guys my age

Apr. 5th, 2023 07:45 pm
chasing_medea: (Default)
 

Titolo: guys my age

Fandom: Jujutsu Kaisen

Parole: 6376

Rating: nsfw


Di ritorno dal colloquio, Megumi si fermò davanti alla vetrina della pasticceria sotto casa. Le torte esposte erano piccoli capolavori, soprattutto quella alle fragole, la sua preferita, con la glassa a specchio rosso vivo, le tre fragoline tagliate a metà e i riccioli di cioccolato a decorazione. L’odore dello zucchero che si espandeva per tutta la via gli faceva venire l’acquolina in bocca. Le mani gli fremevano per la voglia di entrare e comprarsela, ma non se lo era mai potuto permettere, figurarsi adesso che era rimasto senza lavoro.

Quando avesse trovato un lavoro, si promise, quando avesse trovato un nuovo lavoro avrebbe festeggiato con quella torta.

L’appartamento era vuoto, Itadori non era ancora rientrato dalla sala giochi dove lavorava. Megumi si gettò sotto la doccia per lavare via la tensione della giornata, i colloqui gli facevano sempre quell’effetto.

Sentì bussare alla porta. “Ho portato la cena,” gli urlò Itadori. “Sbrigati prima che si freddi.”

Megumi lo raggiunse poco dopo, tamponando i capelli con un asciugamano. Non aveva voglia di asciugarli con il phon, e anche se l’avesse avuta non c’era modo di dare un senso ai suoi capelli.

Itadori stava svuotando la busta del take away sul tavolino da caffè dividendo i contenitori di plastica in due mucchietti ordinati.

“Thailandese,” disse quando lo vide comparire. “Ti ho preso il solito.”

Megumi aprì la bocca per protestare, ma prima che potesse dire qualcosa Itadori lo interruppe. “Offre Sukuna stasera.”

Gli ci era voluto quasi tutto il primo anno trascorso da compagni di dormitorio per capire che quel Sukuna di cui ogni tanto saltava fuori il nome era suo padre. Da quello che Megumi era riuscito a capire, il loro rapporto non era un granché, ma non aveva mai fatto domande. D’altronde, cosa poteva saperne lui che una famiglia non l’aveva mai avuta?

“Ti restituirò tutto,” disse sedendosi al suo posto sul divano.

Itadori gli fece segno di non preoccuparsi.

Aggiunse mentalmente il costo di quella cena al prezzo finale del regalo che avrebbe fatto a Itadori una volta che avesse trovato un lavoro. Erano tre settimane che si occupava lui di pagare la spesa. Da quando il vecchietto del ristorante di ramen in cui Megumi aveva lavorato nell’ultimo anno e mezzo gli aveva detto che chiudeva il ristorante per dedicarsi a fare il nonno a tempo pieno. Se non fosse stato per lui, avrebbe già dovuto lasciare l’appartamento, invece così, almeno per quel mese, era riuscito a pagare l’affitto. Gli restava poco tempo per trovare un altro lavoro.

“Come è andato il colloquio?” chiese Itadori aprendo il contenitore del suo riso. L’odore ananas fritto si sparse per tutto il soggiorno, facendo storcere il naso a Megumi.

“Paga orribile. E cercavano per il turno della mattina, impossibile con le lezioni.”

Perdere le lezioni avrebbe significato perdere la borsa di studio, ed era una cosa che Megumi non poteva permettersi assolutamente.

Itadori annuì comprensivo, continuando a mangiare. “Troverai altro,” disse.

“O posso mettermi a fare il cam-boy.”

Megumi si aspettava che Itadori scoppiasse a ridere, ma quello si limitò a un verso contemplativo.

“Perché no,” disse imperturbabile.

Megumi non sapeva neanche se lo avesse detto seriamente o meno. L’idea lo aveva accarezzato un paio di volte in passato, ma non l’aveva mai preso davvero in considerazione, non abbastanza da andarsi a informare su come funzionasse, almeno.

Itadori riprese a parlare, “Hai un tipo di bellezza che potrebbe piacere sia agli uomini che alle donne.”

Un chicco di riso gli andò di traverso. Era la prima volta che qualcuno diceva una cosa del genere. Forse quello poteva essere il momento giusto per un’altra piccola confessione…

“Non mi interessa piacere alle donne,” Megumi mormorò a voce così bassa che non era sicuro che Itadori l’avesse sentito. Era il peggior coming out che avesse mai fatto, ma era anche l’unico.

Ma Itadori l’aveva sentito e si limitò a scrollare le spalle, “Punta sugli uomini, allora.”

La tranquillità con cui stava prendendo quella conversazione spinse Megumi a considerare l’idea con più serietà di quanto avesse mai fatto.

Se la cosa avesse ingranato ci sarebbero stati numerosi pro. Avrebbe potuto lavorare da casa, e agli orari che preferiva, e non avrebbe più dovuto passare la notte in bianco per rimanere in pari con i corsi.

“Se sei preoccupato per la tua identità puoi usare una maschera,” continuò Itadori. “E— non hai tatuaggi strani, vero?”

Megumi scoppiò a ridere per l’espressione corrucciata sul suo viso. “Nessun tatuaggio strano,” confermò Megumi.

“Bene,” annuì Itadori.

Megumi accantonò il pensiero per tutto il fine settimana e prima che fosse pronto era di nuovo lunedì e tornò al turbinio delle sue giornate — lezioni, pranzo, giri per la città alla ricerca di un lavoro.

Uscì dall’ultima lezione della giornata con la testa già infilata nel telefono. Aveva compilato l’ennesima lista di posti in cui andare a proporsi e stava studiando sulla mappa il percorso migliore per coprirne il più possibile in un solo pomeriggio.

Qualcuno nel corridoio gli venne addosso, il telefono gli sfuggì di mano e cadde a terra con un tonfo sordo. Di scatto, Megumi si chinò a raccoglierlo. Il vetro dello schermo era una ragnatela, e il telefono si era spento.

Megumi alzò lo sguardo e riconobbe subito il ragazzo che l’aveva urtato. Era stato con lui qualche sera prima, a una festa. Aveva le spalle larghe e i capelli chiari, esattamente il suo tipo. Peccato solo si fosse dimostrato estremamente noioso a letto, e quando gli aveva proposto di restare per un secondo round, Megumi gli aveva detto di no e se ne era tornato a casa. Adesso, lo stava guardando dall’alto in basso con aria di superiorità.

Perfetto, pensò Megumi, un altro di quelli con l’ego più grande di lui che non era in grado di accettare un rifiuto. Era ancora più contento di non avergli dato quella seconda possibilità.

Provò a riaccendere il cellulare, ma quello non voleva saperne, restava insensibile a ogni stimolo.

“No, no, no, anche tu no!” disse al suo telefono, come se quello potesse sentirlo, avere pietà di lui e riaccendersi.

Ancora in piedi davanti a lui, il ragazzo sembrò rendersi conto di quello che era successo. Sbiancò. “Io non— volevo solo—”

Megumi si alzò e, senza degnarlo di uno sguardo, lo lasciò lì, in mezzo al corridoio, con delle scuse mezze formate ancora sulle labbra. Non aveva tempo di mettersi a discutere con lui.

Era veramente l’ultima goccia. Megumi era stanco di doversi sbattere in quel modo. Quella storia doveva finire. Avrebbe preso in mano la situazione.

Aveva poco di suo, ma non aveva paura di usarlo.

Arrivato a casa, Megumi si sedette alla scrivania con il suo laptop. Le ricerche lo tennero occupato per l’intero pomeriggio e quando sentì la porta di casa aprirsi pensò che Itadori avesse finito prima il suo turno, poi si rese conto che la stanza si era fatta buia. Era comprensibile che avesse fame.

Uscì dalla sua stanza e trovò Itadori buttato sul divano che giocava con il cellulare. Alzò lo sguardo su di lui.

“Oh, sei a casa. Ti stavo aspettando per cena.”

“Preparo il ramen,” rispose Megumi, dirigendosi verso la cucina. Itadori lo seguì poco dopo e si sedette al tavolo alle sue spalle mentre aspettavano che l’acqua bollisse.

“Ho fatto un po’ di ricerche oggi,” cominciò Megumi. “Sulla cosa del cam-boy.”

Itadori fece un verso per dirgli che stava ascoltando.

“C’è un sito che non sembra male.”

“Hai già creato il profilo?”

“Non ancora.”

Itadori si alzò e prese una bevanda gassata dal frigorifero. Megumi scosse la testa.

“Bevi troppe di quelle schifesse.”

Itadori scrollò le spalle, ma per il resto ignorò il suo commento.

L’acqua bolliva, e Megumi ne versò un po’ nei contenitori del ramen e li appoggiò sul tavolo, classico di fronte a lui e extra condimento di fronte a Itadori. Si sedette al solito posto mentre aspettavano che il ramen fosse pronto.

“La stai prendendo con molta calma.”

“Cosa?” chiese Itadori alzando il coperchio del ramen per vedre a che punto fosse e Megumi gli diede un colpetto sulla mano per farlo smettere.

“Questa storia del cam-boy.”

Itadori si appoggiò allo schienale della sedia. “è un lavoro,” disse. “Ci avevo pensato anche io a farlo per un po’, per non prendere più soldi da Sukuna, ma penso che non renderei bene.”

Megumi cercò di trattenere la sorpresa. Non tanto per il fatto che ci avesse pensato, quando per il fatto che non si fosse sentito abbastanza attraente da andare fino in fondo. Itadori era una delle persone più sicure di sé che avesse mai conosciuto, aveva un fisico invidiabile, e Megumi era convinto che il suo carisma sarebbe passato anche attraverso la telecamera e gli avrebbe fatto guadagnare un buon numero di fan.

“Sono abbastanza sicuro che avresti trovato il tuo pubblico.”

Itadori rise, “Non fa per me. E poi ho scoperto che è divertente spendere i soldi di Sukuna.”

Rimasero per un momento in silenzio, poi Megumi parlò di nuovo.

“E se non funzionasse?”

“Chiudi tutto e torni a cercare lavoro come hai fatto fino adesso,” disse Itadori con serenità. “Fare un tentativo non fa male a nessuno.”

Fare un tentativo… Non l’aveva mai vista in quel modo. Megumi sentì un peso sollevarsi dalle sue spalle. Fare un tentativo non avrebbe fatto male a nessuno.

Megumi sedeva sul letto a gambe incrociate, il laptop aperto davanti a lui.

Aveva finito di compilare il modulo di registrazione e stava controllando per l’ennesima volta i dati inseriti e i termini dell’iscrizione.

Itadori si era rifiutato di aiutarlo a impostare il profilo, non gli importava che Megumi si mettesse fare il cam-boy, ma non voleva sapere di più di quanto non sapesse già. Megumi non poteva dargli torto.

Come foto del profilo, ne aveva scelta una che aveva scattato allo specchio per caso qualche tempo prima, dopo un colloquio, in cui aveva i primi due bottoni della camicia bianca sbottonati. Il suo viso era parzialmente coperto dal telefono, ma il suo fisico longilineo si vedeva bene. Sembrava anche più alto di quanto non fosse in realtà.

Scelse Blessing come nome — banale e pretenzioso al tempo stesso, ma se voleva far funzionare la cosa doveva sparare in alto. E apparire più sicuro di quanto non si sentisse. O almeno, questo era stato uno dei consigli che aveva estratto da Itadori e dalla sua esperienza con i social network.

Il sito dava anche l’opportunità di compilare una lista di desideri dei regali che avrebbe voluto ricevere, Megumi la compilò senza troppa convinzione.

Dopo l’ultimo controllo, diede la conferma. Il suo profilo era ufficialmente online. Tempo qualche minuto, gli arrivò un’email del sito nella quale gli scrivevano che il vibratore che vibrava con le mance che aveva ordinato sarebbe arrivato a casa sua nel giro di ventiquattr’ore, una volta avuto quello avrebbe ufficialmente potuto fare la sua prima live. Aveva passato due giorni a osservare la concorrenza, e ormai aveva una vaga idea di quello che avrebbe dovuto fare, per il resto avrebbe improvvisato.

Per ora, gli restavano solo due cose da fare. Per prima cosa, comprare una maschera. Ne trovò una che copriva solo la parte superiore del volto, di pizzo nero e fu amore a prima vista. Era bellissima, e anche se non copriva interamente il viso avrebbe comunque fatto il suo lavoro. Sarebbe potuta diventare parte della sua immagine. Spese buona parte dei suoi risparmi per comprarla, sperò che ne valesse la pena.

Fatto quello, andò verso il suo armadio e passò in rassegna tutti i suoi vestiti, ne scelse alcuni che gli stavano particolarmente bene e si scattò alcune foto per cominciare a popolare il suo profilo. Si aspettava che si sarebbe sentito a disagio o in imbarazzo, ma la verità era che si sentiva come un adolescente che aspetta di essere da solo in camera per farsi le prime seghe, gli faceva circolare l’eccitazione nelle vene, attratto dall’illeceità di quella situazione.

Avere solo la webcam del computer per scattarsi le foto complicava un po’ le cose, ma per ora doveva farselo andar bene. Finì di scattare le foto e le caricò sul suo profilo.

Adesso era davvero tutto pronto. Non gli restava che aspettare.

Megumi passò la giornata successiva con lo stomaco annodato in attesa dei suoi pacchi. Nel suo petto si alternavano momenti di panico a momenti di esaltazione, era terrorizzato e allo stesso tempo eccitato per quello che stava per fare. E nonostante avesse visto moltissimi streaming in quei giorni, non riusciva proprio ad immaginarsi nei panni di quei ragazzi. Probabilmente non avrebbe avuto nessuno spettatore e nel giro di qualche giorno sarebbe tornato al punto di partenza, ma ormai che aveva messo in funzione la macchina non voleva fermarla.

I suoi pacchi arrivarono nel pomeriggio, insieme a un pacco per Itadori — probabilmente le cuffie antirumore che si era fatto comprare da Sukuna. La maschera era bellissima — valeva la pena provarci anche solo per avere una scusa per indossarla — e adorava come gli stesse addosso.

Quando si avvicinò l’orario deciso, Megumi si chiuse in camera e mise il segnale che lui e Itadori avevano concordato sulla porta della stanza. Mai come in quel momento fu convinto di voler mantenere a tutti i costi quell’appartamento e la privacy che le due camere separate permettevano.

Si mise davanti allo specchio e si tirò indietro i capelli. Indossò la stessa camicia bianca che aveva nella sua immagine del profilo e solo un paio di boxer neri che gli fasciavano il fondoschiena come una seconda pelle. E infine la maschera, legandola bene dietro la testa per evitare che Si sentiva bene, all’altezza di quello che stava per fare.

Si stese sul letto, mise il laptop in posizione e avviò lo streaming. Aveva letto su alcuni forum che aveva consultato che l’inizio poteva essere un po’ lento, e di trovarsi qualcosa da fare, quindi decise di approfittarne per portarsi un po’ avanti con lo studio. Fece attenzione che le sue gambe comparissero nell’inquadratura e che si vedesse quello che stava facendo, magari giocarsi la carta dello studente poteva funzionare.

Si costrinse a tenere gli occhi fissi sul libro, senza guardare in maniera ossessiva quante persone si fossero connesse, ma non riusciva davvero a studiare e si ritrovò a rileggere la stessa frase abbastanza volte da perdere il conto, quindi si limitò a fare finta ancora per un po’.

La chat trillò per i primi messaggi. Megumi aspettò un momento prima di guardare, giusto per fare scena. I primi spettatori erano arrivati. Era il momento di entrare per davvero in scena.

Si tirò su dalla sua posizione e si mise davanti allo schermo, piantando i piedi sul materasso e mostrando le gambe lunghe e le cosce toniche. Anni di corsa gli tornavano utili in quel momento. Aprì appena la bocca e cominciò ad accarezzarsi l’interno coscia, era stato sempre un punto estremamente sensibile per lui, ma a cui nessuno dedicava mai attenzione. E forse quella era la chiave per fare delle live efficaci. Dedicarsi a sé stesso, fare quello che gli piaceva e nessuno sapeva darsi piacere come lui.

Sollevò la testa con fare altezzoso e sorrise arrogante alla telecamera. Gli piaceva l’idea che qualcuno lo stesse guardando, l’idea di tenere qualcuno sulle spine dall’altro lato della webcam. Lo faceva sentire potente in un modo in cui non si era mai sentito prima.

Altre persone si unirono alla live, e i messaggi continuavano ad arrivare sullo schermo. Megumi li leggeva con la coda dell’occhio, ma continuò a muoversi come se non fossero lì. Voleva che aspettassero, ancora per un po’.

La sua erezione cominciò a indurirsi sotto i suoi boxer. Si sollevò la maglietta per mostrare l’addome piatto, la muscolatura allungata e appena visibile. I messaggi si facevano sempre più incalzanti, via la maglietta, via i boxer, mostra quello che hai sotto le mutande.

E Megumi sorrise alla telecamera. “Buonasera,” mormorò. “Cominciate a essere attivi. Mi piace.” Si allungò a prendere il vibratore collegato alle mance che il sito gli aveva mandato e lo mostrò alla telecamera. “Sapete cos’è questo,” disse con lo sguardo fisso nella telecamera. “E sapete come funziona,” aggiunse con un sorriso. “Che ne dite?” A giudicare dai commenti, sapevano cos’era e l’idea che lo usasse piaceva abbastanza.

Megumi tornò alla posizione iniziale, con l’anticipazione che gli dava la pelle d’oca. Sapeva di avere la loro attenzione addosso, lo poteva percepire in ogni fibra del suo essere. Si stava divertendo e si sentiva la testa leggera. Tutti i progetti che aveva fatto, le mosse che si era preparato, sfuggirono dalla sua testa, inebriata da quella situazione.

Si accarezzò l’erezione ormai completamente formata. Lo sguardo gli cadde sul commento di un utente, The King: Levali.

“Volete che me li tolga?” chiese, guardando diretto in camera, come se potesse guardare negli occhi ogni utente che l’aveva scritto. “Fatemelo fare.”

Megumi sentì il suono dell’arrivo di una mancia, poi un’altra. “Molto bene.” Si stese indietro sul letto e sollevò le gambe. Sfilò i boxer facendoli scivolare su, lungo la linea delle cosce e li lanciò via.

Ancora il suono delle mance. A quanto pareva le sue gambe avevano attirato l’attenzione.

Molto bene, scrisse The King.

Nuovi commenti gli suggerivano di aprire le gambe, e Megumi lo fece, lasciando che la camicia coprisse ancora parzialmente la sua erezione.

Nuove mance arrivarono quando cominciò ad accarezzarsi. Sollevò la camicia e la strinse tra i denti, scoprendosi del tutto. Continuò a muovere la mano, e gli sfuggì un gemito soffocato dalla stoffa che teneva tra i denti. Con la mano libera, Megumi scese ad accarezzare la sua apertura ancora morbida. Quel pomeriggio si era fatto una doccia e si era preparato, era anche venuto per aumentare la sua resistenza quella sera.

Tra i messaggi che lo esortavano ad andare avanti e penetrarsi con le dita, spiccava quello di The King. Impaziente.

Megumi sorrise e fissò dritto nella telecamera, come se lo stesse sfidando, quando si penetrò con due dita. Il tintinnio delle mance continuava. Megumi cominciò a pompare con le dita, lasciandosi libero di gemere. Gli scappò un gemito più forte quando le dita toccarono la sua prostata.

Ma non poteva perdersi nel piacere, doveva andare avanti con lo spettacolo. Si allungò verso il vibratore e si penetrò con quello. Un nuovo flusso di mance lo fece vibrare. Era più potente di quanto avesse previsto, e si appoggiava deliziosamente contro la sua prostata, lo lasciava senza fiato. Megumi approfittata della pausa tra una scarica e l’altra per riprendere fiato. Si sporse verso la telecamera per mostrare come il vibratore sparisse nel suo corso e il modo in cui la sua erezione si contraesse a ogni nuova scarica. C’erano persone lì che lo guardavano, che stavano godendo guardandolo e il pensiero che qualcun altro, a distanza, stesse controllando il suo corpo e potesse controllare il suo orgasmo lo eccitava più di quanto avesse mai pensato potesse succedere.

Il piacere gli aveva avvolto l’intero corpo, era quasi al limite.

“Sto per venire,” mormorò alla telecamera. “Chi vuole l’onore?” chiese provocatorio. Nuove mance, ma nessuna di quelle era abbastanza, ognuna lo spingeva solo un po’ più vicino al limite, ma non erano abbastanza.

Poi ne arrivò ancora una, lunga e interminabile, esattamente al posto e al momento giusto, esattamente quando ne aveva bisogno. Megumi venne senza neanche bisogno di toccarsi, e il suo pubblico dovette apprezzare, perché ne arrivarono ancora, spingendolo nel territorio della sovrastimolazione.

Megumi si concesse un momento per riprendere fiato, poi si avvicinò alla telecamera con fare sinuoso e ringraziò tutti quelli che si erano collegati. Chiuse la trasmissione sentendosi più stanco di quanto avesse previsto, dopo aver raggiunto l’orgasmo migliore da un po’ di tempo a quella parte. Forse era più portato per quel lavoro di quanto credesse.

Collassò sul letto. Era sudato e appiccicoso, e avrebbe avuto bisogno di una doccia, ma non era sicuro che le gambe potessero reggere il suo peso in quel momento.

Sullo schermo del suo computer apparve la notifica di un messaggio nella chat del sito. The King gli aveva scritto in privato. Sei interessante, Blessing Benvenuto.

Gli streaming cominciarono a ingranare dopo quella prima sera. Aveva alcuni spettatori regolari di cui aveva memorizzato i nomi, altri andavano e venivano, ma a poco a poco sembrava star riuscendo a costruirsi un nome.

Alcuni avevano anche cominciato a mandargli dei regali. Il sito aveva un sistema che teneva protette le vere identità deli iscritti e tutti i regali venivano controllati prima di essere inoltrati. Per la maggior parte, aveva ricevuto lingerie. Megumi cercava di indossare quello che poteva durante gli stream, facendo attenzione a nominare esplicitamente chiunque gli avesse mandato il regalo, e con quello che non riusciva a far entrare negli streaming si scattava delle foto che caricava nel suo profilo.

The King era sparito dopo quel primo messaggio, ma Megumi lo vedeva quasi sempre online durante i suoi show, e lasciava spesso mance piuttosto generose.

Quella sera, Megumi decise di cominciare a saldare il suo debito nei confronti di Itadori. Non aveva streaming, aveva deciso di lasciarsi i venerdì sera liberi per passare la serata a guardare anime con Itadori. Era un’abitudine che avevano preso dopo essersi trovati come compagni di dormitorio, al primo anno, e che continuava adesso che avevano affittato insieme quell’appartamento. Ordinò la pizza per entrambi, e insieme si buttarono sul divano e misero su una nuova puntata di un anime che avevano cominciato a seguire insieme.

“Come stanno andando gli streaming?” gli chiese improvvisamente Itadori. Era la prima volta che glielo chiedeva esplicitamente.

“Bene,” ammise Megumi. “Non è un modo per arricchirsi, ma guadagno più o meno quanto guadagnavo prima lavorando di meno.”

“Ma ancora niente telefono.”

“Ancora niente telefono,” sospirò Megumi. Era vero, nonostante avesse ripreso a guadagnare, in quel momento, con il pagamento dell’affitto che si avvicinava sempre di più, non poteva permettersi di spendere per un nuovo telefono.

Itadori si mise in bocca un pezzo di pizza. “Hai provato a buttarla lì durante una live? Magari ti danno abbastanza da comprartene uno nuovo.”

Megumi era in conflitto. Da una parte si sentiva un approfittatore a chiedere soldi per un nuovo telefono, dall’altra un cellulare nuovo gli sarebbe davvero servito. Forse aveva ragione Itadori, e forse non c’era niente di male a dirlo. In fondo, stava offrendo i suoi servizi in cambio di soldi, come in un qualunque altro lavoro.

E, onestamente, da quando aveva iniziato, si sentiva molto più in controllo della sua vita. I suoi ritmi di studio erano diventati più umani, non doveva più passare le notti in bianco per studiare senza rimanere indietro. E recuperare ore di sonno lo faceva sentire meno in stato di zombie la mattina, riusciva a seguire meglio le sue lezioni. Non era il lavoro che avrebbe voluto fare per il resto della sua vita, ma per il momento poteva andare.

Adesso che aveva di nuovo i pomeriggi libri stava anche pensando di tornare a correre, finalmente.

“Buonasera,” Megumi cominciò il suo streaming. Adesso che aveva dei regular, i suoi streaming cominciavano con qualche chiacchiera generale. Rendeva il tempo di attesa prima che la situazione si scaldasse più gestibile, e a quanto pare la cosa veniva apprezzate, perché in chat riceveva domande. Megumi rispondeva, stando attento a non rivelare troppo.

“Volevo ringraziarvi per i regali che mi avete mandato. Sono tutti bellissimi, e mi dispiace che non li possiate vedere meglio. Purtroppo il mio telefono si è rotto un po’ di tempo fa, e scattare le foto con la webcam del computer è complicato.”

In chat, qualcuno gli chiese che cosa fosse successo al suo telefono.

Megumi dibatté un momento tra sé che cosa dire, ma alla fine decise di dire la verità. Raccontò di essere stato a letto con un ragazzo, e che quando si era rifiutato di dargli una seconda opportunità quello non l’aveva presa bene, l’aveva urtato nei corridoi dell’università e glielo aveva fatto cadere. Quella storia aveva il vantaggio di essere abbastanza generica da poter essere reale o inventata, e fu un ottimo ponte per passare alla fase successiva della sua live. Passò a parlare di quanto fosse stato noioso, delle sue fantasie e desideri.

Nel corso dello stream di quella sera, Megumi ebbe la sensazione che le mance fossero più consistenti del solito. Forse davvero si sarebbe potuto comprare un nuovo telefono e riaprire i suoi contatti con il mondo.

Il nuovo pacco dal sito arrivò un paio di giorni dopo. Era sempre un momento eccitante, quando riceveva un nuovo pacco, e una parte di lui non riusciva a credere che ci fossero persone che davvero volevano regalargli delle cose. Non aveva mai ricevuto regali, neanche ai compleanni. Il massimo che riusciva a ottenere, all’orfanotrofio, era la torta alle fragole e le candeline.

Megumi si sedette sul divano, approfittando di essere a casa da solo, e aprì il pacco con tutta calma. All’interno, trovò un paio di discutibili completini intimi — chi poteva pensare che avrebbe mai indossato della lingerie leopardata fucsia era un mistero; aveva ricevuto anche un paio dei vibratori che aveva messo nella lista dei desideri senza troppa fiducia. Ma c’era anche qualcos’altro. A ogni oggetto, era allegato un biglietto che ne indicava il mittente, qualcuno aveva anche scritto un paio di righe per accompagnare il regalo.

Allungò la mano dentro il pacco e ne tirò fuori una scatolina che inizialmente non riuscì ad identificare. Il biglietto indicava The King come mittente, e Megumi sgranò gli occhi quando vide che cosa fosse.

Un telefono nuovo.

Non era un grande esperto di nuove tecnologie, ma sembrava anche un modello piuttosto recente. Aprì la scatola con cautela. Il telefono all’interno era splendido, dallo schermo grande, un modello decisamente più moderno del suo.

Megumi andò in camera sua e aprì il sito suo computer. Aprì i messaggi privati e li scorse fino a trovare quel primo messaggio che aveva ricevuto e a cui non aveva neanche risposto.

Mi hai mandato un telefono, scrisse.

Forse avrebbe dovuto aggiungere qualcosa, mantenere il suo personaggio anche in quel messaggio, ma in quel momento si sentiva ancora troppo sbalordito che uno sconosciuto avesse pensato di mandargli un telefono nuovo.

Si aspettava di non ricevere risposta fino a sera, ma la risposta arrivò prima del previsto.

Hai detto che il tuo è rotto. Era tutta una scusa?

Megumi rispose subito. No, il mio telefono è davvero rotto. Solo non pensavo di riceverne uno.

Ti dispiace?

Non sono sicuro di poter accettare.

Allora fai una cosa per me.

Megumi guardò confuso il messaggio. Non ho intenzione di dare dati personali.

Bravo ragazzo.

Quella risposta lo confuse ancora di più. The King scrisse ancora. Ne ho scelto uno con una buona fotocamera. Scattati delle foto decenti, quelle che hai adesso sul tuo profilo sono tremende.

Finché è solo questo, lo farò.

Non ti farei mai del male, Blessing.

-

Megumi trascorse il pomeriggio a scattare e caricare le nuove foto per il suo profilo. Quella sera ricevette un nuovo messaggio da The King.

Arancione? Davvero?

Megumi scoppiò a ridere. Tra i completini che aveva ricevuto, ne aveva ricevuto anche uno di pizzo arancione. Gli stava veramente male, ma aveva promesso di fare foto con tutto quello che avrebbe ricevuto, e quindi aveva scattato e caricato anche una foto con quello, sperava che passasse inosservato tra le altre foto.

Non è il mio colore? Rispose Megumi.

Assolutamente no.

E con che colore starei bene?

Verde scuro.

“Con chi parli?” lo interruppe Itadori sedendosi accanto a lui sul divano.

Ne terrò conto, scrisse Megumi, e spense lo schermo del suo telefono.

“Con il tizio che mi ha mandato il telofono,” rispose mostrandolo a Itadori.

“Wow!” Itadori gli strappò il telefono di mano e cominciò a giocarci. “Questo modello è appena uscito,” e si lanciò nella spiegazione delle specifiche tecniche del modello che Megumi non stette ad ascoltare.

Megumi ricevette la camicia due giorni dopo. Una camicia verde scuro, di un tessuto liscio e setoso sulla pelle, niente a che vedere con le camicie che aveva indossato fino a quel momento. Il mittente era, ancora una volta, The King. E aveva avuto ragione. Quel colore gli donava molto, e Megumi adorava come gli stesse addosso. Aveva anche indovinato la taglia, assolutamente perfetta per lui. Gli fasciava il corpo come una seconda pelle.

Andò in camera sua, indossò la maschera e si mise davanti allo specchio a figura intera. Si scattò una foto in cui si vedesse bene la camicia e anche il fatto che stesse scattando la foto con il telefono che gli aveva mandato.

Avrebbe dovuto caricare la foto sul profilo, ma c’era qualcosa di stranamente intimo in quel regalo e Megumi si sentiva di non volerlo condividere pubblicamente, non ancora. Aprì la chat con The King e mandò la foto solamente a lui, senza aggiungere altro.

Staresti bene nel mio ufficio, gli rispose The King.

Non era esattamente quello che si aspettava. La maggior parte delle volte, quando qualcuno avviava una chat privata con lui, parlava di camera da letto. Era una piacevole variazione.

Ufficio?

The King rispose con una foto. Sembrava seduto su una sedia d’ufficio, con giacca, cravatta e camicia bianca. Sembrava abbastanza giovanile come look, e sembrava avere il petto largo. E quel look… era interessante. The King scrisse ancora.

Se me li portassi tu invece della mia segretaria i documenti mi sembrerebbero meno noiosi.

Megumi sorrise alla chat. Non male. Ne voleva di più. E mi lasceresti andar via?

Non è facile. Se andassi via potrei guardarti il culo, ma non mi dispiacerebbe tenerti sotto la mia scrivania, a mia disposizione.

Oh, la conversazione stava prendendo una piega interessante. Non era la prima volta che faceva un po’ di fan service nei messaggi privati, ma questa volta Megumi non riusciva a sentirsi distaccato. Le cose che quell’uomo diceva gli facevano stringere lo stomaco. Lo eccitava che fosse un uomo che lavorava in ufficio, vestito quell’uomo. Dava un’idea di potere, e Megumi forse doveva scendere a patti con il fatto che avesse un po’ un problema con il potere. Le eccitava, e lo eccitava far eccitare uomini così. Lo eccitava l’idea di sottomettersi a uomini così.

Sono piuttosto flessibile, entrerei facilmente sotto la scrivania, scrisse.

La risposta di The King si fece attendere un po’ di più. Sono in riunione, e sto detestando ogni secondo. Vorrei essere nel mio ufficio e poter leggere i tuoi messaggi da solo.

E i tuoi colleghi cosa pensano?

Che ho smesso di parlare perché sto ricevendo messaggi importanti.

L’aura di potere che quell’uomo emanava allora era giustificata.

Torna alla tua riunione, possiamo riprendere questa conversazione più tardi.

The King non rispose, ma Megumi non aveva tempo per pensarci. Doveva prepararsi per lo streaming.

Megumi tornò a casa dall’allenamento e si fece una doccia. Quella sera era di riposo. Da quando aveva di nuovo i pomeriggi liberi era tornato a correre e solo adesso che aveva ricominciato si era reso conto di quanto gli fosse mancata quella sensazione. Non sentire nient’altro che il vento e la pista sotto i piedi, la sensazione di correre lontano da tutto ciò che lo preoccupava, e a distanza i suoi problemi sembravano meno pesanti, più gestibili.

Era ancora lontano dai suoi tempi del liceo, ma non andava così male come temeva. Il suo corpo stava reagendo bene agli allenamenti, e il suo corpo si stava asciugando in fretta in quei punti in cui un anno di inattività l’aveva ammorbidito.

I suoi spettatori non avevano tardato a notare il cambiamento nel suo corpo. Avevano fatto domande, e Megumi aveva spiegato che era finalmente tornato a correre e aveva detto di quanto gli fosse mancato. La storia sembrava aver commosso i suoi spettatori, perché quella sera le mance erano state ottime.

Sul tavolino da caffè, trovò un pacchetto proveniente dal sito. Itadori era a lavoro e Megumi lo aprì sul divano.

Quella volta, dentro ci trovò un fit bit, perfettamente compatibile con il suo telefono. Ancora una volta da The King.

Megumi prese il telefono per mandargli una foto del suo polso con il fit bit. Lui ricambiò con una foto del suo braccio con lo stesso fitbit, scrivendogli che funzionava bene. Aveva un bel braccio, grosso e muscoloso. I frammenti che Megumi aveva di quell’uomo ormai componevano un’immagine sempre più allettante, e qualche volta quella figura senza volto era entrato nelle sue fantasie, ma non voleva ammetterlo.

Nella scatola c’era qualcos’altro. Megumi guardò un attimo il disegno sulla scatola, senza capire esattamente che cosa fosse. Sembrava un dildo anale attaccato a un pennello per il trucco. Aprì la scatola e studiò meglio il prodotto. Gli ci volle un po’, ma capì che quella cosa doveva essere una coda da coniglio di un rosa pastello. Era carina, molto carina, e decise di usarla nello streaming dell’indomani. Certo, si sarebbe dovuto ingegnare per usare il vibratore delle mance, o poteva non usarlo e fare qualcosa di diverso. Aveva un po’ di cose da fare.

Lo streaming era stato un successo. Tutti i suoi spettatori avevano adorato la coda da coniglio e le mance lo avevano dimostrato. Megumi era veramente soddisfatto.

Non male, gli scrisse The King dopo la live. Mi piacerebbe averti come animaletto a casa, ad aspettare il mio ritorno a casa.

Megumi sentì la ormai familiare stretta di eccitazione allo stomaco.

Vorresti che ti saltassi addosso quando ritorni a casa?

Vorrei metterti un collare per far sapere a tutti che sei mio, tenerti inginocchiato sotto la mia scrivania mentre lavoro e farti tutto ciò che desidero quando finisco.

Mi piace come suona.

Ah sì? Ti piace l’idea di avere un uomo più grande che ti comanda, che ti dice quello che devi fare?

Più di quanto credessi.

Ti metterei un collare, per far sapere a tutti che sei mio.

Mi piacerebbe.

La conversazione si stava scaldando, ma in quel momento The King mise un freno.

Buonanotte, Blessing, scrisse.

Megumi non sapeva se essere deluso o sollevato.

Megumi si stava preparando per andare a una festa a cui l’aveva invitato Itadori. Aveva indossato la camicia che gli aveva regalato The King perché adorava come gli stesse.

Itadori bussò alla sua porta. “Pronto?”

“Quasi”

“C’è un pacco per te,” glielo lasciò sul letto e uscì dalla stanza.

Stavolta il pacco era piccolo. Megumi lo aprì e dentro c’era solo una cosa. Era un bracciale, da The King. E, questa volta, aveva allegato un biglietto.

“Non sarà un collare, ma per ora può andare.”

Megumi lo indossò immediatamente.

C’era un ragno sul soffitto. Megumi lo guardava camminare avanti, poi indietro e poi di nuovo in avanti. 

La porta della camera si chiuse, e Megumi scattò in piedi e cominciò a raccogliere i propri vestiti sparsi in giro. Quella scopata è stata una perdita di tempo. Per tutto il tempo, mentre quel tizio si dimenava sopra di lui, la sua mente tornava a The King. Era sempre così con i ragazzi della sua età, e Megumi era stanco di annoiarsi in quel modo. E lo era ancora di più adesso, che con il suo nuovo lavoro aveva imparato a capire che cosa gli piacesse e che cosa meno.

Sgattaiolò via mentre il ragazzo era ancora sotto la doccia e tornò a casa ancora mezzo brillo.

Prese in mano il telefono e mandò un messaggio a The King.

Mi hai rovinato la serata.

Buonasera, Blessing. Vuoi dirmi che succede?

Megumi gli mandò una foto del proprio polso, dove il bracciale riposava accanto al Fitbit. Che cos’è questo?

Un regalo.

Megumi prese fiato prima di rispondere. Sono stato a letto con un ragazzo questa sera. Ho pensato a te tutto il tempo.

Fammi indovinare. Lui ci ha provato tutta la sera, è stato carino con te, molto carino, troppo. Tu volevi che ti prendesse, ti ordinasse cosa fare, ti comandasse a bacchetta.

Sì.

E adesso vorresti che lo facessi io? Dirti cosa fare?

Sì.

Allora sdraiati comodo.

I messaggi di The King continuarono ad arrivare, descrivevano esattamente che cosa avrebbe fatto a Megumi se fosse stato lì, sempre più nel dettaglio. E Megumi adorava ogni momento.

Venne con un gemito strozzato e scrisse un rapido Buonanotte.

Non c’era modo di tornare indietro dopo una cosa del genere, ma adesso non voleva pensarci.

Megumi uscì dal negozio soddisfatto del suo acquisto. Era da tempo che Itadori voleva quel videogioco, e lui si era ripromesso che gli avrebbe fatto un regalo degno di questo nome quando finalmente avesse trovato un lavoro. Non solo per i soldi che gli aveva prestato, ma anche per il supporto che gli aveva dimostrato.

La metà del mese era arrivata, e con quella il giorno in cui avrebbe dovuto pagare l’affitto. Megumi aveva fatto il proprio versamento, e era rimasto sconvolto quando si era reso conto che sul suo conto restavano effettivamente dei soldi a disposizione.

Di ritorno dalle lezioni passò davanti alla pasticceria del quartiere. Ci passava ogni mattina e guardava i dolci esposti in vetrina sentendo l’acquolina in bocca. Ogni giorno passando il profumo dello zucchero riempiva la via, gli faceva venire veramente voglia di entrare lì e comrparsi qualcosa, ma non se lo era mai potuto permettere. Quella pasticceria era nota per essere una delle più famose della città, e i dolci erano piuttosto cari, e Megumi non aveva mai avuto soldi extra da poter spendere in dolci.

Eccetto che quel giorno ce li aveva. L’illuminazione lo colpì all’improvviso.

Di istituto entrò e comprò una torta alla fragola, la sua preferita. L’ultima volta che l’aveva mangiata gliel'avevano fatta per i suoi quindici anni, all’ultimo compleanno in cui suo padre si era degnato di essere presente. Era stato lui a scegliere la torta, sapendo quale fosse la preferita di Megumi.

Quella sera la mangiò con Itadori, godendosi i frutti del proprio lavoro. 

Forse la vita universitaria non sarebbe poi stata così male. 





voglie

Mar. 29th, 2023 04:00 pm
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Titolo: voglie

Fandom: Jujutsu Kaisen

Parole: 300

Rating: safe

Warning: mpreg



Sukuna si svegliò nel bel mezzo della notte. Ci mise un momento a capire che cosa l'avesse svegliato. Megumi gli stava scuotendo una spalla.

Sukuna scattò in piedi: era finalmente il momento? Ma Megumi non sembrava essere sofferente, solo infastidito.

Sukuna lo circondò con le braccia, la pancia sporgente di Megumi premeva contro di lui ed era la sensazione più bella che avesse mai provato. La gravidanza era quasi al termine, e lui già cominciava a sentirne la mancanza, anche se era eccitato per quanto sarebbe venuto dopo.

"Stai bene?" Chiese con la voce carica di sonno.

"Non riesco a dormire," rispose Megumi.

"Posso fare qualcosa?"

"Voglio il gelato."

Sukuna gelò, "Gelato?"

Megumi annuì, "Alle fragole."

"Gelato alle fragole," ripetè Sukuna.

Dove diavolo lo trovava il gelato alle fragole alle -- lanciò un'occhiata alla sveglia sul comodino -- tre del mattino in pieno inverno?

"Vedrò cosa posso fare," disse.

Si alzò dal letto, indossò il giubbotto sopra il pigiama, afferrò le chiavi della macchina e uscì di casa. Seduto in macchina, fece una rapida ricerca dei supermercati aperti tutta la notte e ne trovò uno a pochi chilometri di distanza. Mise in moto, raggiunse il supermercato e lì il reparto surgelati. C'erano varie vaschette di gelato, Sukuna ne prese una alla fragola e, tanto per essere sicuro, un paio di altri gusti.

Tornò a casa soddisfatto: era riuscito a fare quella cosa per il suo compagno.

Entrò piano nell'appartamento, tolse la giacca e si diresse in camera da letto con le vaschetta del gelato alla fragola e un cucchiaio. 

Megumi si era addormentato stretto al cuscino di Sukuna, e sembrava dormire così bene. Sukuna avrebbe voluto arrabbiarsi, ma non ci riuscì. Rispose il gelato nel congelatore tornò a stendersi accanto al suo compagno e al loro futuro bambino.


greed

Mar. 14th, 2023 09:27 pm
chasing_medea: (Default)
 

Titolo: Greed

Fandom: Jujutsu Kaisen

Missione: M4 – Tutti dentro

Parole: 3189

Rating: nsfw



Megumi raggiunse il cinema con il fiatone. “Eccomi!”

Yuuji lo stava aspettando lì davanti, il suo viso si illuminò non appena lo vide. “Respira,” gli disse avvicinandosi con un sorriso. “Ho già preso i biglietti.” Salutò Megumi con un bacio sulle labbra e una veloce (annusata) al collo. 

Megumi si paralizzò per un momento, il suo cuore saltò un battito. Si era fatto la doccia prima di venire, ma era di fretta. E se non fosse stato abbastanza? Ma Yuuji non sembrò notare nulla di fuori dall’ordinario. 

“Grazie,” disse Megumi avviandosi. “Che cosa vediamo?”

Yuuji aprì la porta per lui. “C’è quel film di fantascienza di cui mi avevi parlato, ti va bene?”

Ne avevano parlato quasi due mesi prima, quando ancora non avevano cominciato a frequentarsi. L’omega di Megumi era soddisfatto che l’alpha si fosse ricordato.

Trovarono i loro posti, e come Megumi si sedette sentì dello sperma colare da dentro di lui. Il sangue gli si gelò nelle vene: la doccia non era stata sufficiente. L’odore di sesso doveva ancora essere tutto intorno a lui, era un miracolo che Yuuji non se ne fosse accorto. O forse era talmente abituato all’odore di suo fratello da non accorgersene?

Le luci si spensero e cominciarono i trailer. Subito il naso di Yuuji trovò il suo collo, ma presto si tirò indietro. 

“Stai indossando i cerotti,” disse curioso.

“Il mio calore si sta avvicinando,” spiegò, sperando che non facesse altre domande. Quella era un vaso di Pandora che per ora non voleva aprire. 

Yuuji annuì, “Ha senso.” Si avvicinò di nuovo, “Vorrei comunque sentire il tuo odore.”

“Lo vorrei anche io,” Megumi voltò la testa abbastanza da baciarlo. Gli piaceva il modo di baciare di Yuuji, gentile ma che non lasciava scampo, bruciante nella sua intensità. 

Megumi sospirò nel bacio, spingendo la lingua nella bocca di Yuuji, mentre sentiva il desiderio che cresceva dentro di lui. Con il suo calore che si avvicinava, ogni minimo contatto era sufficiente a mandarlo a fuoco, sentiva già l’intimo che si inumidiva e ringraziò mentalmente il sé stesso di qualche ora prima che aveva pensato di mettere i cerotti. Voleva sentire quelle labbra, quella bocca ovunque sulla sua pelle. 

Yuuji ridacchiò e interruppe il bacio. “Non è il posto adatto,” disse lanciandosi un’occhiata intorno con il volto arrossato. Gli prese la mano, intrecciò le loro dita e se le appoggiò sulla coscia. 

Megumi si appoggiò allo schienale e mise il broncio. Era bagnato ed eccitato, e le sue ghiandole gonfie prudevano sotto i cerotti. Il film non gli interessava più, voleva solo trascinare Yuuji nel bagno, mettersi in ginocchio e… No, non doveva pensarci. Già così era abbastanza difficile. 

Il film cominciò, e Megumi si guardò intorno. La sala era quasi vuota, nella loro fila erano da soli e le sue mani prudevano per la voglia di toccare Yuuji un po’ di più, di sentirlo sotto la pelle. Lentamente sciolse l’intreccio delle loro dita e mosse la mano più su lungo la coscia di Yuuji, fino a sfiorare il suo inguine. 

Il respiro di Yuuji si fece più pesante, ma non fermò la sua mano e Megumi la prese come un’autorizzazione a continuare. Con il mignolo, cominciò ad accarezzare l’erezione di Yuuji, che cominciò a ingrossarsi e indurirsi sotto il suo tocco. 

“Megumi,” Yuuji mormorò a denti stretti, ma ancora non lo fermava.

Megumi passò ad accarezzarlo con il palmo della mano, mentre Yuuji guardava freneticamente a destra e sinistra, ma Megumi aveva già calcolato i rischi. Le uniche altre persone nella sala erano nelle file davanti a loro, e se anche Yuuji si fosse fatto scappare qualche suono probabilmente sarebbe stato ingoiato dai rumori del film. 

Megumi aprì i bottoni dei jeans di Yuuji e ci infilò la mano dentro, Yuuji si morse le labbra per ingoiare un gemito e una nuova vampata avvolse il corpo di Megumi a sentirlo. 

La pelle di Yuuji era soffice e calda, e alla base c’era un accenno di rigonfiamento dove il nodo si sarebbe formato durante un calore, e Megumi aveva l’acquolina in bocca. Se non fossero stati in un cinema, sarebbe già stato sulle ginocchia, ma si sarebbe fatto bastare questo per il momento. 

Megumi cominciò a muovere la mano lentamente, come sapeva che Yuuji preferiva — sempre un fan del sesso lento, del fare Megumi a pezzi per poi rimetterlo insieme come se fosse fatto di creta. Megumi passò il pollice sulla sua fessura, e il respiro di Yuuji si fece ansimante, e lo nascose nel collo di Megumi, leccando e mordendo la pelle sottile del collo e Megumi dovette trattenere un gemito. Avrebbe sicuramente lasciato un segno, ma Megumi non riusciva a preoccuparsene al momento. Si sentiva la pelle bollente, le sue mutande erano ormai zuppe e gli sarebbe bastato sfiorarsi da sopra i pantaloni per venire anche lui. 

Continuò con lo stesso ritmo, sentendo il modo in cui il piacere cresceva in Yuuji nel modo in cui il suo corpo si tendeva, nel suo cercare il piacere e costringersi a restare fermo al suo posto allo stesso tempo. 

“Ci sono quasi,” mormorò Yuuji tra i sospiri.

Megumi lo baciò sulla guancia e accelerò appena il ritmo, sentì Yuuji tendersi e poi rovesciarsi nella sua mano e nelle sue stesse mutande. Yuuji rimase fermo per un momento, ansimante e con il volto nascosto nel collo di Megumi, poi scattò su. 

“Fazzoletti!” Urlò in un sussurro, e cercò nella tasca della sua giacca abbandonata sulla poltrona accanto.

“Ce li ho io,” disse Megumi passandogliene uno.

“Non ci vengo più al cinema con te,” disse Yuuji abbandonandosi, soddisfatto e rilassato, sulla poltrona.

Megumi sorrise, “Sì, lo farai.”

“Sì,” si finse scontento Yuuji. “Lo farò.”


“Non so perché, ma non ci ho capito granché del film,” Yuuji disse non appena uscirono dalla sala.

“Forse avresti dovuto stare più attento.”

“Sì, ma un certo punto c’erano troppe distrazioni.”

Megumi rise. Rimasero fermi davanti all’uscita per un momento. Megumi non voleva tornare a casa, gli piaceva passare il tempo con Yuuji, ma Yuuji doveva andare a lavoro e Megumi il giorno dopo aveva lezione alla prima ora. 

“Senti,” cominciò Yuuji. “Il prossimo fine settimana mio fratello è fuori città per lavoro. Ti andrebbe di venire a casa? Ci vediamo un film, e puoi restare a dormire.”

Megumi ci pensò un attimo. Sarebbe stato molto vicino al suo calore, ma tra la sua coinquilina e il fratello di Yuuji non avevano mai davvero modo di stare insieme con calma. “Mi piacerebbe molto.”


Megumi entrò nella doccia, sotto il getto d’acqua bollente. Era ingiusto che un hotel a ore avesse una doccia migliore di quella che lui si poteva permettere a casa. Si sentiva le gambe molli, il corpo totalmente rilassato. 

Sukuna lo raggiunse e lo strinse da dietro, gli appoggiò il naso sul collo.

“Hai un buon odore. Così dolce da perdere la testa.”

“Il mio calore si sta avvicinando,” spiegò Megumi. Non aveva intenzione di dare altre spiegazioni. Mancava circa una settimana all’arrivo del suo calore e lui ancora non aveva deciso a chi chiedere di trascorrerlo con lui, se a Yuuji o a Sukuna.

Sukuna cominciò a baciargli il collo, passando la lingua sulle sue ghiandole. “Dolcissimo. Mi fa venire voglia di morderti.”

Nonostante fosse esausto, Megumi sentì il suo corpo cominciare a reagire. E gli piaceva l’idea che a Sukuna piacesse il suo odore. Gli scappò un gemito, “Ancora?”

“Mh-mh,” Sukuna gli mordicchiò il lobo dell’orecchio. “Devo fare scorta. Questo fine settimana sono fuori città per lavoro e dobbiamo saltare l’appuntamento della domenica.”

“Lo so,” mugolò Megumi. 

“E come lo sai?” lo stuzzicò Sukuna, stringendogli le mani intorno alla vita. 

Megumi sbiancò. Non poteva certo dire a Sukuna che proprio pensava di passare la domenica chiuso in casa con suo fratello. 

“Devi avermelo detto prima,” rispose Megumi tenendosi sul vago.

“Può essere,” rispose Sukuna. La sua mano risalì sul petto di Megumi, gli prese un capezzolo tra la punta delle dita e cominciò a stuzzicarlo. La sua erezione premeva contro la schiena di Megumi.

“Non penso di poterlo fare di nuovo,” mugolò Megumi. Gli faceva male tutto. Gli ormoni impazziti prima del ciclo lo eccitavano più del solito, ma il suo corpo non era ancora in calore e ne pagava le conseguenze.

“Chiudi le gambe,” mormorò Sukuna.

Megumi obbedì. Sukuna si infilò nello spazio tra le sue cosce, e cominciò a spingere come se fosse dentro di lui. La frizione era deliziosa e sui punti giusti, Megumi allungò una mano e si aggrappò alla nuca di Sukuna, mentre i suoi gemiti rimbombavano contro le piastrelle bianche della doccia. 

Le spinte di Sukuna si fecero sempre più vigorose e Megumi venne tremando. Se Sukuna non fosse stato tutto intorno a lui sarebbe crollato sul pavimento, ma Sukuna lo tenne e continuò a spingersi contro di lui come se fosse una bambola senza volontà. Megumi mugolò per la sovrastimolazione, era delizioso e faceva male allo stesso tempo, e odiava ammettere che adorava essere usato in quel modo. 

Sukuna venne tra le sue gambe, poi con calma e delicatezza Sukuna aiutò Megumi a lavarsi, lo avvolse in un asciugamano e lo portò in braccio fino al letto. 

“Puoi riposare per un po’ se vuoi, io devo andare a lavoro.”

Megumi annuì, era soddisfatto, al caldo, pulito e si sentiva talmente appagato che aveva voglia di fare le fusa. Sukuna gli lasciò un bacio sulla fronte e andò verso la porta. Megumi si addormentò prima che la porta si chiudesse. 


Megumi suonò il campanello e aspetto. Si tolse il cappello e si passò una mano tra i capelli per cercare di calmare lo stomaco annodato.

Non era mai stato lì prima, nella casa in cui vivevano entrambi i suoi alpha. 

Gli alpha. Non sono miei.

Yuuji aprì la porta e lo fece entrare con un sorriso. L’appartamento non era grande — dopo un breve corridoio, un muretto divisorio separava la cucina dal salotto — ma l’odore… gli faceva girare la testa. Gli odori intrecciati di Yuuji e Sukuna permeavano ogni angolo della casa, circondavano Megumi come una coperta calda. Gli faceva venire voglia di fare le fusa.

L’odore si faceva più forte man mano che si addentrava nell’appartamento. La sua mente cominciò a proiettare immagini di come sarebbe stato trascorrere il suo calore con entrambi quegli odori intorno a lui, i corpi di entrambi gli alpha che lo circondavano. Si sforzò di rimettere i suoi pensieri in riga prima che il suo corpo potesse reagire – diamine, non vedeva l’ora che il suo calore fosse bello e finito, non ne poteva più di essere costantemente eccitato. Ma non aveva alcuna intenzione di trascorrerlo da solo, e ancora non aveva preso una decisione. Doveva farlo, e presto, ma non ci riusciva. Li voleva entrambi. 

Yuuji aveva preparato la cena, e dopo mangiato si andarono a sedere sul divano. Yuuji mise su un film e coprì entrambi con una coperta. Il corpo di Yuuji era così caldo accanto al suo che Megumi non aveva davvero bisogno della coperta, ma era bello essere seduti così vicini. Megumi si accoccolò meglio contro il suo petto, e Yuuji gli passò un braccio intorno alle spalle. Lo baciò.

Presto il bacio si scaldò. Megumi non voleva smettere, e stavolta non doveva farlo. Si spinse sopra a Yuuji e gli si mise a cavalcioni, cominciò a strusciarsi e sentì Yuuji crescere nei pantaloni. A Megumi scappò un gemito quando Yuuji gli morse il labbro. 

Megumi chiuse gli occhi e si aggrappò alle sue spalle, continuando a muoversi sopra di lui. Yuuji gli sfilò la maglietta e gli mise le mani sul sedere e se lo spinse ancora di più addosso, spingendosi verso l’alto per aumentare la frizione. Megumi era così bagnato che aveva paura di essersi macchiato i pantaloni.

Yuuji gli infilò le mani sotto la maglietta e lo afferrò per i fianchi. C’erano troppi vestiti per i gusti di Megumi, doveva toglierli e subito. Afferrò l’orlo della maglietta di Yuuji e gliel’avrebbe strappata di dosso se avesse potuto. Yuuji rise e accompagnò il movimento. 

Megumi seguì il movimento con lo sguardo, poi alzò lo sguardo verso la cucina e si bloccò. Il sangue gli si gelò nelle vene.

Sukuna era lì, appoggiato al muretto divisorio, e li stava guardando con attenzione. Megumi voleva muoversi, scendere da Yuuji, spiegare, dire qualcosa, qualunque cosa, ma non riusciva a muoversi, il cuore gli batteva all’impazzata nel petto.

“Non fermatevi per me,” li stuzzicò Sukuna.

“Che succede?” chiese Yuuji, poi si voltò e vide Sukuna. “Non sei più partito?” gli chiese. Le sue mani erano ancora sul sedere di Megumi. 

“Il mio cliente si è rotto una gamba, farà il discorso online da casa domani,” spiegò Sukuna.

Megumi era senza parole. Come potevano parlare come se nulla fosse? Il suo respiro si fece corto. 

“Penso che il nostro Blessing qui stia dando di matto,” disse Sukuna con un sorriso.

Nostro. Gli piaceva come suonava, non avrebbe dovuto, ma gli piaceva. 

La mano di Yuuji scattò sulla schiena di Megumi e cominciò a muoversi su e giù con fare rassicurante. “Va tutto bene,” disse.

“Sì, sweetheart,” Sukuna si avvicinò al divano e accarezzò la guancia di Megumi. “Pensavi davvero che non lo sapessimo? Avevi addosso l’odore di mio fratello quando ti ho conosciuto, e non ha mai smesso.”

Baciò Megumi, e Megumi si sciolse nel bacio mentre sentiva ancora le mani di Yuuji che gli circondavano il corpo. Era perfetto, era esattamente quello che voleva.

Sukuna si staccò da Megumi, poi si chinò su Yuuji e baciò anche lui. Yuuji staccò una mano dal fianco di Megumi e la portò alla nuca di Sukuna per tirarselo ancora di più addosso.

Dalla sua posizione, Megumi vedeva tutto. L’abbandono sul volto di Yuuji, la familiarità di chi lo aveva già fatto innumerevoli prima. Megumi avrebbe dovuto essere inorridito, ma era la singola cosa più sporca e eccitante che avesse mai visto in vita sua e il suo corpo reagì. Il calore lo invase da dentro. Non riusciva a ricordare di essere mai stato così bagnato in vita sua.

“Hai visto?” disse Sukuna sulle labbra di Yuuji. “Ti avevo detto che avrebbe apprezzato.”

“Non puoi biasimarmi se ero nervoso.”

Sukuna si tirò indietro. “Vi ho interrotto abbastanza,” si andò a sedere sulla poltrona libera. “Adesso non preoccupatevi di me e continuate pure quello che stavate facendo.”

Yuuji riportò la sua attenzione su Megumi, che ancora bloccato non riusciva a muoversi. E allo stesso tempo si sentiva come se stesse per esplodere. Il calore dentro di lui si era fatto insopportabile, la sua mente era offuscata, sapeva solo che non voleva che le mani di Yuuji si staccassero da lui.

“Diamine,” disse Yuuji, nascondendo il naso nel collo di Megumi. Poi lo prese per le spalle e lo spinse indietro. “Sei in calore.”

Megumi spalancò gli occhi. “E’ troppo presto…” possibile che gli eventi gli avessero scatenato il calore in anticipo? 

Yuuji aveva il viso serio quando gli chiese, “Vuoi andare a casa? Posso chiamarti un taxi…” guardò dietro le spalle di Megumi a Sukuna, come se stessero avendo una conversazione silenziosa.

Megumi scosse la testa. Parlare era complicato, ma aveva bisogno di dire questa cosa prima di perdere completamente la lucidità. “Volevo chiedervelo,” mormora. “Ma non volevo scegliere.”

“Non c’è bisogno di farlo adesso,” arrivò dalle sue spalle la voce di Sukuna. “Siamo entrambi qui.”

Megumi fece le fusa mentre l’odore dei due alpha lo circondava. Poteva sentire la loro eccitazione mescolarsi alla sua, e sentì il suo omega rilassarsi. I suoi alpha si prenderanno cura di lui.

Yuuji riprese a baciarlo, il suo odore si era fatto denso e speziato per l’eccitazione e Megumi gemette nel bacio. 

“Mi piace quanto sei sensibile,” commentò Yuuji passando a baciargli il collo. Gli passò la lingua sulle ghiandole e una nuova vampata di calore avvolse Megumi, che tremò tra le braccia di Yuuji.

“Hai mai provato a leccarlo?” intervenne Sukuna dalla poltrona.

Megumi sospirò solo all’idea, e questo sembrò catturare l’interesse di Yuuji. 

“Mi sembra un buon momento per cominciare.”

Yuuji lo fece stendere sul divano, Megumi si fece guidare come una bambola. Si sentiva creta tra le sue mani, e l’odore di Sukuna che lo circondava lo rassicurava che entrambi erano lì per lui.

Lentamente, Yuuji gli sfilò i pantaloni. In un momento di lucidità, Megumi provò a coprirsi, imbarazzato per quanto fosse bagnato, ma Yuuji gli spostò le mani e gli sfilò le mutande. Si stese in mezzo alle sue gambe e affondò la lingua in lui, tra le sue pieghe, passò la punta sul clitoride e Megumi inarcò la schiena contro il divano. 

Megumi lanciò un’occhiata a Sukuna, che seduto sulla poltrona li guardava entrambi con sguardo famelico mentre si accarezzava pigramente l’erezione da sopra i pantaloni. Gli piaceva l’idea di star intrattenendo entrambi, che le attenzioni di entrambi fossero concentrate su di lui.

Yuuji aumentò l’intensità, prese il clitoride tra le labbra e succhiò gentilmente fino a che Megumi si riversò nella sua bocca.

“Letto,” riuscì a mormorare, e i suoi alpha lo accontentarono. Si sentì preso in braccio e trasportato fino alla camera, tra lenzuola che portavano così forte l’odore dei suoi alpha che non poteva esserci dubbio su cosa avessero fatto lì dentro, né sul fatto che dormissero nello stesso letto regolarmente. 

Sentiva mani ovunque sul suo corpo, e non sapeva più chi lo stesse toccando dove, ma non gli importava. La cosa importante è che erano lì, con lui, intorno a lui, ovunque.

“Dolcezza,” gli sussurrò la voce di Sukuna all’orecchio. “Devi dirci chi vuoi.”

Megumi mugolò disperato. “Entrambi.”

I due alpha si fermarono per un momento, e Megumi sentì la disperazione impossessarsi di lui. Poi Yuuji si sdraiò sul letto, e Sukuna aiutò Megumi a sdraiarsi sopra di lui. Guidò l’erezione di Yuuji dentro Megumi, e poi la propria.

Megumi non si era mai sentito così pieno, fisicamente e spiritualmente, con i suoi alpha intorno a lui, dentro di lui, circondato dal loro odore e dal loro calore.

Yuuji e Sukuna cominciarono a muoversi, lentamente ma in maniera sincronizzata, come se fossero la stessa persona. Poi il ritmo aumentò, e Megumi non poté fare altro che abbandonarsi, lasciare che facessero di lui quello che volevano.

Megumi sentì i loro nodi formarsi, e sentì che si trattenevano. Disperatamente portò le mani verso di loro per convincerli a entrare, fino a che non capirono il messaggio e entrarono in lui pienamente.

Megumi venne con un gemito strozzato, e registrò lontanamente che anche Sukuna e Yuuji avevano fatto lo stesso sentendoli riversarsi in lui. 

Megumi si sentiva debole e senza forze, ma sapeva che i suoi alpha si sarebbero presi cura di lui.


Si risvegliò nel bel mezzo della notte, circodato dall’odore di Sukuna, di Yuuji, del proprio calore, e del sesso. Coperto da una coperta calda e circondato dai due corpi. Si sistemò meglio sotto la coperta e tornò a dormire facendo le fusa. 


white rut

Mar. 3rd, 2023 07:38 pm
chasing_medea: (Default)

Titolo: white rut

Fandom: Jujutsu Kaisen

Missione: M3 – Due personaggi con significativa differenza di età hanno una relazione romantica
Parole: 1850

Rating: nsfw



Quando Gojo entrò nella stanza, Yuuji si rintanò ancora più a fondo sotto le coperte. Lo riconobbe dal suo odore: menta e liquirizia. Se solo il giorno prima gli avessero chiesto di che cosa sapesse Gojo non sarebbe stato in grado di dirlo, sapeva solo che gli piaceva, ma adesso le sfumature erano chiare come non erano mai state. Come se potesse avere ancora dubbi su cosa stesse succedendo al suo corpo.
Nonostante fossero nel pieno di gennaio, il suo corpo bruciava di un calore che espandeva da dentro di lui. Le gambe strette aumentavano la deliziosa pressione sulla sua erezione dolorosa, e la tentazione di strusciarsi contro il materasso era forte.
Il materasso si abbassò sotto il peso di Gojo. Strinse Yuuji da sopra le coperte. 
“Hai intenzione di venire fuori?”
“No. Per favore, va’ via.” Una nuova ondata di sconforto gli attanagliò lo stomaco. Non voleva sentire quello che Gojo aveva da dirgli, non voleva sentirlo rompere con lui. Lo voleva più vicino e quanto più lontano possibile da lui potesse. 
“Nope,” ripose Gojo, con il solito tono divertito e cantilenante. “Dovrai uscire prima o poi, tra il rut e la coperta starai morendo di caldo. E io non ho niente di meglio da fare.” Si sdraiò accanto a Yuuji e lo strinse da dietro. Il suo odore circondò Yuuji, gli dava alla testa. Sarebbe stato così facile portare una mano alla sua erezione e alleviare la tensione, ma già così era probabile che fosse disgustato da lui. Per come si erano messe le cose lo avrebbe lasciato, sì, ma almeno non lo avrebbe odiato. 
“Hai una riunione con il preside,” gli ricordò Yuuji. 
“Ho detto niente di meglio,” rispose Gojo. Attraverso la coperta passò la testa la spalla di Yuuji. “Mi piace il tuo odore.”
Il suo stomaco si contrasse a quel complimento. Gli era sempre piaciuto ricevere complimenti da Gojo, ma al momento si sentiva come ipersensibile alle sue parole. Aveva voglia di girarsi di scatto, bloccarlo sotto di lui e fare di lui ciò che voleva, abbandonandosi alle richieste che il suo corpo gli urlava. La battaglia con i suoi istinti si faceva sempre più ardua, ma non aveva intenzione di perdere anche quell’ultimo briciolo di razionalità che gli rimaneva. 
Gojo non parlò più, ma la sua stretta attorno al corpo di Yuuji non si allentò. Il calore sotto la coperta si stava facendo insopportabile, il tessuto intorno al suo corpo era ormai zuppo di sudore. Aveva bisogno d’aria, e aveva bisogno di venire. Dopo un po’ non ce la fece più, si tolse le coperte dalla testa e riemerse dal suo bozzolo di autocommiserazione. Doveva avere il viso arrossato e ricoperto di macchie per il caldo, l’aria fresca dava un cago sollievo. 
Gojo gli sorrise. I capelli gli ricadevano disordinati sul viso, indossava una maglietta e un pantalone morbido, come se si fosse appena svegliato, per l’occasione non aveva neanche indossato gli occhiali da sole. Da sopra le coperte sentiva ancora meglio il suo odore. Voleva farselo entrare nelle ossa, mordere, possederlo.
Gojo si fece strada verso il collo di Yuuji, “Eccoti qui.” Infilò il naso tra i suoi capelli. “Oh, così è molto meglio.”
Un’altra fitta allo stomaco gli strappò un gemito dal petto. “Per favore, Gojo. Non farmi questo. Già così è abbastanza difficile.”
La lingua di Gojo passò sulle ghiandole di Yuuji, provocandogli una scarica di piacere che lo fece inarcare sul letto. “Puoi fare quello che vuoi. Te l'avevo promesso, quando ti fossi presentato avremmo potuto fare tutto quello che volevi.”
Lo sconforto si impossessò di nuovo di Yuuji. “Ma non mi aspettavo di essere un Alpha, siamo entrambi Alpha. Dovresti…”
“Quindi è questo che ti preoccupava? Che non ti avrei voluto più?”
Yuuji cercò di attaccarsi all’ultimo brandello di razionalità che gli restava per fare un discorso sensato, ma riuscì solo a riassumere il caos che gli si agitava dentro in una frase. “Non sono un omega, e non posso darti quello di cui hai bisogno.”
“E a me non importa,” disse Gojo. “Mi importa che tu sia Yuuji.”
“Dovresti rompere con me, trovare un omega che possa…”
Gojo si sollevò e mise il viso sopra quello di Yuuji. Lo guardò come faceva ogni tanto, uno sguardo che ogni volta faceva sentire Yuuji nudo, come se potesse vedere cose che Yuuji non sapeva neanche di avere dentro. Ma c’era qualcos’altro, qualcosa di scuro, fame, possesso.
“Forse non sono stato chiaro. Tu sei mio. E non ho intenzione di lasciarti a nessun altro.” Chiuse la distanza tra di loro e appoggiò le labbra a quelle di Yuuji.
La diga che Yuuji aveva sollevato crollò, e tutto ciò che aveva cercato di trattenere fino a quel momento gli si rovesciò addosso. Afferrò Gojo, tirandoselo addosso, infilò la lingua nella sua bocca come se volesse divorarlo e Gojo ricambiò con altrettanta intensità, come un uomo assetato che finalmente aveva ottenuto quello di cui aveva bisogno. Sarebbe quasi sembrato lui quello in rut, se Yuuji non avesse avuto quel calore soffocante sotto le ossa.
Le sue mani andarono sui fianchi di Gojo, percorsero le forme del suo corpo lungo e sinuoso. Incastrò le mani nei suoi pantaloni, impaziente e guidato solamente dall’istinto. Sentiva l’erezione di Gojo gonfiarsi sotto di lui, e il pensiero che fosse stato lui a causarla, che fosse per lui, gli faceva girare la testa. 
Si sentiva la testa offuscata, tutto ciò che gli importava era toccare Gojo, sentire la sua pelle sotto le mani, sotto la lingua. Afferrò il suo sedere con le mani, allungò le dita fino alla sua apertura. Era bagnato, ma non abbastanza, non come sarebbe stato un omega. Si aspettava di sentirne la mancanza, ma oltre al bisogno profondo che sentiva, l’unica cosa che gli interessava era che fosse Gojo la persona con lui in quel momento. Voleva entrare dentro di lui, marchiarlo da dentro, fare in modo che si portasse il suo odore nella pelle per giorni, che non riuscisse a liberarsene neanche lavandosi. Perché aveva resistito tanto quando era arrivato in camera?
“Mi piace che tu sia diretto,” gli disse Gojo sciogliendosi dal bacio. “Ma questa volta dovrai avere un po’ di pazienza”. Si alzò dal letto e si tolse i vestiti. Yuuji non riusciva a staccargli gli occhi di dosso, dalla pelle bianca, dalle gambe che sembravano andare avanti all’infinito, dall’erezione gonfia, dalle guance arrossate. 
Si sedette ai piedi del letto. “Lubrificante ne hai?”
Yuuji annuì, imbarazzato. I patti tra loro erano stati chiari: avevano cominciato a vedersi, ma Gojo si era rifiutato di andare fino in fondo con lui finché Yuuji non si fosse presentato. Ma Yuuji lo aveva comprato lo stesso, era sempre meglio essere pronti. Si allungò verso il comodino per prenderlo e lo passò a Gojo.
“Che bravo ragazzo,” commentò Gojo. “Adesso stai buono lì e guarda.”
Aprì le gambe, esponendosi agli occhi di Yuuji. Yuuji era combattuto tra la voglia di gettarsi addosso a lui, rovinarlo, e la volontà di seguire l’ordine che Gojo gli aveva dato.
Gojo sembrava godersi le attenzioni. Gli piaceva essere guardato, che stesse combattendo o mettendo su uno spettacolo a uso e consumo solo di Yuuji. 
Allargò le gambe, con l’erezione che svettava nel mezzo, e si portò due dita bagnate di lubrificante all’apertura. Si penetrò con quelle, lasciandosi scappare un gemito. Yuuji si morse le labbra, con gli occhi fissi su quello spettacolo, spaventato dall’idea di perdersi anche un solo secondo di quello che stava accadendo. Vedere le dita lunghe di Gojo che sparivano dentro il suo corpo era uno spettacolo ipnotico e una tortura allo stesso tempo. Un ringhio gli risalì dal petto: doveva essere lui. Doveva farlo lui. Doveva essere lui a dargli piacere. Non era accettabile che lo facesse da solo.
Yuuji gli si scagliò addosso e prese in bocca la sua erezione. Una nuova ondata di piacere lo colse in risposta al gemito che sfuggì alle labbra di Gojo. 
La mano di Gojo si fermò, troppo preso dal piacere. Yuuji circondò la mano con la sua, e aggiunse un dito alle due già di Gojo, le fece muovere insieme. Il suo corpo era bollente, la carne si apriva morbida al passaggio delle dita. Yuji si stusciò contro il materasso ai ritmi dei singhiozzi leggeri che scappavano alla bocca di Gojo leggeri, quasi contro la sua volontà. 
Yuuji mosse le dita come aveva visto fare a Gojo, fino a sfiorare qualcosa che fece sobbalzare Gojo.
“Bene, stai imparando,” disse Gojo con voce forzata. 
Yuuji soddisfatto continuò a toccare lo stesso punto e succhiò più forte, fino a sentirlo contrarsi e venire nella sua bocca. Yuuji ingoiò, e con un'ultima spinta contro il materasso venne sulle coperte. Pazienza, erano già un disastro tanto. 
Sperava di riguadagnare lucidità, ma l’erezione era ancora dritta e pronta. 
“Sensei…”
Gojo guardò nella stessa direzione in cui guardava lui e rise. “Non preoccuparti, non ho ancora finito con te.”
Lo spinse contro il materasso fino a farlo stendere di schiena, poi salì a cavalcioni su di lui. Lentamente si calò sull’erezione di Yuuji - Yuuji non gli aveva mai visto fare niente lentamente –, ma con decisione, fino a prenderlo tutto dentro di sé. Il calore era delizioso, insopportabile, tutto quello che voleva e non abbastanza. 
“Avevo dimenticato quanto fosse bello tutto questo,” disse. Yuuji ringhiò alla menzione che lo avesse fatto prima, voleva cancellare le tracce di chiunque fosse passato prima di lui, riscrivergli quei ricordi da dentro. Si tirò Gojo addosso, reclamò la sua bocca con un bacio famelico e gli morse una spalla, mosso dal bisogno di macchiare quella pelle bianchissima. Cominciò a spingersi in lui con foga, e Gojo abbandonò ogni parverza di controllo. Si lasciò andare al piacere, lasciò che Yuuji facesse di lui quello che voleva. La sua erezione strusciava sullo stomaco di Yuuji, mentre Yuuji continuava a spingersi dentro di lui accecato dal piacere. 
Yuuji sentì il proprio nodo che si gonfiava, si incastrava nell’apertura di Gojo. Gojo non gli diede il tempo di esitare, “Fallo,” ordinò. “Non ti fermare.”
E Yuuji obbedì. Spinse e sentì chiaramente il momento in cui si incastrarono l’uno con l’altro e venne senza poter fare nulla per impedirlo. Il piacere fece tremare Gojo, che venne con un gemito strozzato.
Gojo si stese sul petto di Yuuji, un peso delizioso. Gojo era silenzioso, ma c’era un sorriso calmo sul suo viso, con gli occhi chiusi e rilassato in quel modo, con i capelli lasciati giù, sembrava più giovane di quanto sembrasse di solito.
Le vampate del rut di Yuuji sembrarono calmarsi almeno momentaneamente. Si allungò verso la coperta che Gojo aveva lanciato in un angolo e coprì entrambi. 
Yuuji se lo strinse meglio contro il petto. Pesava meno di quanto sembrasse, doveva decisamente mangiare di più, era troppo magro. Yuji sistemò meglio la coperta intorno ai loro corpi e lo strinse.
“Sensei,” cominciò. 
“Mh?”
“Anche tu sei mio.”
Gojo ridacchiò e gli lasciò un bacio veloce sulla clavicola.
“Mi piace come suona” 
chasing_medea: (Default)
Titolo: ossessione/interesse
Fandom: JJK
Missione: M6 - Liberosis
Parole:  1322
Rating: safe


Sukuna rientrò nell’appartamento che condivideva con il fratello gemello, trovandolo pieno di gente che non ricordava di aver mai visto prima. Ovunque sono sparse bottiglie di birra e bicchieri di plastica pieni di non vuole sapere che cosa, la musica ha un volume abbastanza alto da costringere gli ospiti a urlare per potersi parlare.

Una festa in piena regola.

Non gli sarebbe neanche dispiaciuto partecipare, se solo non avesse avuto un’emicrania terribile che gli dava la sensazione che la sua testa stesse per spaccarsi a metà dopo aver sostenuto l’ultimo esame della sessione. 

Pazienza, si disse. Avrebbe privato quella festa della sua presenza, tanto senza di lui non sarebbe stata chissà quale grande cosa.

Attraversò il soggiorno del proprio appartamento senza salutare nessuno, per strada prese abbastanza cibo da poter essere considerato una cena decente e qualcosa da bere, e si chiuse nella sua camera, contento di non trovare nessuno che stesse scopando nel suo letto. 

Dopo aver mangiato, si mise dei vestiti comodi e si buttò direttamente sul letto. I rumori che provenivano dal resto della casa continuavano a disturbarlo, musica e risate di gente ubriaca che celebrava la fine della sessione d’esami, così si allungò verso il comodino per recuperare le sue cuffie e scegliere un album. 

Chiuse gli occhi, immaginò la scena di andare a svegliare la mattina dopo Yuji per costringerlo a pulire casa nonostante il dopo sbornia - col cazzo che lui si sarebbe messo a fare qualcosa, mica era la sua festa - e si addormentò ancora prima di terminare la prima canzone.


Sukuna si svegliò nel bel mezzo della notte. L’album che aveva scelto prima di addormentarsi era arrivato alla fine, le cuffie erano storte e scomode sulla sua testa e, da fuori della sua stanza, non sembra provenire più alcun rumore.

C’era qualcuno nel suo letto.

Sukuna sbatté le palpebre un paio di volte, ancora troppo ancorato al sonno perché il suo stupore si trasformasse in rabbia. Tutto quello che riuciva a vedere dalla sua posizione era una massa di capelli neri e una schiena che, nella luce fioca che entra dalla finestra, si alzava e si abbassava al ritmo regolare del respiro.

Si tirò su sul letto, e il movimento sembrò disturbare il ragazzo, che si voltò verso Sukuna tenendosi strette addosso le coperte e aprì gli occhi. Anche nell’oscurità erano di un verde brillante.

Sukuna stava per chiedergli chi fosse e che cosa ci facesse nel suo letto, ma fu il ragazzo a parlare per primo. 

“Devo andare in bagno,” disse con voce roca e alzandosi dal letto. “Mi rimedieresti un pigiama? I jeans stringono,” continuò prima di uscire dalla stanza.

Sukuna, non sapeva bene neanche lui per quale motivo, allungò il braccio verso il comodino e ne tirò fuori un pigiama di un rosso intenso. 

Il ragazzo tornò poco dopo, prese il pigiama e si cambiò nel bel mezzo della stanza, senza preoccuparsi di Sukuna che non riusciva a staccargli gli occhi di dosso, poi si infilò nuovamente nel letto, un po’ più vicino a Sukuna di quanto non fosse stato prima, come un gatto alla ricerca di calore. 

Il ragazzo si addormentò in un attimo, e Sukuna era troppo stanco e confuso per fare domande. Si liberò dalla stretta delle cuffie, appoggiò la testa sul cuscino, e crollò nuovamente addormentato.


Il sole era già alto quando la mattina dopo Sukuna aprì nuovamente gli occhi, aveva dimenticato di chiudere le tende la sera prima. 

Era solo in camera. Del ragazzo che aveva dormito con lui non c’era neanche l’ombra, il pigiama che gli aveva prestato era ordinatamente piegato su una sedia, l’unica traccia che qualcun altro fosse stato in quella stanza ad eccezione di Sukuna. 

Non importa, si disse Sukuna. 


Il problema, Sukuna fu costretto ad ammettere, era che importava. Sukuna si ritrovò a strizzare gli occhi in giro per il campus ogni volta che vedeva una massa di capelli neri. Si guardava intorno con fare ossessivo, durante le lezioni, nei dintorni dell’università. Aveva anche cominciato a fare attenzione agli amici di suo fratello, cosa che non aveva mai fatto prima - non gliene era mai fregato molto di che gente frequentasse suo fratello, ognuno conduceva la sua vita, si tenevano aggiornati ma a distanza.

La sera prima, durante la cena, consumata sul divano davanti alla nuova puntata di uno show di Netflix con cui Yuji si era fissato, Sukuna era arrivato a tanto così dal chiederglielo, ma cosa avrebbe potuto chiedergli, “chi era il tizio con i capelli neri che si è infilato nel mio letto la sera della festa”? E sottoporsi alle costante prese in giro di Yuji? Non ne valeva la pena.

Eccetto che ne valeva la pena, perchè quella cosa, qualunque cosa fossa, lo stava tormentando. E Sukuna non avrebbe voluto pensarci, avrebbe fatto di tutto pur di non pensarci - aveva cominciato a studiare anche la sera per distrarsi, aveva cominciato ad uscire di più con gli amici - anche nella speranza di incontrare quella massa di capelli neri e quegli occhi verdi brillanti, ma non lo avrebbe mai ammesso. 


“Organizziamo una festa,” disse Sukuna seduto al tavolo della cucina. Era ormai sceso a patti con la sua ossessione, e l’unico modo per guarire sembrava ormai quella di assecondarla e scoprire quanto più potesse sul ragazzo in questione. 

 Yuji non avrebbe potuto sembrare più sconvolto dalla proposta. 

“Che c’è?” continuò rude Sukuna. “Non posso dare una festa?”

“Non vuoi mai dare feste, odi le feste perchè non hai stuoli di persone raccolti intorno a te pronti a baciare la terra su cui cammini”

“Questa volta mi va di dare una festa.”

“Chi sei tu e cosa hai fatto di mio fratello?”

Sukuna fulminò Yuji con lo sguardo e Yuji chiuse quella tangente, rendendosi probabilmente conto di star camminando sul filo del rasoio. 

Yuji sospirò, “Chi dovremmo invitare?”

“Quelli che hai chiamato l’altra volta?” Sukuna cercò di suonare disinteressato. “E aggiungo qualcuno del mio gruppo.”

Yuji continuava a guardarlo con sospetto, ma Sukuna finì di mangiare la sua cena e si chiuse in camera sua. Non aveva voglia di gestire un fratello ficcanaso.


La sera della festa, Sukuna navigava per le stanze con fare disinteressato. Beveva, chiacchierava con i suoi soliti amici al di sopra del caos della musica e delle persone. In un angolo, Sukuna vide suo fratello parlare con un tizio dai capelli bianchi. 

Se non andava errato era un assistente di un professore, avrebbe dovuto investigare la cosa, a giudicare dal modo in cui quei due si ronzavano intorno. 

Del ragazzo dai capelli neri, però, non c’era ancora nessuna traccia. Sukuna lo vide solamente dopo almeno un ora.

Era arrivato e si era messo a chiacchierare con Yuji e quel maniaco di assistente del professore - Sukuna aveva avuto una sola lezione con lui e gli era stata sufficiente per odiarlo, era abbastanza convinto che la cosa fosse reciproca, ma quale miglior momento per confermarlo?

Sukuna attraversò la stanza, appoggiò il gomito sulla spalla di suo fratello.

“Che ci fai qui?”

Gojo, esattamente come si aspettava, sorrise e lo guardò attraverso le lenti degli occhiali da sole, “Sono stato invitato,” disse con un sorriso, come se la questione non lo toccasse.

Il ragazzo con i capelli neri guardò Sukuna con il naso arricciato e l’aria vagamente disgustata. Sukuna sorrise trionfante, era esattamente quello che voleva.

“E tu saresti?” gli chiese.

“Fushiguro, non devi—” provò ad intromettersi Yuji, ma il ragazzo non gli diede il tempo di finire la frase.

“Fushiguro Megumi,” rispose, con voce ferma e senza staccare mai gli occhi verdi da quelli rossi di Sukuna. 

Sukuna venne chiamato da Uraume, si voltò nella sua direzione e poi lanciò un’altra occhiata a Fushiguro prima di allontanarsi da lì. Fushiguro non sembrava aver mai staccato gli occhi da lui.

Sukuna si allontanò dal gruppetto e tornò a raggiungere i suoi amici.

Fushiguro Megumi, eh? Interessante. 







one minute

Mar. 30th, 2021 10:10 pm
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Titolo: one minute
Fandom: JJK
Missione: M5 - Arrogance
Parole: 777
Rating: safe


Sukuna è tremendamente annoiato. Sono stati dei giorni magri, poche maledizioni, poca azione, tanto studio. Noioso.

Yuji e Fushiguro sono seduti per terra nella camera di Fushiguro, studiano una mappa della città cercando di capire quale possa essere il luogo di origine di una maledizione che sta prendendo di mira il quartiere di Minato. Per ora hanno ridotto le possibilità ad una scuola privata di alto profilo e all’edificio di una corporazione che ha di recente licenziato molti dei suoi dipendenti. 

Noioso.

Sukuna ha veramente voglia di stiracchiarsi, cerca di prendere il controllo sul corpo di Yuji, ma la sua resistenza è ancora forte, nonostante sia in un momento di apparente tranquillità. Non deve neanche concentrarsi troppo per tenerlo a bada, ci riesce e basta. Quel ragazzino è veramente fastidioso. 

Ma Sukuna ha un’altra freccia alla sua faretra e potrebbe essere il momento giusto per usarla. Fushiguro si alza per andare a prendere qualcosa da mangiare mentre continuano ad ispezionare la mappa. Sukuna aspetta di sentire i suoi passi sul corridoio, quando sta rientrando, per fare la sua mossa. Appena prima che apra la porta, si scambia di posto con Yuji e in un attimo è davanti alla porta che Fushiguro ha appena aperto. 

Ha un solo minuto, ma troverà il modo di farselo bastare. 

In un attimo, Fushiguro è attaccato al muro di fronte a lui. E’ abbastanza vicino che Sukuna può vedere il modo in cui i suoi occhi si sgranano per una frazione di secondo alla sorpresa, ma subito la sua espressione torna seria, fulmina Sukuna con lo sguardo.

Sukuna non può fare a meno di sorridere. Gli piace quando Fushiguro mostra il suo carattere, il suo non volersi piegare al volere di Sukuna. Quel ragazzo è una sfida che Sukuna non ha intenzione di perdere.

“Tu,” sibila Fushiguro con gli occhi stretti. “Dov’è Itadori?” 

“Fushiguro Megumi,” Sukuna pronuncia lentamente ogni sillaba del suo nome. “Non ci vediamo da un po’ e la prima cosa che mi chiedi è cosa sta facendo Yuji?” scuote la testa e fa schioccare la lingua sul palato. “Non va bene così,” dice avvicinandosi a Fushiguro e pronunciando le parole direttamente nel suo orecchio. 

Non gli sfugge il modo in cui le sue pupille si dilatano, gli occhi gli si fanno lucidi e il suo respiro si fa corto, un leggero rossore tinge le sue orecchie e comincia ad espandersi verso il suo viso. E’ uno spettacolo ipnotico.  

“Oh,” il sorriso di Sukuna si allarga alla realizzazione. “Tu mi vuoi.”

Fushiguro cerca di spostarsi dalla sua presa, volta il viso, ma il modo in cui arrossisce gli rende impossibile nascondere l’effetto che quelle parole hanno su di lui. 

“Puoi avermi,” continua Sukuna, godendosi il momento appieno. “Devi solo smettere di fare resistenza,” gli dice nell’orecchio.

“Puoi prendere quello che vuoi,” gli risponde Fushiguro, la voce gli trema leggermente mentre cerca di mostrarsi forte e indifferente, ma a Sukuna non sfugge. “Non sono forte abbastanza per resistere e lo sai.”

“Non farei mai una cosa del genere. Non a te.” Sukuna solleva una mano e passa un dito sulla curva delicata del collo di Fushiguro, il suo sorriso si fa inquietante e gli occhi splendono di lussuria. “Voglio che tu ti arrenda a me, che abbia bisogno di me. E lo farai. Devo solo aspettare. Non sono certo a corto di tempo.”

Fushiguro fa scattare la testa verso di lui, fissa gli occhi in quelli di Sukuna, un ultimo baluardo di resistenza li riempie. “E come fai ad esserne così sicuro?” 

Sukuna si avvicina, la sua fronte sfiora quella di Fushiguro e riesce a sentire come il suo respiro si fermi per un momento. Fushiguro inconsciamente si allunga per avvicinarsi, aspettandosi un contatto che Sukuna sceglie di non concedergli. Non ancora. Non quando ha pochi secondi rimasti. 

No. Il giorno in cui Sukuna lo prenderà, avrà l’intera notte per fargli tutto quello che desidera. Abbastanza tempo per romperlo in mille pezzi e metterlo nuovamente insieme. 

Sukuna ride e fa un passo indietro. Non gli sfugge il modo in cui Fushiguro stringa le mani in un pugno per non afferrarlo e avvicinarlo nuovamente a sé. 

Sukuna gli rivolge uno sguardo affamato, lo squadra da capo a piedi. Sente come Fushiguro tremi sotto al suo sguardo. 

Il minuto è scaduto. In un battito di ciglia, Yuji è tornato. 

Sukuna vede come Fushiguro resti ancora un momento appoggiato al muro, come se le sue gambe non fossero in grado di reggere il peso del suo corpo. 

“Stai bene?” sente Yuji chiedere a Fushiguro.

“Sì.”

“Non ha fatto nulla, vero?” chiede preoccupato.

“Nulla,” risponde Fushiguro. 

A Sukuna non sfugge il lampo di delusione che attraversa i suoi occhi. 



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 Titolo: Lo spirito della foresta
Fandom: JJK
Missione: M8
Parole: 4011
Rating: safe

Megumi entra nella sala del trono, i suoi passi sono silenziosi sul legno liscio e lucido. Marchi neri gli circondano il collo, i polsi e le caviglie nude e gli adornano il viso come una cornice. 

Al di sotto della pedana, uno stuolo di maledizioni in ginocchio non osa alzare la testa al suo ingresso. 

Megumi passa alle spalle del grande trono al centro della pedana, ne accarezza il retro bitorzoluto, formato da teschi di animali selvatici. Circonda il trono con passi sicuri, accarezza la spalla dell’occupante e va a inginocchiarsi ai suoi piedi. 

Sukuna lo guarda con un sorriso indulgente, poi allunga una delle sue quattro mani verso di lui, invitandolo ad alzarti. Megumi la prende e torna a mettersi in piedi.

Sukuna, senza lasciargli la mano, lo guida sul trono più piccolo, alla sua destra. Non gli lascia la mano fino a che Megumi non si è seduto sul suo trono. Nel posto che gli spetta.  


Il temporale, quell’anno, arriva in anticipo.

Il primo lampo rischiara a giorno la notte invernale, il tuono fa tremare i vetri delle finestre. Megumi si alza di scatto sul suo pagliericcio. Accanto a lui anche gli altri ragazzi cominciano ad alzarsi. Alcuni si guardano intorno confusi, i più giovani sono terrorizzati. Piangono e tremano, con la testa nascosta sotto le coperte, nella speranza di attutire il rumore assordante della pioggia che batte sul tetto di legno. 

In un angolo della stanza, l’acqua comincia a entrare. Penetra dalle assi di legno, accumulandosi in un angolo dello stanzone. 

L’umidità è insopportabile, rende difficile respirare e penetra nelle ossa. Megumi comincia a tremare dal freddo, ma resiste alla tentazione di ritirarsi sotto le coperte alla ricerca di un po’ di calore, cercando di sfuggire ai rumori che gli fanno battere il cuore come un tamburo. Si alza dal letto e raggiunge i ragazzi più piccoli, cercando di rassicurarli. Intorno a lui, vede alcuni dei ragazzi più grandi fare lo stesso, tristemente abituati a quelle occorrenze ormai.

Fuori dallo stanzone, Megumi sente i sacerdoti correre da una parte all’altra, urlando ordini e mettendo in campo tutte le misure di sicurezza per evitare che la sala centrale del tempio si allaghi. Qualcuno propone di andare a controllare come stiano i ragazzi, ma la voce dell’anziano lo ferma, gli dice che la priorità è il tempio e quello non può far altro che obbedire. 

Megumi conta i giorni che lo separano ad essere finalmente libero, fuori da quel posto. Ne mancano tre. Chiude gli occhi e cerca di respirare, mentre tiene stretto tra le braccia Yuki. E’ un ragazzino di neanche dodici anni, ha perso i genitori nell’alluvione di neanche sei mesi prima e si è ritrovato a condividere quel posto con tutti loro. Ha i capelli biondissimi in un caschetto disordinato. Megumi chiude gli occhi e conta. Ancora tre giorni, tre giorni e se ne andrà da lì. Yuki si aggrappa al suo kimono con mani tremanti, piange e bagna la parte frontale del vestito di Megumi con lacrime calde. Trema. 

Nessuno chiude occhio quella notte.

La mattina successiva, la pioggia non ha ancora smesso di cadere. Al tavolo della colazione, lungo e con tutti i ragazzi ammassati ai due lati, nessuno sembra avere fame né avere voglia di chiacchierare - dovrebbero urlare per farsi sentire al di sopra del battere incessante della pioggia anche a pochi centimetri di distanza. 

Al tavolo principale, orizzontale rispetto a quello dei ragazzi, i sacerdoti parlano concitati tra di loro. Megumi non distoglie neanche per un momento lo sguardo da loro, nella speranza di riuscire a carpire qualche informazione. Tiene lo sguardo fisso sul sacerdote anziano, al centro. 

Tutti sanno che è lui quello che prende le decisioni lì dentro. Non appena tutti finiscono di mangiare, è proprio lui ad alzarsi in piedi. 

“Il re della foresta ci ha reso nota la sua volontà,” tuona. La sua voce riempie la stanza e, per un momento, anche il rumore della pioggia sembra ritrarsi davanti a lui. “Il rituale di offerta dovrà essere anticipato.” Megumi sente gli altri ragazzi trasalire e tendersi, nel timore di essere scelti. “Ne abbiamo discusso a lungo,” riprende l’anziano, “e la scelta è ricaduta su Yuki.”

Tutti si voltano verso di lui, Megumi compreso. Yuki è seduto accanto a lui e ha gli occhi sbarrati dal terrore al sentir pronunciare il suo nome. La rabbia monta in Megumi, gli fa stringere i pugni e tremare le braccia. 

Yuki non ha neanche dodici anni. E il ragazzo che è stato mandato al macello prima di lui ne aveva appena compiuti tredici. L’anziano gli sceglie sempre più giovani e Megumi sa di non essere l’unico ad averlo notato, ha sentito un’altro dei sacerdoti litigare con lui appena qualche giorno dopo che l’ultimo ragazzo era stato abbandonato all’imbocco della foresta per non vederlo mai più, e dal tono della discussione non era la prima che avevano avuto.

Megumi scatta in piedi. “Andrò io,” dice, fermo e deciso. Ancora poco e sarebbe stato libero, ancora poco e avrebbe potuto andare via da lì. 

Tutti i sacerdoti seduti al tavolo si voltano sconvolti verso di lui. “Fushiguro Megumi,” comincia l’anziano. Per un momento sembra in difficoltà su come proseguire. Non può ammettere ad alta voce che sta scegliendo vittime sempre più giovani, se non a costo di scatenare il panico. E’ un secondo sacerdote a prendere la parola, uno di quelli più vicini all’anziano, il primo candidato ad essere il suo successo. “Ne abbiamo discusso a lungo e non crediamo che tu possa essere di gradimento per il demone.”

“Almeno avrete guadagnato tempo,” insiste Megumi. “Per trovare una soluzione definitiva,” dice guardando il tavolo dei sacerdoti a occhi stretti.   

Megumi sa di aver messo i sacerdoti alle strette. Davanti a quello, non possono ridire nulla, non davanti a tutti. 

“Molto bene,” dice l’anziano, con il volto di chi preferirebbe ucciderlo lì davanti a tutti piuttosto che cedere davanti al suo ricatto. “Preparati,” dice secco. “Il rituale sarà celebrato al tramonto.”

La pioggia continua a battere incessante, Megumi sente la calma scivolare su di lui come acqua calda. La sua decisione è ormai presa. 

Ci avrebbe pensato lui a chiudere quella storia una volta per tutte. 


Gli abiti tradizionali sono stretti e pesanti, inzuppati dall’acqua. Megumi trema dal freddo davanti all’ingresso della foresta di pini. Alle sue spalle poteva vedere i sacerdoti schierati, pronti a pronunciare la tradizionale formula di commiato. 

Il coltello nascosto dentro le fasce delle vesti preme contro il suo sterno. Megumi ha salutato tutti quelli che per anni sono stati i suoi compagni, orfani come lui, senza nessuno che si prendesse cura di loro. In quel tempio aveva avuto dei compagni, un tetto sulla testa e del cibo caldo, ma non è mai riuscito a chiamarlo casa. Megumi non ha idea di che cosa fosse una casa, aveva perso la sua troppo presto per imprimersi quel concetto nel cuore. 

Yuki, stretto a uno dei ragazzi più grandi, piange a dirotto. Megumi cercò di sorridergli, ma il freddo gli intorpidiva tutti i muscoli.

“Re della foresta,” comincia l’anziano. Il resto delle parole del giuramento spariscono nel rumore dell’acqua, ma Megumi ha visto quella cerimonia fin troppe volte per non ricordarle a memoria. Offrivano questo giovane nella speranza che il re gli donasse pace e buone condizioni di vita per il periodo a venire. 

La parola sacrificio non è mai pronunciata, la parola vittima neanche, ma per nessuno dei ragazzi scelti c’è mai stato alcun dubbio su cosa fossero davvero - animali da macello, cresciuti appositamente e utilizzati al bisogno per tenere in sicurezza il villaggio. 

Megumi sente il ronzio di sottofondo della voce del sacerdote fermarsi. Senza guardare indietro, muove i primi passi nella foresta. Il buio è ormai calato. 

Megumi ha fatto pochi passi quando la pioggia si ferma, lasciando spazio al freddo vento invernale.. 

Megumi ha i muscoli intorpiditi dal freddo, trema tanto da non riuscire a muoversi. La luce della luna non penetrava nella foresta, gli rende impossibile vedere dove stia andando. 

Lentamente tira fuori il coltello che aveva nascosto nel vestito. Nel buio non può ottenere più di tanto con quel coltello, ma tenerlo in mano lo rassicura. Lentamente si toglie anche lo stato superiore dei vestiti. 

Nessuno aveva mai saputo a che cosa andassero incontro coloro che prima di lui si erano addentrati nella foresta come sacrifici. Alcune voci volevano che il demone che abitava nella foresta banchettasse con le loro carni, altri che li uccidesse per divertimento, altri ancora che avessero attraversato indenni la foresta e ne fossero usciti come ragazzi liberi dall’altro lato, pronti ad esplorare il mondo, ma Megumi cominciava a pensare che fossero semplicemente morti di freddo nel buio. 

Megumi intravede le prime luci dell’alba infiltrarsi tra le chiome degli alberi e continua a camminare. Mentre il sole si alza nel cielo, Megumi continua a camminare. 

Il silenzio intorno a lui fa improvvisamente assordante, non si sentono uccelli, o altri animali. Anche il fruscio del vento è ormai sparito. L’aria sembra farsi più calda. 

Megumi continua a camminare ancora un po’ e non riesce a credere a quello che improvvisamente si trova davanti.

Al centro di una radura si erge un tempio di legno. Da un comignolo esce del fumo, segno che fosse abitato e riscaldato. Megumi vuole affrettarsi, ma le sue gambe non sembrava più in grado di reggere il suo peso. Ad ogni passo il tempio sembrava più lontano, i pochi gradini che deve salire per raggiungere la porta gli sembra una montagna. Arriva quasi al punto di dover sollevare di peso le sue gambe per scalare ogni gradino, ma alla fine si ritrova davanti alla porta del tempio. 

Con un gesto secco apre la porta. L’ondata di calore proveniente dall’interno lo investe in pieno, e Megumi è vicino a mettersi a piangere per il sollievo.

Gli occupanti del tempio rimangono bloccati sul posto per un momento. In fondo a un lunga stanza di legno lucido, simile a quella del tempio, su una pedana rialzata sta un trono massiccio e, sul trono, un demone con quattro braccia e quattro occhi, il torso nudo e decorato da segni neri che proseguono sul volto. I suoi occhi si fissano su Megumi. 

Ai piedi del trono, in ginocchio davanti al demone, sta una persona dai capelli bianchissimi, lucenti nella semi oscurità dell’interno del tempio, il volto girato verso Megumi e gli occhi sbarrati dalla sorpresa. 

Anche dalla distanza, Megumi può vedere quanto il demone sul trono fosse imponente. Studia Megumi da capo a piedi per un momento e Megumi sentì una nuova energia scorrergli dentro. 

“E tu chi saresti?” la sua voce rimbomba contro pareti di legno, ma sembrava avere un tono divertito.  

Megumi muove alcuni passi all’interno del tempio, il rumore delle sue scarpe sul pavimento di legno rimbomba nella stanza lunga e vuota. Il tepore del posto sembra scottare sulla pelle gelida di Megumi, non in grado di scaldarlo abbastanza. Ha il corpo scosso dai brividi e gli occhi lucidi che rendono difficile vedere chiaramente. 

La persona in ginocchio davanti al trono si alza in piedi e si volta verso Megumi, che continua ad avanzare su gambe tremanti, ma la creatura sul trono si alza dalla sua postazione e scende i pochi gradini che separano la pedana del trono dal pavimento. Allunga due delle quattro braccia, per fare cenno alla persona dai capelli bianchi di stare indietro e quella inchina leggermente il capo prima di fare un passo indietro. 

La creatura avanza nel tempio, andando incontro a Megumi, continuando a studiarlo con l’espressione interessata con i due occhi, l’uno sopra all’altro, lasciati scoperti dalla maschera di legno che gli copre il lato sinistro del volto. Sono di un rosso vivido, e Megumi si sente come se gli potessero guardare attraverso e leggere le sue intenzioni. Un Kimono bianco fascia la sua figura, coprendolo quasi fino ai piedi, nudi contro il legno del tempio. 

Improvvisamente la creatura sorride, è un sorriso folle, che gli fa spalancare gli occhi e fa rabbrividire Megumi. 

Sono a pochi metri di distanza ormai. Da vicino la creatura torreggia su Megumi, che deve alzare il collo per continuare a guardarlo. Megumi infila una mano nel suo kimono e ne sfila il coltello, puntandolo alla creatura. 

“Tu…” mormora Megumi, mentre si slancia contro di lui. 

“Sukuna-sama!” urla la persona alle sue spalle. 

“Va tutto bene, Uraume,” risponde quello imperturbabile. La sua voce è profonda e roca. Come se Megumi non fosse altro che un insetto fastidioso, Sukuna si sposta appena, la sua mano sfiora il braccio di Megumi, quel tanto che basta per mandarlo fuori traiettoria. 

Continua a ridere, mentre Megumi attacca ancora, e ancora, quello continua a muoversi in maniera impercettibile. Sukuna scoppia a ridere, è una risata sguaiata, sgradevole alle orecchie amplificata dalle pareti di legno. Continua a schivare gli attacchi. 

Megumi non ci vede più, gli occhi completamente annebbiati gli bruciano. Prova un altro attacco, questa volta Sukuna lo afferra, gli fa passare il braccio dietro la schiena e blocca Megumi in posizione. Il suo corpo è enorme e massiccio contro quello di Megumi. La sua presa è stretta sul polso di Megumi, la sua carne fresca contro quella gelida e bollente di Megumi allo stesso tempo.

Gli occhi gli bruciano in maniera insopportabile. 

Sukuna preme il corpo contro il suo, è caldo e fresco allo stesso tempo e Megumi vorrebbe lasciarsi andare perché un po’ di calore dopo il gelo della notte è gradito, ma non può farlo e non vuole farlo. Sukuna si curva su di lui, gli passa il naso sul collo. 

Megumi sente tutto farsi buio intorno a lui. 


Quando si sveglia, Megumi è al caldo. Qualcosa di caldo e morbido preme contro di lui, e Megumi non vuole chiudere gli occhi, avvolto in quella situazione confortevole. La coperta che lo copre è calda e pesante, sente un fuoco scoppiettare non lontano e una leggera pioggia che sbatte contro il soffitto fa da sottofondo.

Quando apre gli occhi, ci sono due… cani? che lo tengono al caldo. Sono enormi e dal pelo lungo, uno bianco come la neve e l’altro completamente nero. Sono enormi, e somigliano più a dei lupi che a dei cani. Megumi ci mette qualche secondo a capire dove si trovi, poi gli torna in mente la creatura, il suo patetico tentativo di ucciderla, il modo sgradevole in cui aveva riso davanti ai suoi sforzi. 

La porta della sua stanza scorre lateralmente, e ad entrare è direttamente la creatura. Sukuna, gli ricorda la sua mente. La sua figura è imponente, la sua testa sfiora il soffitto di legno, le quattro braccia sono incrociate davanti al corpo, le mani infilate nelle maniche del kimono. Osserva Megumi con fare curioso.

“Sei sveglio,” constata.

Megumi prova ad alzarsi. La testa gli gira in modo incredibile ed è costretto a sdraiarsi nuovamente. 

"Cosa mi è successo?"

"Febbre. Hai passato la notte a vagare nella foresta in inverno."

Megumi annuisce. Si sente la testa pesante e il corpo sudato e appiccicoso. Non c'è nulla che desideri più di un bagno caldo, e dei vestiti puliti. 

“Non mi hai detto come ti chiami,” riprende Sukuna. “Eri troppo impegnato a cercare di uccidermi.”

“Perchè ti interessa?”

Megumi sente la rabbia montare nella voce di Sukuna quando risponde, “Non farmi ripetere la domanda.” Megumi sente il potere di quella creatura. Se lo ha lasciato in vita, se non lo sta costringendo a rispondere con altri mezzi, è solo perché lo vuole, Megumi realizza. Non ha nulla contro di lui, e trema di fronte al puro potere che emana Sukuna e Megumi ci tiene abbastanza alla sua vita da non voler correre il rischio di opporsi a quel potere.

“Fushiguro Megumi,” risponde.

Sukuna fa due passi indietro. “Ti unirai a me per cena,” dice, prima di uscire dalla stanza.  


Uraume entra nella stanza occupata da Megumi. Megumi si alza dal tatami e resta seduto, guardando la persona appena entrata nella stanza.

Uraume lo guarda come se fosse un insetto fastidioso e vagamente disgustoso che si guarda con sospetto, pronti a schiacciarlo nel caso decidesse di avvicinarsi troppo. 

"Seguimi," dice con voce secca e si volta, senza aspettare che Megumi lo faccia veramente.

Megumi si alza dal letto. Le gambe, dopo chissà quanti giorni passati a letto, sembrano fatte di gelatina e per un momento non è convinto che siano in grado di reggere il suo peso. 

Uraume non rallenta il passo, Megumi si appoggia al muro nei corridoi per sostenersi. Uraume lo guida giù per una scalinata, poi un'altra, nei meandri di quell'edificio che sembra costruito come un labirinto. 

L'ultima scalinata è scavata direttamente nella roccia, nera e scura. L'aria è fredda e umida, la luce del giorno che aveva illuminato i corridoi di legno chiaro è ormai sparita.

A Megumi sembra di star scendendo nei meandri della terra. L'aria comincia a scaldarsi, l'umidità è talmente densa che a Megumi sembra di entrare in una piscina calda. 

Dal fondo delle scale arriva rumore di acqua che scorre, si fa sempre più forte mano a mano che scendono le scale e il calore si fa quasi insopportabile. 

Arrivano al fondo della scalinata, davanti a Megumi si apre una grande sala scavata nella roccia nera, pozze d'acqua calda sono sparse per tutta la sala.

Accanto all'acqua, Megumi trova degli asciugamani puliti e appeso ad una sporgenza della roccia alla destra dell'entrata Megumi vede un kimono. È di un blu acceso, dello stesso colore del cielo subito dopo il tramonto estivo. Megumi ci passa le mani sopra, la seta è delicata e liscia contro le sue dita e fresca, di qualità decisamente maggiore anche del kimono rituale che Megumi aveva indossato per il rituale. Si chiede che fine abbia fatto, dal momento che i vestiti che indossa adesso sono diversi, anche se nel sonno non si è accorto di nulla. 

"Puoi entrare nell'acqua. Io resterò di guardia all'entrata. Se serve qualcosa, chiama," si inchina Uraume, che ha l'aria di chi preferirebbe accoltellare Megumi piuttosto che inchinarsi davanti a lui. 

Megumi entra lentamente nella pozza più vicina. L'acqua è bollente e come un balsamo sulla sua pelle, distende i muscoli di Megumi e gli toglie di dosso il sudore accumulato.

Quando sente di essersi lavato abbastanza - e che se passasse altro tempo nell'acqua rischierebbe di svenire - esce lentamente dall'acqua, sentendosi di essere tornato ad abitare la sua pelle dopo giorni confusi. Non sa ancora bene dove sia né quale sia la sua situazione, ma deve pensare a stare meglio come prima cosa.

Si asciuga con i teli lasciatigli accanto alle vasche, rabbrividisce al contatto con l'aria della caverna, e si avvicina al kimono. È complesso da indossare, soprattutto senza aiuto, ma Megumi è abbastanza soddisfatto del risultato finale.

Uraume non sembra essere d'accordo. Quando di avvicina, squadra Megumi da capo a piedi e senza dire nulla allunga le mani verso di lui e comincia a sistemargli addosso la stoffa.

"Grazie," mormora Megumi quando ha finito.

"Non posso permetterti di presentarti davanti al nobile Sukuna in condizioni pietose."

A Megumi non sembrava di essere in condizioni pietose, ma non lo dice ad alta voce.


Megumi viene ancora una volta guidato da Uraume, il kimono bianco candido che indossa, dello stesso colore dei suoi capelli, struscia contro le sue caviglie ad ogni passo sollevando un sottile fruscio. 

Megumi prova a tenere conto di dove stiano andando, ma dopo la terza svolta ha già perso ogni senso dell'orientamento e si limita a seguire passivamente Uraume.

Arrivano davanti ad una sala, Uraume si mette laterale alla porta e la apre con un piccolo inchino. Megumi capisce: deve entrare da solo. 

Fa un passo nella stanza, sente la porta chiudersi alle sue spalle con un fruscio, ma lo registra distrattamente.

Davanti a lui, Sukuna lo sta già aspettando. In una stanza illuminata da candele sparse, Sukuna è inginocchiato ad una estremità del lungo tavolo di legno.

Con una mano fa cenno a Megumi di accomodarsi, con l'altra continua a portare cibo alla sua bocca.

Megumi siete all'estremità opposta del tavolo. Il cibo davanti a lui è abbondante e raffinato, più di quanto non abbia mai avuto occasione di vedere, ma Megumi riconosce che sono piatti facilmente digeribili, adatti a qualcuno che abbia passato i giorni precedenti a letto.

Megumi comincia titubante a mangiare, aspettandosi un rimprovero che non arriva.

Megumi è teso, mangia lentamente, si sente addosso gli occhi di Sukuna, inamovibili, ma non osa alzare i suoi e ricambiare lo sguardo. Continua ad aspetterei qualcosa che non arriva, non fino a quando non hanno finito di mangiare.

Come se convocati a comando, non appena terminano di mangiare, dei servitori entrano a frotte nella sala, liberano il tavolo e servono il tè. Sukuna continua a non dire niente e Megumi non riesce più a sopportare il silenzio. 

“Non mi hai ucciso,” dice, rompendo il silenzio e tenendo lo sguardo fisso sulla tazza di tè tra le sue mani. Ne fa roteare il contenuto nervosamente. 

Megumi sente la creatura ridacchiare dal lato opposto del tavolo. “Sei interessante.”

A Megumi non piace il modo in cui quelle parole gli scivolano addosso.

“Interessante?”

“Nessuno ha più cercato di attaccami direttamente da un po’ di tempo a questa parte. Sei molto coraggioso, o molto stupido.”

A giudicare dal modo in cui Sukuna ha reagito ai suoi attacchi, Megumi propenderebbe per il molto stupido, ma non lo dice ad alta voce.

“E che senso ha tenermi qui? Perchè non uccidermi come hai fatto con gli altri?”

 “Gli altri?”

“Gli altri ragazzi offerti dai sacerdoti.”

Sukuna sembra rifletterci per un momento, le sue mani inferiori si appoggiano alle ginocchia, mentre con le altre sorseggia il suo tè. I suoi quattro occhi non si staccano mai da Megumi.

“Gli altri ragazzini che vagavano per la foresta?” chiede.

Megumi e annuisce, e Sukuna scoppia a ridere, di una risata crudele e sgradevole. “Dovevano essere dei sacrifici per me?” chiede tra le risate.

Megumi sente la furia montare in sè. Quei ragazzi hanno sacrificato la loro vita e vengono snobbati in questo modo, alcuni erano terrorizzati, ma nessuno è mai scappato: tutti disposti a sacrificarsi per il bene degli altri. Megumi compreso. Come osa quel demone farsi beffe di loro in quel modo? La rabbia cresce in lui, e gli occhi di Sukuna non lo abbandonano, sembrano bearsi della sua reazione, come se fosse esattamente quella che voleva ottenere. Il volto gli si piega in una smorfia soddisfatta, e Megumi sente di essere caduto in trappola - una farfalla nella ragnatela. 

“Sacrifici,” Sukuna continua a ridere. “Pensavo solo che tentassero di scappare da quel posto di merda che è il villaggio sulla montagna.”

Megumi sente ogni pensiero congelarsi nel petto, la rabbia lo abbandona, lasciandolo senza forze, senza possibilità di restare dritto al tavolo. 

“Vuol dire che tu… non hai mai chiesto…?” chiede in un sussurro, non sapendo neanche bene cosa voglia sapere, nè se voglia veramente saperlo. 

Ogni cosa crolla in Megumi. E’ stato tutto inutile. Sono morti tutti inutilmente. Si porta una mano al petto e si piega su sè stesso, la tazza di tè gli cade dalle mani e cade sul pavimento con un rimbombo sonoro, il contenuto si rovescia sul legno chiaro. 

Sukuna si fa improvvisamente serio, “Cosa avrei dovuto farne di loro?”

“I sacerdoti— “

Sukuna scuote la testa, “Gli umani sono veramente caduti in basso.”

Megumi alza la testa, “Puoi dirmi almeno cosa è successo loro?”

Sukuna lo guarda, non addolcisce la parole. “Alcuni sono morti di freddo, altri per gli animali. Ma qualcuno è riuscito ad attraversare la foresta e uscire sano e salvo dall’altra parte. I più intelligenti ce l’hanno fatta.”

“Vuol dire i più grandi.”

“O i più fortunati.”

“Cosa accadrà a me?”

Sukuna sorride, maligno. “Potresti finalmente essere il primo a fare quello per cui sei stato mandato qui. Tenere al sicuro il tuo villaggio,” dice con voce melliflua. 

“E che cosa vuoi in cambio?”

Sukuna sorride, come se fosse soddisfatto della sua risposta, poi appoggia la tazza di tè sul tavolo e si alza in piedi. 

“Buonanotte, Fushiguro Megumi,” dice uscendo dalla stanza.  

















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 Titolo: a thousands years 
Fandom: JJK
Missione: M7 
Parole: 695
Rating: safe
Note: I do believe in fate and destiny, but I also believe we are only fated to do the things that we’d choose anyway. And I’d choose you: in a hundred lifetimes, in a hundred worlds, in any version of reality, I’d find you and I’d choose you.

Quando Sukuna sente la sua coscienza tornare a legarsi ad un corpo di carne, il suo primo pensiero va a lui. Quando apre gli occhi, le prime cose che vede furono il cielo stellato e la maledizione che stava provando ad attaccarlo.

Povera illusa

Sukuna non ha neanche bisogno di toccarla per prendersene cura, non si ferma neanche a controllare che sia veramente morta prima di voltarsi a guardare altrove. 

Nei mille anni in cui ha dormito, il mondo è cambiato radicalmente. Intorno a lui, dal suo punto rialzato, vede edifici alti abbastanza da toccare il cielo, luci artificiali che rischiarano la notte - gli umani hanno trovato finalmente il modo di prendersi cura di quel problemino che hanno sempre avuto con il buio, eh?

Il fresco della notte sulla pelle è inebriante, sentire di nuovo un corpo muoversi, invece che solo una coscienza che galleggia nel nulla, lo è altrettanto. Ha un mondo da esplorare, e non vede l’ora di farlo. 

Farà rinascere il suo regno, poi andrà a cercare il suo re e lo farà sedere ancora una volta ai piedi del suo trono. 

“Itadori Yuji,” chiama una voce alle sue spalle. Sukuna la riconoscerebbe nel buio, la riconoscerebbe nel caos, la riconoscerebbe fosse anche un sussurro in mezzo a una tormenta, ma il nome che dice è totalmente sbagliato. 

Sukuna si volta di scatto, un ringhio già pronto sulle labbra. Deve chiamare lui. Deve chiamare solamente lui.

Se lo trova davanti. Fushiguro Megumi. Lo sguardo fiero come la prima volta che lo ha visto, più giovane in volto dell’ultima volta che lo ha visto. 

Quel momento di distrazione è abbastanza perché il marmocchio in cui si è incarnato - quell’Itadori Yuji che gli ha rubato le prime parole che quella voce gli ha rivolto da mille anni a quel giorno - riprenda il controllo del suo corpo. 

La volta successiva che Sukuna riesce a prendere il controllo, si trova davanti uno di quei maledetti stregoni. Un migliaio di anni sono passati e sono ancora una razza irritante, quelli. Dice qualcosa sul vantarsi davanti a uno studente, e Sukuna attacca preso da una rabbia cieca: se qualcuno può pavoneggiarsi davanti a Fushiguro Megumi quello è lui. Lui e nessun altro. 

Ha appena cominciato a riscaldarsi, quando il moccioso - Yuji - prende nuovamente il controllo del suo corpo. 

Troverà il modo di fargliela pagare. 


Yuji e Megumi diventano amici, la parola ha un retrogusto amaro sulla lingua di Sukuna, ma almeno gli consente di vederlo da vicino. E’ giovane, ha forse la stessa età di quando lo ha incontrato la prima volta, millenni prima. Era una creatura magrolina e denutrita, ma aveva la fierezza di cento maledizioni. Si era presentato alla porta del suo tempio, si era inginocchiato davanti al suo trono. Cercava il potere per vendicarsi, e Sukuna glielo aveva concesso. 

Ha ancora una volta gli occhi di qualcuno che ha visto troppo, e ancora una volta Sukuna non era lì con lui. 

Stregoni di merda. La pagheranno.


L’occasione per avvicinarsi a lui arriva prima di quanto Sukuna avesse previsto. Una maledizione che riduce Yuji al confine tra la vita e la morte, troppo debole per tenerlo sotto controllo, e Sukuna è ancora una volta libero.

Trova Megumi nel giardino della prigione e Megumi, pur sapendo di non avere chance, non si fece scrupoli ad affrontarlo. 

Combattere di nuovo contro di lui è inebriante. E Sukuna ride, forte e senza remore, libero più di quanto non sia stato da quando ha preso possesso di quel corpo. 

Ma vede come Megumi si trattenga per non ferire il suo amico, vede che la preoccupazione principale è per lui. E Sukuna decide che gli darà qualcosa da ricordare: l’immagine di lui che strappa il cuore di Yuji. 

Sa che può guarirlo, ha solo bisogno di qualcosa per fare leva. 

Ed è quello che fa. Ottiene un minuto. E la possibilità di restare vicino a Megumi. 

Ancora non ricorda, ma lo farà presto. E se Sukuna ha aspettato mille anni, può aspettare ancora. Vuole vedere quel viso colpito dalla realizzazione, vuole vederlo avvicinarsi a lui. Vuole sentirsi ancora una volta il re del mondo con lui accanto. 

E, per Megumi, Sukuna sa che vale la pena aspettare. 








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 Titolo: When you smile you knock me out, I fall apart and I thought I was so smart
Fandom: JJK
Missione: M6 - When you smile you knock me out, I fall apart and I thought I was so smart
Parole: 1053
Rating: safe
Note: When you smile you knock me out, I fall apart and I thought I was so smart

Dopo Geto, Gojo si era detto mai più. Poi era arrivato Yuji, che aveva preso i suoi propositi tra le mani con estrema delicatezza e li aveva mandati a schiantarsi contro la prima superficie solida disponibile.

Appoggiato al muro con le braccia incrociate, Gojo, attraverso le lenti dei suoi occhiali da sole, osserva Yuji, seduto sul divano e proteso verso il televisore, completamente preso dal film che sta guardando. La scimmia riposa tranquilla tra le sue braccia.

Come insegnante, Gojo non può che essere assolutamente soddisfatto e impressionato dai suoi progressi. Come persona, è tutta un’altra storia. 

I progressi di Yuji lo costringono a lodarlo, e lodarlo significa vedere da vicino il modo in cui i suoi occhi si illuminano al complimento e il suo sorriso si allarga e davanti a quello spettacolo Gojo è costretto a provare delle cose - non ha alcuna intenzione di usare la parola sentimenti, proprio no - e un po’ lo odia per questo. 

“Basta così per oggi,” annuncia Gojo dal suo angolo della stanza. Yuji si volta nella sua direzione e la scimmia tra le sue braccia non dà il minimo segno di svegliarsi. Si allunga verso il telecomando e mette in pausa il film. 

“Cosa facciamo, sensei?” chiede Yuji, contenendo a malapena l’eccitazione al pensiero di continuare il proprio allenamento. E se c’è una cosa più insopportabile del modo in cui Yuji sorride, è proprio il modo in cui guarda Gojo: con un profondo rispetto, non intaccato dalla sua personalità frivola e scostante - e nessuno ha mai guardato Gojo in quel modo. 

Yuji lo guarda come se lui avesse tutte le risposte, come se avesse non si sa qualche conoscenza profonda e non vedesse l’ora di poterla assorbire da lui e gli faceva venire voglia di avere davvero tutto ciò che Yuji cercava, anche solo perchè non lo andasse a cercare altrove. 

Gojo aveva provato a distanziarsi da lui. C’era un motivo per cui gli aveva affiancato Nanami, e, se aveva avuto successo nell’allontanarsi da lui, aveva fallito in maniera spettacolare nel restargli distante. 

Yuji guardava Gojo come se fosse una brava persona e, la cosa peggiore, era che gli faceva venire veramente voglia di esserlo. 

“Combattimento,” rispose Gojo.

Yuji scattò in piedi dal divano e ancora la scimmia tra le sue braccia non si mosse e Gojo avrebbe dovuto lodarlo per quello, ma Yuji stava già sorridendo ampiamente e Gojo era debole, tremendamente debole. 

Yuji si andò a parare davanti a lui, vicino. “Qui?” chiese con l’espressione confusa e guardandosi intorno, calcolando le dimensioni della stanza e catalogando il mobilio che avrebbero avuto in mezzo ai piedi nel pieno dell’incontro. arricciando il naso in un’espressione confusa.

Gojo non gli rispose, provò direttamente ad attaccarlo. I riflessi rapidi di Yuji gli permisero di fare un passo indietro ed evitare il colpo, per poi attaccare direttamente, La sua espressione si fece subito dura e concentrata, pienamente immerso in quello che stava facendo, a differenza di Gojo, la cui mente continuava a vagare. Per sua fortuna, Gojo era talmente abituato a combattere da non dover pensare troppo a quello che stava facendo.

Gojo cominciò a catalogare i progressi di Yuji, gli errori che aveva corretto. Il suo modo di combattere era sempre stato istintivo, ma gli erano bastate poche lezioni perchè a quell’istinto connaturato che aveva e ai riflessi eccezionali riuscisse ad integrare quel tanto di tecnica che gli permetteva di chiudere le aperture e rendere i suoi colpi più precisi, liberandosi dei movimenti inutili, ma senza irrigidirsi nella tecnica dei movimenti conosciuti e sutdiati. 

Combatteva in modo preciso e feroce, dal suo viso non traspariva ansia, impazienza, rabbia, solo concentrazione e attenzione ai movimenti di chi aveva di fronte in quel momento e rendendo allo stesso tempo impossibile per chi aveva di fronte leggere quale sarebbero stati i suoi futuri movimenti - ancora Gojo, che ormai era abituato ai suoi movimenti, occasionalmente restava sorpreso da quello che Yuji era in grado di tirare fuori dal cilindro. Poteva essere terrificante come caratteristica, e avrebbe potuto salvargli la vita, un giorno. 

Non era ancora in grado di combattere allo stesso livello di Gojo - un giorno lo sarebbe stato, Gojo non aveva dubbi - ma i suoi progressi erano stati eccezionali. A breve Gojo avrebbe dovuto innalzare il livello di difficoltà, cominciare a combattere quasi seriamente perché quelle sessioni di allenamento continuassero ad essere fruttuose per lui. 

Yuji non lo aveva mai battuto fino a quel momento, ma per qualche motivo la cosa sembrava motivarlo più che scoraggiarlo. Un giorno Gojo glielo aveva chiesto, Yuji aveva scosso le spalle, “se tu sei il più forte devo almeno riuscire a tenere testa a te per affrontare le maledizioni e salvare delle vite.” 

Yuji aveva sempre chiaro il motivo per cui combatteva, il motivo per cui si allenava. In ogni cosa che faceva aveva sempre chiaro il percorso, lo scopo, e questo gli permetteva di mettere tutto in prospettiva. Gojo si era chiesto se avesse mai avuto quella maturità, se l’avrebbe mai avuta. 

Gojo gli afferrò il polso e gli bloccò il braccio dietro la schiena, rendendogli impossibile muoversi. Yuji provò a dimenarsi un po’ nella stretta, ma poi lasciò perdere e Gojo gli lasciò andare il braccio. 

“Non male,” commentò. E Yuji si illuminò, come previsto, a quelle poche parole. Aveva le guance arrossate dallo sforzo e il fiato corto. 

Gojo doveva mettere fine a quella storia il più in fretta possibile. Dovevano tornare indietro, dovevano tornare a prendere le distanze perché continuando in quel modo nessuno dei due avrebbe resistito a lungo - e Gojo ci vedeva troppo bene per farsi sfuggire i segnali di interesse da parte di Yuji.

“Sei pronto per tornare dagli altri,” disse Gojo. “In occasione dell’incontro con la scuola di Kyoto, che ne dici? Un rinforzo potrebbe tornargli utile.” Gojo si dipinse in faccia il solito sorriso strafottente, e adesso Yuji vibrava per tutt’altro motivo. 

Gojo non voleva pensare al fatto che gli sarebbe mancato tutto quello - essere uno dei pochi a sapere che Yuji era in vita, tenerlo nascosto come se fosse il suo piccolo segreto. Protetto, gli suggerì una voce dentro di lui che somigliava a quella di Geto, come non sei riuscito a fare con me

Era meglio così. Per entrambi. Per tutti. Ma soprattutto per lui. 



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Titolo: Questione di punti di vista
Fandom: JJK
Missione: Tearoom, "People are naturally attracted to you"
Rating: safe
Parole: 890

  1. Fushiguro Megumi

Megumi ha potuto solo guardare con gli occhi sbarrati il dito di Sukuna che scompariva nella bocca di Itadori. Non riesce ancora a credere che qualcuno possa arrivare a fare una cosa del genere per salvare qualcun altro, mettendo a rischio qualcosa di più profondo della propria vita, esattamente come ha fatto lui. Megumi ha sempre odiato le persone così, ma per quanto le odi non riesce ad allontanarsene quando ne trova. Non vuole che Itadori muoia. Megumi non si è mai ritenuto una persona buona. Sa che la sua è una richiesta egoistica, ma la fa lo stesso. Sa che Gojo farà ogni cosa in suo potere per garantirla. Megumi non ha più intenzione di perdere nessuno. Sa che tutte le persone buone hanno bisogno di avere qualcuno accanto che sia disposto a essere la loro ombra. Megumi è disposto a caricarsi quel ruolo sulle spalle. 


  1. Gojo Satoru

Seduto su una panchina, Satoru aspetta che Yuji esca dall’ospedale. Ancora non ha avuto il tempo di farsi un’idea su quel ragazzo. Megumi gli ha chiesto di salvarlo, e Megumi non chiede mai niente, ma non può negare di essere intervenuto anche per interesse personale. Sa che il piano che ha messo a punto è quello che porterà più benefici nel lungo termine, e vuole mostrare alla vecchia guardia che può esistere un modo migliore di fare le cose. Yuji esce dalle porte a vetri dell’ospedale e si siede accanto a lui. Gli chiede se mangiare le dita, assumersi quel peso sulle spalle - ancora così giovani - salverà delle vite, e Satoru non può mentirgli. Senza esitazione Yuji prende a ingoia anche il secondo dito. Satoru fa un voto a sé stesso in quel momento: non ha intenzione di lasciarlo solo.


  1. Nanami Kento

Kento  avrebbe voluto proteggerlo più a lungo. Continua ad osservare il modo in cui gli occhi di Yuji non lasciano i sacchi stesi sul tavolo dell’obitorio e non riesce a scrollarsi di dosso la sensazione di aver fallito come guardiano, come mentore, come stregone. Le domande che Yuji sta facendo a lui, la punta dell’iceberg di quelle che sta facendo a sé stesso, non sono le domande che un quindicenne dovrebbe farsi, e Kento non può più schermarlo, non può più protetteggerlo. Deve trattarlo come l’adulto che dopo quella giornata è diventato. Lo stregone che è diventato. Kento non ha mai odiato tanto quella parola, eppure la prima volta che l’avevano accostata al suo nome non era stato molto più grande di Yuji. Non c’è il tempo per piangersi addosso. Tutto quello che adesso può fare è continuare a proteggerlo, deve solo cambiare il modo. E imparare come proteggerlo da sé stesso. 


  1. Todo Aoi

Aoi sorride davanti alla risposta di Itadori, con il petto gonfio della sensazione di aver trovato un animo affine. Il suo modo di combattere lo meraviglia, e colpo dopo colpo, Aoi sente quella sensazione intensificarsi: lui e Itadori sono fatti l’uno per l’altro, destinati ad incontrarsi e a diventare amici inseparabili. Nessun incontro fatto fino a quel momento gli era mai sembrato così giusto, non i suoi compagni di scuola, né gli studenti della sede di Tokyo: Aoi non ha mai trovato nessuno come lui. Ma in quel quadro c’è una stonatura. La tecnica di Itadori è imprecisa, imperfetta, non diversa da quella di un principiante. Offusca la brillantezza che Aoi si trova di fronte, e Aoi si impone una nuova missione: lucidare quel che ha di fronte, tirare fuori la forma migliore di Itadori. Dopo tutto, è quello che fanno i migliori amici. 


  1. Choso

Choso non è sicuro di che cosa sia successo nel corso di quel combattimento. Sa solo che un momento ardeva d’odio verso Itadori Yuji, l’assassino dei suoi fratelli, e il momento dopo si era sentito tirato verso di lui, con un affetto nuovo che nasceva nel suo sangue senza avere la minima idea da dove venisse. Il sollievo che aveva provato quando, dopo il massacro che era stato l’incontro di Shibuya, lo aveva trovato vivo, per quanto conciato male, era stato senza precedenti. Choso non sa bene che relazione lo leghi a Itadori, lo sente vicino come un fratello, ma ogni volta che lo chiama in quel modo Yuji lo rimbecca. Sa solo che l’unica cosa che può fare è stargli vicino, assicurarsi che non gli accada niente di male. Non può perdere anche lui. Non può perdere l’ultimo frammento di famiglia che gli resta. 


+1. Sukuna

Quel moccioso è profondamente irritante. Ha provato a sovrastarlo con il proprio potere, ma ha resistito. Ha provato a confondergli le idee con le parole. Ha ottenuto qualche risultato in più, lo ha turbato, ma anche rinsaldato la sua volontà. Sukuna riconosce la forza quando la vede, e non può negare che da quel punto di vista Yuji potrebbe essersi guadagnato il suo rispetto - se fosse stato ancora nella sua epoca, nel suo corpo, avrebbe volentieri avuto uno come lui nella sua schiera. Ma messo così, contro di lui… Itadori sembra quasi il suo nemico naturale: i punti deboli che Sukuna è abituato a sfruttare sono dei punti motivazionali per lui. Ma il suo controllo comincia a calare, le quindici dita assorbite rendono Sukuna sempre più forte mentre i suoi piani cominciano a prendere una forma sempre più definita. Deve solo avere un altro po’ di pazienza e, dopo aver aspettato per centinaia di anni, la prospettiva non è poi così terribile. 














chasing_medea: (Default)
 

Titolo: the sweetest enticement
Fandom: Jujutsu Kaisen
Missione: M1 - Age difference
Parole:10.155
Rating: NSFW
Notes: Age difference

Sukuna tamburellò l’anello che portava al pollice sul volante dell’auto. Era bloccato nel traffico da meno di dieci minuti e già non ne poteva più. Aveva già avuto una giornata infernale, voleva solamente tornare a casa e quel rallentamento era veramente l’ultima cosa di cui aveva bisogno. A quanto aveva detto la radio, c’era stato un incidente pochi chilometri più avanti che aveva completamente congestionato il traffico. Sukuna sperò che chiunque fosse rimasto coinvolto si fosse fatto male. Solo quello avrebbe giustificato il farlo arrivare tardi a casa di giovedì sera, sebbene a malapena.

Sukuna guardò per un momento il proprio riflesso nello specchietto retrovisore. Le rughe intorno ai suoi occhi erano aumentate nel corso degli ultimi mesi. Ecco quello che succedeva ad essere circondato da incompetenti a lavoro.

Procedettero a passo d’uomo fino alla svolta successiva, che Sukuna scelse di prendere. Ci avrebbe messo di più a tornare a casa, ma almeno non sarebbe stato imbottigliato.

Arrivò a casa che era già buio. Parcheggiò la macchina sul vialetto di casa e la chiuse puntando il telecomando dietro alle sue spalle, senza neanche dargli una seconda occhiata, accontentandosi di sentire la serratura scattare dietro di lui.

Le luci di casa erano accese. 

Aprì la porta con cautela, e so tolse le scarpe all’ingresso per mascherare il rumore dei suoi passi. Teneva l’orecchio teso a qualunque rumore arrivasse dall’interno della casa. Sentì un’esplosione e poi delle risate raggiungerlo dal salotto in fondo a destra. Yuji. E qualcun altro che non riusciva a riconoscere.

Si passò una mano tra i capelli e entrò in salotto, allentando la cravatta intorno al collo. Yuji, con un pezzo di pizza in bocca e i piedi sul divano di pelle bianca, si voltò a malapena verso di lui, più interessato all’anime che andava sul megaschermo del suo salotto. Dalla televisione arrivò un’altra esplosione. 

“Oh, Sukuna,” disse Yuji. “Abbiamo preso la pizza. In cucina c’è la tua.”

Più premuroso di quanto avesse pensato, ma era anche abbastanza convinto che Yuji avesse usato i suoi soldi per prenderla, quindi forse non così tanto. Soprattutto perchè Yuji sapeva perfettamente quanto Sukuna odiasse la pizza, e la pizza da asporto in particolare: era un cibo privo di classe, da mangiare con le mani. Non aveva la minima finezza. Per non parlare del fatto che non assomigliava minimamente alla pizza che aveva mangiato in Italia. 

Sukuna potè vedere la luce furba negli occhi di Yuji fissi su di lui e non riuscì a trattenere un sorriso, che fece in modo di nascondere dando le spalle ai due ragazzi mentre si liberava della giacca. 

Il moccioso si divertiva a infastidirlo con quei dispetti, pensando di essere diverso da lui, migliore. Fisicamente non potevano esserci dubbi sulla loro parentela. Ogni volta che guardava Yuji rivedeva il volto che per anni aveva visto allo specchio tutti i giorni, ma erano quelli i momenti in cui Sukuna rivedeva di più sè stesso in lui. Era in quei momenti che Yuji gli rendeva evidente quanto gli somigliasse non solo fisicamente. Erano i momenti in cui si rendeva conto che Yuji era davvero suo figlio, nonostante caratterialmente non si assomigliassero minimamente al di fuori di quei momenti.

Sukuna andò a sedersi pesantemente sulla poltrona accanto al divano, anche quella di pelle bianca.

“Non mi avevi detto che saresti tornato per le vacanze,” disse.

“Ti ho incasinato i piani?” rispose Yuji, con l’aria di chi non si sarebbe dispiaciuto affatto se Sukuna gli avesse detto che era così.

“Non ho piani che tu possa incasinare.”

L’amico di Yuji osservava lo scambio in silenzio, studiava il viso di Sukuna con fare incuriosito, ma non sembrava intimidito e quello era una novità. Tutti gli amici di Yuji avevano sempre provato timore nei suoi confronti - cosa che non mancava mai di trovare divertente in tutta onestà. Ma questo sembrava fatto di una pasta diversa.

Interessante.

Sukuna si rivolse a lui. “E tu chi sei?”

“Fushiguro Megumi,” rispose quello, voce chiara e senza alcuna traccia di nervosismo.

“Megumi, eh. Il coinquilino.”

“Fushiguro,” lo corresse quello, con voce ferma.

Sukuna rise. Interessante veramente. “Fushiguro,” concesse Sukuna.

Si alzò dalla poltrona e prese la sua pizza dalla cucina. Prese anche una birra dal frigorifero, e tornò a sedersi sulla poltrona. La aprì con l’accendino preso dalle sue tasche e ne bevve un lungo sorso, rilassandosi contro lo schienale della poltrona.

“Che ci fai qui?” chiese a Yuji.

“Siamo solo in appoggio. Stanno approfittando delle vacanze di primavera per fare dei lavori alla palazzina e non potevamo restare lì. E Fushiguro non aveva voglia di tornare a casa sua.”

Sukuna vide Fushiguro lanciargli un’occhiataccia, ma non disse nulla. Yuji tornò ad ignorarlo,  mise nuovamente play all’anime che stavano guardando e cominciò a commentarlo insieme a Fushiguro, ignorando completamente la sua presenza. I commenti di Fushiguro erano brevi e puntuali, frecciate secche di fronte ai continui mugugni di Yuji. Quei due erano diametralmente opposti, e Fushiguro non aveva nulla in comune con tutti gli amici che Yuji aveva portato a casa negli anni - quel ragazzo aveva sempre avuto una strana passione per il raccattare randagi vari in giro.

Sukuna continuò a studiare quel ragazzo. Aveva qualcosa di familiare, nella forma della bocca, nel modo di muoversi.

Non riusciva ad immaginare dove potesse averlo incontrato in precedenza, e se davvero lo avesse fatto era piuttosto sicuro che l’avrebbe ricordato: c’era qualcosa in quel ragazzo che rendeva impossibile staccargli gli occhi di dosso.

I suoi movimenti erano eleganti, le leve lunghe del suo corpo lo rendevano aggraziato, ricordavano un ballerino, qualcuno che avesse piena coscienza dei movimenti del proprio corpo e non facesse mai movimenti superflui. Il suo modo di muoversi era come quello di parlare, secco, essenziale, efficace.

Affascinante.

Fushiguro si voltò nella sua direzione e non abbassò lo sguardo nè mostrò tracce di incertezza quando vide che Sukuna lo stava guardando. Quando distolse lo sguardo, fu solo perché in qualunque cosa stessero guardando stava succedendo qualcosa di grosso, un colpo di scena che avrebbe cambiato tutto, almeno a giudicare dalla reazione di Yuji. Sukuna rimase impressionato dalla sicurezza che Fushiguro aveva dimostrato in quel momento.

I giorni che avrebbero trascorso lì si promettevano interessanti, adesso.

Sukuna lasciò la pizza intoccata davanti a lui, prese il pacchetto di sigarette dalla tasca e se ne accese una, bevendo anche un altro sorso di birra. Recuperò il portacenere di cristallo dal tavolino da caffè e se lo appoggiò sulla coscia.

Yuji storse il naso quando l’odore di fumo lo raggiunse.

“Potresti anche andare fuori, disse,”

“E’ casa mia,” gli rispose Sukuna, prendendo un’altra boccata di fumo. “Faccio quello che mi pare.”

Yuji si alzò infastidito e spense il televisore. “Andiamo, Fushiguro,” disse. “Ce lo possiamo finire in camera.”

Fushiguro si alzò dal divano e lo seguì educatamente in camera, senza voltarsi a guardarlo nuovamente.

Sukuna sorrise tra sé, prese un’altra boccata di sigaretta prima di spegnerla nel posacenere. Aveva vinto anche quella volta.


Sukuna salì in camera sua, al secondo piano. Passando davanti alla camera di Yuji poteva sentire i due chiacchierare fittamente, ma oltre a il borbottio dietro alla porta non riusciva a distinguere con esattezza le parole pronunciate. Non che gli interessasse poi molto.

Sukuna si tolse di dosso il completo del lavoro e indossò dei più comodi vestiti da casa, si stese sul letto con la schiena appoggiata alla spalliera e il laptop sulle gambe, già parzialmente eccitato per quello che avrebbe visto da lì a poco.

Aprì il suo sito di camboy preferito, e andò direttamente sul profilo del suo prediletto del momento. La live non era ancora cominciata, bene così.

Aprì il suo profilo per dare un'altra occhiata alle sue foto. Aveva preso l'abitudine di scattarsi un paio di foto con tutti i vestiti che gli venivano regalati dai fan, e alcuni di quegli outfit... Sukuna non poteva dire di odiarli. Nonostante non fosse mai stato un fan della lingerie, Sukuna doveva ammettere che addosso a quel ragazzo assumeva tutto un altro senso. L'idea di mandargli qualcosa in passato l'aveva accarezzato, ma non voleva essere come tutti gli altri. I regali che gli aveva fatto fino a quel momento erano stati di tutt'altro genere, come ad esempio il telefono che utilizzava per fare quelle foto. Sapere che Blessing non poteva non pensare a lui quando si scattava una foto con i vestiti che qualcun altro gli regalava faceva scorrere un brivido di eccitazione lungo il suo corpo ogni volta che ci pensava. Non voleva essere uno di quei pervertiti che gli mandavano solo cose da camera da letto, facendogli incarnare le loro fantasie, no. Sukuna voleva regalargli cose che potesse utilizzare anche al di fuori della sua camera, anche al di fuori del suo lavoro. Voleva penetrare nella sua vita quotidiana, nei suoi pensieri di tutti i giorni, non essere relegato in una camera buia e dimenticato non appena chiudesse la webcam. Non faceva per lui. In nessuna delle foto, Blessing si mostrava senza maschera. Non sapeva se lo avesse fatto apposta o meno, ma il mistero non faceva che renderlo più intrigante ai suoi occhi. L'idea che al di fuori non sapessero della sua identità rendeva ancora più profondo il sentimento che Sukuna provava nel regalargli cose che anche altri, fuori da quel contesto, avrebbero visto.

Scorrendo le foto, arrivò all'ultima che Blessing aveva caricato. Era un foglio bianco, nella sua calligrafia - ordinata, pulita ed elegante, proprio come era lui - annunciava che si sarebbe preso una settimana di hiatus, che si sarebbe fatto una breve vacanza con gli amici, che ringraziava tutti per il sostegno e che sarebbe tornato presto.

Sukuna si appoggiò contro la testiera del letto e chiuse la schermata con un gesto secco. Da una parte era contento che quel ragazzo si potesse fare una vacanza, dall'altra era infuriato: come osava dargli buca in quel modo. Era frustrato e sessualmente frustrato allo stesso tempo, e non sapeva bene come gestire la cosa. Aprì nuovamente il sito, navigando un po' alla ricerca di qualcun altro che facesse al caso suo, ma le ragazze erano terribilmente finte nel loro modo di gemere, al punto che irritavano le sue orecchie e glielo facevano ammosciare, mentre i ragazzi erano terribilmente noiosi. La verità era che probabilmente Blessing lo aveva rovinato. Sukuna non sapeva se fosse un attore eccezionale o se si divertisse veramente a fare quello che faceva, ma nei suoi stream non dava mai la sensazione di star solo facendo quello che vendeva. Quello che aveva trovato trascinante di lui sin dal primo streaming era proprio il fatto che sembrasse sempre avere in mano lo scettro, e ne sembrasse perfettamente consapevole. La maggior parte degli streamer erano servili, ma lui... Blessing era un re, e loro meri mortali a cui era gentilmente concesso di assistere allo spettacolo. In nessun altro Sukuna trovò le stesse vibrazioni.

Chiuse lo schermo del pc con un gesto stizzito e si mise a dormire.


Nei giorni successivi si videro poco e niente, in sprazzi e momenti scollegati. Yuji passava la gran parte del suo tempo fuori casa, Fushiguro sempre al seguito, come un'ombra. Non parlava molto, non davanti a lui almeno, ma poteva sentire come lui e Yuji fossero sempre intenti in qualche conversazione profonda ogni volta che erano insieme nella stessa stanza. Ogni volta che passava davanti ai suoi occhi, Sukuna non poteva fare nulla se non fissare gli occhi su di lui. L'impressione di averlo già visto non voleva lasciarlo libero, continuava ad interrogarsi sul come e sul quando avesse avuto la possibilità di venire in contatto con qualcuno della stessa età di suo figlio. Sul lavoro era improbabile, era circondato da gente decisamente più anziana di lui, che nonostante fosse a capo della compagnia da anni - e con successo - continuava a guardarlo dall'alto in basso e a considerarlo troppo giovane per assumere quel ruolo. Non che gli importasse, pregustava solo il momento in cui avrebbe potuto ufficialmente licenziarli - e lasciali senza buonuscita.

Sukuna aveva bisogno di un'occasione, di un momento di calma per osservare Fushiguro più da vicino. Quel ragazzo lo incuriosiva ad un livello profondo e Sukuna non riusciva a capire il motivo. Trovava la cosa profondamente irritate, come una sorta di prurito di cui non riusciva a localizzare il punto di origine nel suo corpo. Era qualcosa di nervoso e profondo, e Sukuna aveva intenzione di andare in fondo alla cosa e trovare le risposte che stava cercando.

E forse un modo c'era.

Era tornato dal lavoro e aveva trovato la casa vuota. Poco dopo sentì la porta aprirsi, Yuji stava ridendo per qualcosa. Lo sentì chiedere se avrebbero dovuto ordinare cinese per cena, lo sentì dire che avrebbero potuto usare i soldi di Sukuna ancora una volta.

Non diede tempo a Fushiguro il tempo di rispondere.

Si affacciò sul corridoio, Yuji non battè ciglio al pensiero che fosse già a casa e che potesse aver sentito quello che aveva detto.

"Andate a cambiarvi," disse in un tono che non ammetteva repliche. "Stasera si cena in un posto decente."


Fushiguro scese le scale prima di Yuji. Sembrava si fosse impegnato veramente. Rispetto alle felpe sformate con cui lo aveva visto nei giorni precedenti, indossava una camicia e un paio di jeans scuri.

"Il moccioso non è pronto?" chiese Sukuna spegnendo la tv che si era messo a guardare in attesa che i due fossero pronti. Anche lui si era cambiato, ma ci aveva messo molto meno di quanto ci stessero mettendo i due ragazzi. Se suo figlio fosse stato diverso, se fosse stato più simile a lui anche su quell'aspetto, Sukuna sarebbe stato sicuro che stessero scopando sotto la doccia.

Sukuna lo studiò per un momento, poi sorrise. Improvvisamente era tutto chiaro, tutto aveva un senso. Sukuna si prese un momento per studiare meglio il modo in cui si era vestito, e anche gli utlimi dubbi vennero spazzati via. Anche le tempistiche coincidevano.

Sukuna avrebbe riconosciuto quella camicia ovunque. Ricordava di essere andato in negozio per comprarne una nuova per sè stesso, ricordava il modo in cui l'occhio gli fosse caduto su quella camicia scura allo stand acccanto. Ci aveva passato le mani sopra, il cotone era delicato e morbido sulla pelle. Ricordava di aver pensato come quella camicia avrebbe donato a qualcuno con la pelle chiara, il contrasto che avrebbe potuto creare con le cosce lunghe e nude. Ricordava di averla comprata di istinto, di essere tornato a casa e di averla spedita a un indirizzo preciso.

Sukuna aveva regalato quella stessa camicia a Blessing.

L'idea era plausibile, aveva senso. Ma quante potevano essere le possibilità? Sukuna mise il pensiero da parte, pronto per essere analizzato più nel dettaglio.

Yuji scese le scale, distrendolo effettivamente dallo studiare come quella camicia stesse addosso a Fushiguro. Se era veramente chi pensava che fosse, Sukuna aveva avuto ragione su tutta la linea. Il colore della camicia faceva risaltare il colore dei suoi occhi, il taglio delle maniche metteva in risalto le leve lunghe delle sue braccia, rendendo ogni movimento leggero ed elegante. Una delle cose che più lo aveva colpito di Blessing era stata la sua grazia nel muoversi, e che fosse o non fosse Fushiguro quella era una qualità che entrambi condividevano.

Sukuna era contento che gli anni che aveva speso a insegnare a Yuji a presentarsi in maniera adeguata ad ogni occasione non fossero stati buttati nel cesso da due semestri di università passati indossando solamente felpe di gruppi musicali sconosciuti.

Fece entrare i ragazzi in macchina. Era abituato a vedere le espressioni stupite degli amici di Yuji dopo che vedevano la sua macchina per la prima volta - l'ultima era una BMW sportiva, di un nero lucido e brillante. Fushiguro non si scompose. Senza indugi aprì la portiera posteriore della macchina e si mise a sedere.

O non gli interessavano le macchine, o era più abituato di quanto avesse creduto a vedere macchine di lusso. La seconda ipotesi avrebbe cozzato abbastanza con l'ipotesi che si era formata nella mente di Sukuna. Se veramente fosse stato abituato a quel livello di vita, perchè ritrovarsi a fare il camboy? Forse per far indispettire la sua famiglia? Quello avrebbe spiegato la maschera. Ma non aveva mai avuto l'impressione che Blessing mentisse. Ricordava di quando aveva parlato del suo cellulare - aveva deciso di comprargliene uno. All'epoca il suo interesse per lui era stato... Non poteva dire innocente. Il suo interesse per lui non era mai stato innocente, ma non aveva avuto secondi fini in quell'occasione. Ancora lo conosceva da molto poco. Aveva solo pensato che fosse un ragazzo solo, all'università e impossibilitato a chiamare la sua famiglia o sentire gli amici. In quel momento aveva pensato a Yuji. Il loro rapporto era quello che era, ma comunque una volta a settimana si sentivano al telefono.

In quelle occasioni non aveva mai avuto la sensazione che Blessing mentisse.

Provò anche a pensare se avesse mai incrociato qualche Fuhiguro per lavoro, ma quel cognome gli risultava completamente sconosciuto.

Sukuna, al volante, approfittava delle fermate ai semafori per gettare occhiate a Fushiguro dallo specchietto retrovisore, cercando di capire se potesse veramente essere chi pensava che fosse.

Fushiguro aveva gli occhi fissi su di lui, e la cosa fece ruggire il suo ego smisurato. Sukuna seguì la linea del suo sguardo e notò che Fushiguro stava osservando le sue mani sul volante. Il suo sguardo era sicuramente interessato. Sukuna sorrise, e tornò a concentrarsi sulla strada.

Il ristorante dove aveva scelto di portare i ragazzi non era lontano. Era un ristorante italiano in cui aveva già portato Yuji in un paio di occasioni - l'ultima era stata la sera in cui aveva saputo di essere stato accettato all'università. L'entrata era affollata dalle persone in attesa del loro tavolo. La maggior parte, nonostante avessero tirato fuori quelli che erano evidentemente i vestiti migliori che possedevano, non erano minimamente all'altezza della situazione, plebei che cercavano di vivere una vita che non gli apparteneva, anche solo per una notte. Sukuna li guardò arricciando il naso. Si fece largo tra quella marmaglia fino a raggiungere il podio del maitre di sala.

"Ha prenotato?" gli chiese quello, alzando a malapena lo sguardo dal suo registro.

"No"

"Allora mi dispiace, ma-"

"Il nome è Ryomen Sukuna"

Il maitre spalancò gli occhi, fece un passo indietro e fece un piccolo inchino, sbiancando leggermente. "La prego di attendere un momento. La farò accompagnare subito al suo tavolo."

Sukuna si divertiva sempre a vedere il panico suscitato dal solo pronunciare il suo nome. Solo quello sarebbe bastato a farlo entrare in qualunque luogo in almeno metà del paese.

Sentì gli occhi di qualcuno bruciargli sulla pelle. Si voltò alla sua destra, e lì trovo Fushiguro che lo guardava intensamente, il volto impassibile. Sukuna gli indirizzò un mezzo sorriso derisorio, ma non disse nulla.

"Itadori ha ragione," disse Fushiguro. "Sei veramente uno stronzo." Gli voltò le spalle e si allontanò, probabilmente per tornare da Yuji.

Sukuna scoppiò a ridere. Da anni nessuno gli diceva più in faccia una cosa del genere, troppo spaventati per le conseguenze - se non andava errato, l'ultima persona a dirgli una cosa del genere era stata proprio la madre di Yuji, la sera in cui si erano conosciuti, la sera in cui Yuji era stato concepito. Sukuna aveva ventitré anni e si era ritrovato incastrato in una cena di lavoro del padre. Lei era la figlia del direttore di un’altra azienda, quella con cui suo padre sperava di cominciare affari in futuro. Erano stati entrambi annoiati, avevano condiviso fin troppe sigarette fuori dal locale. Lei non gli aveva tolto gli occhi di dosso per tutta la sera, ma non aveva mai nascosto di trovarlo spiacevole. Dopo la cena avevano diviso un taxi, e dopo quella la camera di un albergo di lusso. Sukuna era andato via prima che lei si svegliasse e non l’aveva più sentita per dieci anni. 

Sì, gli piaceva lo spirito di quel ragazzo.

Il maitre tornò pochi attimi dopo, guidandoli al loro tavolo. Gliene aveva trovato uno particolarmente bello, accanto ad una finestra che si affacciava sui giardini del locale, situato in una vecchia villa nobiliare. I giardini sembravano estendersi all’infinito, i fiori che li adornavano avevano colori brillanti anche in piena notte. 

La vista sembrò riuscire a impressionare Fushiguro, che guardò con attenzione fuori dalla finestra. Sukuna sorrise soddisfatto. Aveva ancora i suoi assi nella manica.

Yuji prese il menù dal cameriere e cominciò a scorrerlo, sapendo quello che stava facendo. Con somma sorpresa di Sukuna anche Fushiguro sembrava muoversi bene in quell'ambiente. Si solidificò in Sukuna l'idea che Fushiguro fosse abituato a quell'ambiente. Anche il modo di muoversi tradiva il fatto che fosse abituato a stare in quegli ambienti, il suo atteggiamento era corretto e posato, figlio dell'alta società.

Quel ragazzo si stava dimostrando sempre più interessante. All'arrivo del cameriere Fushiguro ordinò per se, sicuro delle sue scelte e con il fare vagamente arrogante che l'alta società riservava sempre a chiunque appartenesse alla categoria del personale di servizio. Sukuna era anche d'accordo con le sue scelte, il ragazzo aveva gusti sofisticati e eleganti, esattamente come i suoi.

Sukuna ordinò anche il vino, e quando arrivò ne versò un bicchiere ad entrambi, prima Fushiguro e poi Yuji, che lo guardò con il sopracciglio alzato.

"Uh, non fare quella faccia," disse al figlio. "Come se non sapessi che bevete all'università. Almeno questa sera bevete qualcosa che valga la pena bere, e non la birra di merda che avete nel frigo."

Yuji non potè replicare, ma intervenne Fushiguro. "Non è birra di merda," disse deciso. "E' birra economica."

Sukuna scrollò le spalle, "Stessa cosa," disse con sufficienza.

"Non esattamente"

L'arrivo degli antipasti interruppe la conversazione. Fushiguro, che all'arrivo aveva appoggiato la giacca sulla spalliera della sedia, si alzò le maniche della camicia, piegandole ordinatamente, fino ad avere parte dell'avambraccio scoperto. Appoggiò le braccia elegantemente sul tavolo, come si imparava solo alle tavole dell'alta società. Sukuna studiò la sua postura, e lo sguardo gli cadde sul braccialetto che portava al polso.

Era un semplice bracciale in piastre d'acciaio, in quella centrale, piccola e nera, c'era l'immagine di un gatto seduto elegantemente, con la coda a circondargli le zampe.

Sukuna conosceva quel bracciale. Lo aveva regalato a Blessing un paio di mesi prima. E se la camicia da sola non provava niente, la camicia e il bracciale insieme erano una prova. Quel ragazzo era Blessing. Non c’erano dubbi. E adesso che lo sapeva riusciva a vedere la somiglianza tra i due, le leve lunghe e l’eleganza nel muoversi, la grazia naturale che circondava ogni suo movimento come una luce soffusa. 

Il bracciale era semplice e d'effetto, e quel gatto gli aveva ricordato il suo modo di muoversi. Sukuna lo aveva visto nella vetrina di una gioielleria. All'interno del negozio aveva anche trovato l'anello nero che aveva preso a indossare al pollice, una semplice fascia nera, ma che gli piaceva particolarmente come gli stava addosso.

Quei due oggettini non li aveva pagati molto. Quando il cassiere della gioiellerie Sukuna era rimasto effettivamente sorpreso di scoprire quanto stesse spendendo in tutto. Una cifra veramente irrisoria, soprattutto per lui, abituato a spendere diversamente. Eppure, l'effetto che quel bracciale faceva sul braccio di Fushiguro valeva cento volte quanto lo avesse pagato.

"Capisco quello che volevi dire," ammise Sukuna, cominciando a mangiare il proprio antipasto. Fushiguro non fece domande, Sukuna non avrebbe avuto comunque alcuna intenzione di approfondire. Non riusciva a smettere di pensare al fatto che stava vedendo quello che aveva sempre immaginato, Blessing che portava un pezzetto di lui al di fuori della camera, nella vita di tutti i giorni, addirittura in vacanza. Si sentiva come dopo aver vinto una partita a scacchi con un avversario particolarmente abile, o come dopo essersi assicurato un contratto particolarmente vantaggioso per la propria compagnia.

Yuji mangiò in silenzio, troppo concentrato sul proprio cibo, e parlò solo per chiedere se potesse assaggiare le cose che Fushiguro aveva ordinato. Da lì i due non smisero mai di parlare, gli argomenti si susseguivano, e l’espressione di Fuhiguro si aprì. Sukuna era contento di stare lì ad osservarli. Era contento che Yuji avesse trovato qualcuno così, anche se non l’avrebbe mai ammesso ad alta voce. A vederli al tavolo così, la loro amicizia sembrava veramente improbabile. Sukuna si chiede se Yuji sapesse del lavoro di Fushiguro, ma guardando la loro complicità non potevano esserci troppo dubbi al riguardo. Gli venne in mente la richiesta improvvisa di cuffie antirumore che Yuji gli aveva fatto qualche mese prima - e se Yuji poteva evitarlo, evitava sempre di chiedergli soldi, in quella occasione non si era fatto scrupoli: gli aveva mandato un link di un paio tra le più costose che ci fossero in circolazione, gli aveva detto che erano per studiare e Sukuna non era stato molto convinto, ma gliele aveva comprate senza battere ciglio. Ora quell'acquisto, e quella urgenza nel farlo, cominciavano ad assumere contorni completamente diversi. 

Durante la cena, Sukuna poteva sentire lo sguardo di Fushiguro corrergli addosso in più di una occasione. I suoi occhi sembravano soffermarsi soprattutto sulle sue mani. Sukuna non riuscì a trattenere un sorriso soddisfatto, evidentemente qualunque interesse stesse sentendo per il ragazzo era almeno in parte ricambiato, al di sotto degli strati di irritazione che gli aveva mostrato fino a quel momento. Sukuna cominciò a muovere le mani più lentamente nel tagliare il cibo, facendo attenzione al fatto che Fushiguro notasse ogni movimento delle sue dita. Se voleva guardare, gli avrebbe offerto uno spettacolo.


Sukuna sentì gli occhi di Fushiguro su di lui per il resto della serata. Il suo sguardo, inizialmente timido, si fece via via più intraprendente, probabilmente aiutato anche dal vino che continuava a scorrere. I suoi occhi gli ricordavano quelli di un gatto, attenti ad ogni minimo movimento che facesse. Sukuna si sentiva a suo agio sotto quello sguardo, gli piaceva essere osservato in quel modo. 

Arrivati al momento del dolce, Fushiguro lo sorprese di nuovo, quando decise di ordinare il dessert - tiramisù alle fragole. Non aveva l'aria di un amante dei dolci, ma Yuji non sembrava sorpreso dalla cosa e, nonostante non fosse un amante dei dolci, anche lui ne ordinò uno, per non lasciare da solo l'amico - prevedibilmente, scelse il dolce con più cioccolato al suo interno, rimaneva sempre un ragazzino. Sukuna si limitò ad ordinare un amaro, i dolci non avevano mai fatto per lui.

Quando arrivò il dolce, per la prima volta da quando Fushiguro era entrato in casa sua, Sukuna lo vide abbandonare la maschera di compostezza e decoro. I suoi occhi si illuminarono, un piccolo sorriso, uno dei più dolci che Sukuna avesse mai visto, si formò sulle sue labbra. Per un singolo momento, Fushiguro sembrò un ragazzo normale davanti al suo piatto preferito, e non un figlio dell'alta società costretto in un vestito troppo stretto. Sukuna trovò di nuovo a chiedersi se fosse cresciuto nell’alta società.

Ogni cosa di quel ragazzo restava un mistero, ma quella piccola consapevolezza che Sukuna aveva guadagnato su di lui aveva il sapore della vittoria.

Il modo in cui Fushiguro mangiava il dolce era contagioso, faceva venire voglia anche a lui. Era la stessa cosa che succedeva nei suoi stream, il suo modo di godersi le cose gli creava una luce intorno, faceva venire voglia di continuare a guardarlo mentre godeva onestamente di quello che stava facendo. Sembrava essere un riflesso del suo essere diretto, che lo portava a godersi le cose in una maniera pura e affascinante.

In un certo senso, quell'energia che emanava da lui diede a Sukuna l'ultimo pezzo del puzzle per convincersi che, davanti a lui, aveva proprio quel Blessing che tante serate aveva passato ad osservare.

Adesso restava solo da capire cosa fare con quella conoscenza.


Sukuna tirò su le maniche della camicia prima di rimettersi in macchina, allentò la cravatta e slacciò i primi bottoni della camicia. Dallo specchietto retrovisore, poteva vedere il modo in cui Fushiguro non gli staccava gli occhi di dosso, ogni parvenza di disinteresse ormai abbandonata. In particolare gli occhi di Fushiguro scorsero più volte le sue braccia, soffermandosi sui tatuaggi sul suo braccio - dure righe nere che giravano interamente intorno all’avambraccio. Sukuna esultò internamente, il suo piano aveva funzionato. Sukuna si chiese che espressione avrebbe fatto Fushiguro alla vista degli altri tatuaggi, quelle linee che gli ornavano il petto e le spalle. Li avrebbe guardati con lo stesso desiderio negli occhi? Ne avrebbe seguito le linee con i polpastrelli, con quelle dita lunghe e chiare di cui Sukuna aveva memorizzato la forma durante la cena? La verità era che Sukuna non era messo tanto meglio rispetto a Fushiguro, era abbastanza sicuro che anche nei suoi occhi, se fosse stato in grado di leggerlo, Fushiguro avrebbe letto la stessa cosa che lui leggeva nei suoi. Semplicemente, con gli anni e con l’esperienza, Sukuna aveva imparato a nascondere meglio le tracce di qualunque emozione dal suo viso. Non sapeva dire se quello fosse stato una conseguenza o la causa del suo successo sul lavoro, fatto sta che aveva sempre funzionato per lui e non aveva intenzione di cambiare adesso per quel ragazzino.

Sukuna continuò a bearsi interiormente dello sguardo del ragazzo. Un paio di volte i loro sguardi si incontrarono nello specchietto retrovisore, e ogni volta Fushiguro lo distoglieva di colpo, tornando a guardare fuori dal finestrino. La cosa lo faceva sorridere. Nonostante il suo lavoro, un'aria di innocenza poteva ancora vedersi intorno a Fushiguro, e Sukuna era ogni momento più curioso di capire come sarebbe stato una volta tolti di mezzo tutti quegli strati di impostazione, serietà e decoro. Aveva già visto quel corpo contorcersi dal piacere, ma l'idea di vederlo contorcersi dal piacere sotto di lui aveva totalmente un altro sapore.

Sukuna dovette spostare i pensieri altrove, per evitare di farsi venire un'erezione alla guida.

Una volta arrivati in casa, Fushiguro e Yuji scapparono di sopra, nelle loro stanze, ancora prima che Sukuna fosse uscito dalla macchina. Li sentì uscire di casa poco dopo, esattamente come tutte le sere. Sukuna non ne fu sorpreso, già l'aver passato l'intera serata con lui doveva essere stato complicato per Yuji.

La madre lo aveva scaricato da lui quando ormai Yuji aveva dieci anni, da quel momento in poi non si era mai più fatta viva. Fino a quel momento Sukuna non aveva la minima idea di avere un figlio. Ricordava la madre, la nottata che avevano passato insieme, ma dopo quella sera non si erano più visti e Sukuna aveva quasi dimenticato la sua esistenza, fino al giorno in cui si era presentata da lui con quel ragazzo, dicendogli che era suo figlio.

Sukuna aveva fatto tutti gli esami del caso per assicurarsi che fosse la verità.

Da quel momento Yuji era rimasto con lui, ma non poteva dire che tra di loro fosse mai nato dell'affetto. Sukuna si era preso cura di lui come aveva potuto, ma non era mai stato portato per fare il padre. Aveva a modo suo educato Yuji, gli aveva insegnato il modo di comportarsi nel mondo se voleva avere successo, se voleva essere preso seriamente, e gli piaceva pensare che quelle lezioni gli sarebbero state più utili nella vita delle cose che non aveva potuto dargli.

Sukuna salì in camera, e passando davanti alla camera di Yuji potè sentire i due ragazzi borbottare qualcosa dietro la porta. Che senso avesse aver dato a Fushiguro una camera separata se poi non la usava Sukuna non sapeva dirlo.

Sukuna si infilò sotto la doccia nel bagno adiacente alla sua stanza. Non riusciva a smettere di pensare a Megumi che indossava i suoi regali. Pensò a come sarebbe stato averlo su un letto, indosso solo quella camicia aperta e il bracciale che gli aveva regalato. Immaginò come sarebbe stato passare la lingua sul suo corpo, su quella pelle chiara, scoprire e coprire ogni centimetro del suo corpo. E immaginò come sarebbe stato averlo lì, in quella doccia con lui, con le ginocchia sul pavimento freddo della doccia, la testa sulla sua coscia. Avrebbe passato il naso sulla giuntura, fino a prendere in bocca la pelle delle sue palle, e poi sarebbe risalito, fino a prenderlo interamente in bocca. Sukuna portò una mano a toccarsi. Venne contro le pareti della doccia, immaginando come sarebbe stato sentire la gola di Megumi contrarsi intorno a lui. 

Tra l’orgamo appena avuto, il vino e la doccia, Sukuna crollò addormentato non appena si mise a letto. L’immagine di Megumi non lasciò mai le sue palpebre. 


Sukuna stava bevendo il suo caffè mattutino, appoggiato al bancone della cucina quando sentì il rumore di passi che scendevano rapidamente le scale. Yuji comparve in cucina, già vestito per uscire - Sukuna storse il naso nel vedergli indosso l'ennesima felpa orribile.

"Sei già sveglio," disse a Sukuna.

"Pensavi di uscire senza dirmelo?"

"Non mi cambia nulla"

"Dove stai andando?" chiese Sukuna, porgendogli una tazza di caffè. Non gli interessava particolarmente, sapeva che Yuji era ormai abbastanza grande per badare a sè stesso, era più che altro curioso.

"A trovare Junpei. E' a casa per le vacanze"

Junpei. L'amico con i capelli neri e lunghi. Tra i suoi amici era sempre stato quello che aveva più paura di Sukuna, e Sukuna lo aveva sempre trovato divertente.

"E il tuo amico?"

"Fushiguro? Sta dormendo, non volevo svegliarlo. Non ha dormito molto ultimamente"

Sukuna si chiese se avesse a che fare con gli stream, ma finivano sempre abbastanza presto. Probabilmente era per via degli esami allora. Yuji non parlava mai molto di quello che faceva all’università, ma durante le loro chiamate settimanali lo aveva sentito piuttosto stanco ultimamente. Immaginava che per Fushiguro non fosse stato molto diverso. Sukuna non aveva idea di come fosse l’università. Uscito dal liceo, nonostante non avesse voluto, suo padre lo aveva preso a lavorare nella compagnia. Era partito dal rango più basso e lentamente aveva fatto la sua scalata. 

Yuji lo guardò dritto negli occhi prima di uscire dalla cucina, bloccandosi per un momento sulla porta. "Non fare lo stronzo con lui"

Sukuna sorrise, un sorriso che non prometteva nulla di buono. "Io?" chiese, fingendosi sconvolto. "Non lo farei mai"

Yuji lo guardò infastidito, ma non disse nulla. Sukuna sentì la porta di casa chiudersi.

Sukuna si sedette con il suo tablet al tavolo della cucina, cominciando a controllare le email. Quel giorno il suo ufficio sarebbe rimasto inagibile per un problema alle tubature del quartiere, e gli sarebbe toccato lavorare da casa. Non gli era mai piaciuto particolarmente lavorare da casa, preferiva sempre vestirsi e indossare i panni che il suo lavoro richiedeva piuttosto che far entrare il lavoro nella fortezza della solitudine che aveva costruito per sè stesso. Sarebbe stato solo per un paio di giorni almeno.

Sukuna era già al secondo caffè quando vide Fushiguro scendere le scale. Indossava una maglietta bianca troppo larga per lui, la scritta sul davanti recitava "Yes. I am judging you". Appropriata, a Sukuna venne da ridere. Aveva un pantalone del pigiama grigio largo e i piedi scalzi.

Fushiguro alzò lo sguardo su di lui.

"Dov'è Yuji?"

"A trovare un amico"

Fushiguro annuì e si mosse direttamente verso la macchinetta del caffè, senza dire altro.

Sukuna aspettò che avesse in mano la tazza con il primo della giornata prima di parlare, negli occhi aveva ancora le immagini della complicità tra i due ragazzi a cui aveva assistito nei giorni precedenti.

“Allora,” cominciò. “Ti fai il moccioso?”

Fushiguro si strozzò con il caffè e Sukuna rise, rimanendo in attesa di una risposta. Fushiguro lo guardò con un’espressione disgustata, “No. Siamo amici.”

“Allora vorresti farti il moccioso”

Fushiguro lo guardò male. “No,” rispose ancora, ma Sukuna vide le sue guance tingersi di un leggero rossore. 

Sukuna scrollò le spalle. “Stavo solo chiedendo, non c’è bisogno di prendersela. Non mi racconta mai niente.”

“Non vedo perchè dovrei essere io a raccontarti qualcosa, allora”

Sukuna rise di nuovo. Gli piaceva quel ragazzo. A vederlo così, con ancora il pigiama addosso e i capelli scompigliati, aveva qualcosa di più vulnerabile delle altre volte che lo aveva visto.  Sukuna si alzò dal suo posto al bancone della cucina e si avvicinò a Fushiguro, che aveva ripreso a bere il suo caffè appoggiato contro il mobile della cucina. Gli si parò davanti, e si allungò dietro di lui per prendere una nuova tazza di caffè dalla brocca.

Fushiguro alzò lo sguardo su di lui, le pupille leggermente dilatate, le labbra rosse schiuse e le guance arrossate. Sukuna poteva sentire il calore che il suo corpo, ancora caldo dalla nottata sotto le coperte, emanava. Fushiguro fece per spostarsi.

“Oh, non c’è bisogno di fare il timido adesso,” gli disse Sukuna. “Sappiamo entrambi che non lo sei. Non è così,” Sukuna si sporse di più verso di lui, con la scusa di prendere una bustina di zucchero alle sue spalle. Fushiguro era più basso di lui, e Sukuna si piegò fino ad avere le labbra alla stessa altezza del suo orecchio, “Blessing?”

Fushigurò si scansò d colpo da lui, guardandolo con gli occhi spalancati, improvvisamente pallido.

“Tu—”

“Su, su. Non c’è bisogno di aver paura adesso,” gli disse Sukuna, ma non fece nessuna mossa per avvicinarsi. “Sono un tuo fan, si può dire.”

Sukuna gli disse quale fosse il suo nick. Vide Fushiguro arrossire di colpo, dargli un’occhiata da capo a piedi con quegli occhi solitamente impassibili che adesso sembravano quelli di un cervo colpito dai fari di un’auto,  e scappare su per le scale.

Beh, si disse, poteva andare peggio. Prese un sorso del suo caffè e si mise nuovamente al lavoro. 


Sukuna ricordava la sera in cui, per la prima volta, si era imbattuto negli stream di Blessing. Aveva passato una pessima giornata al lavoro, si era messo a letto e aveva aperto il suo laptop, cercando qualcosa che gli permettesse di rilassarsi un po’ prima di dormire. 

Aveva scrollato un po’ su e giù per la homepage del sito, e lo sguardo gli era caduto su quel quadratino, dove un ragazzo con una maschera nera sugli occhi e una camicia bianca si stava sfiorando le cosce lunghe.

Sukuna aveva aperto ed era rimasto incantato. Si vedeva che il ragazzo era inesperto, probabilmente al suo primo live, ma aveva qualcosa nel modo di muoversi che rendeva impossibile staccargli gli occhi di dosso. Quando aveva chiuso lo stream, Sukuna gli aveva mandato un messaggio privato. 

Lo aveva preso in simpatia da quella volta, e da lì era diventato un cliente regolare dei suoi streaming. Quando, durante uno stream, aveva detto di essere rimasto senza cellulare Sukuna non aveva avuto dubbi sul mandargliene uno. Dopo quella volta avevano cominciato a scambiarsi dei messaggi privati, che si erano fatti via via più piccanti. Era un gioco per entrambi, una cosa divertente, una fantasia. Sukuna si era spesso masturbato durante quegli scambi, sperava che Blessing avesse fatto lo stesso, ma se anche non l’avesse fatto l’avrebbe capito: quello era lavoro per lui, e Sukuna non si era mai illuso che potesse esserci dell’altro. Ne’ aveva mai immaginato di portare la cosa su un piano fisico, nel mondo reale. Ma averlo visto dal vivo stava cambiando le carte in tavola. Adesso il desiderio di Sukuna era decisamente molto più reale. Voleva mettere le mani su quel corpo,vederlo fremere e tremare sotto di lui. Dargli quel piacere che Blessing in chat gli aveva confessato di essere riuscito a provare molto raramente con qualcuno.

Sukuna sorrise soddisfatto. Lui l’amo l’aveva lanciato e, se aveva giudicato bene Fushiguro, non sarebbe passato molto prima di avere la sua risposta, qualunque essa fosse.


Yuji rientrò in tarda mattinata. Portò Fushiguro a pranzo fuori per fargli conoscere Junpei, e passarono fuori l’intera giornata. Non tornarono a casa neanche per cena, e quando tornarono a casa si chiusero in camera per preparare i bagagli per il giorno dopo. Il loro treno partiva in tarda mattinata, ma non volevano essere costretti a svegliarsi presto per farli la mattina. 

Sukuna finì di lavorare e si chiuse in camera sua, sentendo ancora i due parlare nei corridoi di casa. Dopo un po’, sembrò che il silenzio fosse calato in tutta la casa.

Sukuna, stava guardando qualcosa sul suo pc, quando sentì bussare alla porta. Sorrise, prima di parlare.

“Avanti.”

Fushiguro entrò e si chiuse la porta alle spalle. Appoggiò la schiena alla porta di legno. Sukuna lo guardò senza dire nulla, in attesa che fosse lui a parlare. Aveva le mani appoggiate sulla porta dietro la sua schiena, le gambe incrociate e teneva lo sguardo basso.

“Mi hai scritto delle cose,” cominciò Fushiguro, la voce gli uscì probabilmente più tremante di quanto avrebbe voluto. “Le faresti sul serio?”

Oh dolce, dolcissimo Fushiguro Megumi. Diretto anche quando le gambe gli tremano e la voce sembra mancare. Incapace di tirarsi indietro. Come se Sukuna avesse bisogno di un motivo in più per apprezzarlo. Ma voleva di più, voleva vederlo arrendersi davanti a lui. Sorrise.

“Dovrai essere più preciso,” lo provocò Sukuna. “Ti ho scritto varie cose. A quali ti riferisci?”

Fushiguro alzò lo sguardo su di lui, aprì la bocca e la richiuse. Poi la aprì di nuovo, e quando parlò la sua voce aveva smesso di tremare e gli occhi erano tornati sicuri. "Hai detto che mi avresti fatto cambiare idea. Hai detto che avresti saputo come trattarmi. Erano solo parole, vecchio?"

In un secondo Sukuna fu fuori da letto, davanti a Fushiguro, premeva il suo corpo contro la porta. Poteva sentire il calore della sua pelle e il fiato corto, vedeva le pupille dilatate e il leggero rossore del suo viso evidente anche nella luce soffusa della camera. Sukuna gli mise una mano sulla nuca. La sua pelle era morbida e calda sotto le sue dita. Con il pollice gli accarezzò la giuntura della mandibola.

"Dovresti stare più attento a quello che desideri, Fushiguro Megumi" gli disse avvicinando il viso al suo. Fushiguro tremò visibilmente davanti a quel modo di pronunciare il suo nome, e Sukuna non se lo lasciò sfuggire. Era un’altra conoscenza utile da avere.

Fushiguro alzò la testa per avvicinarsi ancora un po'. Pochi centimetri separavano le loro bocche.

"Allora insegnamelo"

Sukuna sentì il suo fiato caldo sulle labbra. Lo tirò a sé per la nuca e chiuse la distanza tra di loro. Il bacio fu feroce, tutto lingua e denti. Sukuna sentiva Fushiguro sospirare nella sua bocca, mentre cercava di non rimanere senza fiato. La sua mancanza di esperienza era certamente compensata dall’entusiasmo. Sukuna voleva divorarlo. 

Se lo spinse ancora di più addosso, mettendogli una mano sul fianco. La sua vita era sottile sotto la sua mano, la linea del suo fianco elegante. Fushiguro si spinse di più contro di lui, più vicini di quanto non fossero. Fushiguro cominciò a spingerlo all’indietro, lontano dalla porta e verso il letto.

Sukna sorrise senza lasciare andare le sue labbra. Non si poteva dire che il ragazzo non fosse intraprendente o che non sapesse cosa voleva.

Poco prima che raggiungessero il letto, Sukuna ribaltò le loro posizioni e ce lo spinse sopra senza troppe cerimonie. Per un secondo Fushiguro, con i gomiti sul letto come se cercasse ancora di protendersi verso di lui, lo guardò dal basso all’altro, con le labbra arrossate e gli occhi lucidi. Era delizioso.

In un attimo, Sukuna fu nuovamnte su di lui, in mezzo alle sue gambe, e riprese a baciarlo. Poteva sentirlo già duro contro la sua coscia e ah, l’esuberanza giovanile. A quell’età bastava veramente nulla per farselo venire duro. Sukuna voleva fingere di essere meno influenzato di quanto non fosse, ma si ritrovò a spingere la propria erezione già parzialmente formata contro il bacino di Fushiguro. Lo vide inarcare la schiena e mandare indietro la schiena, lasciandosi sfuggire un gemito nonostante cercasse di trattenerlo mordendosi il labbro. La linea elegante del suo collo, scoperta dal momento, e con il pomo d’adamo in evidenza, era una tentazione. Sukuna lo morse, e Fuhiguro strinse le gambe intorno alla schiena di Sukuna, spingendo il bacino contro di lui.

“Quanta fretta, Fushiguro” 

“Megumi,” gli disse quello in un sussurro.

Oh, gli piaceva la sua intraprendenza. Sukuna fece passare il naso sulla colonna del suo collo ancora scoperta, fino a raggiungere il suo orecchio. “Come vuoi tu, Megumi,” sussurrò prima di mordergli il lobo. Megumi spinse ancora una volta il bacino contro di lui.

Sukuna arretrò, spostandosi da lui, e Megumi inconsciamente lo seguì. Era adorabile. Sukuna gli appoggiò una mano sul petto e lo spinse contro il materasso, la testa di Megumi rimbalzò sul letto, i suoi occhi non lasciarono mai quelli di Sukuna.

Rischiava seriamente diventare dipendente da quello sguardo, dall’essere guardato in quel modo. 

Lentamente, Sukuna si sfilò la maglietta attillata che usava come pigiama. Aveva voglia di mettersi in mostra davanti a quello sguardo.

Gli occhi di Fushiguro tracciavano la linea del suo addome, del suo petto, si spalancarono leggermente nel momento in cui notarono i suoi tatuaggi, spesse strisce nere che seguivano le linee del suo corpo, un tribale che aveva fatto anni prima durante uno dei quei viaggi tra tribù remote, prima che Yuji arrivasse a casa sua. 

Con fare reverenziale, Megumi alzò una mano dal materasso e la allungò verso di lui. Sukuna si avvicinò a lui, lasciando che con l’indice tracciasse le linee del suo tatuaggio. La sua mano risalì, fino a raggiungere le sue spalle. Dal solo indice, Megumi passò all’intera mano, e la passò sulla sua spalla, saggiandone la consistenza dei muscoli. Il suo respiro si fece improvvisamente più corto. 

Sukuna appoggiò le mani sui suoi fianchi, le fece scorrere lungo il suo corpo, sollevando la maglietta come tante volte lo aveva visto fare. Gliela fece passare sopra la testa e la lanciò di lato. Sukune indietreggiò ancora sul letto, e portò le mani ai pantaloni di Megumi, e con un gesto secco rimosse sia quelli che le mutande. 

Lo aveva già visto, ma vederlo dal vivo aveva interamente un’altro sapore. La sua pelle era chiara nella luce della abat-jour, l’unica ad illuminare la stanza, la linea del suo torace era lunga e delicata, aggraziata in un modo che gli ricordava quella di un ballerino. Le sue cosce erano lunghe e slanciate, muscolose e senza un filo di grasso.

“Danza?” chiese.

“Atletica”

“Splendido”

Sukuna si piegò in mezzo alle sue gambe. Era stato ossessionato da quelle cosce sin dal primo giorno, erano state quelle che lo avevano colpito e lo avevano convinto a dare una chance a quel ragazzino appena affacciatosi a quel mondo. L’idea di poterle accarezzare gli sembrava ancora incredibile, ma Sukuna voleva di più.

Megumi allargò le gambe per fargli spazio, gli ultimi accenni di rigidità stavano a poco a poco svanendo dal suo corpo, si stava ammorbidendo e aprendo come un fiore notturno tra le sue mani. Sukuna non avrebbe potuto desiderare di più.

Passò le labbra sulla tenera carne delle sue cosce, e sentì Megumi contrarre il muscolo e lasciar andare uno sbuffo. 

“Solletico,” disse in un sospiro.

Sukuna prese la pelle tra i denti, senza fare male, ma abbastanza da fargli sentire la pressione e Megumi sospirò profondamente. Sukuna risalì con le labbra lungo la coscia, fino a raggiungere l’inguine e Megumi si lasciò andare un gemito profondo, frustrato. Sukuna passò le labbra sulla giuntura, senza mai sfiorare il punto in cui Megumi lo voleva di più.

“Andiamo,” disse a denti stretti. “Mi avevi detto ben altro”

Sukuna rise, ricordando i messaggi che gli aveva inviato. Se non ricordava male gli aveva promesso di farlo venire così forte che non sarebbe stato più in grado di parlare, e Megumi lo aveva sfidato a farlo, che nessuno ci era mai riuscito prima.

“Molto bene.” 

Con uno scatto secco Sukuna si alzò e fece girare Megumi sulla pancia prima di prendere nuovamente la sua posizione. Si abbassò di nuovo, e senza convenevoli, aprì le sue natiche e fece passare la lingua sull’apertura di Megumi. Megumi si tese sotto di lui, stendendo la punta dei piedi e gemendo rumorosamente. 

“Così va meglio?” chiese Sukuna.

“Sta zitto”

Sukuna rise, e riportò la lingua su Megumi. Passò la lingua sull’orlo dell’apertura di Megumi, e Megumi nascose la testa nel cuscino per soffocare un secondo gemito. Sukuna continuò, fino a sentire i muscoli contratti rilassarsi intorno alla sua lingua. Ogni nuovo gemito soffocato nel cuscino, andava diretto all’erezione di Sukuna, che portò una mano a sistemarla dentro i pantaloni larghi del pigiama. Il leggero contatto contro la carne bollente lo fece sospirare sulla pelle bagnata di Megumi,e  Megumi gemette ancora al contatto di temperature in un punto così delicato.
Sukuna fu attraversato dal pensiero di quello che avrebbe potuto fare se avesse avuto del ghiaccio lì con sé, il pensiero era profondamente eccitante, ma non poteva perdersi in quei pensieri. Aveva Megumi sotto di lui come aveva desiderato sin dall’inizio di quella settimana, non aveva intenzione di perdersi neanche un momento. Voleva fissare la consistenza della sua pelle, il calore emanato dal suo corpo, poterlo ricordare ad ogni suo streaming. Non aveva intenzione di perdersi in fantasticherie e perdersi il piacere che poteva avere, ma poteva divertirsi un po’. Rese Megumi partecipe dei suoi pensieri, e lo sentì tremare sotto di lui. Leccò ancora, e soffiò di nuovo. I gemiti di Megumi erano diventati ormai lamenti, mentre spingeva indietro il bacino contro la sua bocca. Sukuna pensò che fosse arrivato il momento. Con entrambe le mani gli aprì meglio le natiche, della dimensione perfetta per stare tra le sue mani, e lo penetrò con la punta della lingua.

Il gemito che strappò da Megumi era una delle cose più eccitanti che avesse mai sentito. Cominciò a muovere la lingua dentro di lui, scopandolo con quella, stendendolo fremere sotto di lui. Gli spinse con forza il bacino contro il letto per tenerlo fermo. 

Megumi continuò a gemere sul cuscino, a Sukuna sembrò di riconoscere delle parole. Si tirò su e si stese sopra di lui, portando la bocca vicino al suo orecchio.

“Hai detto qualcosa?”

Megumi voltò la testa verso di lui. Aveva gli occhi lucidi e l’espressione rapita. “Ti prego…”

“Ti prego cosa?” chiese Sukuna portando una mano alla sua apertura e penetrandolo. La carne era morbida e Megumi inarcò la testa, appoggiandola contro la sua spalla, e gemette.

“Scopami”

Sukuna sorrise, gli lasciò un bacio sul collo. “Con piacere”

Si allungò verso il comodino e ne tirò fuori una bottiglia di lubrificante. Si inumidì le dita con quello e penetrò Megumi direttamente con due dita. Quello allungò le braccia, afferrando la testiera di ferro battuto del letto, e si inarcò. Gli ricordò un gatto che si stiracchiava. 

Quando lo reputò pronto abbastanza, Sukuna si tolse i pantaloni e si lasciò sfuggire un sospiro di sollievo alla sensazione dell’aria fresca contro la sua pelle surriscaldata. 

Sukuna indossò il preservativo e si allineò con lui e lo penetrò tutto in un colpo. Megumi soffocò un urlo contro il cuscino. Sukuna lo sentì contrarsi contro di lui, deliziosamente stretto e dal calore quasi insopportabile. 

Si piegò su di lui, coprendolo con il suo corpo, fino a portare di nuovo la bocca all’altezza del suo orecchio.

“Fammi indovinare,” gli disse. “Hai sempre trovato bravi ragazzi, che ti trattavano bene e ci andavano cauti con te. Ma quello che vuoi in fondo è essere scopato senza remore, con forza. Sentire veramente il tuo corpo completamente scosso, in preda al piacere. Non vuoi che ti lascino spazio per pensare, vuoi solo sentire”

Megumi gemette, Sukuna lo sentì contrarsi intorno alla sua erezione e sorrise. 

“Oh ci ho preso,” disse, passando il naso dietro il suo orecchio. “Puoi dirlo. Va bene così, Megumi.”

Sukuna cominciò a muoversi lentamente, era un ritmo che non soddisfaceva nessuno dei due. Megumi si lamentò sotto di lui, e cominciò a muoversi per andargli incontro. Sukuna gli mise una mano sul bacino e lo bloccò ancora una volta contro il materasso.

“Basta ammetterlo,” gli disse ancora. “Puoi essere padrone dei tuoi desideri. Come in streaming. Vuoi la consapevolezza di essere in grado di far perdere la testa ad un uomo. Vuoi sapere che effetto gli fai. Non è così?”

Sukuna non aveva dubbi che Megumi si divertisse durante i suoi streaming. I suoi gemiti, adesso che aveva sentito quelli veri, non erano finti. Ecco cosa lo rendeva così affascinante, ecco cosa aveva attirato tutti coloro che erano diventati frequentatori assidui dei suoi streaming. Sukuna provò una irrazionale fitta di gelosia: avrebbe voluto scoprire che fingeva, avrebbe voluto essere l’unico a conoscere il vero Blessing, i suoni che faceva a letto. 

Megumi gemette ancora. “Più veloce. Più forte” disse in un sussurro così flebile che Sukuna quasi se lo perse. 

Sukuna sorrise. Se lo sarebbe fatto bastare per il momento. Cominciò a spingere forte, pompando dentro di lui, un ritmo estenuante che gli faceva bruciare i muscoli, ma il calore di Megumi intorno a lui era delizioso e non aveva intenzione di smettere. Cambiò angolazione un paio di volte, alla ricerca di quel punto particolare. Si rese conto di aver trovato la sua prostata quando Megumi scattò sul letto, quasi dandogli una capocciata. Gli sfuggì quasi un urlo, rimbombò contro le pareti della stanza. Sukuna non era mai stato così soddisfatto di avere le pareti della camera insonorizzate. Era un suono che non aveva mai fatto durante gli streaming, e Sukuna avrebbe fatto di tutto per tenerlo solo per le sue orecchie. Megumi stava risvegliando la sua parte possessiva e non se ne rendeva neanche conto. Gli faceva venire voglia di incatenarlo a letto e tenerlo lì, viziarlo e averlo a sua disposizione a qualunque ora del giorno e della notte. Suo e di nessun altro. Sapeva di non poterlo fare, ma poteva almeno marchiarlo.

Sukuna si piegò su di lui, all’altezza delle scapole. Succhiò la pelle fino ad essere sicuro di aver lasciato un livido, sarebbe stato di un viola intenso il giorno dopo, una macchia contro quella pelle chiara e delicata, una traccia del suo passaggio, come un tatuaggio. Megumi sospirò forte al contatto. La sua pelle odorava di bagnoschiuma alla vaniglia e del suo sudore fresco. 

Megumi cercò la sua mano, la afferrò e se la portò sull’erezione. Quello era un progresso. Ma Sukuna aveva altri piani per lui.

“Tu verrai solo con quello che decido di darti,” disse. Si tirò su, afferrò Megumi per i fianchi e cominciò a spingere, ogni colpo diretto direttamente contro la sua prostata. Megumi, cadde in avanti sul letto, come se le braccia non fossero in grado di reggere il suo peso. Aveva i capelli sudati, aveva il fiato corto e mordeva il cuscino per non urlare, la federa era ormai bagnata per la sua saliva. Era rozzo, e primitivo, e Sukuna non l’avrebbe voluto in nessun altro modo. 

Continuò a spingere dentro di Megumi, più stretto ad ogni spinta, sempre più caldo e per quanto Sukuna avesse fatto la voce grossa sarebbe venuto prima di poter far venire Megumi. Spinse ancora, fino a sentire Megumi lasciarsi andare con un suono gutturale e sciogliersi tra le sue braccia, schizzando sulle lenzuola.

Sukuna venne qualche istante dopo, rivesandosi nel preservativo.

Lasciò andare Megumi che cadde sul letto, morbido e instabile. Cominciò a tremare quasi subito. 

Sukuna si affrettò a prendere una pezza per pulirlo e lo guidò sotto le coperte. Megumi seguiva ogni suo comando, instabile e leggermente assente. Sukuna si infilò sotto le coperte con lui e lo fece appoggiare al proprio petto. Gli accarezzò i capelli e lasciò che il suo respiro si facesse regolare. 

La sua espressione era rilassata, ben diversa dagli sguardi ostili che gli aveva rivolto in quei giorni. In quel momento sembrava qualcosa di prezioso, da trattare con cura. Sukuna si dispiacque solo di aver potuto guardarlo in faccia durante il sesso. Non aveva avuto modo di vedere altre espressioni su di lui. 

Dopo un po’, Megumi si spinse contro di lui, più vicino. Aveva smesso di tremare. Strofinò il naso contro il suo petto e Sukuna se lo tirò di più addosso. C’era una vulnerabilità in lui in quel momento che gli faceva venire voglia di proteggerlo, di fargli da schermo contro qualunque cosa avesse dovuto affrontare, e Sukuna non era abituato quel genere di sensazioni. Non era sicuro che gli piacesse il modo in cui il suo petto si stava gonfiando al pensiero. 

Megumi aprì gli occhi, ma non li alzò su di lui. Con l’indice cominciò a percorrere le linee nere sul petto di Sukuna. 

“Ti dona,” gli disse. Aveva la voce roca e soddisfatta. 

“Lo so”

Megumi sbuffò una risata. “Lo ammetto,” disse dopo un momento di silenzio. “Sei stato all’altezza delle tue parole.”

Sukuna sorrise soddisfatto e si portò un braccio dietro la testa. 

“Non avevo dubbi”

“E credo tu mi abbia definitivamente rovinato il sesso con i ragazzi della mia età”

L’istinto possessivo che Megumi aveva risvegliato in lui ruggì nel suo petto. “Bene,” disse fermo.

Megumi alzò lo sguardo su di lui. Aveva l’espressione aperta e rilassata. Sukuna rimase incantato a guardarlo. Non voleva neanche provarci a immaginare che espressione avesse in quel momento. 

“Sei un vero mistero, Fushiguro Megumi”

Megumi sorrise, “Bene,” ripetè le sue parole. 

A Sukuna venne voglia di baciarlo. 

Stavolta il bacio fu completamente diverso. Più dolce, rilassato. Esploratorio, ma guidato dalla consapevolezza che non avrebbe portato a niente. Sukuna si stese sopra di lui, continuando a baciarlo, infilando la lingua nella sua bocca, e passò la mano sul corpo, cercando di memorizzare come lo sentisse sotto di lui. Megumi sospirò nella sua bocca, portò una mano ai suoi addominali e fece scorrere le mani sui muscoli, come a fare la stessa cosa.

Megumi fece scivolare una mano sul suo corpo, prese in mano Sukuna e cominciò a sfiorarlo fino a farlo tornare duro. Sukuna sospirò sul suo collo, non resistette alla tentazione di lasciare lì un altro segno. Le dita di Megumi erano lunghe e affusolate, Sukuna portò una mano a ricambiare il favore. Il ritmo era completamente diverso, più calmo e pacato, più ovattato e sulla carta completamente sbagliato per loro. I rumori che uscivano dalla bocca di Megumi erano più morbidi, ma altrettanto deliziosi. Erano suoi che Sukuna non aveva mai sentito negli streming, e cercò quanto più possibile di rimanere in silenzio, al punto quasi di non respirare, per non perdersi la minima sfumatura della sua voce. Vennero piano, con un orgamo che crebbe a poco a poco fino ad esplodere. 

Si addormentò con Megumi stretto al suo fianco. Fu il sonno migliore che avesse fatto da lungo tempo a quella parte.


Quando Sukuna aprì gli occhi si rese conto di essere solo, i vestiti di Megumi che la sera prima aveva lasciato sparpagliati sul pavimento della stanza erano spariti. 

Era sabato mattina e Sukuna non riusciva a ricordare quando fosse stata l’ultima volta che aveva dormito così fino a tardi di sabato mattina. La casa intorno a lui sembrava stranamente silenziosa. Si alzò con calma e scelse una maglietta che gli cadeva morbida addosso, lasciando ben visibile la linea delle spalle, e non per sentirsi ancora addosso quegli occhi blu. Uscito sul corridoio non sentì alcun rumore venire dalla cucina, nessun tintinnio di posate o voci che salivano. Neanche dalla camera dei ragazzi veniva alcun suono. Il suo corpo era indolenzito, ma era più rilassato di quanto non fosse stato da troppo tempo a quella parte. Si stiracchiò un po’ prima di indossare dei vestiti puliti.

Sukuna scese al piano di sotto, ma dei ragazzi non vide neanche l’ombra. Dovevano essere già usciti. Il caffè nella caraffa era freddo, oltre a quello non c’erano altre tracce che nella cucina ci fosse stato qualcuno. 

Preso da un dubbio improvviso Sukuna salì le scale e aprì la porta della camera dei ragazzi. Le loro cose erano sparite. Erano andati via e senza avvertire, esattamente come erano arrivati. Era già passata una settimana e Sukuna non se ne era neanche reso conto. 

La prima reazione fu irritarsi. Come avevano osato— come aveva osato Megumi fargli una cosa del genere? Era uno smacco al suo orgoglio. Era sempre stato lui quello che spariva così senza lasciare traccia. Era sempre stato lui a sparire senza lasciare traccia.

A Sukuna venne da ridere. Aveva fatto esattamente quello che avrebbe fatto lui. Era veramente un ragazzo interessante.

Quel round lo aveva vinto lui.

 

chasing_medea: (Default)
Fandom: Jujutsu Kaisen
Missione: M1 - Soldi
Parole:  7142
Rating: NSFW

Quella scopata era stata fottutamente noiosa. La ciliegina sulla torta della giornata di merda che Megumi aveva avuto. 

Megumi, sdraiato in un letto non suo nella camera di uno sconosciuto, fissava il soffitto, le coperte tirate su fino al petto. Poteva sentire l’acqua della doccia scorrere mentre il ragazzo si faceva una doccia - a onor del vero aveva offerto a Megumi di andare lui per primo, ma Megumi aveva rifiutato, preferendo pulirsi con delle salviettine che teneva nello zaino. 

Era sempre stato così. Non che Megumi avesse particolare esperienza in quel campo, ma non riusciva a non pensare che il sesso non fosse poi questa gran cosa. Quando era arrivato finalmente all’università, una delle prime cose che aveva fatto era stata scaricarsi di un’app di incontri, ma fino a quel momento non aveva avuto particolare fortuna. 

Nel migliore dei casi, gli avevano dato la stessa soddisfazione di una rapida sega nella doccia, nei peggiori si annoiava a morte e la sua mente cominciava a vagare, pensando a quello che avrebbe fatto dopo e che cosa avrebbe comprato per cena tornando a casa. 

In questo caso era stata la seconda, e la risposta era stata “nulla,” perchè Megumi non aveva soldi da spendere e l’unico colloquio che avesse trovato in oltre un mese di ricerche era andato a puttane quella mattina. 

Megumi si alzò dal letto e cominciò a raccogliere i vestiti sparsi sul pavimento della stanza. Lo sconosciuto scelse quel momento per uscire dal bagno, con solo un asciugamano legato alla vita. Era un peccato che le cose fossero andate in quel modo, perchè quel ragazzo era veramente il suo tipo fisicamente: era alto e dalle spalle larghe, muscoloso il giusto, e aveva i capelli chiari. Megumi considerò quasi l’idea di dargli una seconda possibilità, poi si ricordò che non aveva il tempo. 

“Volevi scappare mentre ero sotto la doccia?”, chiese il ragazzo, apparentemente offeso.  

“Volevo solo rivestirmi”

“Pensavo di ordinare una pizza per cena, se vuoi restare,” disse quello portandosi una mano dietro la nuca. Megumi si concesse di immaginare la scena per un momento. Avrebbero mangiato pizza, l’iniziale imbarazzo avrebbe a poco a poco lasciato spazio al desiderio di impressionarlo, poi il ragazzo gli avrebbe chiesto di restare per un caffè, oppure avrebbero guardato uno stupido film, e poi si sarebbero dati a un secondo round di sesso insoddisfacente per lui. All’inizio era caduto nella trappola un paio di volte, ma aveva presto imparato che tendenzialmente tra il primo e il secondo round non cambiava mai molto. Se possibile i ragazzi si sentivano ancora più sicuri per il fatto che avesse accettato da diventare ancora più approssimativi in quello che facevano. 

Megumi si rese conto di non ricordare il nome del ragazzo, nonostante fosse abbastanza sicuro che si fossero presentati al suo arrivo. Ricordava anche che il ragazzo gli aveva detto di essere stressato per la preparazione di un esame, e che quando Megumi l’aveva contattato tramite l’app di incontri che aveva sul cellulare era stato ben contento di concedersi una distrazione dallo studio. 

Non ne valeva la pena. E soprattutto, sentiva veramente il bisogno di tornarsene a casa sua. 

“No, grazie”

Il ragazzo fece un passo verso di lui, ormai completamente vestito. “Possiamo rivederci?”

Megumi afferrò lo zaino da dove lo aveva abbandonato sul pavimento. “Credo sia meglio di no,” disse solo prima di andarsene. 



Quando Megumi tornò a casa Itadori non era ancora rientrato. Il pomeriggio lavorava in una sala giochi nel quartiere, e a quanto pareva il numero dei clienti - e delle clienti in particolare - era raddoppiato da quando aveva cominciato a lavorare lì. 

Megumi ne approfittò per buttarsi sotto la doccia senza il rischio che qualcuno entrasse in bagno, aveva veramente bisogno di lavarsi di dosso la sensazione delle mani di quel ragazzo sul suo corpo. Si era mostrato particolarmente ossessionato dai suoi capezzoli nonostante non fossero mai stati tra i punti più sensibili di Megumi, che aveva sentito solo una vago solletico, ma adesso erano arrossati e indolenziti. Dovette stare attento mentre si lavava per evitare che gli dessero fastidio.

L’acqua calda era un sollievo sulla schiena dopo la tensione accumulata in quella giornata. 

Distantemente, sentì la porta di casa aprirsi. 

“Ho portato la cena,” urlò Itadori, chiudendosi la porta alle spalle. “Sbrigati prima che si freddi”

Megumi uscì dalla doccia, si mise i vestiti i puliti e tamponò i capelli con un asciugamano, senza prendersi il disturbo di asciugarli con il phon. Non c’era verso che stessero al loro posto, e le giornate avevano cominciato ad allungarsi e farsi più calde, tanto valeva evitare quel fastidio inutile che era il phon. 

Uscì dal bagno e raggiunse Itadori nel soggiorno dell’appartamento che condividevano sin dall’inizio dell’anno accademico. 

L’appartamento non era grande. Il soggiorno era attrezzato con un angolo cottura probabilmente preso in offerta all’Ikea e un divano di pelle consunta proveniente da qualche mercatino dell’usato. Uno dei vantaggi del non vivere in dormitorio era che lui e Itadori avevano due camere da letto separate, quindi potevano mantenere la loro privacy nonostante la convivenza. 

Onestamente Megumi aveva avuto paura all’idea di dover improvvisamente passare dal vivere in una enorme casa tradizionale ad un piccolo appartamento con qualcun altro. Era solo contento che gli fosse capitato qualcuno come Itadori come coinquilino. I due erano andati d’accordo sin da subito, e Itadori non si era mai fatto intimorire dal fatto che Megumi potesse sembrare freddo, scontroso e distante a primo impatto - era abbastanza amichevole per entrambi, e nei mesi di convivenza Megumi si era ritrovato a pensare a lui come un amico, forse il primo vero amico che avesse mai avuto.  

Sul tavolo della cucina, Itadori aveva già diviso ordinatamente i contenitori di alluminio del takeaway in due pile ordinate ai due lati del tavolo della cucina. 

“Cinese,” disse Itadori quando lo vide comparire. “Ti ho preso il solito”

Megumi aprì la bocca per dire la bocca, ma Itadori gli fece un cenno con la mano e gli diede le spalle. “Non preoccuparti,” disse. “Stasera offre Sukuna.”

A Megumi ci erano voluti mesi per scoprire che quel Sukuna che ogni tanto saltava fuori nei discorsi di Itadori altri non era che suo padre. Itadori non si era mai riferito a lui in quei termini, però. Megumi non aveva mai indagato oltre. Qualunque fossero i problemi di Itadori con suo padre erano affari suoi e Megumi aveva ogni intenzione di rispettare la sua privacy. Lui più di tutti poteva capire come fosse avere problemi con la propria figura paterna.

“Ti restituirò tutto,” disse Megumi e si sedette al suo posto al tavolo. Aggiunse mentalmente il costo approssimativo della cena al prezzo del regalo che avrebbe fatto a Itadori una volta che finalmente avesse trovato un lavoro - se fossero andati avanti così ancora a lungo avrebbe avuto bisogno di diventare milionario. 

“Come è andato il colloquio?”, chiese Itadori aprendo il contenitore del suo riso. L’odore di soia e ananas abbrustolito si sparse per tutto il soggiorno, facendo storcere il naso a Megumi. Come Itadori potesse mangiare un tale abominio sarebbe sempre rimasto un mistero per lui. 

“Volevano qualcuno che gli coprisse l’intera giornata e lo volevano pagare come un part-timer,” Megumi si mise in bocca un po’ di riso e masticò lentamente. “Cosa che anche volendo non avrei potuto fare perchè la mattina ho le lezioni.”

E saltare le lezioni era qualcosa che Megumi non poteva proprio permettersi. Avrebbe significato perdere la borsa di studio, che era l’unica cosa che gli permetteva di studiare quello che davvero voleva studiare invece di essere costretto a seguire le orme di famiglia. Già con il lavoro precedente, quello da cui lo avevano licenziato, Megumi era stato costretto a studiare la notte per rimanere in regola con gli esami e allo stesso tempo mantenere la sua media abbastanza alta con gli esami per non perderla. 

Itadori annuì comprensivo, continuando a strafogarsi di riso come se non vedesse cibo da un paio di settimane. Sembrò contemplare qualcosa per un momento, e Megumi non gli fece pressioni. Sapeva che qualunque cosa avesse in mente prima o poi l’avrebbe chiesto senza farsi troppi problemi. Si allungò verso un raviolo e lo tagliò in due, portandosi la prima metà alla bocca, stando attento che la carne non ricadesse sul piatto.

“Non puoi chiedere qualcosa alla tua famiglia? Solo per questa volta?”

Megumi ripensò a suo padre, che alla tenera età di sette anni lo aveva scaricato ai suoi nonni. Da quel momento in poi, le volte in cui lo aveva visto per più di una manciata ore consecutive si poteva contare sulle dita di una mano. Da quando era andato al college non lo aveva mai chiamato. Neanche Megumi lo aveva fatto dopotutto. Negli anni Megumi si era chiesto spesso se a suo padre onestamente fregasse qualcosa di lui, dopotutto non gli aveva mai dato motivo di pensare che fosse veramente così.

Megumi pensò anche ai suoi nonni, esponenti di quella vecchia nobiltà che non contava più un cazzo ma continuava ad autocompiacersi nelle proprie tradizioni e restrizioni, come se questo meritasse una qualche medaglia di merito. Continuavano a stare chiusi nella loro torre d’avorio, guardando il resto del mondo dall’alto in basso, senza rendersi conto che le fondamenta della torre erano ormai marce fino all’osso. 

Megumi si era chiuso alle spalle la porta di quella casa tradizionale convinto che non vi avrebbe mai più fatto ritorno. Tornare a chiedere aiuto a loro sarebbe perdere il suo orgoglio, e Megumi non ha intenzione di perderlo, anche a costo di complicarsi la vita. Preferisce essere sereno con sé stesso piuttosto che strisciare di nuovo nel luogo da cui aveva lottato tanto per uscire, anche se questo avesse significato restare fuori al freddo. 

“Non voglio,” disse solo.

Itadori non insistette oltre e continuò a mangiare, il silenzio era confortevole intorno a loro.

“Potrei mettermi a fare il cam boy,” lo ruppe improvvisamente Megumi.

Si aspettava che Itadori scoppiasse a ridere, ma Itadori mise in bocca un raviolo intero e cominciò a masticare. “Perchè no,” disse imperturbabile. 

Megumi non sapeva neanche se lo avesse detto seriamente o meno. L’idea lo aveva accarezzato un paio di volte in passato, ma non l’aveva mai presa in considerazione in maniera particolarmente seria e non si era mai andato ad informare su come funzionasse veramente la cosa. Megumi provò a dirlo, ma Itadori riprese a parlare.

“Hai un tipo di bellezza che potrebbe piacere sia agli uomini che alle donne”

Megumi quasi si strozzò con un chicco di riso e un vago rossore gli risalì sulle guance. Era la prima volta che qualcuno avesse mai detto una cosa del genere su di lui. Il suo cuore cominciò ad accelerare i battiti anche per un altro motivo: forse quello poteva essere il momento giusto per fare un’altra confessione, una che ancora non aveva avuto il coraggio di fare ad Itadori nonostante sapesse razionalmente che non ci sarebbero state le conseguenze che era cresciuto imparando a temere. 

“Non mi interessa piacere alle donne,” ammise, non riuscendo a staccare gli occhi da un taglio nella tovaglia di plastica attraverso il quale si poteva vedere il legno del tavolo. Era in assoluto il peggior coming out che avesse mai fatto - era anche l’unico. 

Itadori non si scompose. “E quindi?”, chiese. “Finchè ti pagato che ti frega?”

La tranquillità con cui Itadori stava prendendo quell’idea che Megumi aveva buttato lì quasi per caso lo costrinse a guardarla per la prima volta con più serietà. 

Se la cosa avesse ingranato ci sarebbero stati numerosi pro. Avrebbe potuto lavorare da casa, in primis, e se le cose fossero andate bene poteva cavarsela con tre o quattro stream a settimana, senza bisogno di lavorare tutte le sere, facendosi il culo a lavorare sottopagato in un ristorante e prendendo delle mance misere. Avrebbe potuto dedicare tutti i suoi pomeriggi allo studio - o a godersi la vita universitaria - e concentrarsi sul mantenere alta la media. I pro sembravano essere decisamente più dei contro. 

“Se sei preoccupato per la tua identità potresti usare una maschera,” disse Itadori. “E— non hai tatuaggi strani vero?”

A Megumi venne da ridere. Itadori ci stava pensando più seriamente di quanto lui non avesse mai fatto. “Nessun tatuaggio strano.”

Itadori si allungò verso la sua porzione di ravioli e gli rubò l’ultimo, quello che Megumi lasciava sempre perchè la porzione era troppo grande per lui, e se lo mise in bocca tutto intero. “Pensaci,” disse, sputando ovunque pezzetti di cibo.

Megumi ci stava pensando più seriamente di quanto non avesse mai fatto prima. 


Il pensiero venne parzialmente accantonato nei giorni successivi. Megumi era tornato al turbinio costante delle sue giornate - lezioni, pranzo, giri per la città alla ricerca di qualche posto che cercasse qualcuno. Aveva anche riprovato nei pub notturni, dove già lo avevano rifiutato all'inizio dell'anno perché non aveva ancora 20 anni. 

Megumi uscì dalla lezione con la testa già abbassata sul cellulare, dove aveva compilato l'ennesima lista di luoghi in cui andare a proporsi. Mancavano meno di due settimane al pagamento dell'affitto e Megumi cominciava a sentirsi l'acqua alla gola. E non era mai stato un buon nuotatore.

Nel corridoio qualcuno gli venne addosso, violentemente, facendogli sfuggire il telefono di mano. Megumi alzò lo sguardo e vide il ragazzo biondo con cui era andato a letto qualche giorno prima. Lo stava guardando dall'alto in basso e Megumi resistette a malapena alla tentazione di roteare gli occhi. Perfetto, pensò, aveva beccato uno di quelli con l'ego più grande di loro che non accettavano un rifiuto. Era solo contento di non avergli dato la seconda possibilità che aveva considerato sul momento. Abbassò lo sguardo sul telefono che gli era sfuggito dalle mani. Il vetro si era rotto, ma quello non era un grosso problema. Quando Megumj provo ad accenderlo però il cellulare resto spento, lo schermo nero insensibile ad ogni stimolo. Megumi fu preso dal panico, "No, no, no, anche tu no!" disse al suo telefono, come se quello potesse sentirlo, avere pietà di lui e riaccendersi per miracolo. Ma nulla di tutto ciò accadde, il telefono rimase nero e silenzioso. Essere senza telefono significava non poter ricevere chiamate per i colloqui, o se lo avessero richiamato al vecchio lavoro per qualche miracolo - il vecchio gestore del ristorante l'aveva presa peggio di Megumi il fatto di essere costretto a licenziarlo, e aveva promesso che lo avrebbe chiamato se avesse visto qualcosa o se la situazione fosse cambiata. Significava non poter sapere in tempo reale se ci fossero modifiche alle sue lezioni o comunicazioni da parte dell'università. Significava recidere quel fragile filo di speranza che ancora Megumi aveva in cuore che suo padre decidesse di chiamarlo per sapere come stesse andando l'università.

Megumi alzò lo sguardo verso il ragazzo biondo, la sua espressione doveva essere più dura di quanto avesse pensato, perché lo vide sbiancare.

"Io non— Volevo solo…"

Megumi si alzò e senza degnarlo di un secondo sguardo lo lasciò lì, in mezzo al corridoio, con delle scuse parzialmente formate sulle labbra. Non aveva tempo per queste cose.

Quella era stata l'ultima goccia. Megumi era stanco di doversi sbattere in quel modo. Aveva pensato che si sarebbe divertito all'università, ma niente di tutto quello stava succedendo perché era sempre troppo preoccupato per i soldi e per come avrebbe fatto a vivere. Era ingiusto. Avrebbe voluto essere uno di quei ragazzi che poteva contare sulla propria famiglia, sui propri genitori, per le questioni di soldi, ma non gli era stato concesso e in certi giorni l'ingiustizia di questa cosa gli faceva vedere tutto rosso. Ma Megumi era stanco. Strinse le mani in un pugno, uno tenendo ancora quello che restava del proprio telefono. Quella storia sarebbe finita. Avrebbe preso in mano la situazione.

Aveva poco di suo, ma non aveva paura di usarlo. 


Non appena arrivò a casa, Megumi afferrò il laptop e si mise alla scrivania. Le ricerche lo tennero occupato l'intero pomeriggio, la stanza si fece buia intorno a lui senza che se ne accorgesse. Quando sentì la porta di casa aprirsi saltò sulla sedia e pensò per un momento che Itadori avesse finito prima il suo turno, poi gli cadde l'occhio sull'orologio nell'angolo in basso a destra del suo schermo. 

Era comprensibile che avesse fame. Quella sera si sarebbero dovuti accontentare del ramen istantaneo. 

Uscendo dalla sua stanza trovò Itadori buttato sul divano. Alzò lo sguardo su di lui. 

"Oh sei a casa. Ti stavo aspettando per cena"

"Preparo il ramen," rispose Megumi, dirigendosi verso la cucina. Itadori lo seguì poco dopo. 

Megumi lo sentì sedersi al tavolo dietro alle sue spalle mentre aspettava che l'acqua bollisse. Pensò a come aprire il discorso.

"Ho fatto un po' di ricerche oggi," cominciò. "Sulla cosa del camboy."

"Mh-mh"

"C'è un sito che non sembra male"

"Hai già creato il profilo?" 

"Non ancora"

Megumi sentì Itadori alzarsi e prendere dal frigo qualcosa da bere, poi il sibilo di una bevanda gassata che si apriva. Megumi scosse la testa, "Bevi troppe di quelle schifezze." 

Megumi poteva immaginare fin troppo bene il modo in cui Itadori stesse scrollando le spalle.

L'acqua cominciò a bollire. Megumi ne versò un po' nei contenitori del ramen e li appoggiò sul tavolo, uno di fronte a sé e uno di fronte a Itadori. Si sedette al solito posto di fronte a Itadori mentre aspettavano che il ramen fosse pronto.

"La stai prendendo con molta calma," disse Megumi, non riuscendo più a trattenersi. 

"Cosa?" chiese Itadori. Alzò il coperchio del ramen per vedere a che punto fosse, e Megumi gli diede un colpo sulla mano per farlo smettere. 

"Questa storia del camboy"

Itadori si tirò su e si appoggiò allo schienale della sedia. "È un lavoro," disse solo. "Ci avevo pensato anche io a farlo per un po', per non prendere più soldi da Sukuna. Ma non penso renderei bene."

Megumi rimase sorpreso dalla prima parte. Non il fatto che ci avesse pensato, ma il fatto che non si fosse sentito abbastanza attraente da andare fino in fondo. Itadori era una delle persone più sicure di sé che avesse mai conosciuto, e Megumi era convinto che il suo carisma sarebbe riuscito a passare anche attraverso la telecamere e gli avrebbe fatto guadagnare parecchi fan. Itadlri aveva anche un fisico veramente ben sviluppato, muscoloso il giusto e proporzionato - per i gusti di Megumi era un po' basso, erano alti uguali e Megumi aveva sempre preferito i ragazzi più alti, ma se non fosse stato la persona più eterosessuale che Megumi avesse mai conosciuto ci avrebbe sicuramente provato con lui - oltre al fatto che fossero amici e non voleva che le cose so facessero strane tra di loro.

"Sono abbastanza sicuro che troveresti il tuo pubblico," disse Megumi.

Itadori scoppiò a ridere. "Non fa per me. E poi ho scoperto che è divertente spendere i soldi di Sukuna," rise.

Rimasero un attimo in silenzio. Poi Megumi parlò di nuovo.

"E se non funzionasse?"

"Chiudi tutto e torni a cercare lavoro come hai fatto fino adesso," disse Itadori sereno. "Fare un tentativo non fa male a nessuno"

Fare un tentativo… Era molto diverso dal modo in cui Megumi era cresciuto, in cui se già sapevi di non poter essere il migliore era meglio lasciar stare e non provarci neanche. Era una novità assoluta per lui, ed era anche liberatorio. Megumi sentì come un peso sollevarsi dalle sue spalle. Fare un tentativo non avrebbe fatto male a nessuno. 



Megumi sedeva sul letto a gambe incrociate e il laptop aperto davanti a lui. 

Aveva finito di compilare il modulo di registrazione e stava controllando per l’ennesima volta i dati inseriti e i termini dell’iscrizione. Aveva provato a chiedere a Itadori una mano nell’impostare il proprio profilo, ma Itadori aveva rifiutato, sostenendo che non aveva intenzione di sapere nulla di più di quanto già sapesse, come ad esempio il suo nome utente o la sua immagine del profilo - Megumi non poteva dire di non essere d’accordo con il suo punto di vista. Itadori però lo aveva aiutato a stendere una scaletta per la sua bio, senza voler sapere cosa avrebbe scritto nel dettaglio. 

Megumi aveva scelto come immagine del profilo una foto che aveva scattato un po’ a caso qualche tempo prima, in cui aveva una camicia bianca con i primi due bottoni sbottonati, il braccio che non teneva il cellulare era alzato e la mano appoggiata dietro la testa, leggermente voltata verso sinistra. Era una foto che aveva scattato dopo il suo primo colloquio, nello specchio della sua camera da letto. Il suo viso era parzialmente coperto dal telefono, ma si poteva veder bene la linea del suo corpo, il fatto che fosse longilineo. Ed era una delle poche foto di sé stesso che aveva sul telefono e aveva caricato sul pc. Sembrava anche più alto di quanto non fosse. Come nome scelse Blessing - banale e pretenzioso allo stesso tempo, ma se voleva far funzionare la cosa tanto valeva sparare in alto. E apparire più sicuro di quanto non si sentisse. O almeno questo era stato uno dei consigli che aveva estratto da Itadori e dalla sua esperienza sui social network - non si sa come, ma aveva sviluppato un seguito non male e anche un gruppo di fan all’università che fermavano qualunque cosa stessero facendo quando passava per guardarlo. 

Dopo l’ultimo controllo Megumi diede la conferma finale. Il suo profilo era ufficialmente online. Tempo qualche minuto gli arrivò una mail da parte del sito dicendogli che il vibratore brandizzato che aveva ordinato, quello che vibrava al ritmo dell’arrivo delle mance, sarebbe arrivato a casa sua nel giro di ventiquattrore, una volta avuto quello avrebbe ufficialmente potuto fare la sua prima live. Quello che restava da fare fino a quel momento era solo cercare di curare un po’ il suo profilo, in modo tale da cominciare ad attirare le prime visualizzazioni.

La prima cosa che fece fu tirare fuori dall’armadio alcuni dei vestiti che riteneva gli stessero meglio e cominciare a scattarsi un po’ di foto. Il fatto di poterle fare solamente dalla webcam del computer invece che dal cellulare rendeva il tutto molto più complicato, non sapeva bene che posizioni utilizzare per valorizzarsi al meglio. 

Aveva anche degli abiti tradizionali che la sua famiglia aveva insistito perché portasse con se quando era andato via di casa. Aveva promesso che non li avrebbe mai più indossati, ma l’idea di indossarli in quel contesto stava facendo circolare l’eccitazione nel suo sangue, era come un ragazzino che aspetta di essere in casa da solo per farsi le prime seghe o per fumare le prime sigarette di nascosto, gli faceva sentire la testa leggera. 

Gli venne in mente cosa avrebbe pensato la sua famiglia se avesse mai visto quelle foto. Probabilmente lo avrebbero definitivamente diseredato, e il pensiero non gli dispiaceva più di tanto. Probabilmente però quello che aveva detto Itadori la prima sera aveva un suo perché. Nascondere la sua identità poteva essere una scelta saggia. Con gli ultimi risparmi che aveva da parte aprì il suo account amazon e cominciò a cercare una maschera. 

Ne trovò una che non copriva interamente il volto, copriva solo la parte superiore del volto e non interamente, era fatta di ghirigori di pizzo nero che avrebbero lasciato parte della sua pelle scoperta, ma se fosse stato fortunato avrebbe distratto abbastanza da non renderlo riconoscibile senza. Fu amore a prima vista con quella maschera, non ne aveva mai vista una così bella. Quella poteva diventare veramente parte della sua immagine. 

Senza pensarci troppo la ordinò, e selezionò l’opzione della spedizione rapida, in modo tale che arrivasse in tempo per il suo primo stream. 

Era tutto pronto, adesso non restava che aspettare. 



Il giorno successivo Megumi lo passò in attesa dei propri pacchi. Per ammazzare il tempo si mise a guardare un alcuni degli stream presenti sul sito su cui si era iscritto, per studiare un po’ come strutturare il suo streaming. Sarebbe dovuto andare un po’ per tentativi, però per il momento l’unica idea che aveva era di fare quello che gli piaceva fare. Da quando era arrivato all’università raramente aveva avuto l’occasione di fare le cose con la serenità che gli piaceva, tanto valeva approfittarne. 

Forse come tutte le altre cose, la cosa migliore era divertirsi per davvero. 

I suoi pacchi arrivarono nel pomeriggio. La maschera era bellissima, e Megumi adorava con gli stesse addosso. Immediatamente si scattò una foto e la caricò sul suo profilo, annunciando nella didascalia che quella sera avrebbe fatto la sua live. Nel corso della nottata le foto e la sua presentazione gli avevano attirato un po’ di followers. Non erano molti, ma era un buon punto di partenza. 

Una strana energia nervosa lo accompagnò per tutto il giorno, ma mai una volta gli venne la tentazione di tirarsi indietro. Non gli piaceva non sapere se fosse bravo o meno a fare qualcosa, ma allo stesso tempo non era mai stato il tipo da tirarsi indietro. Una volta che una cosa era decisa era decisa. 

Quando si avvicinò l’orario deciso, Megumi dispose il laptop in modo tale che riprendesse il letto e mise a portata di mano tutto ciò che sarebbe potuto servirgli. Mise anche il segnale che lui e Itadori avevano concordato per fargli sapere quando stava facendo uno streaming sulla porta della sua stanza. Mai come in quel momento era stato convinto di voler mantenere quella appartamente e la privacy che le due camere da letto permettevano. 

Itadori si era chiuso in camera sua con le cuffie antirumore nuove di zecca che si era fatto comprare da Sukuna - gli aveva detto che gli servivano per studiare - e un vecchio sparatutto con “gli effetti sonori più rumorosi che avesse mai sentito”. 

Megumi si mise davanti allo specchio, e si tirò indietro i capelli. Indossò la stessa camicia bianca che aveva nella sua immagine del profilo, e sotto quella solamente un paio di boxer neri. Lasciò slacciati i primi due bottoni. 

Infine, indossò la maschera che aveva comprato, legandola saldamente dietro la testa in modo tale che non rischiasse di sciogliersi nel corso dello streaming. Gli piaceva come gli stava addosso, gli dava una sicurezza diversa, lo faceva sentire sexy e adatto al compito. Era stata veramente un ottimo acquisto. 

Con calma si sedette sul letto, in posizione e avviò lo streaming. Ancora non c’era nessuno connesso, ma Megumi sapeva di dover cominciare comunque. 

Megumi si spostò indietro sul letto e piantò i piedi sul materasso, aprendo le gambe, mostrando le gambe lunghe e le cosce toniche, facendo vedere che sotto la camicia indossava solo i boxer. Aprì leggermente la bocca e cominciò ad accarezzarsi delicatamente l’interno coscia. Era sempre stato un punto estremamente sensibile per lui, che faceva crescere in lui l’anticipazione, ma a cui nessuno dedicava mai particolare attenzione. Megumi vide le prime persone cominciare a connettersi, ma continuò a fare quello che stava facendo, come se non fossero lì. Sollevò la testa con fare altezzoso e sorrise arrogante alla telecamera. Si passò una mano sulla stoffa dei boxer, sentendo la sua erezione che cominciava ad indurirsi. Gli piaceva l’idea di essere guardato, di tenere qualcuno sulle spine dall’altro lato della telecamere. 

Con la mano si sollevò la camicia, mostrando alla telecamera l’addome piatto, dalla muscolatura appena accennata. 

Sulla chat cominciarono ad apparire i primi messaggi, che lo invitavano a mostrare qualcosa di più: via la maglietta, via i boxer, mostra quello che hai sotto le mutande. 

E Megumi sorrise alla telecamera, “Buonasera,” disse. “Vedo che cominciate ad essere attivi.”

Si sporse verso la telecamera e si tirò su, mettendosi in ginocchio. Si allungò verso la scrivania, per prendere qualcosa accanto al pc e facendo attenzione che la telecamera mostrasse abbastanza bene il suo petto attraverso la stoffa lasciata larga della camicia. Quando tornò nell’inquadratura mostrò alla telecamera il vibratore brandizzato che gli aveva mandato il sito. “Sapete tutti cos’è questo,” disse alla telecamera, “E sapete tutti come funziona,” aggiunse con un sorriso. “Che ne dite?”

I commenti cominciarono a susseguirsi sulla chat. Megumi tornò alla sua posizione precedente, con l’anticipazione che gli dava la pelle d’oca. Sapeva di avere la loro attenzione, lo poteva percepire in ogni fibra del suo essere. Si stava divertendo, e si sentiva la testa leggera. Era esilarante tutto questo. Tutti i progetti che aveva fatto, le mosse che aveva studiato davanti allo specchio fuggirono dalla sua testa. Voleva solo sentire.

Quel poco di tensione ancora accumulata sulle sue spalle svanì di colpo, e Megumi sospirò, portando nuovamente la mano ad accarezzare l’erezione attraverso i boxer. 

Levali, scrisse in chat un utente di nome KingOfCourses. 

E Megumi sorrise, sentendo un brivido corrergli lungo la scena. Sentiva che una delle sue fantasie più recondite, quella di essere guidato mentre si dava piacere da solo, poteva essere veramente messa in pratica quella sera.

“Fammelo fare,” rispose, guardando diretto in camera come se potesse guardare negli occhi l’utente che gli aveva mandato quel messaggio.

Immediatamente Megumi sentì il suono dell’arrivo di una mancia, sorrise alla telecamera. “Molto bene”

Megumi si stese indietro sul letto, e sollevò le gambe facendo in modo che il suo culo restasse ben inquadrato. Megumi sollevò in alto le gambe, anni di stretching fatto mentre faceva atletica gli tornarono utili in quel momento, e fece lentamente scivolare i boxer in alto, lungo la linea delle cosce, fino a toglierli interamente e lanciarli via. Quando si tirò nuovamente su, con le ginocchia chiuse, Megumi notò la grande quantità di nuovi commenti presenti nella chat. A quanto pareva le sue gambe avevano attirato l’attenzione, e Megumi sentì l’eccitazione nello stomaco. 

Con gli occhi andò a cercare un altro commento di KingOfCurses. 

Molto bene, aveva scritto.

Gli altri commenti gli suggerivano di aprire le gambe, altre mance cominciarono ad arrivare, e Megumi lo fece. Lentamente, aprì le gambe, lasciando che la camicia coprisse ancora parzialmente la sua erezione. Lentamente si fece passare una mano sull’addome, sollevando la camicia, e bloccandola tra i denti, mostrandosi alla videocamera interamente.

Toccati, arrivò un nuovo messaggio.

Nuove mance cominciarono ad arrivare quando Megumi cominciò ad accarezzarti. Si lasciò sfuggire un piccolo gemito, soffocato dalla stoffa della camicia nella sua bocca. Cominciò a pompare, cercando di resistere alla tentazione di velocizzare il ritmo. Quella situazione lo stava eccitando molto di più di quanto avesse pensato inizialmente. La mano di Megumi scese ad accarezzare la propria apertura ancora morbida. Quel pomeriggio, nella doccia, aveva fatto un po’ di preparativi, ma si era fermato prima di venire. 

Impaziente, arrivò un nuovo messaggio. 

I messaggi di quella persona trasudavano una autorità che stava facendo meraviglie su Megumi. Gli altri messaggi sparivano al confronto, ma se voleva guadagnare un seguito avrebbe dovuto mostrare anche a loro un po’ di attenzione. Molti messaggi spingevano perchè cominciasse a prepararsi, sostenevano di volerlo vedere pieno.

“Oh, non vedo l’ora di esserlo,” rispose Megumi.

Si allungò verso il lubrificante e ne mise un po’ sulle dita. Si penetrò direttamente con due dita, e dalla chat arrivarono nuove mance. Megumi cominciò a pompare le dita, soffocando i gemiti mordendosi il labbro inferiore.

Lentamente, Megumi aggiunse un terzo dito. Le mosse un po’ dentro, gli scappò un gemito più forte quando si accarezzò la prostata. 

Megumi si allungò verso il vibratore del sito e si penetrò con quello. Lo accese e immediatamente quello cominciò a vibrare con le mance che arrivavano. Era più potente di quanto avesse inizialmente previsto, e si appoggiava deliziosamente sulla sua prostata. Megumi si inarcò contro il letto, dalla bocca gli sfuggirono gemiti più alti, che la chat accettò volentieri. Mandando nuove mance, che continuavano a far vibrare il vibratore dentro di lui e contro la sua prostata. Non sapeva quanto ogni scarica sarebbe durata e Megumi approfittava della pausa tra una scarica e l’altra per riprendere fiato.

Megumi si stese sul letto e si sporse verso la telecamera, mettendosi bene in mostra davanti alla telecamera, mostrando il modo in cui la sua erezione si contraeva ad ogni nuova scarica, e il modo in cui il vibratore spariva nel suo corpo. 

“Chi sarà a farmi venire?” Megumi chiese provocatorio davanti alla telecamera. Nuove mance continuavano ad arrivare. 

Arrivò una scarica più forte, interminabile. Megumi sentì i muscoli delle gambe contrarsi, le punte dei suoi piedi tirarsi, mandò la testa indietro e si lasciò quasi sfuggire un urlo davanti a quella stimolazione insistita.

Venne senza neanche bisogno di toccarsi, schizzando sullo stomaco e macchiando la camicia. Megumi si concesse un momento per riprendere fiato, poi si avvicinò alla telecamera con fare sinuoso, cercando di nascondere quanto fosse stanco. Ringraziò tutti quelli che si erano collegati e chiuse la trasmissione, dando l’appuntamento successivo.   

Chiuse lo schermo del pc e collassò sul letto. Era sudato e appiccicoso, si sarebbe dovuto andare a fare una doccia, ma non era sicuro che le gambe potessero reggere il suo peso in quel momento. Era stato l’orgasmo migliore che avesse avuto da un po’ di tempo a quella parte. 

Forse quel lavoro poteva essere più adatto a lui di quanto avesse inizialmente pensato.


Di ritorno dalla doccia, Megumi trovò un messaggio privato da parte di KingOfCurses: 

Non vedo l’ora di vedere il tuo prossimo streaming, Blessing


Gli stream cominciarono ad ingranare dopo quella prima sera. Alcuni cominciarono ad essere dei regular e a seguirlo sempre, e Megumi ne aveva ormai memorizzato i nomi, altri andavano e venivano. A poco a poco sembrò cominciare a costruirsi un nome. 

Visto che era ancora all’inizio e che la sessione d’esami era appena finita - e anche che era un po’ in emergenza per quanto riguardava i soldi - Megumi trasmetteva quattro volte a settimana. Il piano sarebbe stato con il tempo ridurle a due o tre a settimana, ma uno dei grandi pro di quel lavoro era proprio la flessibilità degli orari. Megumi avrebbe potuto decidere di settimana in settimana come regolarsi, in base anche agli altri impegni. 

Alcuni avevano anche cominciato a mandargli dei ragali. Il sito a cui si era iscritto aveva un sistema per tenere le loro identità protette: i regali che le persone volevano mandargli dovevano essere mandati alla sede centrale del sito, lì sarebbero stati controllati e poi smistati e inviati direttamente alle loro case. In questo modo si teneva protetta sia la sua identità che quella di chi aveva inviato il regalo. La maggior parte gli aveva mandato lingerie o cose simili, Megumi cercava di indossare quello che poteva nel corso degli streaming, facendo sempre attenzione a nominare per bene chiunque glielo avesse donato. KingOfCourses era sparito nel nulla dopo quel primo messaggio, ma Megumi lo vedeva quasi sempre online durante i suoi show, e spesso le sue mance erano piuttosto generose. 

Quella sera Megumi aveva deciso di ricambiare uno dei favori che doveva. Ordinò la pizza e la offrì a Itadori. Si buttarono sul divano e misero una nuova puntata di un anime che avevano cominciato a seguire insieme.

“Come stanno andando gli streaming?” gli chiese improvvisamente Itadori. Era la prima volta che si interessava da quando quella storia era cominciata. 

“Bene,” ammise Megumi. “Un altro paio di stream e dovrei essere in grado di pagare l’affitto.”

“Ma ancora niente telefono”

“Ancora niente telefono”

Itadori si mise in bocca un altro pezzo di pizza, “Dovresti provare a buttarla lì durante uno stream,” disse. “Se te la giochi bene ti danno abbastanza mance da comprartene uno nuovo”

Megumi si sentiva in conflitto. Da una parte si sentiva una sorta di approfittatore a fare qualcosa del genere, dall’altra parte quello era un lavoro, e un cellulare nuovo gli sarebbe davvero servito. Forse aveva ragione Itadori, forse non c’era niente di male ad ammettere di avere un bisogno quando era vero, non si stava approfittando di quella gente, stava onestamente offrendo i suoi servizi in cambio di soldi, come in un qualunque altro lavoro.

Quella sera non aveva lo streaming. Aveva deciso di lasciarsi i venerdì sera liberi proprio per passare la serata a guardare anime con Itadori. Era un’abitudine che avevano preso dopo essersi ritrovati come coinquilini, e Megumi non aveva intenzione di rinunciarci adesso che poteva scegliere in quali serate lavorare. Anche quello era un punto a favore di quel lavoro. 

I suoi ritmi di studio erano anche diventati decisamente più umani, non si trovava più a dover passare le notti in bianco per tenersi in pari con lo studio. Aveva anche ricominciato a dormire le otto ore a notte e gradualmente le occhiaie costanti erano sparite dal suo viso, dandogli nuovamente l’aspetto di un essere umano in buona salute. Era anche riuscito a tornare a correre, e solo tornando a correre si era reso conto di quanto gli fosse mancato. Non faceva niente di particolare, andava semplicemente al parco nelle sere in cui non faceva gli streaming o il pomeriggio, ma tornare a sentire il suo corpo tendersi in quel modo lo faceva sentire energizzato, e non esausto come si sentiva dopo ore a correre per lavoro. 

Ma per quella sera voleva mettere da parte tutti i pensieri sul lavoro. Voleva solo godersi una pizza, una birra che in teoria non poteva bere e una nuova puntata del suo show preferito. 


La sera dopo, durante il suo stream, Megumi decise di provarci. Durante lo stream disse che c’erano alcuni nuovi vestiti che avrebbe voluto mostrargli, in particolare alcuni degli splendidi regali che gli erano stati inviati, ma che purtroppo non rendevano bene in quel modo. Promise che glieli avrebbe mostrati non appena avesse avuto un telefono nuovo. Qualcuno in chat gli chiese cosa fosse successo al suo vecchio telefono, e Megumi disse che il suo telefono aveva subito un piccolo incidente e che ne avrebbe dovuto comprare uno nuovo. 

Nel corso dello stream di quella sera, Megumi ebbe come la sensazione che le mance fossero molte di più del solito e sorrise internamente. Forse veramente si sarebbe potuto comprare un telefono nuovo e tornare in contatto con il mondo - e riaccendere quella debolissima fiammella di speranza che suo padre potesse decidere veramente di contattarlo. Megumi non aveva neanche la minima idea di in quale angolo di mondo fosse andato a rintanarsi quell’uomo.

Due giorni dopo, Megumi stava studiando quando sentì suonare il campanello. La sede del sito gli aveva mandato il nuovo pacco contenente i regali indirizzati a lui. 

Megumi si sedette sul divano, approfittando di essere a casa da solo per quel pomeriggio, e lo aprì con calma. Megumi trovò all’interno del pacco ancora nuovi completini intimi, alcuni assolutamente discutibili e che non avrebbe mai indossato (chi poteva pensare che avrebbe mai indossato della lingerie leopardata fucsia era un mistero), tutti ancora sigillati - una delle politche del sito era che non sarebbe stata inoltrata ai ragazzi nulla che non fosse nuovo e sigillato. 

Megumi trovò anche all’interno del pacco una scatola che inizialmente non riuscì ad identificare. Era chiusa in una busta nera con un fiocco celeste. La spilla che teneva chiusa la busta era stata aperta per i controlli di sicurezza, il biglietto spillato alla busta indicava KingOfCourses come mittente. Megumi rimase a bocca aperta quando, all'interno della busta, trovò un nuovo telefono, ancora perfettamente imballato.  

Non riusciva a crederci che qualcuno gli avesse fatto un regalo del genere. Megumi non era un grande esperto di nuove tecnologie, ma sembrava essere un modello abbastanza nuovo. Lo aprì con cautela, incerto se avrebbe dovuto aprirlo o meno. Si alzò dal divano e raggiunse il suo laptop, ancora aperto sulla scrivania.

Aprì il sito e scorse i messaggi privati fino a raggiungere il primo che gli fosse mai arrivato. 

Mi hai mandato un telefono, scrisse.

La risposta arrivò molto prima di quanto si aspettasse. Hai detto che il tuo è rotto. Era tutta una scusa?

Mi serve un nuovo telefono. Non pensavo di riceverne uno.

Ti dispiace?

Non sono sicuro di poter accettare.

Allora fai qualcosa per me.

Megumi guardò confuso il messaggio. Non ho intenzione di dare dati personali.

Bravo ragazzo. La risposta confuse Megumi. Se ti mando un regalo, dì che lo indosserai in uno dei prossimi stream.

Qualcosa del tipo?

E’ una sorpresa.

Megumi soppesò la proposta. Finchè non è nulla di pericoloso, lo farò.

Non ti farei mai del male, Blessing.

Megumi si chiese se dovesse pentirsi di quella cosa. 


A Megumi non ci volle molto per scoprire che cosa avesse in mente. Qualche giorno dopo, Megumi ricevette un nuovo pacco, questa volta contenente un plug anale nero. Avrebbe dovuto fare l’intero stream con quello. Significava non poter usare il vibratore che vibrava con le mance, se non in maniera creativa. Megumi si sarebbe dovuto inventare qualcosa.

Infilò il vibratore prima dell’inizio dello streaming, e quando si tolse i boxer i suoi fan sembravano molto contenti della sorpresa che vi trovarono sotto. Il vibratore brandizzato del sito finì per essere legato alla base del suo pene. Megumi non sapeva cosa fare con quella stimolazione, fin troppo intensa. 

Alla fine della sessione ricevette un nuovo messaggio privato.

Ben fatto, Blessing.


La metà del mese arrivò, e con quella il giorno in cui avrebbe dovuto pagare l’affitto. Megumi fece il proprio versamento, e rimase sconvolto quando si rese conto che sul suo conto restavano effettivamente dei soldi a disposizione.

Rimase per qualche momento imbambolato a guardare la schermata del proprio conto in banca. Non aveva idea di come comportarsi, ma non aveva tempo per pensarci. Stava per essere in ritardo per le lezioni.

Di ritorno dalle lezioni passò davanti alla pasticceria del quartiere. Ci passava ogni mattina e guardava i dolci esposti in vetrina sentendo l’acquolina in bocca. Ogni giorno passando il profumo dello zucchero riempiva la via, gli faceva venire veramente voglia di entrare lì e comrparsi qualcosa, ma non se lo era mai potuto permettere. Quella pasticceria era nota per essere una delle più famose della città, e i dolci erano piuttosto cari, e Megumi non aveva mai avuto soldi extra da poter spendere in dolci.

Eccetto che quel giorno ce li aveva. L’illuminazione lo colpì all’improvviso.

Di istituto entrò e comprò una torta alla fragola, la sua preferita. L’ultima volta che l’aveva mangiata gliel'avevano fatta per i suoi quindici anni, all’ultimo compleanno in cui suo padre si era degnato di essere presente. Era stato lui a scegliere la torta, sapendo quale fosse la preferita di Megumi.

Quella sera la mangiò con Itadori, godendosi i frutti del proprio lavoro. 

Forse la vita universitaria non sarebbe poi stata così male. 

















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