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Titolo: Aequam memento servare mentem
Fandom: Haikyuu
Missione: M5 - Aequam memento servare mentem
Parole: 333
Rating: safe

La situazione non si mette per niente bene. Sono in svantaggio e non riescono ad ingranare. Ogni loro azione sembra venire letta e bloccata dall'altra squadra. Kageyama sente il bisogno di fare qualcosa per sbloccarla. Non può accettare che le schiacciate derivanti delle sue alzate continuino a venir murate degli avversari. Si sente nuovamente come se avesse davanti Oikawa che, nonostante fossero passati ormai anni, Tobio ricordava ancora con il suo peggior nemico. Si sentiva ancora come durante quella partita, soggetto a quello sguardo. Lo sentiva che stava nuovamente per inciampare in quei meccanismi.
Arriva il turno dei battuta e Kageyama fa una cosa che, appena qualche anno prima non avrebbe mai pensato avrebbe fatto di sua spontanea volontà. Alza la mano e chiede la sostituzione. Solo per il turno di battuta. L'altro alzatore ha un buon servizio e la squadra può resistere per qualche minuto senza di lui, sono tutti forti. L'allenatore capisce e manda in campo l'altro alzatore. Kageyama si prende un secondo, respira a fondo e osserva attentamente come si muovono tutti i campo. Sono rigidi e in tensione. Kageyama respira profondamente, lentamente, i suoi occhi non lasciano mai il campo. Sente la calma tornare in lui, sente il controllo sulle sua dita migliorare. Sente di essere di nuovo in partita.
Arriva nuovamente il momento della sostituzione. Kageyama rientra in campo. Sa cosa deve fare adesso. Sorride ai suoi compagni di squadra e vede la tensione lasciare i loro muscoli.
L'altra squadra sente il cambio di atmosfera. Fanno un passo indietro e qualcosa in lor vacilla. Kageyama sorride. Che li temano. Che si ricordino chi hanno davanti. Che non pensino mai più di poter aver la meglio contro di loro.
L'altra squadra schiaccia, la palla è ricevuta e fatta arrivare perfettamente sulla testa di Kageyama. Si aspettano tutti una veloce, si aspettano tutti che ricorra alla velocità. Ma Kageyama rallenta. L'alzata è lenta, morbida, prende tutti fuori tempo. Quando lo schiacciatore salta gli avversari sono già in discesa. E' punto.
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Titolo: Takane no hana
Fandom: Haikyuu
Missione: M2 - Takane no hana (giapponese): qualcosa o qualcuno di irraggiungibile, letteralmente "fiore sull'alto picco".
Parole: 888
Rating: safe


In aeroporto, Oikawa si guarda intorno, cercando sua sorella. E' appena sceso dall'aereo dopo molte ore di volo, non vede l'ora di arrivare a casa e farsi una doccia. Intorno a lui le scritte sono in giapponese, scritte in caratteri familiari che riesce a decifrare a primo impatto. Quando si è trasferito in Argentina passare a un altro alfabeto era stata una delle cose più traumatiche, ma ormai, a distanza di anni, anche lo spagnolo era totalmente familiare.
"Oi!", sente una voce familiare chiamarlo.
Oikawa gira la testa di scatto e davanti non si ritrova sua sorella, ma Iwaizumi.
"Iwa-chan!", lo saluta con un grosso sorriso, ma è finto.
Non voleva vederlo in quelle condizioni, avrebbe voluto avere almeno il tempo di darsi una rinfrescata. E' passato oltre un anno dall'ultima volta che si sono visti e Oikawa ci teneva a fare una bella impressione.
"Levati quel sorriso dalla faccia", gli dice Iwa. "Ho la macchina qui fuori, andiamo"
E Oikawa sorride. Non poteva pensare di farla proprio a lui, che lo conosceva meglio di come si conosce il fondo delle proprie tasche.
Salgono in macchina e Iwa mette in moto, Oikawa guarda fuori dal finestrino, facendo vagare lo sguardo sul paesaggio che si fa via via più familiare man mano che si avvicinano a casa. L'abitacolo è silenzioso, Iwaizumi non si è neanche degnato di mettere un po' di musica e Oikawa non è sicuro che sia il caso di farlo.
"Come è andato il viaggio?", gli chiede improvvisamente Iwa. La sua voce è roca e meccanica.
Oikawa non distoglie lo sguardo dal paesaggio. Non ha il coraggio di guardare nella sua direzione.
"Un po' di turbolenze, ma tutto nella norma", risponde.
Potrebbero dire qualunque cosa, potrebbero anche parlare del riscaldamento globale, di arte, delle guerre in medio oriente o dell'ultima serie tv uscita su Netflix, ma Oikawa sa che qualunque cosa possano dire sembreranno sempre e solo chiacchiere vuote quanto quel triste scambio di battute. Iwa sembra irragiungibile in quel momento, come se avesse una bolla intorno a lui che lo rende impossibile da raggiungere da qualunque cosa Oikawa possa fare. In realtà, Iwa è sempre stato irraggiungibile per lui, come quelle illusioni ottiche in cui più ci si avvicina più l'oggetto si allontana, come un oasi nel deserto. In fondo per lui Iwaizumi è sempre stato un po' un'oasi nel deserto, l'unica persona che era riuscito a comprendere fino in fondo la sua complessità, l'unica persona che avesse scelto di andare oltre la superficie di quello che era per andare a vedere cosa c'era sotto.
Mentre era in Argentina avevano ricominciato a parlare, sembrava che la frattura che Oikawa aveva creato tra di loro quando aveva deciso di partire avesse cominciato a risanarsi, ma adesso che sono nuovamente vicini, adesso che sono abbastanza vicini che Oikawa può sentire il suo respiro, Iwaizumi sembra lontano quanto l'Argentina.
Iwaizumi è sempre stato la sua costante. Pensava di averlo perso scegliendo di partire, poi aveva pensato di essere riuscito ad avvicinarsi nuovamente a lui, ma adesso non sa che pensare.
Arrivano davanti a casa di Oikawa e Oikawa, nel momento in cui apre la portiera, sente di cominciare a respirare di nuovo, è come l'impatto di aprire la finestra e far entrare l'aria fresca nella camera in cui si è dormito tutta la notte: non ci si rende conto di quanto l'aria sia viziata fino a che non si fa circolare.
Oikawa recupera dal portabagagli la sua valigia, fa un cenno di saluto a Iwaizumu e fa per aprire il cancello di casa, poi si volta e fa qualche passo indietro verso la macchina. Iwaizumi è ancora lì. Non guarda nella sua direzione, ma non ha ancora rimesso in moto la macchina.
"Potremmo vederci nei prossimi giorni", gli dice Oikawa. La voce gli trema e non riesce a nasconderlo. Non che davanti a Iwaizumu abbia senso farlo.
Iwaizumi porta una mano a coprirsi gli occhi. "Ne abbiamo già parlato", sospira.
"Tu nei hai parlato, non io"
Iwaizumi si volta verso di lui per la prima volta e solo in quel momento Oikawa si rende conto di quanto siano rossi i suoi occhi.
"Sappiamo entrambi come stanno le cose, sappiamo entrambi che vorremmo di più. E sappiamo entrambi che tra qualche giorno ripartirai"
"E cosa cambia?", lo sfida Oikawa, dicendogli quello che si porta dietro da anni ma che non ha espresso fino a quel momento. "Se stare così fa star male entrambi, tanto vale farlo insieme!"
Iwa abbassa lo sguardo. "Almeno in questo modo non devo chiedermi se c'è qualcuno con te. Posso dirmi che non è affar mio. Non è affar mio se c'è".
"E questo ti impedisce di chiedertelo? Ti impedisce di starci male?"
Iwa emette un risolino amaro. "No. Ma averti a sprazzi non fa per me"
Oikawa è stanco di avere quella conversazione. Sente le lacrime affollarsi ai suoi occhi, quelle che ha tentato di tenere a bada ogni volta che hanno fatto quel discorso. Si arrende a mostrare la sua debolezza, si arrende a mostrare a Iwa quanto tutto quello faccia male anche lui. Si arrende a mostrargli l'unica cosa che ancora non ha visto.
"Puoi almeno pensarci? Seriamente?", gli chiede con voce umida.
Iwa alza lo sguardo di scatto, sorpreso di vederlo in quelle condizioni. Qualcosa in lui si addolcisce.
"Lo farò".
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Titolo: mornings with you
Fandom:
Missione: M2 - Dysania (inglese): ll trovare estremamente difficile l'alzarsi dal letto la mattina.
Parole: 1111
Rating: safe

In fondo, Kageyama ha tante qualità, ma non è una persona che si sveglia facilmente. Hinata lo ha imparato al loro primo ritiro estivo a Tokyo e adesso, al loro ultimo, in qualità di persone mature, tocca a lui o Yamaguchi svegliarlo. Ed è un compito che Yamaguchi delega volentieri a lui.
Hinata entra di soppiatto nella camera, Kageyama è ancora raggomitolato di fianco nel suo futon, con la mano tiene le coperte strette tirate fino al mento. Ha la bocca aperta e i capelli che sono completamente in disordine, ma, a differenza di quando è sveglio, il suo viso è completamente disteso.
E’ cambiato tanto, Kageyama, dal loro primo anno. E’ ancora secco quando parla, non sa rivolgersi con calma praticamente a nessuno – e più di una volta ha fatto piangere qualcuno del primo anno, solo per poi sentirsi mortificato e non sapere assolutamente come farsi perdonare, le sue scuse sono ancora peggio dei suoi complimenti balbettati – e anche in quel campo, deve ammettere che Kageyama si è impegnato per migliorare e diventare incoraggiante verso quelli del primo anno. Ma ancora Hinata non è abituato a vederlo senza la solita espressione corrucciata.
La prima volta che lo aveva visto sorridere davvero a Hinata si era quasi fermato il cuore e, nonostante adesso fosse un’occorrenza meno rara, Hinata non aveva ancora capito come dovesse gestirla.
"Kageyama?", lo chiamò piano.
L’altro non diede segno di averlo sentito.
"Kageyama?", provò di nuovo a chiamarlo avvicinandosi piano e alzando leggermente il tono della voce.
Kageyama grugnì, ma non andò oltre.
Hinata si avvicinò a lui e gli poggiò delicatamente una mano sulla spalla.
Una volta aveva provato a svegliarlo in maniera più aggressiva, ma si era ritrovato lanciato contro la parete più lontana della stanza, con davanti un Kageyama boccheggiante per lo spavento e con gli occhi spalancati e onestamente non aveva alcuna intenzione di ripetere l’esperienza.
Kageyama sussurrò qualcosa nel sonno. Qualcosa che sembrava vagamente uno "Shou…"
Hinata saltò sul posto. Era così che Kageyama pensava a lui? Per nome? E addirittura con un soprannome? O forse era solo un sogno. Il viso di Hinata si fece completamente rosso.
Per qualche minuto interruppe qualunque tipo di tentativo, per vedere se Kageyama avrebbe detto qualcos’altro. Gli era piaciuto sentirgli dire il suo nome, quel soprannome affettuoso appena sussurrato.
Poteva immaginare almeno una dozzina di altre situazioni in cui avrebbe voluto sentirlo. Il suo viso si fece ancora più rosso e scosse la testa per cercare di allontanare quel tipo di pensieri. Non gli ci voleva proprio un’erezione subito prima di scendere a colazione.
Provò nuovamente a scuotere Kageyama.
Kageyama aprì un occhio.
"Sh- Hinata… ", borbottò con la voce impastata dal sonno.
Hinata gli sorrise dolce. "Ehi, è ora di colazione"
Kageyama annuì lentamente, chiuse nuovamente gli occhi e si rintanò meglio sotto le coperte.
"Ehi! Non puoi riaddormentarti, dobbiamo scendere a colazione, dobbiamo allenarci"
"Mh-mh", borbottò Kageyama e annuì contro il cuscino, ma non fece alcuna mossa per alzarsi da lì.
Kageyama riaprì gli occhi e fissò Hinata senza dire nulla.
Hinata inclinò la testa e lo guardò incuriosito. "Tutto bene?"
Kageyama annuì, con un sorriso appena accennato sul viso. Sembrava così indifeso di prima mattina.
"Potrei abituarmi", borbottò Kageyama.
"A cosa?"
"Svegliarmi così"
Hinata arrossì di botto. Kageyama sembrò rendersi conto di quello che si era lasciato sfuggire, divenne ancora più rosso di lui e nascose il viso nel cuscino.
Si conoscevano ormai da anni, si erano visti al loro meglio e al loro peggio, ma avevano cominciato ad uscire insieme da appena un paio di settimane. Anzi, non era neanche sicuro che quello potesse chiamarsi uscire insieme!
Facevano le stesse cose che avevano sempre fatto prima, ma avevano cominciato anche a integrare il contatto fisico in quelle occasioni.
Con il senno di poi, era stato tutto molto più graduale di quanto potesse sembrare.
Hinata aveva cominciato ad invadere sempre di più il suo spazio personale, guardare il suo telefono da sopra la sua spalla quando Kageyama gli mostrava qualche video di pallavolo; qualche pacca in più che era diventata una mano confortante sulla spalle, i cinque per le belle giocate erano diventati abbracci a fine partite e Kageyama si era ritrovato ad agognare quei contatti.
Avevano cominciato a sedersi più vicini quando uno dei due passava la notte a casa dell’altro.
Hinata aveva preso l’abitudine di sdraiarsi con la testa sulle sue gambe quando decidevano di prendersi una pausa dalla pallavolo e si guardavano un film sul divano di casa di Kageyama e Kageyama non aveva detto niente.
Trovava confortevole quel contatto e aveva anche cominciato a cercare più film da vedere in modo che Hinata avesse la scusa per stendere la testa sulle sue gambe.
Poi una sera era semplicemente successo. Kageyama aveva guardato Hinata steso sulle sue gambe, Hinata aveva voltato la testa dal televisore e aveva guardato in alto verso di lui.
"Tutto okay?", gli aveva chiesto.
E Kageyama aveva fatto la prima cosa che gli era venuta in mente. Si era piegato e aveva appena sfiorato le labbra di Hinata con le sue. Kageyama si era rifiutato di guardare la reazione di Hinata, si era coperto gli occhi con la mano, pregando silenziosamente che quello non scappasse di corsa di lì, prendesse la sua bicicletta e tornasse a casa nel pieno della notte, dovendo così spiegare a sua madre cosa fosse successo e quindi non avrebbe più passato la notte a casa di Kageyama, e Kageyama sapeva di stare andando in tilt, sentiva il suo viso sul punto di esplodere. Hinata aveva sollevato il busto Kageyama aveva temuto il peggio. Non sapeva cosa gli fosse preso, ma adesso aveva una paura terribile.
Hinata aveva appoggiato una mano sulla sua spalla e gli aveva dato un bacio veloce all’angolo delle labbra. Kageyama aveva spalancatto gli occhi per lo shock.
Era un saluto? Gli stava dando il contentino per poi scappare di lì? Avrebbe trovato un sorriso triste se si fosse voltato? Hinata gli avrebbe detto che gli dispiaceva ma non potevano più vedersi?
Ma Hinata senza dire nulla aveva la testa sulla sua spalla, gli aveva cinto la vita con un braccio e era tornato a guardare il film come se niente fosse, come se quella posizione fosse l’unica naturale per loro.
Kageyama ci aveva messo minuti interi prima di districare il braccio dalla presa di Hinata per avvolgerlo intorno alle sue spalle.
Da lì per loro non era cambiato nulla, ma era cambiato tutto.
Per quanto fossero veloci sul campo, in quel frangente si stavano prendendo il loro tempo, procedevano un passo alla volta.
Hinata sorrise al Kageyama ancora mezzo addormentato.
"Potrei abituarmi anche io".

human

Mar. 20th, 2020 10:42 pm
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Titolo: human
Fandom: Voltron
Missione: M1 "Trust
Parole: 1111
Rating: nsfw

"Sei sicuro?”
Keith annuì deciso. Shiro strinse il nodo della benda che gli copriva gli occhi. Keith sentì il suo peso sollevarsi dal materasso e i suoi passi percorrere la stanza.
Keith, seduto sul letto con solamente un paio di pantaloni di tuta addosso, cominciava a sentire freddo.
"Se dici quiznak mi fermo -, disse Shiro, il tono non ammetteva repliche.
"Sì”
La stanza rimase in silenzio per qualche attimo, Keith cominciò a sentire la pelle fremere per il nervosismo.
"In piedi. Spogliati”, disse Shiro.
La sua voce era piena e calma come al solito, ma il sottofondo autoritario non sfuggì a Keith. Aveva imparato a riconoscere un ordine quando ne sentiva uno.
Si alzò in piedi, fece qualche passo verso il centro della stanza. Le gambe gli tremavano più di quanto volesse lasciar vedere, sentiva le guance bollenti, ma almeno la benda gli toglieva l’imbarazzo di dover guardare Shiro.
Non aveva alcun tipo di riferimento, la percezione del suo corpo era completamente diversa da quella a cui era abituato, ma riuscì a sfilarsi i pantaloni e farli cadere a terra.
“Voltati”, gli disse Shiro, la sua voce improvvisamente vicina.
Keith si voltò lentamente. Sentì il calore del corpo di Shiro vicino alla sua schiena, il suo respiro gli sfiorava l’incavo del collo, una ciocca di capelli gli sfiorò la spalla. Shiro percorse con un dito il suo avambraccio, dall’alto verso il basso, fino a sfiorargli l’interno del polso.
"Mani dietro la schiena -, gli sussurrò nel suo orecchio.
Keith provò un brivido di soddisfazione nel sentire che la sua voce si era fatta più scura e roca. Eseguì l’ordine e sentì qualcosa di pesante e freddo avvolgersi intorno i suoi polsi e scattare secco.
"Tutto bene?”, gli chiese Shiro a bassa voce nell’orecchio, la sua voce era tornata alle tonalità in grado di calmarlo.
Keith annuì.
Shiro si allontanò da lui. “In ginocchio”, gli ordinò.
Keith quasi crollò sul posto. Il tappeto era soffice sotto le ginocchia nude. Sentiva i passi di Shiro sul pavimento, ma non riusciva a capire dove fosse. Keith non aveva la concezione del tempo. Le ginocchia cominciavano a intorpidirsi, i muscoli delle cosce a tremare. Keith ebbe un attimo di panico, ripensò agli uomini con cui aveva sempre visto Shiro: erano sempre stati alti, muscolosi. Lui, al confronto, aveva un fisico più piccolo, longilineo, la sua muscolatura era allungata come quella di un ballerino, quasi femminile. Si chiese se Shiro, a vederlo finalmente nudo, avesse cambiato idea su quella storia.
"Non hai idea di quanto tu sia bello in questo momento"
La voce di Shiro si era fatta più roca, fece scorrere un brivido lungo la schiena di Keith. Ebbe l’istinto di coprirsi, ma le manette lo bloccarono, il rumore di metallo risuonò nella stanza. Poteva sentire lo sguardo di Shiro bruciare sulla sua schiena. La sua erezione cominciò a mostrarsi.
"Che cosa aspetti?", chiese a denti stretti.
"Sto pensando. Sto pensando da dove cominciare".
Keith sentì ancora più sangue affluire al suo intimo.
"Potrei cominciare piano”, continuò Shiro. “Dal collo, vedere quanto siano sensibili i tuoi capezzoli… Ti piacerebbe, credo. O potrei venire lì, spingerti la faccia sul tappeto e cominciare a prepararti senza troppe cerimonie”
La testa di Keith scattò in sù, un gemito gli sfuggì dalle labbra.
"Oh”, emise sorpreso Shiro. “Pensavo non potessi diventare più sexy e mi hai appena smentito”
"Fai qualcosa allora”
"Hai chiesto a me, quindi facciamo a modo mio”, rispose secco.
La mano di Shiro si poggiò sotto il suo mento e gli alzò la testa verso l’alto.
"Vorrei veramente vedere i tuoi occhi in questo momento. Saranno offuscati, semichiusi. Bisognosi. Vuoi che ti tocchi, non è vero Keith?”
Keith non riuscì a trattenere un gemito. Annuì.
"Puoi tirarti su?”
Keith cominciò ad alzarsi. Le gambe gli tremavano dopo essere stato in quella posizione per un po’, ma Shiro lo tenne. Keith sospirò al contatto con il corpo dell’altro, si protese ancora di più verso di lui.Indossava ancora tutti i vestiti, notò con disappunto.
Cominciò a passargli le dita sul petto, Keith si protese verso il contatto.
"Pazienza”, ridacchiò Shiro nel suo orecchio. Il suo fiato era caldo contro la sua pelle.
Keith gemette di disappunto.
“Sai, non riuscivo a crederci quando sei venuto a chiedermelo”. Gli lasciò un bacio sul lobo dell’orecchio. “Chiedermi di legarti, bendarti e farti quello che volevo”, la sua voce si era fatta ancora più roca.
Gli baciò la clavicola.
"Sei la persona di cui mi fido di più.”, rispose Keith.
Shiro gli baciò la spalla.
"Ma magari la prossima volta chiedo a Lance", lo provocò Keith. "Lui sarebbe andato direttamente al dunque”
Shiro gli morse la spalla, Keith gemette di piacere e di dolore insieme.
Lo depositò sul letto, le mani ancora legate dietro la schiena non la rendevano una posizione particolarmente comoda. Si sedette sopra di lui, le ginocchia ad entrambi i lati dei suoi fianchi. Cominciò ad accarezzargli i fianchi con una mano e continuò a baciargli il collo.
"Entrambe”, gemette Keith inarcandosi contro il materasso. "Entrambe le mani”
"Pensavo non volessi…”
Lasciò la frase in sospeso, ma Keith sapeva cosa volesse dire – quella mano era Galra, faceva parte di ciò da cui stava cercando di scappare.
"Voglio tutto quello che puoi darmi”
Le due mani di Shiro gli percorsero i fianchi, mentre le sue labbra andavano ad attaccare un capezzolo, lo mordicchiò delicatamente e Keith emise un gemito acuto.
Continuò a scendere.
Keith si sentiva già al limite. “Ti prego”
Cominciò a prepararlo. Keith aveva la testa schiacciata sul cuscino di lato, mentre la mano di Shiro spingeva dentro di lui con sempre più forza, scopandolo con due dita.
"Dimmi cosa vuoi”
Keith non rispose.
"Parlami Keith, altrimenti non so cosa vuoi”
"Voglio sentirmi umano, voglio sentirmi solo umano, voglio dimenticare di essere Galra. Ti prego. Fammi sentire umano”
Shiro entrò in lui.
"Grazie”, gli disse improvvisamente Shiro. “Grazie per permettermi di fare questo"
Erano mesi non lo faceva, gli ci volle un po’ ad abituarsi all’intrusione.
Cominciò a spingere dentro di lui senza pietà, si angolò in modo da andare a colpire la sua prostata.
"Posso baciarti?”
Keith annuì.
Shiro lo baciò e c’era qualcosa in quel bacio che lo fece sentire così umano da portarlo sull’orlo delle lacrime, la benda si inumidì. La cura, l’attenzione, l’affetto. La devozione.
Vennero entrambi.
Gli sciolse le mani dalle manette.
Gli accarezzò i polsi, massaggiandoli per fargli riprendere la circolazione.
Lo tenne stretto, senza togliere la benda.
Keith gliene fu grato, si nascose nel suo petto e Shiro lo tenne stretto.
Quando si decise a togliere la benda, la prima cosa che vide fu il sorriso rassicurante di Shiro.

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