Il giardino delle mele d'oro
Feb. 20th, 2020 11:49 amTitolo: Il giardino delle mele d'oro
Fandom: Haikyuu!
Prompt/missione: Tramandato per l'eternita
Parole: 1810
Rating: safe
"...solo un umano"
"Non potevo lasciarlo morire"
"Non sono affari nostri"
"Mi ha salvato la vita"
Le voci arrivano ovattata alle orecchie di Kageyama e a poco a poco lo svegliano. Apre gli occhi e non riconosce la stanza in cui si trova. E’ ampia e luminosa, la luce del sole entra dalla finestra, le tende bianche sono mosse da una leggera brezza, i suoni del giardino entrano nella camera.
Nella stanza con lui non c'è nessuno, le voci continuano a discutere fuori dalla porta.
Kageyama sente dolore in tutto il corpo. Cerca di ricordare cosa sia successo, ma è tutto confuso nella sua memoria. C'era un drago, il fuoco, tanto fuoco, un ragazzino e poi il dolore, atroce. Quello dell'artiglio del drago nel suo stomaco. Non era possibile che fosse sopravvissuto a quello.
D'istinto alza le coperte e si porta una mano allo stomaco. Indossa solamente un paio di pantaloni morbidi e bianchi, il suo stomaco è coperto da una grossa fasciatura che odora di miele e altre erbe medicinali che non riesce a riconoscere.
La porta della stanza si apre, si affaccia un ragazzino con i capelli arancioni e gli occhi grandi.
"Sei sveglio finalmente. Sei stato fuori dai giochi un paio di giorni", gli dice con un sorriso quando lo vede lì seduto.
“Cosa mi è successo?”, chiede Kageyama. La voce gli esce roca e secca.
Il ragazzo gli offre un bicchiere d’acqua. Kageyama sente qualcosa di piccante all’interno.
“E’ zenzero”, gli spiega il ragazzo, ridacchiando leggermente della sua espressione corrucciata. “Aiuta con l’infiammazione”, gli spiega.
“Cosa mi è successo? Chi sei tu?”
“Mi chiamo Hinata. Mi hai salvato da un drago, ma ti sei conciato male. Una mossa abbastanza stupida, se ti dovessi dire”
Kageyama lo fulmina con lo sguardo, ma al momento ha questioni più urgenti di cui occuparsi.
“Dove sono?”
“Nel giardino di Idunn”, gli dice Hinata sedendosi a cavalcioni su una sedia e addentando una mela presa dalla fruttiera.
“Intendi la dea Idunn?”, chiede Kageyama con gli occhi spalancati.
“Mh-mh”, risponde l’altro continuando a masticare. “Ti ho portato qui dopo che ti sei ferito. Eri conciato male”
“Ricordo solo di aver pensato che sarei morto”, ammette Kageyama.
“Hai rischiato. Fortunatamente abbiamo scoperto che le mele d’oro non servono solo a rendere immortali gli dei, hanno effetto anche sugli umani”
Kageyama è sempre più sconvolto, non riesce a credere che quel ragazzino parli con tanta naturalezza di quelle questioni. Ma c’è qualcos’altro che lo turba.
“Mi hai usato come cavia?”, chiede alzando il tono della voce.
“Mh.. più o meno? Non avevi molto da perdere comunque. E ha funzionato”, gli risponde con una scrollata di spalle.
Kageyama non può dire che la cosa gli vada a genio, ma non ha molto da obiettare.
“Dovresti riposare”, gli dice Hinata. Si alza dalla sedia e si avvia verso la porta.
Kageyama abbassa lo sguardo, si nasconde il viso dietro i lunghi capelli neri.
“Grazie”, mormora prima che Hinata possa raggiungere la porta.
Quello si volta, gli sorride appena e esce senza rispondere.
“Che diavolo ci facevi nella tana di un firedrake?”, gli chiede Kageyama la seconda volta che Hinata va a trovarlo.
“Aveva rubato una mela d’oro a un dio e sono stato mandato a recuperarla”.
Rimangono in silenzio per un po’, il venticello che entra dalla finestra è piacevole. Hinata si è di nuovo seduto scomposto sulla sedia, l’unico rumore nella stanza è lo scricchiolio della mela che sta mangiando.
“Chi sei tu esattamente?”, gli chiede Kageyama.
“Un servitore della dea”
“Ho sempre pensato che ci fossero solo donne nel giardino della dea”
“E’ la dea della fertilità, non c’è fertilità senza entrambi i principi, il maschile e il femminile”, mentre parla sembra improvvisamente farsi più grande, la sua voce più profonda. Assume una solennità che Kageyama non credeva potesse avere, quella delle divinità. Il suo sguardo è attratto da lui, ma allo stesso tempo non riesce a sopportare la sua vista.
“Potrò vederlo?”
“Il giardino?”
Kageyama annuisce.
Hinata perde ogni bagliore di solennità, il suo sorriso si fa carico di sottintesi. “Non ufficialmente”.
L’interesse di Kageyama è alle stelle. Non pensava che lui, un guerriero qualunque, per quanto riconosciuto e famoso, avrebbe avuto la possibilità di assistere a qualcosa del genere.
“Ho fatto qualche ricerca su di te”, gli dice improvvisamente Hinata. “Sembra che tu ti sia costruito una certa fama”
“Sono solo un guerriero, vado dove c’è bisogno”
“Non un guerriero qualunque! Un berserkr!”
Kageyama nasconde nuovamente il viso dietro i capelli. E’ abituato a sentirsi disprezzato, usato fin quando è necessario e poi cacciato via con fiaccole e forconi, ma con un po’ di denaro in più tasca.
Cala il silenzio nella stanza. Quando Kageyama alza nuovamente lo sguardo, Hinata guarda fuori dalla finestra, ma il suo sguardo sembra ambire ad arrivare più lontano.
“Com’è il mondo lì fuori?”, chiede improvvisamente.
La prima risposta che viene in mente a Kageyama è che è un posto orribile, ma sente che non è quella giusta.
“Non sei mai stato fuori di qui?”, chiede invece.
Hinata scuote la testa. “Era la mia prima missione, dritto nella caverna e poi di nuovo qui. Visto com'è andata non credo me ne affideranno mai un’altra. Mi hanno deposto all’altare della divinità quando ero un neonato. Sono stato uno di quelli fortunati, uno di quelli che ha scelto di portare qui invece di lasciar morire di freddo in un tempio”.
“Visto come è andata?”, chiede Kageyama.
“Ho fallito e ho portato qui un umano”.
Kageyama sospira e poi comincia a parlare. “Ci sono boschi talmente fitti dove i raggi del sole non riescono a penetrare, enormi distese d’acqua circondate da montagne. D’inverno la neve ricopre ogni cosa, ma quando comincia a sciogliersi il verde della natura è ancora più intenso di prima, talmente intenso da riflettersi nel cielo che crea onde verdi e blu”.
Hinata ha gli occhi pieni di meraviglia e nostalgia per qualcosa che non ha mai visto.
Kageyama ha voglia di cancellargliela dal viso.
Kageyama passa le giornate nella sua stanza, non vede mai nessuno oltre a Hinata, i rumori del giardino gli arrivano ovattati. La tenda impedisce di vedere cosa ci sia al di fuori da lì, ha provato a sbirciare quando era stato di nuovo in grado di alzarsi dal letto, ma era incantata in modo che non potesse mai vedere chiaramente cosa ci fosse lì fuori.
Hinata entra in camera e lo trova ancora una volta a litigare con la tenda, ride e si siede alla sua sedia, ma non fa nulla per fermarlo. Lo è andato a trovare tutti i giorni, si è fatto raccontare ogni storia possibile su cosa ci sia nel mondo fuori di lì, ha voluto resoconti dettagliati di ogni battaglia affrontata - e su quello Kageyama era stato abbastanza carente. Ogni volta era come se entrasse in una sorta di trance e non ricordava bene cosa fosse accaduto una volta che ne usciva.
“Vedo che stai meglio”, gli dice Hinata quando finalmente Kageyama si arrende e si siede al bordo del letto.
“Come nuovo”, concorda Kageyama.
“Stasera devo accompagnarti ai cancelli”, gli dice Hinata a bassa voce, evitando il suo sguardo.
Kageyama annuisce. Sapeva che quel giorno sarebbe arrivato, ma una parte di lui vuole restare lì. Non vuole andare. Non ricorda l’ultima volta in cui si era potuto riposare, in cui aveva potuto dormire fino a tardi. La sua vita quotidiana era un susseguirsi di battaglie, morti e sangue, mentre lì tutto sembra più ovattato, più sereno, più pacifico. E lì c’è Hinata, che passa le sue giornate lì con lui a non fare niente. Non sa bene che impegni abbia Hinata lì dentro, ma è sicuro che li stia trascurando. Hinata che anche quel giorno passa la giornata nella sua stanza, fino a che non scende la notte.
“E’ ora di andare”, dice improvvisamente alzandosi.
E Kageyama annuisce. Recupera la sua pelle di lupo e la rimette sulle spalle. La sente pesante dopo giorni passati a indossare solamente dei pantaloni leggeri. Getta un’occhiata al proprio riflesso e c’è qualcosa che stona nel suo vedersi con quella indosso, la ferita sul suo addome è ancora rossa, ma meno di prima.
Hinata gli fa segno di fare silenzio e apre la porta della stanza, lo guida per i corridoi del palazzo. Kageyama vorrebbe prendersi il suo tempo per osservarlo, ma non può.
Escono nel giardino e finalmente Kageyama lo vede. E’ il ritratto della primavera, alberi pieni di frutti ovunque, illuminati solo dalla flebile luce della luna che si riflette sulle mele dorate. Un ruscello scorre in mezzo all’albereto, l’acqua è cristallina, il suo rumore rilassante.
“Mi dispiace che tu lo possa vedere solo di notte”, gli dice HInata.
“Pensavo di non poterlo vedere affatto”, risponde con voce piena di meraviglia.
Hinata comincia a guidarlo nell’albereto e Kageyama lo segue macchinosamente, troppo impegnato a guardarsi intorno e memorizzare ogni dettaglio.
Arrivano ai cancelli troppo presto per i suoi gusti.
Hinata gli sorride. “Qui le nostre strade si separano”
“Non voglio andare”, confessa Kageyama.
“Non voglio che tu vada”.
“Vieni con me”, gli chiede d’impulso Kageyama. Sa che è quello che vuole, sa che non vuole lasciare indietro l’unica persona che l’abbia mai accolto.
Hinata gli sorride, l’espressione dolce e gli occhi tristi. “Non posso”.
“Perchè no? Basta che attraversi il cancello con me”
“La dea è stata buona con me, ma questo non vuol dire che accetti qualunque nostro comportamento. Una volta che appartieni a lei, le appartieni per sempre”, dice e di nuovo assume quell’aria solenne che Kageyama gli ha visto addosso ogni volta che parlava delle divinità.
“Che vuol dire?”, chiede confuso.
“Che la dea sapeva che questo posto cominciava a starmi stretto”
Kageyama comincia a capire dove voglia andare a parare e non vuole crederci. “No…”, mormora.
“Ho scambiato la tua vita per la mia libertà”, gli dice Hinata.
“Tu… Perchè?”, riesce solo a chiedere con la voce strozzata dal nodo che gli si è formato in gola.
“Perchè ne vali la pena”
Rimangono in silenzio. Il giardino che li circonda non sembra più così bello a Kageyama, vorrebbe tirare fuori la sua spada e radere tutto al suolo. Si rende conto solo quando il suo braccio va automaticamente a cercarla che non è appena al suo fianco.
“La riavrai non appena sarai fuori di qui”, gli dice Hinata. “La dea è previdente”.
“Mi dispiace”, dice Kageyama con la voce che gli trema.
“Non dispiacerti”.
I cancelli si aprono dietro di lui e Kageyama sa che non ha più tempo. Si allontana da lì a passo lento, cerca di non voltarsi indietro fino a che non ha superato il cancello. Solo quando lo sente chiudersi alle sue spalle si volta. Hinata è dall’altra parte del cancello, ha il sorriso gentile e gli occhi lucidi. Gli da le spalle e comincia a correre lontano da lì.
Fandom: Haikyuu!
Prompt/missione: Tramandato per l'eternita
Parole: 1810
Rating: safe
"...solo un umano"
"Non potevo lasciarlo morire"
"Non sono affari nostri"
"Mi ha salvato la vita"
Le voci arrivano ovattata alle orecchie di Kageyama e a poco a poco lo svegliano. Apre gli occhi e non riconosce la stanza in cui si trova. E’ ampia e luminosa, la luce del sole entra dalla finestra, le tende bianche sono mosse da una leggera brezza, i suoni del giardino entrano nella camera.
Nella stanza con lui non c'è nessuno, le voci continuano a discutere fuori dalla porta.
Kageyama sente dolore in tutto il corpo. Cerca di ricordare cosa sia successo, ma è tutto confuso nella sua memoria. C'era un drago, il fuoco, tanto fuoco, un ragazzino e poi il dolore, atroce. Quello dell'artiglio del drago nel suo stomaco. Non era possibile che fosse sopravvissuto a quello.
D'istinto alza le coperte e si porta una mano allo stomaco. Indossa solamente un paio di pantaloni morbidi e bianchi, il suo stomaco è coperto da una grossa fasciatura che odora di miele e altre erbe medicinali che non riesce a riconoscere.
La porta della stanza si apre, si affaccia un ragazzino con i capelli arancioni e gli occhi grandi.
"Sei sveglio finalmente. Sei stato fuori dai giochi un paio di giorni", gli dice con un sorriso quando lo vede lì seduto.
“Cosa mi è successo?”, chiede Kageyama. La voce gli esce roca e secca.
Il ragazzo gli offre un bicchiere d’acqua. Kageyama sente qualcosa di piccante all’interno.
“E’ zenzero”, gli spiega il ragazzo, ridacchiando leggermente della sua espressione corrucciata. “Aiuta con l’infiammazione”, gli spiega.
“Cosa mi è successo? Chi sei tu?”
“Mi chiamo Hinata. Mi hai salvato da un drago, ma ti sei conciato male. Una mossa abbastanza stupida, se ti dovessi dire”
Kageyama lo fulmina con lo sguardo, ma al momento ha questioni più urgenti di cui occuparsi.
“Dove sono?”
“Nel giardino di Idunn”, gli dice Hinata sedendosi a cavalcioni su una sedia e addentando una mela presa dalla fruttiera.
“Intendi la dea Idunn?”, chiede Kageyama con gli occhi spalancati.
“Mh-mh”, risponde l’altro continuando a masticare. “Ti ho portato qui dopo che ti sei ferito. Eri conciato male”
“Ricordo solo di aver pensato che sarei morto”, ammette Kageyama.
“Hai rischiato. Fortunatamente abbiamo scoperto che le mele d’oro non servono solo a rendere immortali gli dei, hanno effetto anche sugli umani”
Kageyama è sempre più sconvolto, non riesce a credere che quel ragazzino parli con tanta naturalezza di quelle questioni. Ma c’è qualcos’altro che lo turba.
“Mi hai usato come cavia?”, chiede alzando il tono della voce.
“Mh.. più o meno? Non avevi molto da perdere comunque. E ha funzionato”, gli risponde con una scrollata di spalle.
Kageyama non può dire che la cosa gli vada a genio, ma non ha molto da obiettare.
“Dovresti riposare”, gli dice Hinata. Si alza dalla sedia e si avvia verso la porta.
Kageyama abbassa lo sguardo, si nasconde il viso dietro i lunghi capelli neri.
“Grazie”, mormora prima che Hinata possa raggiungere la porta.
Quello si volta, gli sorride appena e esce senza rispondere.
“Che diavolo ci facevi nella tana di un firedrake?”, gli chiede Kageyama la seconda volta che Hinata va a trovarlo.
“Aveva rubato una mela d’oro a un dio e sono stato mandato a recuperarla”.
Rimangono in silenzio per un po’, il venticello che entra dalla finestra è piacevole. Hinata si è di nuovo seduto scomposto sulla sedia, l’unico rumore nella stanza è lo scricchiolio della mela che sta mangiando.
“Chi sei tu esattamente?”, gli chiede Kageyama.
“Un servitore della dea”
“Ho sempre pensato che ci fossero solo donne nel giardino della dea”
“E’ la dea della fertilità, non c’è fertilità senza entrambi i principi, il maschile e il femminile”, mentre parla sembra improvvisamente farsi più grande, la sua voce più profonda. Assume una solennità che Kageyama non credeva potesse avere, quella delle divinità. Il suo sguardo è attratto da lui, ma allo stesso tempo non riesce a sopportare la sua vista.
“Potrò vederlo?”
“Il giardino?”
Kageyama annuisce.
Hinata perde ogni bagliore di solennità, il suo sorriso si fa carico di sottintesi. “Non ufficialmente”.
L’interesse di Kageyama è alle stelle. Non pensava che lui, un guerriero qualunque, per quanto riconosciuto e famoso, avrebbe avuto la possibilità di assistere a qualcosa del genere.
“Ho fatto qualche ricerca su di te”, gli dice improvvisamente Hinata. “Sembra che tu ti sia costruito una certa fama”
“Sono solo un guerriero, vado dove c’è bisogno”
“Non un guerriero qualunque! Un berserkr!”
Kageyama nasconde nuovamente il viso dietro i capelli. E’ abituato a sentirsi disprezzato, usato fin quando è necessario e poi cacciato via con fiaccole e forconi, ma con un po’ di denaro in più tasca.
Cala il silenzio nella stanza. Quando Kageyama alza nuovamente lo sguardo, Hinata guarda fuori dalla finestra, ma il suo sguardo sembra ambire ad arrivare più lontano.
“Com’è il mondo lì fuori?”, chiede improvvisamente.
La prima risposta che viene in mente a Kageyama è che è un posto orribile, ma sente che non è quella giusta.
“Non sei mai stato fuori di qui?”, chiede invece.
Hinata scuote la testa. “Era la mia prima missione, dritto nella caverna e poi di nuovo qui. Visto com'è andata non credo me ne affideranno mai un’altra. Mi hanno deposto all’altare della divinità quando ero un neonato. Sono stato uno di quelli fortunati, uno di quelli che ha scelto di portare qui invece di lasciar morire di freddo in un tempio”.
“Visto come è andata?”, chiede Kageyama.
“Ho fallito e ho portato qui un umano”.
Kageyama sospira e poi comincia a parlare. “Ci sono boschi talmente fitti dove i raggi del sole non riescono a penetrare, enormi distese d’acqua circondate da montagne. D’inverno la neve ricopre ogni cosa, ma quando comincia a sciogliersi il verde della natura è ancora più intenso di prima, talmente intenso da riflettersi nel cielo che crea onde verdi e blu”.
Hinata ha gli occhi pieni di meraviglia e nostalgia per qualcosa che non ha mai visto.
Kageyama ha voglia di cancellargliela dal viso.
Kageyama passa le giornate nella sua stanza, non vede mai nessuno oltre a Hinata, i rumori del giardino gli arrivano ovattati. La tenda impedisce di vedere cosa ci sia al di fuori da lì, ha provato a sbirciare quando era stato di nuovo in grado di alzarsi dal letto, ma era incantata in modo che non potesse mai vedere chiaramente cosa ci fosse lì fuori.
Hinata entra in camera e lo trova ancora una volta a litigare con la tenda, ride e si siede alla sua sedia, ma non fa nulla per fermarlo. Lo è andato a trovare tutti i giorni, si è fatto raccontare ogni storia possibile su cosa ci sia nel mondo fuori di lì, ha voluto resoconti dettagliati di ogni battaglia affrontata - e su quello Kageyama era stato abbastanza carente. Ogni volta era come se entrasse in una sorta di trance e non ricordava bene cosa fosse accaduto una volta che ne usciva.
“Vedo che stai meglio”, gli dice Hinata quando finalmente Kageyama si arrende e si siede al bordo del letto.
“Come nuovo”, concorda Kageyama.
“Stasera devo accompagnarti ai cancelli”, gli dice Hinata a bassa voce, evitando il suo sguardo.
Kageyama annuisce. Sapeva che quel giorno sarebbe arrivato, ma una parte di lui vuole restare lì. Non vuole andare. Non ricorda l’ultima volta in cui si era potuto riposare, in cui aveva potuto dormire fino a tardi. La sua vita quotidiana era un susseguirsi di battaglie, morti e sangue, mentre lì tutto sembra più ovattato, più sereno, più pacifico. E lì c’è Hinata, che passa le sue giornate lì con lui a non fare niente. Non sa bene che impegni abbia Hinata lì dentro, ma è sicuro che li stia trascurando. Hinata che anche quel giorno passa la giornata nella sua stanza, fino a che non scende la notte.
“E’ ora di andare”, dice improvvisamente alzandosi.
E Kageyama annuisce. Recupera la sua pelle di lupo e la rimette sulle spalle. La sente pesante dopo giorni passati a indossare solamente dei pantaloni leggeri. Getta un’occhiata al proprio riflesso e c’è qualcosa che stona nel suo vedersi con quella indosso, la ferita sul suo addome è ancora rossa, ma meno di prima.
Hinata gli fa segno di fare silenzio e apre la porta della stanza, lo guida per i corridoi del palazzo. Kageyama vorrebbe prendersi il suo tempo per osservarlo, ma non può.
Escono nel giardino e finalmente Kageyama lo vede. E’ il ritratto della primavera, alberi pieni di frutti ovunque, illuminati solo dalla flebile luce della luna che si riflette sulle mele dorate. Un ruscello scorre in mezzo all’albereto, l’acqua è cristallina, il suo rumore rilassante.
“Mi dispiace che tu lo possa vedere solo di notte”, gli dice HInata.
“Pensavo di non poterlo vedere affatto”, risponde con voce piena di meraviglia.
Hinata comincia a guidarlo nell’albereto e Kageyama lo segue macchinosamente, troppo impegnato a guardarsi intorno e memorizzare ogni dettaglio.
Arrivano ai cancelli troppo presto per i suoi gusti.
Hinata gli sorride. “Qui le nostre strade si separano”
“Non voglio andare”, confessa Kageyama.
“Non voglio che tu vada”.
“Vieni con me”, gli chiede d’impulso Kageyama. Sa che è quello che vuole, sa che non vuole lasciare indietro l’unica persona che l’abbia mai accolto.
Hinata gli sorride, l’espressione dolce e gli occhi tristi. “Non posso”.
“Perchè no? Basta che attraversi il cancello con me”
“La dea è stata buona con me, ma questo non vuol dire che accetti qualunque nostro comportamento. Una volta che appartieni a lei, le appartieni per sempre”, dice e di nuovo assume quell’aria solenne che Kageyama gli ha visto addosso ogni volta che parlava delle divinità.
“Che vuol dire?”, chiede confuso.
“Che la dea sapeva che questo posto cominciava a starmi stretto”
Kageyama comincia a capire dove voglia andare a parare e non vuole crederci. “No…”, mormora.
“Ho scambiato la tua vita per la mia libertà”, gli dice Hinata.
“Tu… Perchè?”, riesce solo a chiedere con la voce strozzata dal nodo che gli si è formato in gola.
“Perchè ne vali la pena”
Rimangono in silenzio. Il giardino che li circonda non sembra più così bello a Kageyama, vorrebbe tirare fuori la sua spada e radere tutto al suolo. Si rende conto solo quando il suo braccio va automaticamente a cercarla che non è appena al suo fianco.
“La riavrai non appena sarai fuori di qui”, gli dice Hinata. “La dea è previdente”.
“Mi dispiace”, dice Kageyama con la voce che gli trema.
“Non dispiacerti”.
I cancelli si aprono dietro di lui e Kageyama sa che non ha più tempo. Si allontana da lì a passo lento, cerca di non voltarsi indietro fino a che non ha superato il cancello. Solo quando lo sente chiudersi alle sue spalle si volta. Hinata è dall’altra parte del cancello, ha il sorriso gentile e gli occhi lucidi. Gli da le spalle e comincia a correre lontano da lì.