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Titolo: Un buon tramonto
Fandom: Voltron
Missione: M4 - Gio Evan, Arnica
Prompt: Cerco un amico per un buon tramonto insieme/voglio arrivare all'alba e dire: "Dai, di nuovo" 
Parole: 635

Il giorno successivo, Shiro si sarebbe rinchiuso nella base militare della Garrison. Il giorno dopo ancora, dopo una notte di sonno attentamente sorvegliata dal team che coordinava la missione, Shiro sarebbe partito per la missione Cerbero. Keith non aveva idea di quando lo avrebbe rivisto, ma quella sera - quella notte - sarebbe stata ancora solo loro, e di nessun altro.

Keith sedeva su un masso in mezzo al deserto, quello da cui più di una volta lui e Shiro si erano lanciati con gli overboard, una infantile prova di coraggio a fare a chi si rialza più tardi - una cosa così lontana dall'immagine di serietà che Shiro proietta, piccole parti di lui che solo a Keith è concesso di vedere e che Keith custodisce gelosamente. Aspetta Shiro. Gli ha promesso che lo avrebbe raggiunto non appena lo avessero liberato.

A coloro che stavano per partire veniva concessa un'ultima notte per stare con le famiglie. Keith si è sorpreso quando Shiro gli ha chiesto di passarla con lui - aveva dato per scontato che Shiro avrebbe scelto di passarla con Adam. Non gli aveva chiesto spiegazioni, gli aveva dato appuntamento al masso e Shiro aveva sorriso. Keith non era tipo da farsi troppe domande sulle poche benedizioni che gli capitavano.

Il sole si era avvicinato all'orizzonte, ma non aveva ancora cominciato a sparire dietro la linea del deserto. Il cielo si era tinto di arancione. Keith sentì il rumore di un motore. Lo aveva sentito fin troppe volte per non riconoscerlo ad orecchio, non aveva bisogno di girarsi per capire chi fosse arrivato.

Dietro di luì sentì la macchina frenare, parcheggiare, il rumore della portiera che si apriva e sbatteva. Con la coda dell'occhio vide Shiro sedersi accanto a lui e fissare il tramonto. 

"Ah, mi mancherà tutto questo," disse. 

Keith sorrise. "Ma sarai circondato dalle stelle"

Shiro rise, "Vero. Ma il tramonto... è una cosa diversa"

Keith rimase in silenzio e Shiro con lui. Guardarono il sole sparire dietro l'orizzonte, il buio cominciare a calare. Nessuno dei due sentì il bisogno di dire nulla mentre le prime stelle comparivano sopra la loro testa.

"Credi che un giorno riuscirò ad andarci anche io? Nello spazio," chiese Keith.

"Certo che sì. Ma devi seguire le lezioni mentre non ci sono. Farai il bravo?"

"Se loro lo faranno con me"

Shiro rise, la sua risata si perse nel deserto. La luce delle stelle era l'unica luce ad illuminarli - uno dei pochi benefici del vivere in mezzo al nulla, pensò distrattamente Keith.

"Hai mangiato?" chiese Shiro.

In tutta risposta lo stomaco di Keith brontolò. 

"Se non mangi non ci andrai nello spazio," Keith non aveva bisogno di guardarlo per sapere che stava scuotendo la testa.

Keith sentì il rumore di pacchetti di plastica agitati, poi un peso leggero si appoggiò sul suo stomaco. Era un pacco di patatine piccanti, le sue preferite.

Keith le aprì e cominciò a mangiarle soddisfatto.

Passarono la notte insieme, così, senza dirsi molto e a godere della presenza l'uno dell'altro. Nessuno dei due disposto a chiedersi quando avrebbero potuto farlo di nuovo.

I primi raggi dell'alba cominciarono a rischiarare il cielo. Keith non aveva mai odiato tanto l'alba. Desiderava solo che la notte potesse ricominciare da capo, per passare altro tempo con Shiro.

Shiro aspettò ancora un po' prima di alzarsi. Tenne ancora lo sguardo fisso sull'orizzonte per qualche momento, poi si voltò verso Keith. Aveva le occhiaie di chi aveva passato la notte in bianco, ma il volto sereno.

"Ti accompagno in accademia," gli disse Shiro. 

Keith annuì e salì in macchina. Quando all'ingresso si separò da lui per entrare nuovamente di nascosto nella sua camera prima della chiamata dei cadetti all'alba Keith se lo ripetè ancora una volta: non aveva mai odiato l'alba. 



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Titolo: Nothing changed at all.
Fandom: Haikyuu
Missione: M1 - The observer
Parole: 333
Rating: safe

Davanti a quell'ultima giocata Kageyama non può fare nulla, se non guardare la palla rimbalzare sul parquet e schizzare lontana. Hanno perso il primo set, ma non gli interessa quanto dovrebbe. E' troppo occupato ad osservare la creatura che si ritrova davanti, la persona che ha appena fatto quella giocata e che adesso esulta con il resto della sua squadra per aver conquistato il primo set.
Quando l'ha conosciuto Hinata era grezzo, era un pezzo di carbone in cui lui, nonostante tutto, aveva scorto qualcosa, aveva visto qualcosa che lo aveva attirato nella sua orbita - e da quell'orbita non era mai più riuscito ad uscire. Quello che si trova adesso davanti, però, è un diamante. Sottoposto alla pressione, sottoposto alla fatica e alla sofferenza. E' partito due anni prima, quando appena cominciava a sgrezzarsi e Kageyama aveva avuto paura. Aveva avuto paura di perdere quella competizione, quella rivalità, che lo aveva spinto a dare sempre il meglio, ma adesso guarda dall'altra parte del campo, osserva la scena che si para davanti ai suoi occhi dall'altra parte della rete e sorride.
Sorride perchè Hinata, ancora una volta, ha superato le sue aspettative, perchè non ha sprecato il suo tempo in Brasile; sorride perchè si ritrova ancora davanti l'avversario temibile che Hinata è sempre stato per lui. Sorride perchè, ancora una volta, Hinata non l'ha deluso. E Kageyama sa che cosa HInata si aspetta da lui. Adesso è il suo turno di essere all'altezza delle aspettative, all'altezza di quello scontro che si sono promessi il giorno in cui si sono conosciuti.
E' sempre stato Hinata quello che ne ha parlato di più, ma questo non significa che Kageyama non abbia custodito quel pensiero dentro di sè, che non l'abbia alimentato. E adesso che il giorno è arrivato è felice di aver dato il meglio di sè per migliorarsi, perchè anche a mezzo mondo di distanza HInata è sempre stato una presenza costante per lui.
Kageyama sorride. Sta per cominciare il secondo set. E' pronto.
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Titolo: Lettere dall’Alba Dorata: nuovi inizi
Fandom: Black Clover
Missione: M4 - Genere non convenzionale
Parole: 340
Rating: safe

Cara Sorella Lily, bimbi della Chiesa,
la città è grande e caotica, ben diversa dalla calma e dal silenzio di Hage. Da quando sono arrivato non ho ancora avuto molto tempo per andare in giro ad esplorarla, però. Sono entrato in quella che sarà la mia casa d’ora in avanti, il quartier generale dell’Alba Dorata. E’ un palazzo enorme nel centro della città, è pieno di corridoi e non so ancora bene come farò a girare senza perdermi. Ha un cortile interno e ha dei bellissimi giardini, pieni di fiori che non ho mai visto prima, ma è molto diverso dall’essere circondati dai boschi intorno ad Hage. Mi hanno assegnato una stanza ed è enorme, ho persino un letto a due piazze solamente per me. Dormire da solo, però, è ancora molto strano. Mi mancano i calci dei bambini, mi manca anche il russare di Asta! E non pensavo avrei mai detto una cosa del genere. Anche il cibo è molto diverso a quello a cui sono abituato, sto assaggiando molte cose nuove di cui non conoscevo l’esistenza. Sembra che qui nessuno conosca le bohtate - ho provato a chiederle. Comincio a sentirne la mancanza. Qui sono tutti nobili, sono l’unico a non esserlo. Hanno tutti un’aria molto distinta e vestiti molto eleganti. Si tengono a distanza, almeno la maggior parte. Sembrano essere tutti molto attenti alle questioni del rango, della provenienza e della famiglia, tutte cose a cui non sono abituato a prestare attenzione. Non contano molto quando si cresce tutti insieme e senza niente. Il mio responsabile è un tipo piuttosto particolare, continua a parlare della dignità dell’Alba Dorata e di come non dovrei essere qui, ma allo stesso tempo sembra essere molto premuroso e sta sempre attento che non mi manchi nulla. La mia compagna, invece, sembra molto più tranquilla. Anche lei è una nobile, ma parla con me in maniera più normale almeno. E’ strano essere lontani da voi, ma continuerò a fare del mio meglio per raggiungere il mio scopo. Continuerò a tenervi aggiornati.
Yuno.
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Titolo: amici di letto?
Fandom: Haikyuu
Parole: 1219
Prompt: buono | brutto | cattivo

Kageyama era esausto dopo la partita. Sbadigliando inserì la chiave nella serratura, aprì la porta e mollò in terra il borsone – sarebbe stato un problema per il Kageyama del giorno dopo.
Le luci dell’appartamento erano completamente spente, Hinata doveva già essere andato a dormire.
Quando si erano trovati a giocare entrambi per delle squadre basate a Tokyo non si erano neanche messi d’accordo prima di cominciare a cercare un appartamento insieme. Sembrava quasi che, nei due anni che Hinata aveva trascorso in Brasile, avessero sentito la mancanza l’uno dell’altro più di quanto avessero voluto ammettere e adesso sentissero il bisogno di recuperare tornando a vedersi tutti i giorni.
Kageyama si diresse in cucina e cercando di fare poco, bevve un po’ di latte direttamente dal cartone. Si lavò i denti e aprì la porta della sua stanza, accese la luce e saltò sul posto quando notò qualcosa muoversi nel suo letto.
Per l’esattezza, una montagna di coperte da cui spuntavano dei disordinati capelli arancioni.
- Huh, luce… -, gemette Hinata nascondendo meglio la testa sotto il piumone.
- Che ci fai in camera mia, idiota? -, gli sbraitò contro, cercando di far riprendere al proprio cuore un ritmo regolare.
Hinata mise un accenno di broncio, ancora con gli occhi semichiusi. – Mal di pancia. Ho vomitato -, disse con voce lamentosa.
- Che schifo! –
- Mi sono lavato. E ho lavato anche le coperte, ma non mi andava di mettere quelle pulite –
- E mettiti sul divano, non sul mio letto! –
- Sto più comodo qui –
Hinata si voltò dall’altra parte, si sistemò meglio sotto la coperta.
Kageyama sospirò esasperato, era troppo stanco per mettersi a discutere. Si cambiò e si stese accanto a Hinata, ringraziandosi mentalmente per aver scelto di comprarsi un letto enorme.
- Almeno lasciami un pezzo di coperta -.
Hinata si sciolse dal bozzolo di coperte e ne porse un’estremità a Kageyama.
- Che diavolo ti sei mangiato? –
- Yachi è venuta a vedere la partita, ha fatto gli anpan -, borbottò Hinata.
- E quanti te ne sei mangiati? –
- Troppi –
- Idiota –
Kageyama sbuffò e si sistemò meglio sotto le coperte, maledicendo mentalmente la cattiva digestione di Hinata.

*

Scoprirono, il giorno successivo, che non si trattava di problemi di digestione, ma di una vera e propria influenza. Kageyama fu costretto a chiamare Atsumu – un’esperienza che non raccomandava a nessuno – per comunicargli che il suo prezioso schiacciatore, come lo aveva definito, non sarebbe potuto andare agli allenamenti.
- L’hai sfinito per bene? -, lo prese in giro.
Kageyama si strozzò con la saliva. – C-cos- EH?! –
Atsumu scoppiò a ridere, ma assicurò che lo avrebbe riferito al loro allenatore. Kageyama fu costretto anche a sistemare il letto di Hinata e trasportarlo nella sua stanza in braccio, dato che non sembrava in grado di reggersi in piedi da solo.
La pace però durò poco.
Kageyama era andato agli allenamenti, aveva trascorso la sua giornata come al solito e si era messo comodamente a letto. Da solo.
Era ad un passo dal prendere sonno, quando sentì un leggero bussare alla porta.
- Kageyama? -, gli chiese Hinata con voce tremante. Si reggeva allo stipite della porta, le gambe sembravano dovergli cedere da un momento all’altro. Alla fioca luce dei lampioni che penetrava dalla strada, Kageyama poteva vedere quanto fosse pallido, la sua pelle quasi trasparente.
- Brutto sogno –
Kageyama avrebbe voluto infierire, ma gli mancò il cuore di farlo. Sbuffò, ma sollevò un lembo della coperta invitandolo a prendere posto accanto a lui.

*

Ci era voluta una settimana, ma Kageyama era finalmente libero.
Dopo la seconda notte che Hinata l’aveva svegliato per gli incubi, Kageyama si era rassegnato a lasciarlo dormire con lui. A quanto pare a lui, la febbre, gli dava gli incubi. Hinata era un pessimo compagno di letto: durante la notte si rigirava continuamente e borbottava senza sosta. Kageyama si era anche beccato qualche calcio negli stinchi. Ci erano voluti un paio di giorni a scoprire che l’unica cosa che lo calmava era il contatto fisico. Kageyama aveva cominciato stendendosi un po’ più vicino, poi era passato a poggiargli una mano sul braccio. Alla fine, la cosa che per lui si era rivelata più comoda era stata tenergli la mano.
Quella era stata una buona giornata per Kageyama. Aveva vinto la sua partita, avevano raggiunto la testa della classifica e si stava preparando a passare finalmente una notte da solo. Si bevve una tazza di latte caldo e si stese a letto.
Fissò il soffitto.
Continuò a fissare il soffitto.
Il sonno non voleva saperne di arrivare.
Provò a cambiare posizione, a sistemarsi meglio sotto le coperte, provò a contare le pecore – perse il conto alla cento trentaquattresima. Il letto gli sembrava troppo grande, troppo freddo e troppo silenzioso.
Nel buio Kageyama spalancò gli occhi, colpito da una improvvisa realizzazione: non era più abituato a dormire da solo.
Sentì dei rumori nell’appartamento. Hinata doveva essere rientrato dalla sua partita. Non avrebbe potuto giocare sicuramente, non dopo la settimana che aveva passato, ma aveva insistito per essere almeno in tribuna.
Kageyama aspettò di sentire un leggero bussare alla sua porta, ma sentì solo Hinata continuare ad aggirarsi nell’appartamento fino a chiudere la porta della sua stanza. Kageyama si rassegnò, sbuffò e con gesto secco scostò le coperte. Si alzò e si diresse in cucina, aprì il rubinetto e si riempì un bicchiere d’acqua.
Sentì dei passi leggeri dietro di lui.
- Non riesci a dormire? -, gli chiese Hinata, passandogli dietro le spalle per aprire il frigo.
- Neanche tu? –
Hinata scosse la testa.
Kageyama posò il bicchiere nel lavandino.
- Andiamo -, disse secco.
Hinata lo guardò stranito. Kageyama lo afferrò per il braccio e lo condusse in camera sua. Si ristese sotto il suo piumone. Hinata era ancora fermo in piedi nella sua stanza.
Lo guardò alzando un sopracciglio, Hinata si sbrigò e si mise sotto le coperte. Poggiò la testa sul cuscino e si sistemò il piumone a coprirsi bene la nuca.
- Come è andata la partita? -, chiese Kageyama.
- Bene -.
Sapevano entrambi che Kageyama l’aveva vista, ma Hinata cominciò a raccontargli tutte le cose che era riuscito a notare guardandola dagli spalti per una volta. Mentre parlava, la sua voce cominciò a farsi sempre più bassa e assonnata, fino a che le parole non divennero un borbottio indistinto e poi solo un respiro regolare.
Kageyama ridacchiò tra sé – non conosceva nessuno che riuscisse ad addormentarsi mentre ancora parlava. Allungò una mano e gli spostò una ciocca di capelli dal viso, Hinata dormiva con la bocca leggermente aperta e sbavava. Stava ritirando la mano quando si bloccò di scatto.
La cosa gli era sfuggita la mano.
Il suo rapporto con Hinata era inevitabilmente cambiato, ma non riusciva a capire quando fosse successo. Si chiese cosa avrebbe dovuto fare per impedirlo – si chiese se avrebbe dovuto farlo.
Ma con il respiro regolare di Hinata che dormiva al suo fianco e il suo calore che riscaldava l’intera stanza, il sonno stava cominciando a far presa anche su di lui.
Si avvicinò un po’ di più e chiuse gli occhi.
Il resto sarebbe stato un problema per il Kageyama del giorno dopo.
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Titolo: Valse allegro
Fandom: Food Wars! Shokugeki no Soma
Pair: Yukihira/Shinomiya
Parole: 1494
Prompt: allegro (Maritombola)


- Chef Shinomiya? -, lo chiama timidamente Marie, la caposala, affacciandosi alla porta della cucina.
Shinomiya trattiene a stento un gesto di stizza. Tutto il suo staff sa perfettamente di non doverlo disturbare mentre si occupa della preparazione per il servizio della sera.
- Cosa? -, risponde secco senza alzare lo sguardo dalla riduzione all’aceto balsamico a cui sta lavorando.
- Mi dispiace disturbare -, continua la ragazza. – C’è qualcuno che chiede di vederla -.
- Mandalo via –
- Ci ho provato. Si è seduto davanti alla porta e minaccia di non far entrare i clienti fino a che non l’avrà incontrato -.
Shinomiya sbuffa. – Chiama la polizia -.
Marie sembra avere qualche dubbio sulla cosa. – Oh. Okay -, mormora ugualmente. – Farò un altro tentativo, forse basterà la minaccia -.
- Almeno ha detto chi è? –
- No, solamente che doveva parlare con lei. Credo sia giapponese, ha i capelli rossi e…-.
Shinomiya non ascolta neanche il resto della descrizione. Alza gli occhi al cielo, gli viene da ridere ma si trattiene.
Era ovvio. Solamente lui poteva essere così testardo.
- Abel! -, chiama Shinomiya. – Continua tu la salsa -.
Si lava le mani ed esce dalla cucina.
Davanti alla porta del locale, avvolto in una giacca troppo leggera per l’inverno parigino, Yukihira Souma è seduto sullo zerbino. Guarda davanti a sé i parigini passeggiare per le strade illuminate dalle luci di Natale, con le buste dei regali strette in mano e i visi arrossati per il vento freddo.
Shinomiya non lo vede da anni, dal suo primo anno per l’esattezza – tra il gestire due ristoranti, fare avanti e indietro tra la Francia e il Giappone e cercare di guadagnarsi le stelle non ha avuto molto tempo per partecipare agli eventi della sua vecchia scuola.
Shinomiya apre la porta, si appoggia allo stipite con la schiena e incrocia le braccia. – Hai veramente intenzione di passare il resto della giornata lì? -.
Yukihira alza la testa, i suoi occhi ambrati si illuminano e sorride: - Shinomiya-senpai! -.
Shinomiya sente la necessità di distogliere lo sguardo. Sbuffa, chiude gli occhi e si tira su gli occhiali con l’indice. – Cosa vuoi? -.
Il sorriso di Yukihira si allarga. – Un lavoro -, risponde come se fosse la cosa più ovvia del mondo.
Involontariamente, un angolo della bocca di Shinomiya si alza. Non può dire che la cosa lo sorprenda più di tanto e, se deve essere sincero, anche lui avrebbe fatto la stessa cosa alla sua età.
- Allora vai a cercarlo -, gli risponde.
La sicurezza di Yukihira non vacilla neanche per un secondo. – Io voglio lavorare qui -.
- Sei a malapena un pulcino -, Shinomiya alza un sopracciglio.
- Allora facciamo una battaglia culinaria! Se vinco mi assumi -, continua con un enorme sorriso.
- Non sei più a scuola, queste cose non funzionano -.
Il sorriso svanisce dal volto di Yukihira, il suo sguardo scatta da destra a sinistra cercando di farsi venire un’altra idea di come convincerlo.
- Almeno ti sei diplomato? -, lo interrompe Shinomiya.
Yukihira abbassa lo sguardo, il suo intero corpo sembra ripiegarsi su sé stesso, – Mi sono diplomato, ma non sono riuscito a prendermi il primo seggio -, confessa, la voce gli trema, la delusione è evidente.
A Shinomiya era arrivata voce della cosa da Gin: Yukihira aveva sfidato Erina decine di volte per ottenere il Primo Seggio, ma non aveva mai vinto contro il palato divino. Gli è sempre piaciuta l’ambizione di quel ragazzo.
- Entra -, gli dice Shinomiya, togliendosi dalla porta per farlo entrare.
Non appena entra nel ristorante il calore fa sospirare Yukihira, doveva aver sentito più freddo di quanto non avesse lasciato intendere seduto lì fuori.
Shinomiya gli fa cenno di seguirlo in cucina. Getta un’occhiata all’orologio da parete appeso in cucina – hanno tempo prima di finire la preparazione.
- Fuori -, ordina al suo staff.
Tutti alzano lo sguardo dai loro impieghi e si immobilizzano, ma quando vedono lo sguardo deciso e gli occhi quasi ridotti a fessure dietro le lenti degli occhiali decidono di non far domande. Escono in silenzio dalla cucina.
Yukihira si guarda intorno con gli occhi spalancati e la bocca leggermente aperta, sembra un bambino in un parco giochi. Shinomiya sorride come un genitore orgoglioso. La sua cucina è il sogno di ogni cuoco, lo sa perfettamente. L’ha fatta crescere a poco a poco, trovando sempre spazio per le nuove tecnologie fino a renderla all’altezza delle stelle che vuole ottenere. Ne ha ottenuta solo una per il momento, ma sa che le altre arriveranno.
- Hai venti minuti -, dice a Yukihira.
Il ragazzo fa scattare la testa nella sua direzione con gli occhi spalancati. Per la prima volta la sua sicurezza sembra vacillare.
- Dimostrami che puoi stare in questa cucina -, continua Shinomiya, allargando le braccia per mostrare la cucina. – Nella cella lì dietro trovi gli ingredienti. Fa’ di non sprecarli -.
Lo sguardo di Yukihira torna determinato. Non è il tipo da indietreggiare davanti a una sfida e sa perfettamente che quella lo è.
Shinomiya porta distrattamente una mano alla bocca per nascondere in maniera disinvolta il suo sorriso. Appoggia la schiena al muro e osserva ogni movimento di Yukihira.
Yukihira impiega un po’ a scegliere gli ingredienti e a capire come funzionino le piastre a induzione, poi comincia a lavorare sugli ingredienti.
Shinomiya si trova a guardarlo quasi con la bocca spalancata e gli occhi pieni di meraviglia. Ha sempre amato le cose eleganti, ha dedicato la sua vita a creare una cucina elegante e di classe dopotutto. Adora gli appartamenti eleganti, i vestiti eleganti, vestirsi bene quelle rarissime volte che il suo lavoro gli lascia una domenica libera per andare a sentire un concerto di musica classica. E adesso, quello che sente guardando Yukihira muoversi nella sua cucina, è la stessa cosa che sente in quelle situazioni.
Shinomiya lo ha visto cucinare tante volte, ormai. Anche durante il suo stage. Ma gli ultimi anni sembrano avergli smussato gli angoli. Yukihira si muove leggero tra i fornelli, sembra un ballerino su un valzer allegro di Tchaikovski. Tutti i suoi movimenti sono misurati, aggraziati, efficienti, non fa movimenti inutili e li porta avanti con una delicatezza che non gli era mai appartenuta prima.
Shinomiya dimentica anche di guardare l’orologio per assicurarsi che non sfori, le mani di Shinomiya sugli ingredienti sono molto più interessanti. Li tocca poco, li tratta con cura e rispetto, stando attento a non rovinarli, perseverando la loro freschezza.
Il viso di Yukihira è determinato e concentrato, la lingua leggermente fuori dalla bocca mentre sta attento a come dispone gli elementi sul piatto.
- E’ pronto! -, chiama Yukihira esattamente 19 minuti dopo.
Shinomiya si sente come se si fosse appena risvegliato da un sogno e fosse ritornato di colpo alla realtà. Si avvicina al piatto e lo osserva. Gli elementi sono disposti in maniera ordinata, quasi minimalista, lontano anni luce dai cibi da tavola calda che presentava al primo anno.
Shinomiya prende forchetta e coltello da un cassetto e assaggia con attenzione.
Si sente subito trascinato in Giappone, a casa. Le verdure di casa, le sue radici, quelle che è andato in Giappone per cercare di recuperare. La cucina di sua madre dopo una dura giornata di lavoro o di studio.
E Shinomiya lo sa, con assoluta certezza, che ormai è troppo tardi con lui. Che sarebbe dovuto scappare la prima volta che lo ha incontrato, non accettare la sua sfida, espellerlo e soprattutto non avrebbe mai dovuto accettarlo allo stage, non avrebbe mai dovuto conoscerlo meglio in quel frangente, non avrebbe dovuto lasciare che la sua determinazione lo colpisse. E sa che non dovrebbe assumerlo, prenderlo con lui, vederlo tutti i giorni in quella cucina.
- Potrei avere un posto libero come lavapiatti -, conclude Shinomiya, un po’ per metterlo alla prova, un po’ nella speranza che rifiuti, che decida che è troppo poco per lui. Nella speranza di salvare il salvabile, di non averlo con lui lì tutti i giorni.
Ma se c’è una cosa di cui Yukihira non ha mai avuto paura è lavorare duro per ottenere quello che vuole, non ha paura di partire dal basso per arrivare dove vuole.
- Lo prendo! -, risponde. E sorride. Sorride come se Shinomiya gli avesse fatto il regalo migliore del mondo, e Shinomiya sa che non può farcela. Ha bisogno di uscire da lì.
- Dì a Marie di darti l’uniforme -, dice voltandogli le spalle.
Esce dalla cucina e va chiudersi nel suo studio.
Solo quando è da solo si permette di sorridere. Ha le palle d’oca e si sente in fibrillazione, non riesce a stare fermo e non sa bene cosa farci con tutte queste sensazioni. Ma si sente bene, si sente emozionato e improvvisamente ringiovanito.
Si sente in grado di fare qualunque cosa.
Non vede l’ora di vedere dove porterà tutto questo.

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