sollevarono in cielo con sonori scoppiettii, i campioni partono.

Osamu tiene gli occhi fissi sulla figura del fratello, lo vede scacciare con un incantesimo la prima creatura spinta verso di lui senza neanche rallentare la sua corsa. Lui ed Atsumu erano sempre stati ottimi giocatori di calcio, avevano smesso di giocare quando erano arrivati ad Hogwarts per ovvie ragioni, ma tutte le estati giocavano ancora nel campo del quartiere con i loro amici storici. Lo segue con lo sguardo fino a che non furono usciti dal campo per infilarsi in un labirinto coperto. 

“Quindi quello è tuo fratello,” viene una voce dalle spalle di Osamu. 

Osamu si volta di scatto, e vede il ragazzo della serra seduto dietro di lui e sporto verso di lui, il suo viso era vicino.

“Non ero sicuro e non so il tuo nome” continua quello.

“Osamu,” mormora con gli occhi sgranati.

“Io sono Shinsuke”

Osamu sa che dovrebbe dire qualcosa, ma l’unica cosa che riesce a dire fu, “Tu non sei uno studente.”

Immediatamente, gli viene voglia di colpirsi ripetutamente sulla fronte. Shinsuke non sembra intimorito però, continua a sorridere, lo stesso piccolo sorriso che ha quando guardava le piante e che gli illumina i lineamenti. 

“No,” concorda. “Sono una sorta di assistente, mi sono diplomato lo scorso anno a Beauxbatons.” 

Quello che accade sul campo appare distante, fino a che non lo è più. I campioni cominciano a riemergere dal labirinto in cui erano spariti. Durmstrang è in testa, i suoi compagni di scuola esultano. I ragazzi di Hogwarts cominciano a chiamare il nome di Atsumu per incoraggiarlo.

E’ lui il secondo ad uscire fuori dal labirinto. Ha un taglio sulla guancia e sembra ricoperto di polvere, ma continua a correre. 

Arriva secondo al traguardo, la ragazza di Beauxbatons emerge dal labirinto quando gli altri due sono già arrivati al traguardo. Dietro ad Osamu, il ragazzo della— Shinsuke si lascia andare un sospiro dispiaciuto, ma la sua reazione non va oltre quello.


“Quello stronzo di Durmstrang,” sta dicendo Atsumu. Sono rientrati nella Sala Comune di Grifondoro e tutti gli studenti del dormitorio sono raccolti intorno a lui per ascoltare il racconto dettagliato di quello che è successo dentro al labirinto. “All’uscita del labirinto eravamo insieme, mi ha spinto dentro ai cespugli e mi ha fatto perdere l’uscita. Sono spuntato fuori in un corridoio pieno di mollicci e li ho dovuti fare fuori tutti.” 

Un ragazzo del secondo anno - con una evidente cotta per Atsumu, a detta di Rintarou - si indigna, “Dovresti denunciarlo ad uno dei professori.”

Atsumu scuote la testa, “Non era vietato dal regolamento,” dice scrollando le spalle e sorridendo al ragazzo, che si fa tutto rosso in viso e distoglie lo sguardo. Osamu è seduto per terra, ai piedi del divano di pelle rossa. Il fuoco scoppietta nel camino davanti a lui. Ha sentito quella storia già tre volte nel corso della giornata - un primo racconto, ad uso e consumo solamente suo e di Rintarou, nella tenda dei campioni subito dopo la fine della prova e una seconda a cena, davanti al gruppo ristretto di amici. 

Osamu aveva anche avuto il piacere di assistere alla scena di Sakusa che si aggirava davanti alla tenda dei campioni, fingendo di passare lì per caso. Aveva aspettato che Atsumu uscisse per chiedergli se stesse bene, Atsumu si era fatto tutto rosso e aveva balbettato qualcosa. Sakusa gli aveva detto di farsi curare quel taglio che aveva, fingendo che fosse un commento casuale, ma la punta delle sue orecchie si era fatta rossa. Osamo e Rintaro si erano scambiati uno sguardo, poi avevano colpito contemporaneamente Atsumu sulla nuca con una pacca.  

“Sapete niente della seconda prova?” chiede Goshiki, impaziente e sovreccitato esattamente come quando ha sentito la prima volta il racconto a cena. 

“Ancora niente, non credo avremo indizi.”

Mentre le domande continuano, e Atsumu si bea dell’attenzione che sta ricevendo, Osamu comincia a vagare con la mente e si trova ancora una volta a pensare a Shinsuke. Non appena era stato annunciato l’esito della prova, Osamu si era voltato a cercarlo, ma quello era già sparito in silenzio, esattamente come era arrivato. Quel ragazzo resta un mistero, e Osamu non ha idea del perchè lo affascini così tanto, ma ha tutte le intenzioni di scoprirne di più. 


Il giorno dopo, l’eccitazione non sembra ancora essersi quietata. Gli studenti continuano a parlare della prova del giorno prima nei corridoi. Il racconto più dettagliato che Atsumu ha dato agli studenti di Grifondoro già circola per l’intera scuola e le occhiatacce al campione di Durmstrang hanno sostituito l’ammirazione intorno alla sua figura che si era sviluppata nei giorni precedenti. 

Non hanno lezioni quel giorno, e Osamu ha approfittato della mattinata di pioggia per chiudersi in biblioteca a studiare, Atsumu è seduto accanto a lui, nonostante Osamu sappia che ha già terminato i suoi compiti prima della prova. Probabilmente anche lui ha voglia di sfuggire per un po’ dalle chiacchiere e dalle persone che lo fermano per i corridoi ogni tre passi. 

Il pomeriggio smette di piovere e, nonostante il terreno fangoso, Osamu decide di andare a fare un giro nel parco. Arrivato al bivio per le serre non ha alcuna esitazione, e svolta direttamente a destra. Ormai anche quella piccola deviazione è diventata tappa dei suoi giri nel parco. Si aspetta di trovare le serre vuote, ma tiene stretta al petto un briciolo di speranza di vedere Shinsuke anche quel giorno. Nonostante le sue aspettative, è lì che lo trova, ad osservare l’ennesima pianta di cui Osamu ignora il nome nella serra numero quattro, quella della professoressa Sprite e il cui accesso agli studenti resta vietato. Indossa solamente una maglietta leggera a maniche corte, e Osamu trema di freddo al solo vederlo. Invece di dare solo un’occhiata questa volta Osamu si avvicina e bussa delicatamente al vetro. 

Shinsuke alza lo sguardo dal vaso, e quando lo vede gli sorride. Gli fa cenno di entrare e Osamu fa il giro fino all’entrata ed apre la porta.

A differenza delle serre degli studenti, questa ricorda il giardino botanico che i suoi genitori lo hanno portato a visitare una domenica di molti anni prima. Sembra di entrare in una foresta vera e propria e il clima, lì dentro, è caldo e afoso. Osamu si toglie il mantello e il maglione dell’uniforme e tira su le maniche della camicia, allenta anche il nodo della cravatta rossa e oro e appoggia tutto su un bancone libero accanto all’entrata. Si aggira per la serra sentendosi quasi un esploratore nella foresta amazzonica dei racconti di avventura che gli piacevano tanto da bambino. Raggiunge Shinsuke all’estremità della serra e Shinsuke gli sorride. E’ appoggiato al bancone e guarda le piante rigogliose da cui Osamu è appena emerso. 

“Bello, eh?”

Osamu annuisce e si avvicina a lui. In lontananza, si sente il rombo di un tuono e poco dopo un nuovo scroscio di pioggia investe la serra, il rumore dell’acqua rimbomba sul vetro. Shinsuke guarda in alto, ma non sembra minimamente turbato dalla cosa.

“Sembra che dovremo restare qui un po’,” commenta neutrale. 

Osamu sente le guance riscaldarsi e spera che dipenda dalla temperatura della serra. 

“Ti piacciono le piante?” chiede Shinsuke.

“Non particolarmente,” ammette Osamu. Comincia a camminare avanti e indietro davanti al bancone davanti a cui Shinsuke stava portando avanti il suo studio, accarezza delicatamente le foglie delle piante lì allineate. “Erbologia non è una delle mie materie preferite.”

“Non lo farei se fossi in te,” commenta Shinsuke, mentre Osamu avvicina le dita all’ultima pianta della fila. “E’ estremamente velenosa. Ti paralizzerebbe il braccio almeno per un paio d’ore.”

Osamu ritrae la mano di scatto e opta per metterla in tasca, ma dopo poco la tira nuovamente fuori e comincia a giocare nervosamente con i polsini della camicia arrotolata al gomito, li stringe e li allarga di nuovo, cercando un modo in cui non gli blocchino la circolazione sanguigna del braccio.

“Non voglio disturbare il tuo lavoro,” gli dice Osamu. 

Shinsuke ignora quello che ha detto. “E qual è? La tua materia preferita,” chiede invece. 

Osamu si appoggia al bancone e guarda la fitta foresta di piante davanti a lui. “Pozioni,” risponde. “E’... metodica, ordinata. Pulita.”

Shinsuke fa un verso di assenso. “Piaceva anche a me. Non è molto lontana dall’Erbologia. Anche qui devi essere preciso e metodico, sapere come rapportarti alle varie piante.” Osamu arrischia un’occhiata nella sua direzione, sta guardando i fiori della pianta con sguardo dolce. “E poi lavorano spesso in stretto contatto. Devi usare molte di queste piante nelle pozioni.”

Osamu annuisce, “Non è che non ne capisco il senso o l’utilità,” si sente in dovere di difendersi. “E’ solo che non mi affascina. E’ bello vedere gli ingredienti che si mescolano e creano qualcosa, che interagiscono.”

Shinsuke sorride, come se comprendesse. “Vedere qualcosa che nasce dalle tue mani,” commenta. “Come vedere una pianta che cresce per me, immagino.”

“Credo di sì”

Cala il silenzio su di loro, ma è un silenzio confortevole. Osamu si sente stranamente a suo agio in presenza di quel ragazzo e teso allo stesso tempo, come se una strana tensione nervosa gli scorresse appena sotto la pelle. E’ una sensazione strana, non sa bene come definirla ma non ricorda di averla mai provata prima. 

“Come mai sei qui?” chiede Osamu dopo un po’. E’ una domanda che si porta dietro dal primo giorno in cui l’ha visto entrare con la delegazione di Beauxbatons.

“Voglio diventare professore,” dice. “I miei professori lo sanno e mi hanno proposto di venire a vedere altri insegnanti e come lavorano. E mi hanno detto che la professoressa Sprout aveva delle piante rare qui.”

“Non ti ho mai visto in classe,” commenta Osamu, e si rende conto che gli sarebbe piaciuto vederlo anche durante le lezioni, anche se probabilmente sarebbe stato una distrazione.

“Sto seguendo principalmente le lezioni dei ragazzi più piccoli, fino al quinto anno.”

Shisuke si solleva agilmente sulle braccia e si siede sul piano di lavoro. La pioggia cade ancora fitta, il suo rumore si è addolcito però, diventando un leggero sottofondo alla loro conversazione. 

Ci sono decisamente modi peggiori di passare il pomeriggio, pensa Osamu. 


Dopo quel giorno, Osamu e Shinsuke cominciano a passare del tempo insieme. Quelle che inizialmente sono visite occasioni, a poco a poco diventano quotidiane. Ogni giorno, il pomeriggio, non appena finisce le lezioni, Osamu si affretta a raggiungere la serra numero quattro. Si separano solo per cene. Osamu è profondamente affascinato da quel ragazzo e ogni volta che le serre entrano nel suo campo visivo il suo cuore comincia a battere all’impazzata. La presenza di Shinsuke è calmante ed elettrificante allo stesso tempo. I suoi compagni di dormitorio cominciano a prenderlo in giro, a chiedergli se si è trovato un fidanzato segreto e perché lo stia tenendo nascosto, ma Osamu è fino adesso riuscire a sgusciare via ed evitare le domande. 

Un giorno, scendendo per andare alle serre ha anche intravisto suo fratello in un angolo del cortile che chiacchierava con Sakusa. Sembrava che finalmente si fosse deciso a fare il suo passo. 

L’ultima lezione è appena terminata, e Osamu si sta già sbrigando per mettere tutte le sue cose nella borsa quando viene interrotto dalla professoressa. E’ la professoressa di Pozioni, la responsabile dei Grifondoro. 

“Oggi tutti i Grifondoro sono convocati nella Sala Grande per le ore 17.00. Non sono ammesse assenze,” dice decisa. Osamu sente il peso della delusione cadergli sulle spalle.  Pensa distrattamente di mandare un gufo alla serra o di fare una scappata rapida giusto per avvertirlo, ma non si sono mai andati un appuntamento fisso, e soprattutto— sono appuntamenti quelli? Osamu può definirli in quel modo? Alla fine decide di non fare nulla. 

All’ora convenuta si dirige verso la Sala Grande, ma non è per nulla contento della cosa. 

Tutti i Grifondoro dal quarto anno in su sono riuniti nella Sala Grande e si guardano confusi. La professoressa entra poco dopo e si guarda intorno, per accertarsi che siano tutti presenti, poi annuisce.

“Come saprete, è tradizione, nel corso del Torneo Tremaghi, organizzare un ballo. Si terrà la sera della Vigilia di Natale nella Sala Grande. Oggi comincerete le vostre lezioni di ballo.”

Osamu ed Atsumu si guardano con gli occhi sbarrati. Ovviamente sapevano del ballo, ma tra i compiti del settimo anno e le altre cose se ne erano dimenticati, o meglio non avevano preso in considerazione il fatto che il momento si stava avvicinando in maniera inesorabile. 

Osamu sapeva chi avrebbe voluto invitare al ballo, ma da lì a farlo effettivamente…  non era così sicuro di essere in grado di farlo. Suo fratello sembrava aver avuto lo stesso pensiero.

La prima lezione di ballo va meglio di quanto Osamu avesse pensato. Gli anni di calcio gli hanno almeno lasciato un buon controllo dei movimenti dei suoi piedi ed evita di inciampare nei piedi della sua partner designata per la lezione. 

Quando Osamu arriva alla serra, quella sera, Shinsuke è già andato via. 


“Non hai mai avuto voglia di partecipare al torneo?” chiede Osamu.

Shinsuke è concentrato sulla sua pianta, ma alza lo sguardo verso di lui.

“Non particolarmente,” dice. “Non ho mai pensato fosse qualcosa che facesse per me. E non credo di essere mai stato un mago particolarmente dotato.”

Osamu non riesce a credere alle proprie orecchie, ma Shinsuke non l’ha detto con fare melodrammatico o piangendosi addosso, lo dice come dato di fatto e con profonda consapevolezza di sè.

“Però vuoi diventare professore.”

Shinsuke sorride. “Le piante non richiedono capacità particolari. Devi solo imparare come trattarle. Un po’ come le persone.”

“A me sembra una cosa incredibile”

Shinsuke ride. La sua risata è alta e cristallina, per qualche motivo gli ricorda la bellezza di un lago in inverno. “Serve solo tanta esperienza… E qualche avvelenamento di troppo.”

Osamu non sa bene come replicare.

“E tu?” chiede Shinsuke. “Hai mai voluto partecipare?”

“C’è stato un tempo in cui credevo di sì, ma quando mi si è presentata l’opportunità… Non so, non ne avevo voglia.”

Osamu lascia fuori come ogni tanto, la notte, resti sveglio a chiedersi se abbia sprecato la sua opportunità, se in fondo sia stato un codardo a rinunciare, a scegliere di non provarci neanche, ma per qualche motivo, ha la sensazione che Shinsuke abbia capito. 

“Cosa vorresti fare una volta fuori da qui?” chiede.

Osamu aspetta un momento prima di rispondere. Per il momento, l’unico a sapere quali siano i suoi piani è Atsumu, ma c’è qualcosa di confortante nell’idea di condividerli con qualcuno come Shinsuke. 

“Voglio aprire una pasticceria,” risponde.

Shinsuke sorride. “E’ un bel progetto.”

A sentirselo dire in quel tono calmo e rassicurante, Osamu si sente un po’ più sicuro. 

“E’ normale cambiare idea. Fa parte del crescere”

“Hai sempre voluto fare l’insegnante?”

Shinsuke ride. “No. Quando ero piccolo volevo fare lo scrittore, poi ho conosciuto i miei insegnanti… mi piace l’idea di trasmettere qualcosa, la possibilità di far appassionare qualcuno a qualcosa. E’ una cosa potente.”

Osamu sorride. Se avesse avuto un insegnante così, probabilmente anche lui si sarebbe appassionato all’Erbologia. 



La Vigilia di Natale si avvicina inesorabile e Osamu ancora non ho trovato il modo di fare il suo invito a Shinsuke. La prima neve aveva cominciato a cadere su Hogwarts e, uscendo dal castello, dalla pietra scura dei suoi muri e delle sue scale, il bianco era accecante e le sferzate di vento freddo sulla faccia facevano lacrimare gli occhi. Osamu non si lascia scoraggiare, però, manca una settimana al ballo, l'ultimo giorno di lezioni è appena terminato per lasciare spazio alle vacanze di Natale - che saranno soffocate dai compiti - e lui ha deciso che oggi è il giorno.

Il calore della serra numero quattro è soffocante, ma piacevole sulle guance arrossate dal vento gelato. Shinsuke è al suo posto, concentrato sull'ennesima pianta dall'aspetto inquietante. Sembra un fiore fatto di spine, ricorda una rosa secca e appuntita, o la palla delle vecchie mazze da combattimento che si vedono nei musei medievali. Nei giorni che hanno trascorso insieme, Osamu è venuto meglio a conoscenza degli studi che sta portando avanti. Sta lavorando su delle piante velenose cercando di capire se, in piccole quantità, possano avere effetti benefici in medicina e quali. 

"È una pianta che viene dal sudamerica," spiega Shinsuke. "È stata trovata qualche anno fa nel mezzo della foresta amazzonica. Riesce a crescere solo in questa serra. Non vedevo l'ora di metterci le mani."

Osamu ancora non capisce bene la sua fascinazione per le piante, che per lui non sono nulla più di ingredienti per le pozioni, come lo zucchero per i dolci, ma che non hanno alcuna attrattiva di per sé, ma la fascinazione dona a Shinsuke. È una eccitazione quieta e silenziosa, ma che fa risplendere il suo viso - Osamu ha letto in passato di come risplenda la pelle delle veela e si chiede distrattamente se sia qualcosa del genere o se Shinsuke abbia avuto qualche veela nel proprio albero genealogico.

Le parole sono fuori dalla bocca di Osamu ancora prima che se ne renda conto - non lo ha neanche salutato, si renderà conto poi, quella sera, quando la sua mente mentre cercherà di addormentarsi non farà che mandargli le immagini di quel fiasco.

Shinsuke sgrana gli occhi leggermente. Lentamente, raddrizza la schiena e si toglie i guanti protettivi un tirando la punta di un dito alla volta. Gli occhi grigi si appoggiano su Osamu, pieni di tristezza nonostante il sorriso gentile che gli rivolge.

"Mi dispiace," dice come prima cosa. "Faccio parte del corpo insegnanti e non sarebbe appropriato andare al ballo con uno studente."

"Oh. Ok." Le guance di Osamu bruciano adesso per un motivo completamente differente. "Mi sono ricordato… Atsumu… Devo andare," balbetta e fugge dalla serra.

È ancora presto, ma il cielo è già buio e senza stelle. Osamu vuole solo sparire sotto le coperte del suo letto. 

Quella sera non scende a cena. 


E’ lì che lo trova Atsumu, in posizione fetale sul letto, stretto al cuscino e con le coperte tirate su fino a coprirgli quasi interamente il viso. In silenzio, Atsumu si siede accanto a lui sul letto e non dice nulla. Gli fa solo percepire la sua vicinanza.

Nel dormitorio non c’è nessun altro e Osamu, per la prima volta da quando tutta quella storia è iniziata, vuota il sacco e racconta tutto al fratello. 

“Almeno tu hai invitato Sakusa?” chiede Osamu alla fine del suo racconto per distogliere l’attenzione da sè e non a suo agio sotto lo sguardo triste e compassionevole che gli rivolge il fratello. Ne ha abbastanza di sguardi tristi, e il fatto che venga da Atsumu, che non lo sta prendendo in giro per il modo in cui si sta comportando, gli rende solo più chiaro di quanto debba sembrare a pezzi in quel momento.

Atsumu si fa rosso in viso e abbassa lo sguardo, gioca nervosamente con le sue dita. Le sue mani sono più eleganti rispetto a quella di Osamu, callose e piene di tagli per via delle classi supplementari di Pozioni che ha deciso di affrontare. Le mani di Atsumu sono quelle di un abile incantatore, fatte apposta per avvolgersi in maniera aggraziata attorno ad una bacchetta. 

“Non ancora,” ammette.

“E staresti aspettando cosa?” Osamu gli chiede esasperato, lanciando via parte delle coperte.

“Non so come si faccia!”

“Glielo devi solo chiedere, ti dirà di sì!”

“E tu come lo sai?”

Osamu ripensa al nervosismo di Sakusa prima della prima prova, pensa al modo in cui ha aspettato Atsumu davanti alla tenda, fingendo di passare lì per caso. Pensa a quando li ha visti chiacchierare vicini in cortile, troppo vicini per essere una cosa senza interesse da parte di entrambi. 

“Fidati,” risponde.

Atsumu annuisce e non chiede altre spiegazioni. Sa fin troppo bene che Osamu non gli mentirebbe ne’ gli addolcirebbe la verità. Se gli dice che può funzionare, non c’è nessuno al mondo di cui si fidi di più. 


Osamu non va più alla serra. Ci prova una volta, un paio di giorni dopo, ma l’umiliazione brucia ancora troppo forte e Osamu si dice che forse dovrebbe dedicare il suo tempo libero al rimettersi in pari con lo studio invece che a quelle chiacchierate. Sì, è solo perchè è impegnato, non è che stia evitando Shinsuke. Ogni tanto lo incrocia per i corridoi, e Shinsuke lo saluta con un cenno della mano e un sorriso, ma i suoi occhi hanno sempre quel sottotono agrodolce che Osamu non riesce a sopportare. Non ha alcuna intenzione di vedersi quello sguardo addosso ancora una volta, non riuscirebbe a sopportarlo.

La sera del ballo è ormai alle porte, e Osamu sta seriamente considerando di non andare. I suoi compagni di dormitorio continuano a prenderlo in giro, non gli credono quando gli dice che non ha nessuno da portare con sè al ballo. Continuano a chiedergli del fidanzato segreto, gli chiedono se lo porterà al ballo - ogni volta Osamu sente una fitta allo stomaco davanti a quelle battute - e Osamu è stanco anche di negare, tanto continuano a non credergli e fargli domande. Una volta è addirittura intervenuto Atsumu in sua difesa e Osamu lo ha un po’ odiato per quello.

In questi giorni c’è un’aura luminosa intorno a Atsumu. Ha chiesto a Sakusa di andare al ballo con lui, e quello ha detto sì e Atsumu non riesce a fare a meno di parlarne. Osamu è seriamente contento per lui, ma l’ultima volta che viene da lui con l’ennesimo abbigliamento di vestiario, chiedendogli se gli starebbero meglio le decorazioni rosse o blu Osamu ha seriamente la tentazione di fiondare lui, i suoi vestiti e il suo baule fuori dalla finestra della torre di Grifondoro. 

Alla fine, Osamu si lascia convincere dai suoi compagni. Mal che vada, potrà assaggiare dei cibi nuovi durante il ballo. E’ sicuro che le cucine di Hogwarts siano ben attrezzate per offrire qualcosa di speciale durante un’occasione del genere e Osamu non ha alcuna intenzione di lasciarselo scappare, soprattutto per un ragazzo. 

Con una nuova determinazione, Osamu, la sera del ballo, si prepara insieme agli altri. Anche se sarebbe più corretto dire che è il primo di tutto il dormitorio del settimo anno ad essere pronto e, seduto sul letto, guarda gli altri andare nel panico e sgomitare per farsi spazio davanti all’unico specchio della stanza circolare. Atsumu è ancora in trip per il colore delle decorazioni, Terushima cerca di capire cosa fare dei suoi capelli e Osamu si gode la scena, già pronto e con il suo vestito elegante indossato e perfettamente sistemato. Gli ci mancano i pop corn.

Quando finalmente tutti sembrano essere pronti, scendono le scale e davanti alla sala grande Atsumu si separa dal gruppo per raggiungere gli altri campioni, che dovranno entrare tutti insieme e aprire le danze. 

Sakusa è già lì che lo aspetta e Osamu vede suo fratello andare in tilt e cominciare a passarsi nervosamente una mano tra i capelli, chiedendo ripetutamente a lui e Terushima, “come sto? I miei capelli sono apposto?”. Osamu lo spinge in direzione di Sakusa senza rispondergli. 

Osamu si guarda intorno, e non gli sembra di vedere Shinsuke da nessuna parte. Se da una parte qualcosa si allenta dentro di lui, dall’altra non riesce pienamente a mascherare la delusione.

“Allora è vero,” commenta Terushima in un sussurro. 

Osamu sospira, “Gliel’ho chiesto. Ha rifiutato.”

Terushima gli da una pacca sulla spalla in un tentativo di conforto. “Mi dispiace,” dice. “Sai, per non averti creduto e— “

“Smettila. Sei inquietante quando provi a scusarti”

Terushima annuisce e raddrizza nuovamente la schiena. “Hai bisogno di…”

“No. Sparisci. Non hai qualcuno che ti aspetta?”

Terushima lo saluta e si avvicina ad una ragazza di Beauxbatons. E’ carina, con dei lunghi capelli biondi e l’espressione sveglia. Ad Osamu dà l’impressione di una che può tenere a bada Terushima senza problemi, ma si ripromette comunque di gettare un’occhiata ogni tanto all’amico nel corso della serata, tanto per assicurarsi che non esageri come gli può capitare di fare. 

Le porte della Sala Grande si aprono e Osamu resta senza fiato. I soliti tavoli lunghi delle case sono stati sostituiti da più piccoli tavoli circolari sparsi per la stanza, dal cielo stellato cadono leggeri fiocchi di neve che si dissolvono nell’aria prima di toccare gli studenti. Intorno alla stanza, sono sparsi alberi di Natale riccamente decorati con festoni e palline blu e argentati. Al centro, un largo spazio è stato lasciato per ballare. Solo il tavolo dei professori sembra essere rimasto invariato, ma anche su quello sono presenti numerose decorazione dello stesso blu e argento che adorna l’intera sala. Nell’angolo sinistro è stato montato un piccolo palco, sul quale si trova un’orchestra. 

I campioni raggiungono il centro della pista e cominciano a ballare, poco dopo il resto degli studenti si unisce a loro. 

Osamu resta in disparte. Su un grande tavolo da buffet sistemato alla sinistra dell’ingresso sono apparse pietanze prelibate e ricche. Poco distante, un altro tavolo è stracolmo di dolci che Osamu non ha mai visto. Vuole assaggiare tutto.

Ogni tanto continua a gettare occhiate in direzione del tavolo dei professori, ma Shinsuke continua a non vedersi e, andando avanti con la serata, Osamu sente quel nodo d’ansia che si era accumulato in lui cominciare a sciogliersi. Almeno non dovrà vederlo.

Nel complesso, la serata si sta rivelando più piacevole del previsto. Osamu non è l’unico senza un accompagnatore, e si ritrova a chiacchierare con altri studenti che, come lui, sono lì più per il cibo che per le danze. 

Osamu ha ormai cominciato a sentirsi al sicuro, quindi quando alzando di nuovo lo sguardo per vedere cosa stia succedendo nel resto della sala incrocia quello di Shinsuke si sente tradito nel profondo e colpito da un immaginario pugno allo stomaco che gli mozza il fiato in gola.

I vestiti eleganti gli donano. Ha scelto un completo di un grigio scuro che fa risaltare ancora di più il bianco dei suoi capelli il grigio argenteo dei suoi occhi.
Shinsuke gli sorride e comincia ad attraversare la sala nella sua direzione. Osamu vorrebbe scappare, ma sa che ormai è troppo tardi anche per nascondersi. Il cuore comincia a battergli forte nel petto. Shinsuke attraversa la sala agilmente, muovendosi come acqua che lenta e costante riesce ad arrivare dove vuole infilandosi tra le crepe. Ha un modo affascinante di muoversi. 

“Cosa mi consigli?” gli chiede Shinsuke. 

“Dolce o salato?” Osamu chiede, e spera che la voce non gli tremi quanto sembra a lui. 

Shinsuke sembra pensarci un momento. “Dolce,” dice alla fine.

“La torta di zucca e cannella è molto buona, ma se vuoi qualcosa di particolare ti consiglio la gelatina di ribes e arancia con un po’ di gelato.”

Parlare di dolci lo rilassa, è qualcosa in cui si sente a suo agio, e Shinsuke sembra saperlo. Probabilmente è per quello che ha cominciato da quella domanda - Osamu ricorda che, quando in passato il discorso era saltato fuori, Shinsuke gli aveva detto di preferire il salato. Shinsuke segue il suo consiglio e si serve un un po’ di gelatina con il gelato e anche un succo di zucca. Si appoggia ad un tavolo in un angolo della sala.

“Non sei più venuto alla serra,” gli dice dopo un po’ Shinsuke.

“Sono stato impegnato”

Sanno entrambi che non è così, e Osamu sa che quando Shinsuke riprende a parlare sta solo fingendo di essersi bevuto la sua balla. “Qualcosa con cui ti posso aiutare?”

“Non al momento”

“Se hai bisogno…”

“Sì, grazie.”

La conversazione è rigida, completamente l’opposto di quello che è sempre stata tra di loro. Osamu vede la calma nei lineamenti di Shinsuke e per la prima volta la cosa lo fa infuriare. Possibile che solo lui sia così influenzato da quello che è successo? Possibile che non abbia neanche scalfito Shinsuke?

“Avevo paura non fossi più qui,” ammette Shinsuke. “Non ero neanche sicuro di voler venire, ma quando mi sono deciso a venire…. Avevo paura fossi già andato via. O avessi scelto di non venire.”

Osamu non sa bene cosa dire. Aspetta in silenzio che Shinsuke continui. La sala intorno a loro ha cominciato a svuotarsi, i professori sono spariti per lasciare agli studenti un po’ di spazio di libertà, la pista da ballo è quasi interamente vuota. I musicisti si sono allontanati dal palco, e gli strumenti continuano a suonare da soli per qualche incantesimo che Osamu non aveva mai creduto potesse esistere. Anche Atsumu sembra essere sparito da qualche parte.

Shinsuke riprende a parlare. “Mi dispiace—”

Ma Osamu non vuole sentire altre scuse. “Non devi,” lo interrompe. “Non c’è bisogno di parlarne.”

“Fammi finire,” dice Shinsuke, ed è la prima volta che Osamu sente un briciolo di irritazione e nervosismo penetrare nella sua voce. Shinsuke fa ondeggiare nervosamente il succo di zucca nel bicchiere, non ne ha bevuto neanche un sorso. “Mi dispiace averti dovuto dire di no, perchè avrei voluto davvero venire al ballo con te.”

E Osamu non sa bene come reagire a quelle parole. Si sente come se una bomba fosse esplosa nel suo petto. E’ confuso ed eccitato e vorrebbe dire centinaia di cosa, ma sembra non riuscire a dirne neanche una, ma Shinsuke non ha finito di parlare. 

“Non c’è più nessuno,” commenta. 

Osamu sposta gli occhi da Shinsuke alla sala, e nota che anche gli ultimi instancabili ballerini hanno lasciato la sala, ma gli strumenti continuano a suonare. 

“Forse dovremmo andare anche a noi,” dice.

“Forse,” risponde Shusuke con una scintilla negli occhi. “O forse potremmo fare qualcos’altro.” Abbandona il proprio bicchiere su un tavolo e porge la mano ad Osamu, “So che è tardi, ma vorresti venire al ballo con me?”

Ad Osamu viene da ridere, profondo e di pancia. Prende la mano di Shinsuke, le sue dita sono fredde e callose, portano i segni delle ore passate in mezzo alla terra a studiare piante e fiori. 

“Con piacere.”

 

Ad horas

Mar. 21st, 2020 08:07 pm
chasing_medea: (Default)
Titolo: Ad Horas
Fandom: Haikyuu
Missione: M5 - Ad Horas
Parole: 2222
Rating: safe

Insieme ad un paio di amici Kageyama percorre le strade buie, diretto ad una festa alla quale non dovrebbe andare. Il vestito elegante che ha preso in prestito gli sta leggermente stretto sulle spalle e leggermente corto sulle caviglie, facendogli risalire i brividi di freddo lungo tutto il corpo.
“Da questa parte”, gli fa cenno Kindaichi, guardando nella sua direzione da dietro la spalla. Svolta a destra, in una stradina talmente stretta che Kageyama non è sicuro di poterci passare, ma a lui e Kunimi non resta altra scelta se non seguirlo.
È stato Kindaichi a venire a sapere di quella festa e a trovare il modo di farli entrare, è stato sempre lui a trovare dove potessero affittare dei vestiti eleganti e tutto ciò che potesse servirgli per imbucarsi. Non era il loro ambiente, anzi, era quanto di più lontano dal loro ambiente potesse esistere, ma loro, cresciuti per strada, volevano vedere almeno una volta nella vita che cosa significasse appartenere ai ceti più alti, che cosa significasse fare la bella vita e mangiare tutte quelle cose prelibate che tante volte avevano aiutato a scaricare dalle navi che affollavano il porto per racimolare qualche spicciolo.
Camminano ancora un po’, Kageyama segue ciecamente Kunimi. Quella parte della città, i meandri dei quartieri alti, è totalmente sconosciuta per lui.
“Eccoci arrivati”, dice Kunimi, affacciandosi dietro un angolo.
Anche Kageyama si affaccia, vede una piccola via, in fondo vedono un cancello di ferro battuto leggermente aperto che da su un giardino, da cui provengono un brusio indistinto di rumori e la musica di un'orchestra in lontananza. Si ritira poi dietro l’angolo.
“Le maschere”, gli ricorda Kindaichi mentre indossa la sua.
Kageyama annuisce, slega la maschera dalla cinta e la indossa. Quelle è stato Kindaichi a procurarle. Lui e Kunimi indossano le loro maschere, una bianca e una rossa, coprono interamente la parte superiore del viso e hanno alcune piume che svettano sulla sinistra. Quella che ha scelto per Kageyama è la meno coprente delle tre. È composta solamente da ghirigori di ferro nero, il suo viso è quasi interamente scoperto. Kageyama aveva protestato quando l’aveva vista, per il timore di essere troppo scoperto in quel modo, che lo riconoscessero subito come non appartenente a quel mondo e non lo lasciassero entrare.
“Con quella faccia potresti entrare anche senza maschera”, gli aveva detto Kindaichi, ma Kageyama non era sicuro di che cosa volesse dire.
Ormai non c’era più tempo. O la va o la spacca, si disse.
Indossa la maschera e la lega dietro la testa, facendosi aiutare dagli altri per posizionarla nel modo giusto.
Svoltano l’angolo e si avvicinano al cancello. La guardia da una rapida occhiata ai loro abiti, Kageyama si stringe un po’ meglio nel mantello per nascondere la stoffa tirata che smascherava il vestito come non suo. La guardia si sposta di lato lasciandoli passare. Il giardino, davanti a loro, è illuminato da lampade di carta bianche sparse un po’ ovunque, che danno all’intero ambiente un atmosfera onirica, un tavolo colmo di bevande è su un lato. La musica dell’orchestra proviene dall’interno del palazzo, le cui porte erano state lasciate spalancate. Sparse ovunque per il giardino donne con larghe gonne e maschere sfarzose chiacchierano con uomini ben vestiti mentre sorseggiano vino da calici di cristallo, si coprono la mano con la bocca e si lasciano sfuggire acuti risolini civettuoli. Altrove uomini parla con tono serio tra di loro o sorseggiano vino ascoltando la musica che proviene dall’interno del palazzo.
I tre ragazzi si scambiano una rapida occhiata, poi decidono di entrare nel palazzo. Le porte sono in legno massiccio e scuro e riccamente intarsiate, ma nella penombra è praticamente impossibile capire che cosa rappresentino, a Kageyama sembra di distinguere solamente qualche fiore, ma non è troppo sicuro.
Poco oltre l’ingresso, un valletto si offre di prendere i loro mantelli e i tre glielo lasciano. Una volta dentro la musica è molto più forte, le pareti della sala sono decorate con affreschi dorati, grandi lampadari di cristallo pendono dal soffitto, sparse intorno alla stanza ci sono numerose sedie di legno lucido e con la seduta in lucida seta. Il centro della sala è interamente occupato da persone che ballano, alla musica si mescolano risate e rumore di calici che brindano e chiacchiere di sottofondo. I tre ragazzi rimangono fermi sulla porta per un momento, non sapendo come relazionarsi a quel mondo che non gli appartiene. Poi Kageyama nota in un angolo il tavolo del buffet: non ha alcuna intenzione di andarsene di lì senza aver assaggiato il cibo dei nobili. Kindaichi sembra più interessato a scoprire di che cosa parlino i nobili e Kunimi alle danze. I tre si dividono e Kageyama si dirige verso il tavolo del buffet.
Accatastati sul tavolo ci sono molte pietanze che Kageyama conosce, ma sono molte di più quelle a lui totalmente sconosciute. Viene attirato da una pietanza in particolare. Sembrano piccole tortine salate con lo strato esterno croccante.
“È un sartú di riso”, gli dice una voce alle sue spalle. “È riso con dentro varie cose. È un piatto che viene dal sud”.
Kageyama fa un cenno di ringraziamento con la testa senza neanche voltarsi, e se ne serve uno. Lo sconosciuto, però, non sembra volersi allontanare da lì, Kageyama continua a sentire la sua presenza alle sue spalle.
“Non sei di queste parti, vero?”
Kageyama si blocca sul posto, con il piatto in mano, il sartù ancora intatto e alza lo sguardo dal piatto allo sconosciuto. È più basso di lui, ha i capelli rossi, che svettano disordinati sopra la maschera di un blu intenso e che lascia scoperti dei grandi occhi caldi, ha labbra carnose e la pelle chiara della nobiltà.
“Non ho intenzione di denunciarti, tranquillo”, continua lo sconosciuto.
Kageyama sospira.
“Come lo sai?”
“Ti muovi in maniera circospetta. E poi mi ricorderei di te se ci fossimo già incrociati”, dice guardando Kageyama dall’alto al basso e viceversa. “Allora, perché imbucarsi a una festa come questa quando si vede che non sei a tuo agio?”
Kageyama mormora qualcosa in risposta, voltando la testa nella direzione opposta, ma le sue parole vengono inghiottite dall’applauso per l’orchestra che ha terminato un altro pezzo.
Lo sconosciuto si avvicina a Kageyama. “Puoi ripetere?”
“Volevo assaggiare quello che mangiano i nobili”, confessa Kageyama con le guance in fiamme.
Lo sconosciuto scoppia a ridere. “Non hai torto”. Con un gesto del braccio indica a Kageyama l’intero tavolo. “Serviti pure”.
Rimane accanto a Kageyama, spiegandogli con esattezza cosa sia ogni piatto e consigliandogli cosa deve mangiare assolutamente. Mangia insieme a lui.
“E per finire, una di queste”, gli dice lo sconosciuto prendendo due cubetti verdi ricoperto di zucchero da una ciotola, se ne porta uno alla bocca e solleva l’altro fino all’altezza da viso di Kageyama.
Kageyama si sporge in avanti e prende il cubetto verde direttamente dalle dita dell’altro, nel farlo le sue labbra gli sfiorano la pelle su cui è rimasta un po’ di granella di zucchero.
Il cubetto sa di menta, pizzica sulla lingua ma è rinfrescante, ha una consistenza morbida e si scioglie in bocca.
“Cos’è?”
Lo sconosciuto sembra riscuotersi solo in quel momento. “G-gelatina alla menta!”, sputa fuori con più enfasi del necessario.
Kageyama annuisce e si guarda intorno nella sala alla ricerca dei suoi compagni, ma in quel marasma di balli e maschere non li riesce a scorgere da nessuna parte.
“Adesso che hai assaggiato il cibo dei nobili te ne andrai?”, gli chiede lo sconosciuto.
Kageyama abbassa lo sguardo verso di lui, anche lui tiene lo sguardo in direzione delle danze. Kageyama non ha voglia di andarsene.
“Non ancora”
Lo sconosciuto si volta verso di lui con un sorriso talmente luminoso da essere accecante.
“Non puoi andartene senza aver provato i balli”, gli dice prendendogli la mano e trascinandolo sulla pista.
Kageyama cerca di trattenerlo. “Non conosco i passi!”
L’altro si volta verso di lui senza smettere di trascinarlo, gli sorride ancora. “Basta che segui me”.
Lo trascina nel centro della pista, nel punto in cui le danze sono più fitte, gli spiega come mettere le mani. L’orchestra riparte con la musica, un valzer, e lo sconosciuto comincia a muoversi, a bassa voce mormora a Kageyama i passi per aiutarlo a tenere il ritmo. Kageyama inciampa un paio di volte nei suoi piedi, ma continua a seguirlo e combatte la tentazione di guardare in basso, verso i propri piedi. Tiene stretta la mano dello sconosciuto, è piccola è morbida rispetto alla sua, grande e indurita dai lavori occasionali che riesce a trovare. L’altra mano di Kageyama si appoggia sul fianco dello sconosciuto e facendolo si rende conto di quanto sia esile la sua vita. Nella musica Kageyama fa fatica a sentire le indicazioni che l’altro gli da, è costretto a tenere lo sguardo fisso sulle sue labbra, sono carnose e leggermente arrossate e gonfie, come se avesse l’abitudine di mordersele. Kageyama le osserva mentre si muovono e gli dettano i passi che deve compiere, ma i passi vengono compiuti in automatico, Kageyama è totalmente perso nella sua osservazione. Ha voglia di avvicinarsi, di poggiare le proprie labbra su quelle dell’altro, sentire se sulle sue labbra è rimasta ancora della granella di zucchero e se la sua bocca sa ancora di menta quanto quella di Kageyama.
Lo sconosciuto alza lo sguardo, anche lui sembra rimanere bloccato sulle labbra di Kageyama. Kageyama sa che le sue labbra sono più sottili, non ci vede nessuna attrattiva particolare, ma l’altro evidentemente non è dello stesso avviso perché rimane lì ad osservarle. Kageyama si inumidisce le labbra con la lingua e avvicina il proprio viso a quello dello sconosciuto, con la mano ancora sul suo fianco Kageyama può sentire il brivido che gli attraversa il corpo. Lo sconosciuto, però, all’ultimo momento porta la propria fronte a contatto con quella di Kageyama e allontana le labbra.
“Usciamo di qui”, dice in un sussurro e, se Kageyama non gli avesse ancora fissato le labbra, non se ne sarebbe mai accorto.
Annuisce e segue lo sconosciuto fuori di lì, verso il giardino. All’ingresso recuperano i propri mantelli ed escono. La temperatura si è abbassata rispetto a quando Kageyama è arrivato e l’aria fredda sferza le guance arrossate di entrambi. Il giardino è quasi deserto ormai, tutti hanno trovato rifugio all’interno del palazzo.
Lo sconosciuto lo guida in un angolo nascosto del giardino e Kageyama lo segue in silenzio. Non appena svoltano un angolo e si ritrovano in una piccola nicchia, lo sconosciuto porta le mani intorno alla nuca di Kageyama. Kageyama fa passare un braccio sulla sua schiena e finalmente appoggia le labbra alle sue.
Come aveva immaginato sa di menta e di zucchero, il bacio è lento e delicato, è appena uno sfiorarsi di labbra all’inizio. Poi, piano piano, Kageyama si fa più intraprendente e l’altro lo accetta. Il suo corpo è caldo contro quello di Kageyama, le sue labbra bollenti e umide.
Kageyama vorrebbe approfondire ancora il contatto, ma le maschere sono di intralcio. Porta una mano a togliersela, ma l’altro appoggia la mano sul suo polso.
“No”, gli dice con un sorriso dolce. “Non smuovere le acque”
Kageyama non capisce, ma non gli interessa. Vuole solo baciarlo di nuovo e lo fa, chinandosi verso di lui, spingendolo contro il muro e stringendolo con il suo corpo.
Una campana in lontananza suona l’ora e lo sconosciuto si stacca da lui.
“Devo andare”, gli dice e gli sorride dolcemente.
Kageyama vorrebbe chiedergli se possono rivedersi, ma non ha il tempo di farlo. Lo sconosciuto gli appoggia un altro bacio delicato sulle labbra e si allontana da lì.
Kageyama gli va dietro dopo un momento, torna allo spazio principale del giardino, ma non c’è nessuno lì se non la servitù che sistema tutto e sta smontando le decorazioni. Kageyama si fionda dentro il palazzo, ma nella confusione delle danze non lo vede. Prova a cercarlo in mezzo alla pista da ballo, gettandosi tra la calca con ancora il mantello addosso, ma di lui nessuna traccia. Kageyama si arrende, si siede su una delle sedie affiancate alle pareti e aspetta. Aspetta fino a che la sala non è quasi deserta, poi si alza ed esce da lì
È il momento più buio della notte, quello che precede l’alba. Kageyama cerca di orientarsi tra i vicoli sconosciuti.
Quando si trova in una zona che riconosce, l’alba ha cominciato a rischiarare le strade.

La vita di Kageyama riprende come al solito dopo quella notte. La mattina si alza e va al porto per cercare lavoro, il pomeriggio, quando è libero, cerca qualche artigiano che lo accetti come apprendista o lo trascorre con gli amici. Cerca di sopprimere lo stimolo costante di guardarsi intorno cercando una macchia di capelli rossi.
La mattina che finalmente la vede Kageyama rimane paralizzato in mezzo alla strada. È sui gradini della chiesa che Kageyama supera tutte le mattine, vestito elegante e con una ragazza minuta, bionda e vestita di bianco al suo fianco. Sono circondati da una folla festante.
La coppia scende i gradini e passa a fianco a Kageyama, che non è riuscito a staccare gli occhi da loro neanche per un attimo.
“Ci conosciamo?”, gli chiede il ragazzo con aria di sfida alzando lo sguardo verso di lui.
Kageyama si riscuote. “No, chiedo scusa. E congratulazioni”, dice prima di ricominciare a camminare nella direzione opposta alla coppia.
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Titolo: after the storm
Fandom: Haikyuu
Missione: M3 - differenza d’età + ff/safe
Parole: 2222
Rating: safe
Note: tw - personaggio con amputazione.

Kageyama si sitemò meglio sulle spalle il mantello color porpora, il colore dei soldati. Non sapeva per quanto ancora l'avrebbe potuto indossare a buon diritto. Si guardò un attimo allo specchio per assicurarsi che il suo braccio sinistro fosse interamente coperto dal mantello, poi uscì di casa, dando ordine ai suoi schiavi di preparare il rituale di purificazione per quando fosse tornato.

Era una mattinata dal cielo grigio, si respirava l'odore di pioggia nell'aria e le temperature si erano abbassate drasticamente nell'ultimo mese, da quando era finalmente tornato a casa. Nonostante fosse già passato del tempo il suo sonno era ancora leggero, in allerta per ogni possibile minaccia e ancora non si era abituato a svegliarsi la mattina nel suo letto, tra lenzuola che profumavano ancora vagamente di cenere, non dopo anni di tende luride e giacigli duri e scomodi.

Kageyama raggiunse il foro e cominciò a navigare agilmente tra la folla. Aveva ben chiaro in mente dove dovesse andare. Superò la zona del mercato e quella dei processi e arrivò alla zona più interna del mercato, quella dove a ogni giorno di calenda, si teneva l'asta degli schiavi arrivati direttamente da Delo.

Non pensava sarebbe mai arrivato il giorno in cui si sarebbe trovato a comprare uno schiavo che si occupasse di lui: aveva sempre considerato deboli gli uomini che vi facevano ricordo, come se non fossero in grado di badare a sè stessi, e invece ora eccolo lì, a non avere altra scelta se non quella. Il pensiero che quello stupidissimo braccio sinistro lo stesse costringendo ad andare contro tutti i suoi principi lo faceva andare su tutte le furie.

Quando Kageyama raggiunse il palco, l'asta era già cominciato. Gli schiavi già comprati erano accatastati alla destra del palco, dove i loro nuovi padroni potevano ispezionarli in ogni dettaglio prima di versare quanto pattuito ai trafficanti. Kageyama si mimetizzò tra la folla e osservò nei dettagli come funzionasse il tutto. Il banditore faceva fare un passo avanti ad uno degli schiavi ammucchiati sul lato sinistro del palco con le catene ai polsi, lo faceva girare su sè stesso mentre ne elencava le qualità e stabiliva il prezzo il partenza, poi cominciava l'asta vera e propria. Il banditore fece venire avanti un paio di ragazzi molto ben piazzati, avevano spalle larghe e braccia muscolose. Vennero presentati come perfetti per il lavori pesanti, ma non erano quello che Kageyama stava cercando. L'asta su di loro fu feroce e, come era prevedibile, il prezzo schizzò alle stelle in un lampo. Alla fine se li accaparrò un nobile che cercava giovani prestanti da mettere a lavorare nella sua tenuta di campagna.

Kageyama rimase a guardare l'asta fin quasi alla fine, quando ormai i più quotati erano già stati venduti. Il banditore chiamò in avanti quello che sembrava a tutti gli effetti un ragazzino, non poteva avere più di sedici anni. Aveva capelli rossi e un fisico esile e mingherlino e si vedeva che il venditore l'aveva tenuto alla fine, quando il foro era ormai meno affollato, proprio per la sicurezza che non ci avrebbe fatto molti soldi. Sembrava esattamente ciò che Kageyama stava cercando. Alzò il braccio e fece la sua offerta. Nessuno provò a ribatterla. Kageyama era appena diventato il proprietario di quel giovane.

Si diresse verso il lato del palco, dove il ragazzo era stato spedito dal banditore. L'addetto gli slegò le mani e il ragazzo cominciò a massaggiarsi i segni rossi che le catene avevano lasciato sulla sua pelle colorata dal sole. Kageyama si prese un momento per esaminarlo con calma. Sembrava leggermente sottopeso, ma per il resto sembrava essere in buona salute, così pagò la cifra concordata.

Uno dei trafficanti gli chiese se dovesse marchiare a fuoco il ragazzo, era un servizio che offrivano e non avrebbe dovuto pagare alcun sovrapprezzo per ottenerlo. Kageyama vide il ragazzo rabbrividire e stringersi nelle spalle.

"Non sarà necessario", rispose Kageyama.

Dopodichè fece cenno al ragazzo di seguirlo e cominciò a camminare per il foro, per la stessa strada da cui era venuto. Rispetto a quella mattina c'era molto meno affollamento, e Kageyama potè camminare con più tranquillità. Ogni tanto si voltava indietro, per assicurarsi che il ragazzo lo stesse veramente seguendo. Solo quando furono usciti dal foro Kageyama gli rivolse la parola.

"Come ti chiami?"

"Hinata", gli rispose quello con voce leggermente tremante.

"Io sono Kageyama", si presentò a sua volta.

Cercò qualcos'altro da dire per cercare di mettere il ragazzo a proprio agio, ma in quel momento sembrava terrorizzato anche dalla sua ombra e Kageyama non era mai stato bravo a confortare la gente, così optò per il silenzio. Hinata camminava nervosamente accanto a lui adesso, continuando a massaggiarsi i polsi. Ogni tanto sembrava che stesse per dire qualcosa, ma scegliesse ogni volta di non farlo.

"Parla", gli disse Kageyama leggermente spazientito all'ennesima volta.

"Posso farti una domanda?"

"Dimmi"

"Perchè hai scelto me? Cioè... rispetto agli altri... Cos- Cosa dovrò fare in casa?", chiese Hinata con voce tremante e evitando il suo sguardo.

Kageyama spostò il mantello per permettere a Hinata di vedere cosa ci fosse sotto il suo mantello. Il braccio sinistro di Kageyama era mozzato poco sotto la spalla.

"Oh", disse solo Hinata, prima di abbassare nuovamente lo sguardo.

"E' successo in guerra un paio di mesi fa", spiegò Kageyama. "Adesso ho qualche problema nel fare alcune azioni quotidiane, come vestirmi o mettere il mantello. Mi servirà aiuto per questo genere di cose.

Hinata annuì e Kageyama gli vide tirare un sospiro di sollievo.

"Credi sarà più facile così rispetto ad essere uno di quegli schiavi occupati nelle faccende di casa?", gli chiese Kageyama quasi con tono di sfida, alzando un sorpacciglio.

"Oh, no, no, assolutamente!", si affrettò a rispondere Hinata, agitando le mani in segno di diniego davanti a sè. "E' solo che... gli altri avevano detto che con il mio fisico sarei stato comprato solamente per-", arrossì di colpo e non riuscì a completare la frase.

"Per scopi sessuali?", concluse per lui Kageyama.

Hinata annuì senza alzare lo sguardo. Kageyama fece passare lo sguardo sul corpo di Hinata. Non era una teoria del tutto campata in aria, molti lo avrebbero trovato attraente e comprato solo per quel motivo.

"Non hanno torno di base", gli disse Kageyama, che non aveva alcuna intenzione di indorargli la pillola su come andassero le cose nel mondo. "Ma no, non sarà quello il tuo compito".

Hinata annuì e si rilassò leggermente. Camminarono in silenzio fino a raggiungere la domus, dove gli altri schiavi di Kageyama avevano già preparato tutto per la purificazione del nuovo schiavo prima che questo entrasse in casa.

Hinata venne spogliato nel cortile davanti alla casa e Kageyama gli versò sulla testa dell'acqua, poi Hinata venne scortato dagli altri schiavi nel bagno della casa, dove una vasca di acqua calda e aromatizzata alla rosa era già stata preparata. Hinata venne lavato e gli venne fornita una nuova tunica per sostituire quella ormai logora che gli avevano fornito i trafficanti. Hinata venne poi accompagnato nella sua nuova stanza: in qualità di servo personale del signore avrebbe dormito nell'anticamera delle stanze di Kageyama. Kageyama aveva dato ordine che le camere venissero preparare prima di uscire.

Kageyama lasciò che Hinata si rilassasse per quella prima sera. Diede ordine che la cena gli venisse recapitata in camera e che gli fosse fornita una tazza di latte caldo da bere prima di andare a dormire. Era incuriosito da quel ragazzino. Si chiedeva come fosse finito a fare lo schiavo, ma aveva la sensazione che quel primo giorno fosse stato già abbastanza ricco di eventi. La curiosità di Kageyama poteva aspettare.



Hinata, nei mesi che seguirono, si adattò bene il suo lavoro. Si occupava principalmente di aiutare Kageyama a vestirsi la mattina e svestirsi la sera, lo aiutava a fare il bagno, a mettere i documenti nell'ordine più funzionale per lavorare e altri compiti di quel tipo. L'unica restrizione che aveva era quella di dover passare la maggior parte del suo tempo a stretto contatto con Kageyama, pronto ad intervenire ad ogni evenienza. Dopo un iniziale periodo di nervosismo, Hinata cominciò a rilassarsi: aveva capito che Kageyama, in fondo, non era pericoloso come sembrava, cominciò anche a prendersi alcune libertà nel modo di parlargli, di rispondergli e di rivolgersi a lui in generale e Kageyama, nonostante fingesse di essere infastidito dalla cosa, lo trovava in realtà rinfrescante dopo una vita di persone che lo avevano guardato con terrore e deferenza. Kageyama aveva anche cominciato il suo incarico politico al senato in quel periodo. Non gli piaceva molto, avrebbe preferito tornare sul campo di battaglia, ma almeno così poteva continuare a fare il suo dovere per la città.

Rientrò a casa quella sera dopo una intera giornata al Senato e trovò il bagno già pronto. Hinata lo aiutò a spogliarsi e l'acqua calda lo accolse.

Nonostante all'inizio Kageyama avesse detto di non volere Hinata per per scopi sessuali, ultimamente la situazione era leggermente cambiata. Ogni volta che le dita di Hinata lo sfioravano per aiutarlo a cambiarsi sentiva una scintilla, ogni volta che lo aiutava a farsi il bagno doveva stare attento ad avere abbastanza schiuma che coprisse la parte inferiore del corpo. In qualità di padrone non avrebbe avuto problemi a ordinare a Hinata di concedersi a lui, ma ogni volta gli tornava in mente il suo volto spaventato del primo giorno, quando aveva temuto che Kageyama lo avesse comprato proprio per quello. Non voleva vedere di nuovo quell'espressione, non voleva ferirlo, ma lo desiderava e la situazione stava diventando insostenibile. Ogni giorno valutava più seriamente l'idea di tornare all'asta e prendere un nuovo schiavo prima di liberare Hinata e non doverlo più vedere, almeno sarebbe stato libero da quelle sensazioni contrastanti: il desiderio di distruggere quell'innocenza e il desiderio di mantenerla intatta e proteggerla.

"Testa sotto l'acqua", gli disse Hinata e Kageyama obbedì.

Hinata poi, seduto dietro di lui sul bordo della grande vasca di marmo nero, cominciò ad insaponargli i capelli, passando le dita tra i capelli nerissimi di Kageyama e massaggiandogli delicatamente lo scalpo. Le dita di Hinata erano ormai lontane dell'essere inesperte come erano state all'inizio, sapeva benissimo come muovesi per farlo rilassare. Kageyama reclinò indietro la testa e lasciò andare un sospiro di sollievo. Le dita di Hinata scesero a massaggiare il suo collo, poi le sue spalle, appoggiate al bordo della vasca e lasciate fuori dall'acqua.

"Brutta giornata?", gli chiese andando a lavorare piano su tutti i nodi nella muscolatura di Kageyama con attenzione, con dita agili e ormai esperte.

"Lunga", rispose Kageyama, rilassandosi a quel contatto. Chiuse gli occhi e si lasciò andare a quelle dita che avevano ormai imparato a conoscere il suo corpo.

"Dovresti entrare anche tu", gli disse improvvisamente Kageyama con voce totalmente rilassata, come se avesse bevuto troppo vino.

"Nella vasca?", gli chiese Hinata e Kageyama non aveva bisogno di voltarsi per vedere il sorriso sulle sue labbra.

"Sì, l'acqua è ancora calda"

"Me lo stai ordinando?", gli chiese ancora Hinata, ma la sua voce si era abbassata.

"Se ti dicessi di sì?"

"Non avrei altra scelta"

Sentì Hinata alzarsi in piedi alle sue spalle, sentì il fruscio della tunica leggera cadere a terra e lo spostamento d'aria da questa provocata. Kageyama dovette trattenersi per resistere alla tentazione di voltarsi. Per quante volte Hinata lo avesse visto nudo, Kageyama non aveva avuto lo stesso privilegio, ma solo gli dei sapevano quanto lo desiderasse.

Kageyama tenne la testa dritta davanti a sè anche quando sentì Hinata entrare nell'acqua accanto a lui. Senza timore era entrato alla sua sinistra, talmente vicino che la sua spalla sfiorava il braccio mozzato di Kageyama.

Hinata sparì per un secondo sotto l'acqua e riemerse con i capelli totalmente bagnati, li tirò all'indietro con le mani, scoprendo interamente il viso.

"Dovrei liberarti", disse all'improvviso Kageyama.

Hinata si bloccò per un momento. "Non faccio bene il mio lavoro?"

Kageyama scosse la testa. "Non è quello", abbassò lo sguardo e lo fissò sulle linee create sull'acqua dal movimento di Hinata.

"Vuoi mandarmi via? Ho sbagliato qualcosa?"

Kageyama scosse ancora la testa.


"E allora?"

Kageyama si voltò verso di lui, con la nocca della mano destra accarezzo il viso di Hinata. Hinata inclinò il viso verso il contatto. Aprì la mano per accogliere meglio il viso di Hinata, poi si sporse verso di lui e lo baciò.

Hinata ricambiò il bacio. Era goffo e inesperto, ma il petto di Kageyama si riempì oltre che di gioia anche di orgoglio al pensiero di essere stato lui a prendersi il primo bacio di Hinata.

Kageyama si allontanò e appoggiò la fronte a quella di Hinata, chiuse gli occhi.

"Non posso continuare ad essere il tuo padrone e fare una cosa del genere. Ti ho detto che non ti avevo preso per questo, ma non sono più in grado di mantenere la cosa", gli disse.

"Okay", gli rispose Hinata.

"Okay?"

"Okay, liberami", ripetè.

Kageyama sentì un pugno nello stomaco al pensiero di vederlo andare via, ma era la cosa giusta da fare.

"Anche se mi liberi", continuò Hinata. "Non ho alcuna intenzione di andarmene"

Kageyama alzò la testa di scatto, rischiando anche di dare una capocciata a Hinata nel processo. "Dici sul serio?"

Hinata annuì. "Non posso andare via, saresti totalmente perso senza di me"

Kageyama sorrise, appoggiò di nuovo la fronte alla sua. "Sì, totalmente perso", ripetè.
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Titolo: closer to going too far
Fandom: Haikyuu
Missione: M4 - enemies to lovers + storia ciclica
Parole: 3333
Rating: nsfw

Hinata inforca la sua moto, di un arancione brillante con striature nere, e abbassa la visiera del casco. Da un'accelerata e esce piano dal box, pronto ad andare a prendere il suo posto sulla linea di partenza. Mancano poco meno di due minuti allo scadere del tempo. E' l'ultima occasione che ha per fare il tempo migliore, aveva un ultimo giro per cercare di guadagnarsi la sua prima Pole Position per il Gran Premio del giorno dopo. La moto risponde perfettamente ai suoi comandi quel giorno, è creta tra le sue mani. L'asfalto ha la temperatura perfetta, le gomme sono morbide e calde al punto giusto, pronte per quell'ultima volata.
Poco più di un minuto, poco più di 4 chilometri.
Imbocca sulla pista e fa un primo giro a velocità sostenuta, per prendere lo slancio per il giro che veramente conta. Man mano che la linea di partenza si avvicinava spinge un po' più a fondo l'acceleratore, spinge un po' più vicina al limite la moto. Raggiunta la linea, parte effettivamente.
La moto si muove bene, agile. Piega a destra e poi a sinistra, poi un lungo rettilineo e poi una curva a gomito a destra. La moto scivola sull'asfalto in maniera fluida, sembra quasi che Hinata non debba neanche pensare alla mossa successiva. E' pienamente preso da quello che stava facendo, pienamente a suo agio.
La linea del traguardo si avvicina sempre di più. La taglia e prosegue fino a rientrare nei box, impaziente di vedere il suo tempo.
1' 38" 735.
Ha battuto il record della pista. Il suo team sta già esultando, ci sono solamente altri due piloti in pista, la Pole Position sembra ormai sicura. Lo accolgono con un abbraccio, lo riempiono di congratulazioni. Hinata si toglie il casco e lascia libera la massa di capelli rossi, guarda il suo tempo segnalato sullo schermo, evidenziato in rosso. Un record per Hinata: la sua prima Pole Position dopo aver cominciato a guidare una moto della massima categoria da appena pochi mesi. La Pole Position alla seconda gara sarebbe un record assoluto. E' un novellino, è vero. Ma è arrivato per restare e vuole dimostrare a tutti i piloti più esperti che anche lui è da tenere d'occhio, che non devono sottovalutare lui e la sua moto.
Poi arriva, come un fulmine a ciel sereno Atsumu Miya.
1' 38" 733.
Fino al giro precedente i suoi tempi non erano stati niente di speciale, tutti erano convinti che fosse in crisi quel giorno - era dalle prove libere del giorno prima che sembrava avere qualche problema con la sua moto, ma all'ultimo giro a quanto pare si è ripreso. Come ci si poteva aspettare dal campione del mondo in carica.
Ha battuto il record della pista, ha battuto il record di Hinata ancora prima che questo potesse assaporare la sensazione di avere un record che portava il suo nome. E gli ha portato via la Pole Position. Hinata fulmina il maxischermo dei box con lo sguardo, quello che gli ricorda che il suo tempo è stato battuto, che il giorno dopo partirà per secondo.
Ma non ha alcuna intenzione di perdonargliela, è deciso a fargli vedere con chi ha a che fare il giorno dopo in pista.
Vede la moto di Miya passare davanti al suo box, in sella alla sua moto totalmente nera. Hinata può giurare che, da sotto la visiera nera del suo casco, Miya stia guardando nella sua direzione con un il suo solito sorrisetto sarcastico e irritante.
Hinata gli dà le spalle e si rifugia nel retro del box, il più lontano possibile da lui.

La sera Hinata scende alla mensa del Paddock, quella dove si ritrovavano tutti i piloti e i meccanici. Hinata si siede al suo tavolo con alcuni altri membri della sua scuderia.
Il Karasuno è una piccola scuderia, rispetto ad altre che gareggiano. Fino a quel momento è rimasta sempre a metà classifica, ad ogni stagione riesce a collezionare alcune belle gare, ma in generale non era mai stata abbastanza competitiva per il titolo mondiale. Hinata sa che non riusciranno ad essere competitivi neanche quell'anno da quel punto di vista, ma questo non significava che Hinata non fosse intenzionato a portare a casa qualche vittoria. Negli ultimi anni avevano avviato una grande opera di rinnovamento e alla fine della stagione precedente avevano proposto a Hinata, campione in carica della Moto 2, di passare in prima categoria con la loro moto e Hinata aveva colto la palla al balzo. Avevano creduto in lui e Hinata aveva tutta l'intenzione di ripagarli per la fiducia che avevano riposto in lui.
Vede Miya Atsumu entrare nella sala mensa, va a prendere la sua cena e poi passa accanto al tavolo di Hinata.
"Bella prova oggi", gli dice con il solito sorriso sarcastico.
Hinata lo fulmina con lo sguardo e non si degna di rispondergli. Atsumu ride ancora e si allontana da lì.
“Ci vediamo domani in pista”, gli dice.

I semafori si spengono. Inizia la corsa. Hinata parte a fionda, cercando di prendere da subito la testa della gara. Gira la testa leggermente a sinistra, il muso della moto di Atsumu è davanti a quello della sua, non farà in tempo a riprenderlo prima della prima curva. La posizione di Atsumu lo agevola nella traiettoria della prima curva, riesce a mettersi davanti. Tutto quello che Hinata può fare è cercare di non perderlo. Se completano il primo giro così e arrivano nuovamente al rettilineo di partenza abbastanza vicini sa che può riprenderlo in velocità: la moto di Atsumu è più stabile in curva, ma la sua è più leggera e veloce in volata. Fa tutto quello che può per rimanere attaccato alla moto di Atsumu fino al rettilineo.
Hinata lo vede comparire davanti a lui si prepara a dare gas. Accelera, la moto scivola agile sull’asfalto, le gomme stanno finalmente entrando in temperatura. Vede la moto di Atsumu alla sua destra, come una macchia nera che adesso è alle sue spalle. Esulta internamente. Ce l’ha fatta, l’ha superato. Adesso deve prepararsi ad entrare in curva senza allargare la traiettoria, o Atsumu potrà superarlo di nuovo. Ma non ce la fa a stringere abbastanza, lascia un’apertura dove Atsumu riesce a infilarsi e superarlo, ma per farlo lascia un’apertura lui e HInata ne approfitta, si infila di nuovo e incrocia le traiettorie. Non sente nulla se non il proprio respiro agitato e il battito del suo cuore, il rombo della moto che circonda ogni suo senso.
Hinata rimane davanti, aspetta un nuovo assalto di Atsumu ma non arriva. Sente la pressione alle sue spalle, sa che non può fare il minimo passo falso perchè in quel momento l’altro gli sarà addosso senza possibilità di scampo. Non può neanche rallentare. Ha la sensazione di essere inseguito da un predatore. Passano nuovamente sul traguardo, Hinata getta un’occhiata al display in alto: mancano ancora parecchi giri. Non ha idea di come farà a resistere tanto a lungo, ma non ha altra scelta. Deve rimanere lì davanti e giocarsi il tutto per tutto, finchè la moto regge, finchè lui regge. Ha intenzione di riprendersi con gli interessi quello che ha perso il giorno prima. Ha perso la Pole, adesso vuole la vittoria. I meccanici espongono un cartello per lui dai box: dietro di lui e Atsumu il distacco dagli altri supera il secondo e mezzo. Hanno distaccato il resto dei piloti, la sfida adesso è tra loro due.
Sente la moto cominciare a farsi sempre più leggera per il serbatoio che si svuota, ma le gomme cominciano ad avere sempre meno aderenza sull’asfalto più si consumano con i giri, ma HInata non può abbassare il ritmo.
La perdita di aderenza, però, lo porta a sbagliare. Sbaglia la traiettoria di una curva, va lungo e Atsumu è subito lì dietro, pronto ad approfittarne. Lo supera.
Hinata riesce a rimettersi nella giusta traiettoria abbastanza presto, in modo da non distaccarsi troppo. La moto di Atsumu davanti a lui fende l’aria e Hinata, mettendosi in scia, riesce a faticare di meno per tenere la velocità. Mancano poco più di quattro giri alla fine. Tutto quello che può fare è non perdere il distacco e provare un ultimo attacco all’ultimo momento. Rimanere in scia permette alle sue gomme di prendere aria per un momento. Sono allo stremo e lo è anche HInata, sente il sudore imperlargli la fronte nonostante la bandana che indossa sotto il casco, il calore dell’asfalto è ormai insopportabile. Vede la sua occasione, una traiettoria non presa perfettamente da Atsumu.
Hinata riesce ad infilarsi in uno spazio minimo, passa attaccato al cordolo come il bisturi di un chirurgo. Ultima un sorpasso folle. Sente in sottofondo il boato della folla, ma arriva ovattato alle sue orecchie. Subito Atsumu ricambia e si rimette davanti, ma Hinata non ci sta.
Prova a reincrociare, in risposta. Non ci sta a farsi superare.
Ha passato abbastanza tempo dietro ad Atsumu per sapere che, quando curva a destra, lascia un po’ di spazio tra sè e il cordolo e ha ogni intenzione di approfittarne. Alla successiva curva a destra si infila nuovamente nello spazio tra moto e cordolo, è più stretto del solito, come se Atsumu si stesse aspettando proprio quell’attacco, ma HInata non ha avuto esitazioni.
Hinata sente il momento in cui la moto perde l’aderenza con il terreno e comincia a scivolare. Gli sfugge dalle mani, si inclina fino a toccare terra e attraversa l’intera pista, portando con sè anche la moto di Atsumu. Hinata scivola nella ghiaia, l’airbag interno alla curva si è gonfiato. Si sente un po’ intorpidito per la caduta, ma sta bene. Alza lo sguardo di scatto, cercando Atsumu.
Atsumu è in piedi accanto alla sua moto, si muove, sta bene, ma nessuna delle due moto è in grado di riprendere la corsa. Gli altri piloti intanto li hanno raggiunti e superati.
Hinata fa un sospiro di sollievo. Si avvicina per scusarsi, allunga le mani verso di lui, ma Atsumu le allontana in malo modo. Arrivano gli steward di bordo pista, li aiutano a portare le moto fuori dalla ghiaia e poi, con gli scooter, percorrono la pista fino a riportarli nei loro box.
Hinata non ha il coraggio di guardare i meccanici. Sa di aver sbagliato. Era a tanto così da portare loro uno storico secondo posto e ha rovinato tutto. Si siede su una sedia, si leva il casco, ma tiene lo sguardo basso. Nessuno gli dice nulla, solo Daichi, il capo della scuderia, gli si avvicina e gli da un pacca sulla spalla. Se possibile quello lo fa sentire ancora peggio di come si sentirebbe se lo avessero sgridato apertamente. Hinata beve con la cannuccia l’acqua ricca di sali minerali che usano per reintegrare dopo le corse tenendo lo sguardo fisso su una macchia sul pavimento.
Alza lo sguardo solo quando sente del trambusto nel box. Quello che vede è un Atsumu Miya infuriato, che cerca di spingere via i meccanici per andare a parlare con lui. Hinata si alza da lì e si avvicina ai meccanici, gli fa cenno di lasciarlo fare si mette davanti ad Atsumu. Qualunque cosa voglia dirgli sa che ha ragione.
“Si può sapere che ti è saltato in mente? Non c’era lo spazio per passare lì! Hai rovinato la gara a entrambi, hai rischiato di fare male ad entrambi!”
Atsumu ha slacciato la parte superiore della tuta, ma non si è neanche preso il tempo di toglierla del tutto, ripiegando solamente la parte superiore fino alla vita. Da così vicino, HInata si rende conto di quanto sia effettivamente più alto di lui. Vede le telecamere e alcuni giornalisti avvicinarsi a loro e, senza pensarci troppo, lo afferra per un braccio e lo trascina in una stanzetta nel retro del box, dove almeno le telecamere non potranno riprendere la scena.
A Hinata viene da piangere, ma rimane lì, leggermente appoggiato contro il tavolo, in attesa che Atsumu continui con la sua sequela di insulti. Atsumu sembra preso alla sprovvista dal cambio di location, ma si riprende subito.
“Non potevi accontentarti di un secondo posto per questa volta? Sei un pilota eccezionale, puoi gareggiare tranquillamente in questa categoria ma non puoi essere così impulsivo solo per dimostrare di essere all’altezza e mettere gli altri in pericolo! Non siamo qui solo perchè tu possa farti passare i tuoi complessi di inferiorità…”
Hinata non ascolta veramente quello che Atsumu sta dicendo, la sua testa è rimasta bloccata a sei un pilota eccezionale e continua a mandare in loop quella frase nella sua testa.
“Ehi! Mi stai ascoltando?”, lo richiama Atsumu.
Hinata alza lo sguardo verso di lui, con gli occhi enormi e pieni adesso anche di emozione oltre che di vergogna e Atsumu sembra preso alla sprovvista per un momento. Si riprende e gli sbatte l’indice sul petto mentre continua a urlargli contro frasi sconnesse, di cui Hinata riesce ad assorbire solo comportarsi da ragazzino… infantile… pericoloso… impulsivo e senza la minima considerazione per gli altri e un rischi di compromettere il mio mondiale e non te lo permetto.
Atsumu ha i capelli sudati attaccati al viso, il viso arrossato, il fiato corto per la stanchezza e per la sfuriata in corso, la tuta attillata lascia ben visibile la linea dei muscoli sulle braccia e sull’addome e Hinata rimane per un momento bloccato a guardarlo. Può capire perchè sia così popolare come pilota. Hinata ha ancora in circolo l’adrenalina della gara, il tremore per il pericolo scampato. Non sa perchè lo fa, forse ha solo bisogno di sentire il contatto fisico che gli ricordi che veramente è caduto in pista e non si è fatto nulla, dopotutto è la sua prima caduta nella massima serie.
Allunga le mani, afferra Atsumu per la tuta e lo tira in basso fino a baciarlo. Atsumu si blocca per un attimo, sorpreso dal gesto dell’altro. Hinata si immobilizza, rendendosi improvvisamente conto di quello che ha fatto.
“Pensi di distrarmi così?”, gli chiede Atsumu, ma la sua voce si è fatta più bassa e più roca.
Hinata scuote la testa e si passa la lingua sulle labbra secche.
Atsumu lo bacia di nuovo. E’ un bacio famelico, forte e affamato, non c’è nulla di tenero. E’ tutto denti, lingua e aggressività.
Atsumu fa tutto come corre in pista, con passione e pieno trasporto. Morde il labbro inferiore di Hinata e Hinata si lascia scappare un sospiro. Può giurare che Atsumu sorrida contro le sue labbra e lui, per cancellargli quel sorriso, lo morde a sua volta.
Atumu lo afferra e lo spinge verso una parete libera, lo sbatte contro il muro e gli afferra una coscia, fino a portarsi la sua gamba all’altezza della vita. Hinata capisce, tenendosi sulle spalle di Atsumu gli stringe le gambe intorno al bacino e se lo tira più vicino. Atsumu tiene le mani sulle sue natiche, lo tiene sollevato come se non pesasse niente. Hinata non può che meravigliarsene, nonostante sappia che per sollevare oltre centocinquanta chili di moto la forza sia necessaria. Atsumu scarica parte del peso di Hinata contro il muro e libera una mano, che risale sulla nuca di Hinata, gli si incastra tra i capelli e gli tira indietro la testa, per approfondire meglio il bacio. Hinata cerca di riprendere il controllo, ma è costretto ad arrendersi, si lascia andare e il suo corpo si rilassa tra le braccia dell’altro, lascia che sia Atsumu a controllare tutto. La mano di Atsumu passa poi alla zip della sua tuta, gliela slaccia con un solo gesto secco e fa un verso sorpreso quando vede che Hinata, sotto, non indossa la maglia attillata che la maggior parte dei piloti utilizza, gli osserva la pelle chiara che viene scoperta dalla tuta e si passa la lingua sulle labbra. Hinata approfitta della distrazione per finire di slacciare la tuta di Atsumu. Passando la mano sente che Atsumu è già duro. Non che lui sia messo meglio, lo sa. Scende con la mano fino ad accarezzare la sua lunghezza, in modo lento e delicato, tenendo gli occhi fissi sul viso di Atsumu per osservare la sua reazione. Atsumu non sfugge al suo sguardo, lo guarda con aria di sfida e ancora quel mezzo sorrisetto sulla faccia, ma stavolta Hinata sa come farglielo sparire. Ricambia il sorriso, poi aumenta la pressione della mano sulla sua punta.
Atsumu scatta si lascia scappare un gemito strozzato e poi attacca la pelle lasciata scoperta dalla tuta, cercando di soffocare altri gemiti contro la pelle sudata di Hinata. Gli attacca il collo e alterna baci a morsi. Hinata è sicuro che il giorno dopo ci saranno segni, per fortuna hanno due settimane prima della gara successiva.
Atsumu allinea meglio il bacino a quello di Hinata, spinge contro l’erezione di Hinata e quello geme, mandando la testa indietro contro il muro. Le braccia di Atsumu che lo tengono cominciano a tremare per la tensione e soprattutto non hanno ancora molto tempo prima che qualcuno decida di entrare per controllare se Atsumu l’ha ucciso e sta perdendo tempo a nascondere il cadavere.
Hinata stringe la mano intorno alle erezioni di entrambi, le fa strusciare insieme. La sua mano è piccola e riesce a malapena a tenerli insieme, ma arriva in aiuto la mano di Atsumu, che si stringe alla sua. Insieme si muovono, sono entrambi vicini al limite per l’adrenalina e per il tempo che hanno passato a stuzzicarsi a vicenda. Atsumu aumenta la pressione, Hinata sente la propria erezione contrarsi, viene poco dopo con un gemito strozzato. Atsumu continua, ancora poche spinte che sull’erezione ormai esausta di Hinata sono quasi troppo. Atsumu viene nascondendo il gemito in un nuovo morso alla clavicola di Hinata.
Atsumu lascia scendere Hinata, gli tremano leggermente le gambe ed è costretto ad appoggiarsi al muro. Atsumu rimane davanti a lui, si avvicina e appoggia la fronte contro la sua testa.
“Sono ancora arrabbiato”, gli dice cercando di riprendere fiato.
“Lo so. E io ho ancora intenzione di batterti”
Atsumu sorride, ma stavolta c’è qualcosa di diverso. La scintilla di qualcosa che HInata riconosce come l’emozione di una sfida tra pari e Hinata, stavolta, non ha voglia di cancellare quel sorriso dalla faccia. Lo ricambia in un accordo silenzioso. Comunque vada il campionato, la loro rivalità sarà la cosa più spettacolare che il pubblico vedrà. Lo sanno entrambi, non ci sono dubbi. Quella è una promessa.

Due settimane dopo Hinata monta sulla sua moto, pronto per un nuovo giro di qualifiche. Quello che è successo alla gara precedente è ormai dimenticato del tutto. Esce dal box e incrocia Atsumu sulla pit lane, ha la visiera alzata e gli sorride.
Beh, quello che è successo alla gara precedente si può dire che sia quasi del tutto dimenticato.
Hinata ha intenzione di prendersi la Pole che ha sfiorato alla gara precedente, ha voglia di riprendersi quello che sente gli spetti e ha voglia di prenderselo proprio combattendo contro Atsumu. E, una volta finita la gara, vuole prendersi di nuovo tutto quello che Atsumu può dargli, e stavolta non in uno sgabuzzino. Seguire l'adrenalina e lasciarla sfogare pienamente questa volta.
Hinata ricambia il sorriso. Insieme si abbassano la visiera, oscurata per filtrare i raggi del sole. Insieme arrivano fino all’imboccatura del circuito, insieme cominciano il giro con un ritmo abbastanza blando, giusto per far riscaldare il motore e le gomme. Insieme cominciano ad accelerare il ritmo.
Le gomme sono calde, i motori a pieni giri, la linea del traguardo si avvicina. Hinata rallenta appena, facendo anche un piccolo inchino con la testa, per lasciare all’altro la possibilità di partire per primo per ottenere il miglior tempo. Oggi è solo una lotta di tempi, non c’è gara, non ci sono sorpassi, ma questo non vuol dire che uno dei due abbia alcuna intenzione di rinunciare a prendersi la testa della gara il giorno dopo. Hinata è sicuro che sotto il casco Atsumu stia sorridendo ancora, con quella scintilla di sfida negli occhi che Hinata ha ormai imparato a riconoscere.
Hinata raggiunge la linea di partenza e accelera.

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