Feb. 20th, 2020

chasing_medea: (Default)
Titolo: Il giardino delle mele d'oro
Fandom: Haikyuu!
Prompt/missione: Tramandato per l'eternita
Parole: 1810
Rating: safe

"...solo un umano"
"Non potevo lasciarlo morire"
"Non sono affari nostri"
"Mi ha salvato la vita"

Le voci arrivano ovattata alle orecchie di Kageyama e a poco a poco lo svegliano. Apre gli occhi e non riconosce la stanza in cui si trova. E’ ampia e luminosa, la luce del sole entra dalla finestra, le tende bianche sono mosse da una leggera brezza, i suoni del giardino entrano nella camera.
Nella stanza con lui non c'è nessuno, le voci continuano a discutere fuori dalla porta.
Kageyama sente dolore in tutto il corpo. Cerca di ricordare cosa sia successo, ma è tutto confuso nella sua memoria. C'era un drago, il fuoco, tanto fuoco, un ragazzino e poi il dolore, atroce. Quello dell'artiglio del drago nel suo stomaco. Non era possibile che fosse sopravvissuto a quello.
D'istinto alza le coperte e si porta una mano allo stomaco. Indossa solamente un paio di pantaloni morbidi e bianchi, il suo stomaco è coperto da una grossa fasciatura che odora di miele e altre erbe medicinali che non riesce a riconoscere.
La porta della stanza si apre, si affaccia un ragazzino con i capelli arancioni e gli occhi grandi.
"Sei sveglio finalmente. Sei stato fuori dai giochi un paio di giorni", gli dice con un sorriso quando lo vede lì seduto.
“Cosa mi è successo?”, chiede Kageyama. La voce gli esce roca e secca.
Il ragazzo gli offre un bicchiere d’acqua. Kageyama sente qualcosa di piccante all’interno.
“E’ zenzero”, gli spiega il ragazzo, ridacchiando leggermente della sua espressione corrucciata. “Aiuta con l’infiammazione”, gli spiega.
“Cosa mi è successo? Chi sei tu?”
“Mi chiamo Hinata. Mi hai salvato da un drago, ma ti sei conciato male. Una mossa abbastanza stupida, se ti dovessi dire”
Kageyama lo fulmina con lo sguardo, ma al momento ha questioni più urgenti di cui occuparsi.
“Dove sono?”
“Nel giardino di Idunn”, gli dice Hinata sedendosi a cavalcioni su una sedia e addentando una mela presa dalla fruttiera.
“Intendi la dea Idunn?”, chiede Kageyama con gli occhi spalancati.
“Mh-mh”, risponde l’altro continuando a masticare. “Ti ho portato qui dopo che ti sei ferito. Eri conciato male”
“Ricordo solo di aver pensato che sarei morto”, ammette Kageyama.
“Hai rischiato. Fortunatamente abbiamo scoperto che le mele d’oro non servono solo a rendere immortali gli dei, hanno effetto anche sugli umani”
Kageyama è sempre più sconvolto, non riesce a credere che quel ragazzino parli con tanta naturalezza di quelle questioni. Ma c’è qualcos’altro che lo turba.
“Mi hai usato come cavia?”, chiede alzando il tono della voce.
“Mh.. più o meno? Non avevi molto da perdere comunque. E ha funzionato”, gli risponde con una scrollata di spalle.
Kageyama non può dire che la cosa gli vada a genio, ma non ha molto da obiettare.
“Dovresti riposare”, gli dice Hinata. Si alza dalla sedia e si avvia verso la porta.
Kageyama abbassa lo sguardo, si nasconde il viso dietro i lunghi capelli neri.
“Grazie”, mormora prima che Hinata possa raggiungere la porta.
Quello si volta, gli sorride appena e esce senza rispondere.

“Che diavolo ci facevi nella tana di un firedrake?”, gli chiede Kageyama la seconda volta che Hinata va a trovarlo.
“Aveva rubato una mela d’oro a un dio e sono stato mandato a recuperarla”.
Rimangono in silenzio per un po’, il venticello che entra dalla finestra è piacevole. Hinata si è di nuovo seduto scomposto sulla sedia, l’unico rumore nella stanza è lo scricchiolio della mela che sta mangiando.
“Chi sei tu esattamente?”, gli chiede Kageyama.
“Un servitore della dea”
“Ho sempre pensato che ci fossero solo donne nel giardino della dea”
“E’ la dea della fertilità, non c’è fertilità senza entrambi i principi, il maschile e il femminile”, mentre parla sembra improvvisamente farsi più grande, la sua voce più profonda. Assume una solennità che Kageyama non credeva potesse avere, quella delle divinità. Il suo sguardo è attratto da lui, ma allo stesso tempo non riesce a sopportare la sua vista.
“Potrò vederlo?”
“Il giardino?”
Kageyama annuisce.
Hinata perde ogni bagliore di solennità, il suo sorriso si fa carico di sottintesi. “Non ufficialmente”.
L’interesse di Kageyama è alle stelle. Non pensava che lui, un guerriero qualunque, per quanto riconosciuto e famoso, avrebbe avuto la possibilità di assistere a qualcosa del genere.
“Ho fatto qualche ricerca su di te”, gli dice improvvisamente Hinata. “Sembra che tu ti sia costruito una certa fama”
“Sono solo un guerriero, vado dove c’è bisogno”
“Non un guerriero qualunque! Un berserkr!”
Kageyama nasconde nuovamente il viso dietro i capelli. E’ abituato a sentirsi disprezzato, usato fin quando è necessario e poi cacciato via con fiaccole e forconi, ma con un po’ di denaro in più tasca.
Cala il silenzio nella stanza. Quando Kageyama alza nuovamente lo sguardo, Hinata guarda fuori dalla finestra, ma il suo sguardo sembra ambire ad arrivare più lontano.
“Com’è il mondo lì fuori?”, chiede improvvisamente.
La prima risposta che viene in mente a Kageyama è che è un posto orribile, ma sente che non è quella giusta.
“Non sei mai stato fuori di qui?”, chiede invece.
Hinata scuote la testa. “Era la mia prima missione, dritto nella caverna e poi di nuovo qui. Visto com'è andata non credo me ne affideranno mai un’altra. Mi hanno deposto all’altare della divinità quando ero un neonato. Sono stato uno di quelli fortunati, uno di quelli che ha scelto di portare qui invece di lasciar morire di freddo in un tempio”.
“Visto come è andata?”, chiede Kageyama.
“Ho fallito e ho portato qui un umano”.
Kageyama sospira e poi comincia a parlare. “Ci sono boschi talmente fitti dove i raggi del sole non riescono a penetrare, enormi distese d’acqua circondate da montagne. D’inverno la neve ricopre ogni cosa, ma quando comincia a sciogliersi il verde della natura è ancora più intenso di prima, talmente intenso da riflettersi nel cielo che crea onde verdi e blu”.
Hinata ha gli occhi pieni di meraviglia e nostalgia per qualcosa che non ha mai visto.
Kageyama ha voglia di cancellargliela dal viso.

Kageyama passa le giornate nella sua stanza, non vede mai nessuno oltre a Hinata, i rumori del giardino gli arrivano ovattati. La tenda impedisce di vedere cosa ci sia al di fuori da lì, ha provato a sbirciare quando era stato di nuovo in grado di alzarsi dal letto, ma era incantata in modo che non potesse mai vedere chiaramente cosa ci fosse lì fuori.
Hinata entra in camera e lo trova ancora una volta a litigare con la tenda, ride e si siede alla sua sedia, ma non fa nulla per fermarlo. Lo è andato a trovare tutti i giorni, si è fatto raccontare ogni storia possibile su cosa ci sia nel mondo fuori di lì, ha voluto resoconti dettagliati di ogni battaglia affrontata - e su quello Kageyama era stato abbastanza carente. Ogni volta era come se entrasse in una sorta di trance e non ricordava bene cosa fosse accaduto una volta che ne usciva.
“Vedo che stai meglio”, gli dice Hinata quando finalmente Kageyama si arrende e si siede al bordo del letto.
“Come nuovo”, concorda Kageyama.
“Stasera devo accompagnarti ai cancelli”, gli dice Hinata a bassa voce, evitando il suo sguardo.
Kageyama annuisce. Sapeva che quel giorno sarebbe arrivato, ma una parte di lui vuole restare lì. Non vuole andare. Non ricorda l’ultima volta in cui si era potuto riposare, in cui aveva potuto dormire fino a tardi. La sua vita quotidiana era un susseguirsi di battaglie, morti e sangue, mentre lì tutto sembra più ovattato, più sereno, più pacifico. E lì c’è Hinata, che passa le sue giornate lì con lui a non fare niente. Non sa bene che impegni abbia Hinata lì dentro, ma è sicuro che li stia trascurando. Hinata che anche quel giorno passa la giornata nella sua stanza, fino a che non scende la notte.
“E’ ora di andare”, dice improvvisamente alzandosi.
E Kageyama annuisce. Recupera la sua pelle di lupo e la rimette sulle spalle. La sente pesante dopo giorni passati a indossare solamente dei pantaloni leggeri. Getta un’occhiata al proprio riflesso e c’è qualcosa che stona nel suo vedersi con quella indosso, la ferita sul suo addome è ancora rossa, ma meno di prima.
Hinata gli fa segno di fare silenzio e apre la porta della stanza, lo guida per i corridoi del palazzo. Kageyama vorrebbe prendersi il suo tempo per osservarlo, ma non può.
Escono nel giardino e finalmente Kageyama lo vede. E’ il ritratto della primavera, alberi pieni di frutti ovunque, illuminati solo dalla flebile luce della luna che si riflette sulle mele dorate. Un ruscello scorre in mezzo all’albereto, l’acqua è cristallina, il suo rumore rilassante.
“Mi dispiace che tu lo possa vedere solo di notte”, gli dice HInata.
“Pensavo di non poterlo vedere affatto”, risponde con voce piena di meraviglia.
Hinata comincia a guidarlo nell’albereto e Kageyama lo segue macchinosamente, troppo impegnato a guardarsi intorno e memorizzare ogni dettaglio.
Arrivano ai cancelli troppo presto per i suoi gusti.
Hinata gli sorride. “Qui le nostre strade si separano”
“Non voglio andare”, confessa Kageyama.
“Non voglio che tu vada”.
“Vieni con me”, gli chiede d’impulso Kageyama. Sa che è quello che vuole, sa che non vuole lasciare indietro l’unica persona che l’abbia mai accolto.
Hinata gli sorride, l’espressione dolce e gli occhi tristi. “Non posso”.
“Perchè no? Basta che attraversi il cancello con me”
“La dea è stata buona con me, ma questo non vuol dire che accetti qualunque nostro comportamento. Una volta che appartieni a lei, le appartieni per sempre”, dice e di nuovo assume quell’aria solenne che Kageyama gli ha visto addosso ogni volta che parlava delle divinità.
“Che vuol dire?”, chiede confuso.
“Che la dea sapeva che questo posto cominciava a starmi stretto”
Kageyama comincia a capire dove voglia andare a parare e non vuole crederci. “No…”, mormora.
“Ho scambiato la tua vita per la mia libertà”, gli dice Hinata.
“Tu… Perchè?”, riesce solo a chiedere con la voce strozzata dal nodo che gli si è formato in gola.
“Perchè ne vali la pena”
Rimangono in silenzio. Il giardino che li circonda non sembra più così bello a Kageyama, vorrebbe tirare fuori la sua spada e radere tutto al suolo. Si rende conto solo quando il suo braccio va automaticamente a cercarla che non è appena al suo fianco.
“La riavrai non appena sarai fuori di qui”, gli dice Hinata. “La dea è previdente”.
“Mi dispiace”, dice Kageyama con la voce che gli trema.
“Non dispiacerti”.
I cancelli si aprono dietro di lui e Kageyama sa che non ha più tempo. Si allontana da lì a passo lento, cerca di non voltarsi indietro fino a che non ha superato il cancello. Solo quando lo sente chiudersi alle sue spalle si volta. Hinata è dall’altra parte del cancello, ha il sorriso gentile e gli occhi lucidi. Gli da le spalle e comincia a correre lontano da lì.










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Titolo: Night theatre
Fandom: Promare
Prompt/missione: teatro/omegaverse/texting
Parole: 880
Rating: safe

Lio con un sospiro di sollievo si distese a letto, tra le lenzuola fresche e appena cambiate dopo una settimana di calore. Tirò fuori da sotto il cuscino il suo libro e riprese la lettura da dove l'aveva interrotta una settimana prima.
Sul comodino accanto al letto il suo cellulare vibrò.
- Finito il calore? gli chiedeva Galo.
Erano giorni che non si sentivano. Non si sentivano mai durante i calori. Lio chiudeva il telefono a chiave nel cassetto della scrivania per il timore che avrebbe mandato all'Alpha messaggi disperati e imbarazzanti, vanificando ogni suo tentativo di tenere nascosta quella stupida cotta. Già faceva fatica a comportarsi normalmente da quando aveva cominciato a sognare di essere avvolto nel suo odore durante i suoi calori.
Rispose affermativamente al messaggio e appoggiò nuovamente di lato il telefono, pronto a tornare alla sua lettura. Il telefono vibrò di nuovo, Lio sbuffò e lo riprese.
- Ho trovato un altro posto da farti vedere!!
Galo aveva presto scoperto che Lio aveva passato la maggior parte della sua vita a nascondersi nei bassifondi della città per non essere catturato come burnish, da quel giorno si era incaricato di portarlo in giro e fargli scoprire le bellezze che la città offriva. La maggior parte delle volte l'ispirazione sui luoghi da visitare gli veniva di notte, però, e Lio si trovava il telefono intasato di messaggi che indicavano posto da visitare insieme ancora prima che avesse il tempo di rispondere al primo.
- Non avevamo detto che smettevi di scrivermi in piena notte per queste cose?
- Sono a malapena le 11!!

Lio sospirò tra sé.Sapeva per esperienza che era inutile cercare di fuggire quando Galo si metteva in testa che dovevano andare da qualche parte.
- Domani andiamo.
- Dobbiamo andare adesso!!!!
Metteva sempre troppi punti esclamativi quell’uomo.
- Perche?!
Lo vedrai. Sono da te tra un quarto d’ora.
- Aspetta!
L’ultimo suo messaggio non ricevette risposta e dopo dieci minuti Lio si rassegnò, lasciò controvoglia il suo letto e si vestì. Un quarto d’ora dopo esatto era sotto il suo appartamento. Sentì avvicinarsi il rumore della moto di Galo, poi la vide comparire da dietro l’angolo. Senza neanche spegnere la moto, Galo gli porse un casco e Lio salì dietro di lui e strinse le braccia intorno a lui. Era ancora sensibile per il suo calore e da quella distanza poteva sentire l’odore di menta dell’altro avvolgerlo. Appoggiò la testa alla sua schiena e si rilassò contro di lui.
Non si rese conto di dove stessero andando. Solo quando Galo fermò la moto si rese conto che erano entrati nella zona rossa della città, quella rimasta maggiormente danneggiata dal loro combattimento contro Gray e nella quale i lavori di ricostruzione non erano ancora terminati.
Galo spense la moto e lo aiutò a scendere, cominciò a camminare fino a una recinzione e la percorse fino a trovare un’apertura. La attraversarono e camminarono fino a raggiungere quella che sembrava la porta sul retro di un edificio. Galo spinse con la spalla sulla porta, fino a che quella si aprì cigolando, prese la mano di Lio e cominciò a guidarlo all’interno, attraverso corridoi labirintici.
“Si può sapere dove siamo?”, provò a chiedere Lio. La sua voce rimbombava nei corridoi vuoti.
“Lo vedrai tra poco”
Continuò a trascinare Lio con passo sicuro, fino ad arrivare a una zona improvvisamente più aperta. Lio riusciva a sentire lo scricchiolio del legno sotto i suoi piedi, c’era odore di polvere e detriti.
Galo lo condusse un po’ più avanti sulla piattaforma, più o meno verso il centro, ipotizzò Lio, e gli lasciò la mano. Sentì i suoi passi allontanarsi e poi lo sentì armeggiare con qualcosa di metallico.
“Serve una mano?”, chiese.
“Tutto sotto controllo. Tu resta lì!”
Dopo un po’ Lio sentì un suono elettrico e a poco a poco le luci cominciarono ad accendersi e rischiarare l’ambiente intorno a lui. La vista che si trovò davanti gli mozzò il fiato in gola.
Era un teatro. Non ne aveva mai visto uno.
I sedili della platea erano rossi, alzando lo sguardo le gallerie erano interamente color dell’oro, riccamente intarsiate in ghirigori complessi e con tendaggi rossi che pendevano, ma il vero pezzo forte era il soffitto. Era interamente affrescato, con motivi geometrici blu e oro, al centro pendeva un grande lampadario di cristallo che brillava nella fioca luce dell’ambiente.
“L’abbiamo trovato qualche giorno fa. E’ ancora pericolante e non l’hanno ancora potuto riaprire”, gli disse Galo avvicinandosi nuovamente a lui.
“E’...”, non riuscì a completare la frase, con gli occhi ancora spalancati mentre cercavano di assorbire tutto quello che stava vedendo.
“Gray era appassionato di opera, lo ha fatto costruire seguendo i modelli degli antichi teatri europei sembra”.
Lio si voltò verso di lui, rendendosi conto solo in quel momento di quanto fosse vicino. Teneva lo sguardo fisso su di lui, la testa abbassata sfiorava quasi quella di Lio, il suo odore lo circondava. In silenzio continuarono a fissarsi. Era l’idiota con cui aveva salvato il mondo, era il ragazzo che si era autoinvitato nella sua vita e aveva deciso di fargli recuperare tutto ciò che si era perso fino a quel momento. Il calore riempì il petto di Lio, dandogli coraggio.
Non era male come scenario, pensò tra sè mentre si alzava sulle punte per chiudere le distanze.
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Titolo: Vienna waits for you
Fandom: Haikyuu
Prompt/missione: teatro/omegaverse/oblio
Parole: 808
Rating: safe
Vienna, 1702

Kageyama entrò a teatro e cominciò a cercare il proprio posto. Qualcuno si voltò nel sentire il suo odore, un omega da solo a teatro era un’occorrenza più unica che rara, ma Kageyama aveva uno scopo e non avrebbe permesso a nessuno di mettersi sulla sua strada.
Si era trasferito in città per entrare nei circoli nobiliari e far conoscere le sue opere.
Aveva affittato una stanza in una pensioncina a buon mercato, era un posto fetido, ma nei suoi piani ci sarebbe dovuto rimanere solo per pochi giorni. Spese quel poco denaro che poteva sfruttare per comprarsi un bel completo e quel un biglietto del teatro.
Era riuscito a prendersi solo un palchetto al primo anello, piuttosto in basso e ben lontano dai posti usualmente occupati dalla nobilità, ma almeno non sarebbe stato in platea.
Lo spettacolo cominciò e Kageyama ne approfittò per cominciare a guardarsi intorno, cercando di vedere chi ci fosse negli altri palchetti. Dalla posizione non riusciva a vedere molto se non a costo di affacciarsi, ma il suo sguardo venne catturato da qualcuno al terzo anello, appoggiato alla balconata del proprio palchetto che teneva lo sguardo fisso sulla rappresentazione. Non riusciva a vedere molto del suo viso, ma la massa di capelli arancioni era ben evidente. Si affacciò per vederlo meglio e in quel momento quello abbassò lo sguardò e incrociò quello di Kageyama e gli sorrise.
Kageyama sostenne il suo sguardo poi tornò a guardare lo spettacolo.
Nel corso della rappresentazione i loro sguardi si incrociarono altre volte, fino a che, alla metà del quarto atto, Kageyama alzò lo sguardo nuovamente verso il palchetto ma non trovò nessuno.
Poco dopo sentì bussare alla sua porta.
“Avanti”, disse voltandosi verso la porta.
Sulla porta vide la stessa persona che aveva cercato con lo sguardo per tutta la rappresentazione. Era più basso di quanto avesse immaginato, ma il suo odore era indiscutibile. Era un alpha.
Anche l’altro dovette sentire il suo odore, perchè per un secondo si immobilizzò sulla porta. Poi il suo sorriso ricomparve.
“Posso entrare?”, chiese.
Kageyama indicò la sedia libera nel palchetto.
Il ragazzo si sedette rivolto verso Kageyama. “Sono Hinata Shoyo”, si presentò.
Kageyama quasi trasalì. Era impossibile arrivare a Vienna senza sentire il nome della famiglia Hinata, erano una delle più antiche della città, note per aver fornito negli anni supporto a numerosi scrittori.
“Kageyama Tobio”, rispose, deciso a giocarsi bene le sue carte.
“Non ti ho mai visto”, gli disse l’alpha.
“Sono appena arrivato in città”
“E cosa porta un’omega da solo in una città come Vienna?”
“Sono uno scrittore”, rispose Kageyama cominciando a indirizzare la conversazione dove voleva.
“Oh. Qualcosa che potrei aver visto?”
“Non ancora”
Kageyama si aspettò il rimprovero. Un omega doveva essere più mansueto e accomodante, per non parlare del fatto che non si era mai sentito prima di un omega che volesse fare lo scrittore.
Ma il sorriso dell’alpha si allargò. “Ambizioso e sicuro”, commentò. “Mi piace”.
Kageyama sorrise in risposta.
“C’è un piccolo raduno in casa mia dopo lo spettacolo, potresti unirti a noi”
Kageyama sorrise soddisfatto tra sè. “Con piacere”

Il piccolo raduno si scoprì essere un raduno pieno di letterati, nobili, scrittori. Esattamente quello che Kageyama voleva. Il padrone di casa continuava a presentargli persone, lo presentava sempre un giovane scrittore appena arrivato in città.
Cercò di prendere parte a quante più conversazioni potè, sempre cercando di mantenere l’aspetto del giovane un po’ timido e un po’ misterioso.
Si inserì in una conversazione di nobili, parlavano di come la vecchiaia cancellasse la memoria e di come in generale la memoria fosse uno strumento fallace.
“La nostra mente fa continuamente una selezione”, commentò. “Archivia tutto e decide cosa vale la pena ricordare e cosa no, libera spazio e rende alcune cose indecifrabili”
“Un ragazzo giovane come te non può avere già problemi di memoria!”, commentò una signora con un sorriso.
Hinata gliel’aveva presentata come una nobile della famiglia Yachi, ma Kageyama non riusciva a ricordare nè il suo nome nè quello della figlia lì accanto a lei.
“Ne dubito, scrivendo spesso mi sfuggono parole che potrei giurare ricordassi fino al giorno precedente”
ll resto del gruppetto rise e Kageyama educatamente si allontanò.
Vide Hinata appoggiato ad un parete con uno boccale di vino in mano, gli sorrise e alzò il calice nella sua direzione, brindando alla sua. Kageyama seppe che si stava giocando bene le sue carte.
A fine serata, quando Kageyama si congedò per la notte, Hinata lo fece scortare da un valletto, incaricato di prendere qualcuno dei sui scritti e portarlo a Hinata.
Fece come era stato richiesto e lo rimandò indietro con le cose migliori che avesse mai scritto, erano due drammi e una commedia.
La mattina dopo Kageyama si svegliò con un biglietto da parte di Hinata. Era stato ufficialmente invitato ad abitare nella residenza Hinata.

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