Feb. 29th, 2020

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Titolo: see you again
Fandom: Haikyuu
Prompt/missione: M1 - spokon
Parole: 1510
Rating: safe

Kageyama non aveva alcuna intenzione di lasciare la mano della madre.
Non capiva perché dovesse essere lì, con gli altri bambini. Non gli piacevano gli altri bambini, erano caotici e rumorosi. E poi lui non piaceva quasi mai agli altri bambini.
Dunque, non aveva alcuna intenzione di lasciare la mano della madre. Alla fine, si sarebbe arresa e lo avrebbe riportato a casa come tutti gli altri giorni. Sapeva di poter essere testardo quando voleva.
La madre si abbassò, senza lasciargli la mano, fino ad arrivare con il viso alla sua altezza.
“Tobio", gli disse dolcemente, "non vuoi farti degli amici?".
Tobio scosse la testa. Non è che non volesse, è che non aveva proprio idea di come fare ed era troppo spaventoso perché fossero gli altri a fare il primo passo.
La madre alla fine gli lasciò la mano e lo lasciò con due signorine che Tobio non aveva mai visto. Avrebbe voluto piangere, ma non gli andava di piangere davanti a tutti quegli bambini.
Un bambino dall’altro lato della classe con capelli arancioni sparati in tutte le direzioni sembrava stesse tenendo un comizio, tutti gli altri bambini lo circondavano e lo guardavano meravigliati. Tobio non sapeva ancora cosa fosse l’invidia, ma provò qualcosa di fastidioso alla bocca dello stomaco. Anche lui avrebbe voluto essere così, anche lui avrebbe voluto essere in grado di stare al centro di un piccolo gruppo.
La maestra disse a tutti di prendere i loro posti e Tobio si sedette al secondo banco.
La maestra cominciò a spiegare le prime lettere dell’alfabeto e Tobio, con la matita in mano e l’espressione concentrata, provò a ricopiare i simboli che la maestra aveva tracciato alla lavagna.
Durante la ricreazione Tobio non sapeva bene cosa avrebbe dovuto fare. Restare seduto al banco? Cercare di parlare con gli altri? Ma gli sembrava che nessuno degli altri avesse voglia di parlare con lui. Tutta la classe andò in guardino e Tobio decise di seguirli. Si sedette in un angolo del cortile, con le ginocchia al petto e il suo cartone del latte schiacciato stretto tra le mani.
Avrebbe tanto voluto avere un pallone, almeno avrebbe potuto esercitarsi.
Fu il bambino con i capelli arancioni ad andare da lui.
"Ciao”
"Ciao” rispose Tobio, continuando però a tenere il broncio.
"Come ti chiami?”
"Kageyama”
"Io sono Hinata”
Cosa avrebbe dovuto dirgli adesso?
"Ok”
Hinata rise alla sua risposta.
"Tu giochi a pallavolo?", gli chiese Hinata.
Tobio lo guardò sorpreso. Hinata indicò la sua maglietta, che aveva una grossa palla da pallavolo sul davanti. L'aveva vista qualche giorno prima, quando sua madre lo aveva portato a cercare dei nuovi vestiti per la scuola e aveva puntato i piedi finchè sua madre non si era arresa e gliela aveva presa. Kageyama raramente faceva i capricci per qualcosa, dopotutto.
Gli occhi di Kageyama si illuminarono.

Kageyama scoprì che sarebbero andati a scuole medie diverse e fu immediatamente preso dal terrore di essere nuovamente solo, senza Hinata che lo aiutasse a stringere amicizie o che semplicemente riuscisse a capirlo e non lo isolasse come facevano tutti gli altri, che non lo guardasse come se fosse un qualche tipo di strano alieno.
"Ci rincontreremo", disse Hinata con sicurezza.
Quando se ne usciva con queste cose sembrava molto più grande di lui.
Kageyama voleva credergli con tutte le sue forze.
Le medie furono un incubo, ma almeno aveva la pallavolo.
Fino a che non lo tradì anche la sua squadra. L'unica certezza che aveva, l'unico canale che ancora credeva di avere per comunicare con gli altri gli si sbriciolò tra le mani.
Kageyama avrebbe voluto più di ogni altra cosa non essere da solo.


Non doveva andare lì, lui doveva andare alla Shiratorizawa.
Kageyama raggiunse la palestra di pallavolo. La trovò vuota, ma la rete era montata e la cesta dei palloni era in giro. Fece un rapido riscaldamento e cominciò a provare il suo servizio in salto.
Non c’era neanche più l’allenatore Ukai. Non doveva andare lì, al Karasuno.
Avrebbe sprecato quei tre anni e non sarebbe riuscito a diventare un professionista.
Colpì un altro pallone, poi un altro, poi un altro ancora. Con tutta la forza che aveva.
L’unica cosa che poteva fare era continuare con gli allenamenti individuali. Almeno non avrebbe del tutto sprecato quegli anni.
E forse la squadra non sarebbe stata tanto male e con il suo apporto sarebbero riusciti ad ottenere qualcosa.
Sentì qualcuno fischiettare fuori dalla porta della palestra, si fermò e si voltò in quella direzione. Se fosse stato uno dei suoi sempai non voleva rischiare di giocarsi il posto in squadra sin dal primo giorno. Dopotutto non era ancora veramente parte del club.
La prima cosa che notò furono dei capelli di un arancione inguardabile disordinati.
Kageyama sentì il proprio cuore accelerare.
Non riusciva a crederci.
"Hinata?”, chiese senza fiato.
Hinata si era immobilizzato sulla porta non appena lo aveva visto.
"Kage".
Erano anni che nessuno lo chiamava così e Kageyama sentì un’ondata di calore nel petto. Era completamente senza parole. Non stava neanche sbattendo le palpebre. Era sempre lo stesso, i suoi occhi sembravano essere diventati ancora più grandi. Era ancora magrolino ed era rimasto più basso di quanto Kageyama credesse.
"Non ci posso credere! Kags!” Hinata corse nella sua direzione. “Sei diventato altissimo! Giochi ancora? In che ruolo giochi?”
"Alzatore", riuscì solo a rispondere Kageyama, con il cuore che ancora batteva all'impazzata per la sorpresa. Non aveva parole, sentiva solamente lo stomaco in subbuglio e non sapeva come gestirla.
Aveva avuto ragione lui. Si erano rincontrati. E Kageyama non aveva alcuna intenzione di lasciarlo più andare via.

Subito dopo l’ultima partita dei nazionali, al terzo anno, Kageyama venne contattato da più di una squadra di V. Premier League per fare sin da subito il salto verso il professionismo.
Kageyama sapeva che Hinata era felice per lui, ma vide il modo in cui digrignò i denti e strinse i pugni. Cominciò a allenarsi ancora di più di quanto facesse di solito.
"Kage, alzami una palla!".
Kageyama non pensava che sarebbe mai arrivato a quel punto, ma non aveva altra scelta.
“No "
Hinata spalancò gli occhi e lo guardò come se lo avesse appena tradito.
"Vuoi essere l'unico a diventare un professionista, eh?"
Kageyama non se la prese. Capiva da dove venisse quella rabbia. Sapeva che non era rivolta a lui.
"Ti farai male”, gli disse.
"Sto bene!”
"Se ti fai male adesso perderai tutti i progressi che hai fatto in questi tre anni"
"Non sono stati abbastanza!", gli ringhiò contro Hinata con gli occhi che gli riempivano di lacrime.
Crollo a terra e nascose la testa tra le gambe.
Kageyama si sedette accanto a lui e gli poggiò una mano sulla spalla. Non era facile neanche per lui. Non voleva perderlo di nuovo. Si ripromise di scrivergli tutti i giorni, fino a che Hinata non lo avesse raggiunto.
"Ci rincontreremo", disse con sicurezza.
Era sicuro che, prima o poi, Hinata lo avrebbe raggiunto.

I due anni che Hinata passò in Brasile furono complicati. Nonostante il professionismo e gli impegni avevano sempre trovato il modo di continuare a vedersi e si sentivano praticamente tutti i giorni, ma con il fuso orario e la distanza era tutto più complicato. Ma Kageyama si era fatto una promessa. Aveva promesso che lo avrebbe lasciato andar via di nuovo e aveva ogni intenzione di mantenerla. Anche a costo di passare nottate in bianco solo per parlare con lui su Skype.
Hinata lo rimproverava sempre, ma non chiudeva mai la chiamata.

Kageyama guardò la maglia appesa per un momento prima di toglierla dalla stampella per indossarla con cura.
La maglia della nazionale giapponese.
Stavano per scendere in campo per affrontare la finale dei mondiali. L'eccitazione era palpabile.
Gli sembrava incredibile.
Si voltò alla sua destra. Hinata guardava la maglia con gli occhi pieni di stupore. La indossava ormai da anni, ma ancora ogni volta prima di una partita la guardava come se non potesse credere di essere arrivato fino a lì.
Si voltò verso Kageyama quando si accorse che lo stava fissando.
Gli sorrise e annuì con decisione.
Kageyama annuì in risposta.
Insieme indossarono la maglia e uscirono dallo spogliatoio.

"Ragazzi, dovete entrare in quel corridoio e da lì poi verrete fatti salire sul palco e premiati", disse loro uno steward.
Si infilarono tutti nel corridoio, ma non riuscivano a smettere di sorridere e ridere, c’era il caos ovunque.
Kageyama forse approfittò del momento, forse non sapeva neanche lui che cosa volesse fare. Lasciò che il resto del gruppo avanzasse nel corridoio, afferrò Hinata per la manica e lo tirò indietro.
"Kage, che-”
Kageyama non lasciò che finisse la frase. Poggiò le labbra sulle sue, poi lo lasciò così, imbambolato nel mezzo del corridoio e proseguì.
“KA-GE-YA-MAAA!", urlò Hinata alle sue spalle.
Corse lungo il corridoio fino a raggiungerlo. Lo tirò per la maglia per farlo abbassare e ricambiò il bacio. Poi proseguì per il corridoio.
Si voltò dopo aver percorso un paio di metri. Si voltò verso Kageyama continuando a camminare all’indietro.
"Non vieni?", gli sorrise.
Kageyama si affrettò a seguirlo.
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Titolo: night whishes
Fandom: Haikyuu
Prompt/missione: M3 - Non commettere atti impuri
Parole: 560
Rating: nsfw


Hinata sapeva che non avrebbe dovuto. Quello che stava facendo era sbagliato da talmente tanti punti di vista che non sapeva da dove cominciare ad elencarli, ma non aveva abbastanza forza di volontà per smettere.
Nel buio della sua camera fece scivolare lentamente una mano lungo il suo corpo, fino a raggiungere l'elastico dei pantaloncini corti che usava come pigiama nelle calde notti estive. Infilò la mano al di sotto dell'elastico, immaginando che al posto della sua mano, ad accarezzarlo fosse quella grande e calda di Kageyama, con le sue lunghe dita affusolate e sempre perfettamente curate.
Ogni volta che vedeva Kageyama mettersi da una parte, subito prima degli allenamenti, per sistemarsi le unghie, Hinata non poteva fare altro che rimanere lì ad osservarlo incantato. Una parte di lui aveva cominciato anche a sedersi accanto a lui mentre lo faceva per guardarlo meglio. Aveva detto a Kageyama che lo faceva perchè voleva imparare e Kageyama incoraggiava sempre ogni suo sforzo per migliorare.
Quelle sessioni erano una benedizione e una maledizione per Hinata. Ormai le conosceva meglio delle proprie, sapeva che sensazione dessero quando gli afferravano la testa in uno scatto di rabbia, sapeva che sensazione dessero quando si stringevano intorno al suo polso durante una delle loro interminabili discussioni, sapeva quanto fossero calde quando si poggiavano sulla sua spalla quando la squadra si metteva in cerchio.
Sapeva che era sbagliato da tutti i punti di vista. Kageyama era un suo amico, era il suo migliore amico, era il suo partner, quel compagno di squadra che aveva agognato per anni e che finalmente aveva trovato. Non poteva rovinare tutto per delle stupide fantasie.
Mentre si accarezzava, però, non poteva fare a meno di immaginare come sarebbe stato sentire quelle dita stringersi intorno alla sua base e risalire fino alla punta. Piano, millimetro dopo millimetro, perchè Hinata era impaziente in tutto quello che faceva, tranne in quello. In quello sceglieva sempre di prendersi il suo tempo, soprattutto durante le calde nottate estive.
Immaginava che fossero le dita di Kageyama a stringerlo con sempre maggiore decisione, ad accelerare progressivamente il ritmo, fino a farlo venire , tra le lenzuola bagnate del suo stesso sudore.
In quel momento Hinata si girava su un fianco e non trovava nessuno accanto a te. Agognava per un calore che conosceva, ma che avrebbe voluto conoscere ancora meglio.
Agognava per quel legame che sembrava un vincolo che lo soffocava più che la cosa che aveva sempre desiderato. E si permetteva di desiderare. Ciò che di giorno cercava di seppellire dietro il suo sorriso ogni volta che Kageyama gli era vicino, si permetteva di lasciarlo andare. Gli permetteva di fargli fare. Era notte, dopotutto. C'era qualcosa di confortevole nel lasciarsi andare sapendo che sarebbe arrivato il giorno a rischiarare la sua stanza, la sua mente. Sapendo che sarebbe arrivato il giorno a nascondere in piena luce quel sentimento devastante. Sapendo che il giorno dopo, nel bene o nel male, avrebbe rivisto Kageyama e non sarebbe più stato solo.
Hinata, allora, si stringeva ancora di più su sè stesso, si faceva piccolo nel suo letto e cercava in sè stesso il calore, rabbrividendo per il sudore che cominciava a raffreddarsi contro la sua pelle al fresco venticello che entrava dalla finestra spalancata.
Il giorno sarebbe arrivato e lui avrebbe continuato a sorridere, come se niente fosse. Come ogni altro giorno.
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Titolo: something just like this
Fandom: Haikyuu
Prompt/missione: M1 - spokon
Parole: 1800
Rating: safe

Trasferirsi a Tokyo non era stato facile, ma se voleva avere una qualche possibilità di sfondare nel mondo del professionismo doveva ingoiare il rospo, affrontare le sue paure e lasciare casa.
Quello che lo spaventava più di ogni altra cosa era l’idea di essere da solo. Prima del liceo, prima del Karasuno, Kageyama non aveva mai avuto paura della solitudine, ma adesso aveva imparato cosa volesse dire avere degli amici, cosa volesse dire non essere solo e l’idea di tornare ad esserlo lo terrorizzava. Avrebbe dovuto farsi dei nuovi amici, ma non era sicuro di esserne in grado. Dopotutto al Karasuno, avevano fatto tutto loro, Kageyama si era solo ritrovato coinvolto in quella grande famiglia che, per qualche assurdo motivo, lo aveva preso in simpatia indipendentemente dal suo talento in quanto alzatore e avevano deciso che no, Kageyama non doveva essere solo, loro sarebbero stati con lui, e Kageyama si era ritrovato a soprendersi del fatto che veramente lo volessero lì, che non si limitassero a sopportare la sua presenza.
Era stato uno shock e il pensiero di dover ricominciare tutto da capo lo terrorizzava. Avrebbe dovuto fare lui il primo passo? E come diavolo si faceva a farlo?
"Ka" Kageyama!", lo chiamo un’ansimante Yachi mentre correva nella sua direzione.
Kageyama si fermò e aspettò che la ragazza lo raggiungesse. Non era una nuova occorrenza, per loro, incontrarsi sulla strada per gli allenamenti mattutini.
"Yachi, buongiorno", la salutò quando lo ebbe raggiunto.
"E-Ehi! Devo dirti una cosa!”
Kageyama aspettò in silenzio che la ragazza continuasse.
"Mi hanno presa! Mi hanno presa a Tokyo!".
Kageyama spalancò gli occhi sentì qualcosa assestarsi dentro di lui al pensiero che comunque, in caso di bisogno, avrebbe avuto una faccia amica lì con lui.
"Congratulazioni", le disse con il solito tono piatto. “Ti avevo detto che ti avrebbero preso sicuramente ".
Aveva sempre avuto fiducia nelle abilità di grafica della sua amica – negli anni aveva tirato fuori dei poster meravigliosi per il club di volley – e sapeva che qualunque scuola, anche la più esclusiva, sarebbe stata fortunata ad averla tra i suoi ranghi, ma a quanto pare Yachi non aveva la stessa fiducia in sé stessa.
"Volevo chiederti una cosa, anche", aggiunse Yachi diventando improvvisamente tutta rossa.
" Dimmi –, le rispose Kageyama calmo.
"Ecco, stavo pensando. La mia università e la tua sono piuttosto vicine e, insomma, l’idea di andare a vivere da sola mi innervosisce e anche l’idea di abitare al campus e.. ecco, insomma…"
Kageyama ascoltò pazientemente, aveva imparato negli anni che, con i suoi tempi, Yachi arrivava sempre al punto e che bisognava solo avere un po’ di pazienza, sollecitarla l’avrebbe fatta solo impallare ancora di più.
"Potremmo dividere un appartamento!", sputò infine fuori la ragazza con tutto il fiato che aveva in gola, quasi per togliersi definitivamente il pensiero.
Kageyama si mise a rifletterci per un attimo. Avrebbe comunque dovuto avere dei coinquilini o una camera nel dormitorio, e almeno Yachi già sapeva come era fatto, sapeva come prenderlo. E l’idea di tornare la sera a casa e trovare una faccia amica era piacevole.
"Volentieri", disse infine.
Yachi spalancò gli occhi, le brillavano. – Oh, meno male! Almeno so di non essere sola e, beh, tu già sai come mi agito facilmente e ".
"Sì, lo capisco", la interruppe Kageyama.

Finirono di portare su l’ultimo scatolone e crollarono entrambi per terra sul pavimento della loro casa. Il mobilio era il minimo indispensabile, un angolo cottura, un divano e due camere da letto identiche, con un letto singolo all’occidentale, una scrivania ed un armadio. Kageyama aveva portato la maggior parte degli scatoloni, ma anche Yachi si era spinta al limite per fare la sua parte.
"Ordiniamo la pizza, stasera", disse Kageyama, sdraiato a stella sul pavimento e fissando il soffitto. L’idea di dover anche preparare qualcosa da mangiare lo uccideva.
"Io voglio il cinese", rispose Yachi, sdraiata accanto a lui nella stessa posizione.
"E cinese sia".
Yachi cercò rapidamente un cinese che consegnasse a domicilio nella loro zona e passò il telefono a Kageyama per ordinare. Odiava parlare al telefono, soprattutto con gli sconosciuti.
Kageyama si alzò da terra solo quando sentirono qualcuno bussare alla loro porta.
Aprì con il portafoglio in mano e si paralizzò.
Davanti a lui c’era il fattorino, un ragazzo più o meno della sua età, decisamente più basso di lui con disordinati capelli arancioni che uscivano da sotto il cappellino da baseball, aveva occhi grandi e castani e guardava Kageyama dal basso all’alto con un sorriso idiota sulla faccia.
"Ecco la tua cena", gli disse.
Kageyama era ancora immobile, con gli occhi sgranati e la bocca leggermente aperta.
"Kags, tutto bene?” lo raggiunse la voce di Yachi. Si avvicinò a lui, gli mise una mano sulla schiena e si affacciò da dietro le sue spalle. Ridacchiò piano e Kageyama si riscosse di colpo.
" Sì, ecco!” aprì il portafoglio e pagò la loro cena, e richiuse la porta di scatto.
Si accorse solo dopo di non aver preso le sue buste.
Aprì nuovamente la porta e vide il ragazzo che lottava per reprimere una risata mentre teneva la mano già tesa in avanti la sua busta. Kageyama la prese, rossissimo in viso, e chiuse nuovamente la porta, stavolta più lentamente.
Yachi, ancora accanto a lui, era rossa quanto lui per l’imbarazzo, ma allo stesso tempo non riusciva a smettere di ridere.
"Non. Una. Parola” la ammonì Kageyama puntandole contro il dito mentre poggiava la loro cena sul bancone della cucina e cominciava.
Mangiarono in silenzio la loro cena.
Sì, andare a vivere da solo a Tokyo non era così male se aveva qualcuno lì con lui.

Kageyama si iscrisse immediatamente alle attività del club di volley e cominciò a frequentare gli allenamenti. La squadra non era male, ma Kageyama riuscì rapidamente a scalare i ranghi con il suo talento e a entrare a far parte della squadra titolare.
Quel giorno avevano organizzato una partita amichevole con una squadra di un’altra università.
Kageyama era seduto sulla panchina della propria squadra, stava bevendo dalla sua borraccia dopo il riscaldamento.
"C’è Tobio! Ciao Tobio!”
Kageyama alzò immediatamente lo sguardo e si trovò a guardare dal basso all’alto Miya Atsumu. Non si vedevano dal ritiro dell’under 19 dell’estate precedente.
"Ti ho già detto di non chiamarmi così", rispose secco.
"Chi è Tobio?”, chiese improvvisamente una voce squillante dietro Atsumu. Da dietro le sue spalle spuntò una testa arancione che Kageyama aveva visto solo una volta. Immediatamente Kageyama divenne rosso fino alla punta dei capelli.
"Oh, tu sei Tobio!", disse allora il nuovo arrivato.
"K-Kageyama ", corresse, con la voce che tremava e ancora rossissimo in viso.
"Hinata", allungò la mano l’altro.
Kageyama la strinse.
Atsumu sembrava divertito. – Stai attento a questo qui ", disse Atsumu a Kageyama. – Potrà non sembrare, ma è il giocatore più pericoloso che potrai mai incontrare ", sorrise soddisfatto, come se fosse un suo risultato.
Kageyama si corrucciò e riportò il suo sguardo su Hinata.
“Sei basso” disse piatto.
Hinata raddrizzò la schiena e lo guardò, negli occhi bruciava la sfida.
“Ma posso saltare”
I due si allontanarono per andare a fare il loro riscaldamento.
Kageyama si interrogò sulle parole di Atsumu. Era veramente così pericoloso quel nanerottolo? O Atsumu lo stava solo ingannando per fargli abbassare la guardia sul resto della squadra?
Kageyama scosse la testa. Non poteva fare nulla se non giocare al meglio in ogni caso. Non aveva intenzione di perdere.
Vinsero la partita, ma dovettero faticare più di quanto avrebbero pensato.
Quei due insieme erano una forza della natura, Hinata non aveva mentito quando aveva detto che poteva saltare. Per tutta la partita aveva saltato da un lato all’altro del campo senza sosta e sembrava comunque il giocatore meno stanco alla fine dei tre set. Kageyama doveva ammettere di essere impressionato.
E i suoi salti, il modo in cui si muoveva in aria. Aveva qualcosa di magnetico. Kageyama sentì le dita fremere, aveva voglia di alzare per lui.
Si avvicinò a lui dopo la partita, non sapeva bene come approcciare qualcuno, ma doveva provarci.
"Tu. Perché non ti ho mai visto?” chiese a Hinata.
Ma doveva aver sbagliato qualcosa, perché Hinata immediatamente fece due passi indietro e alzò le mani in guardia. “Che c’è? Cerchi rogne?”
Kageyama cercò di distendere i muscoli del viso. Non era più il ragazzino totalmente incapace delle medie, poteva parlare con qualcuno, era migliorato negli anni, cercò di ricordarsi. Non era più un caso disperato completamente, poteva migliorare, ma aveva già fatto dei passi avanti. Kageyama sospirò e ricominciare.
" Non ti ho mai visto in nessun torneo, avresti potuto tranquillamente giocare in una squadra liceale –
"Ah", il volto si Hinata si rilassò. – Non ho frequentato il liceo in Giappone, sono tornato solo adesso per l’università ".
Kageyama annuì.
"Sei impressionante sul campo", gli disse poi Hinata. Glielo avevano detto molte volte, che faceva paura, Kageyama fece per abbassare lo sguardo, ma guardando Hinata si rese conto che lo aveva detto con gli occhi pieni di meraviglia, come se fosse il miglior complimento del mondo. E Kageyama arrossì di nuovo. Nessuno lo aveva mai complimentato così apertamente. Gli avevano detto tante cose, ma non aveva mai sentito pure ammirazione.
"Dovresti alzare per me qualche volta, voglio veramente provare a colpire una tua alzata ", Hinata gli sorrise di nuovo, luminoso.
E Kageyama si ritrovò a pensare che avrebbe fatto qualunque cosa per quel sorriso, gli avrebbe fatto tutte le alzare del mondo se fosse servito a qualcosa. Alla faccia di Atsumu, Hinata avrebbe adorato le sue alzate e non sarebbe più riuscito a tornare indietro. Sarebbe diventato lui l’alzatore ufficiale di quella piccola palla di energia. Sarebbe diventato il suo schiacciatore.
"Si può organizzare", concordò Kageyama.

Anni dopo Kageyama ancora non sapeva che cosa gli avesse dato la forza di fare quei pochi passi che separavano le due panchine per andare a parlare con Hinata, ma ogni volta che ci pensava si sentiva profondamente riconoscente nei confronti di sé stesso. Si sentiva orgoglioso di sé.
Kageyama si sistemò meglio la maglietta rossa della nazionale di pallavolo sulle spalle e si guardò allo specchio.
Hinata comparve nel riflesso accanto a lui, senza dire nulla. Si guardarono così, l’uno accanto all’altro, con quella maglietta rossa identica addosso.
"Ce l’abbiamo fatta", disse Kageyama.
Hinata annuì con decisione, lo sguardo determinato che Kageyama aveva imparato a riconoscere. Lo stesso che aveva avuto la prima e unica volta che Kageyama aveva osato dubitare delle sue capacità. Quello sguardo che aveva avvinghiato Kageyama sin dall’inizio.
Hinata allungò la mano, afferrò la maglietta di Kageyama e lo tirò verso di lui, facendolo abbassare. Si mise sulle punte e poggiò un piccolo bacio sulle labbra del suo partner, dentro e fuori dal campo.
"Andiamo a prenderci questa medaglia ".

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