Feb. 12th, 2020

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Titolo: like we were sixteen
Fandom: Haikyuu!
Prompt: R. Gualazzi - Carioca
Parole: 3794
Rating: safe

La cerimonia di consegna dei diplomi si era appena conclusa, le foto erano state scattate e i saluti erano stati scambiati, ma Kageyama non se la sentiva ancora di lasciare il perimetro della scuola. Cominciò a vagare per quei luoghi familiari senza una meta precisa, i ciliegi erano in fiore, i classici rumori scolastici quasi assenti e ogni cosa era illuminata dalla nostalgica e agrodolce consapevolezza che non l’avrebbe più rivista.
Arrivò al familiare corridoio che portava alla palestra di pallavolo. La porta d’acciaio era socchiusa, ma dall’interno non proveniva alcun rumore. Kageyama si avvicinò in silenzio, non volendo disturbare chiunque ci fosse all’interno.
Si affacciò alla porta, cercando di sbirciare cosa stesse succedendo lì dentro, ma la trovò deserta. Nessun pallone era sparso sul pavimento, nessuna scarpa cigolava sul parquet tirato a lucido.
Aprì meglio la porta e rimase fermo sulla soglia ad osservare il campo in silenzio. La luce del tramonto penetrava dalle finestre e tingeva di rosso l’intero ambiente. Non riusciva a credere che il giorno dopo non sarebbe stato lì, ad allenarsi con gli altri.
Nel giro di una settimana avrebbe iniziato gli allenamenti con la sua nuova squadra, una squadra di v. premier league, una squadra di professionisti. Era quello che aveva sempre voluto, ma una parte di lui non era pronto a lasciare quel posto.
Lì aveva capito per la prima volta che cosa volesse dire essere parte di una squadra, lì era entrato la prima volta come un ragazzino arrogante convinto di poter fare tutto da solo, convinto di non aver bisogno di una squadra. Da lì usciva tre anni dopo come una giovane promessa della pallavolo giapponese, con un contratto in tasca e la certezza di non dover più toccare un libro.
“Sapevo di trovarti qui”, disse una voce familiare alle sue spalle.
Hinata si affiancò a lui e guardò la palestra vuota in silenzio per un po’. Kageyama gli gettò un’occhiata di sottecchi.
“E’ strano”, disse.
Kageyama rimase in silenzio, non sapendo bene come esprimere quello che stava provando in quel momento.
Una voce esuberante interruppe il momento. “Che succede? Non ci alleniamo?”
“Idiota, ci sono i sempai! Lasciagli un momento”, rispose un’altra voce, fallendo nel suo tentativo di tenere un volume basso.
Hinata e Kageyama si voltarono e risero vedendo Yaotome che cercava di tenere nascosti gli altri due dietro il tronco di un albero.
Hinata scoppiò a ridere e voltò la testa verso Kageyama. “La stiamo lasciando in buone mani”
Anche Kageyama sorrise. “Sono i nostri kohai dopotutto”.
Insieme, come se si fossero messi d’accordo, voltarono le spalle alla palestra e si avviarono verso il parcheggio delle biciclette.
“Quando parti?”, gli chiese Hinata mentre prendeva la sua dalla rastrelliera.
“La prossima settimana, tu?”
“Ho ancora un anno per prepararmi, non ho ancora preso i biglietti”
Cominciarono a camminare affiancati verso casa, come avevano fatto tutti i giorni per quasi tre anni. Per l’ultima volta, si ricordò Kageyama. Hinata sembrava pensieroso. Quel giorno non ci furono bisticci per strada.
Qualunque cosa fossero loro sarebbe finita quel giorno, in quel silenzio, e Kageyama non era pronto. Si era sempre consolato al pensiero che, qualunque cosa fosse, avesse una data di scadenza, ma adesso che era arrivato il momento non voleva lasciare andare. Avrebbe voluto allungare la mano e stringere quella di Hinata, ma non era mai stato così tra di loro.
Arrivarono al punto in cui di solito le loro strade si separavano.
Hinata si voltò verso di lui con un sorriso luminoso. "Allora ci vediamo"
Kageyama si prese un momento per guardarlo. Avrebbe voluto avvicinarsi, dirgli qualcosa, baciarlo, ma non riuscì a fare nulla. Hinata rimase fermo per un momento, poi abbassò lo sguardo, inforcò la sua bicicletta e cominciò a pedalare su per la montagna senza voltarsi indietro.
Kageyama rimase immobile a guardare la sua figura diventare sempre più piccola.

La prima volta che succede è nel corso della primavera “più calda degli ultimi cinquant’anni”, come l’avevano chiamata i telegiornali, quella tra il primo e il secondo anno. La madre di Hinata ha portato la sorella a trovare una vecchia zia per qualche giorno e lui ha invitato Kageyama a stare da lui, “un piccolo ritiro privato”, l’aveva definito. Hanno montato una rete nel giardino davanti casa di Hinata e hanno passato la giornata ad allenarsi: Hinata voleva migliorare nelle ricezioni, Kageyama voleva rendere i suoi servizi più affidabili.
Alla fine degli allenamenti crollano sdraiati sul prato, il sole riscalda la loro pelle, gli uccelli cinguettano tra gli alberi e Kageyama è sicuro di essersi bruciato il naso.
Kageyama si volta alla sua sinistra e vede Hinata: ha gli occhi chiusi e l’espressione rilassata. Le lentiggini quasi impercettibili sul suo viso si stanno colorando al sole. Kageyama realizza solo in quel momento quanto Hinata sia cambiato in quei pochi mesi. I capelli sono più lunghi e cadono in onde leggere intorno al suo viso invece di essere sparati in tutte le direzioni, i tratti del suo viso si sono fatti più definiti e ha cominciato a riempire meglio la maglietta bianca che usa per allenarsi.
Ha improvvisamente voglia di baciarlo.
Si volta di fianco e si avvicina a lui. Hinata apre gli occhi, nota quanto sia vicino ma non dà alcun segno di volersi allontanare. Solleva leggermente il viso e guarda le labbra di Kageyama. E’ lui a fare quell’ultimo passo, è lui che si volta di fianco e appoggia le labbra su quelle di Kageyama.
E’ un contatto leggero, appena percettibile e Kageyama lo insegue quando si allontana. Si allunga verso Hinata e lo bacia di nuovo, ancora un timido contatto.
Passano il resto del pomeriggio sdraiati lì, con le loro labbra che si inseguono, sempre più intraprendenti e i loro corpi che si avvicinano sempre di più.
Per la serata Kageyama aveva portato dei video di pallavolo da studiare insieme, ma finiscono per scorrere dimenticati sul televisore, a basso volume, non seguiti da nessuno.


Kageyama era seduto sul divano con il computer sulle gambe, scorreva vari siti di mete turistiche, ma nessuno lo ispirava particolarmente. Di lì a un mese ci sarebbe stata la pausa del campionato e lui avrebbe avuto una decina di giorni di vacanza e a differenza dei suoi compagni di squadra non aveva ancora organizzato nulla. Non si era mai preoccupato di farlo nel corso delle due stagioni precedenti, semplicemente restava a casa oppure tornava a casa dai genitori e continuava ad allenarsi per conto suo, ma il suo allenatore lo aveva scoperto e lo aveva costretto a organizzarsi una vacanza.
Sbuffò, chiuse il computer e si andò a preparare la cena.
Dopo mangiato si sedette sul divano e cominciò a fare zapping sul suo televisore fino a trovare un vecchio film d’azione che aveva già visto. Il suo telefono vibrò sul tavolino che teneva accanto al divano, allungò il braccio per prenderlo e vedere chi gli stesse scrivendo.
Era solo una email promozionale di una compagnia aerea con la quale aveva viaggiato qualche volta. Prima che la potesse cancellare, l’oggetto attirò la sua attenzione.
Vola in Brasile!
Kageyama alzò il sopracciglio e si decise a leggerla. Avevano delle offerte last minute per dei voli diretti per Rio. D’impulso aprì il sito, inserì le sue date e comprò i biglietti.
Prese il telefono e fece partire una chiamata.
“Kageyama?”, gli rispose Hinata al terzo squillo. - Va tutto bene? Non chiami mai senz-”
“Ho comprato un biglietto per Rio”
“Cos- perchè?”
Kageyama sentì un macigno andargli a pesare sullo stomaco. Hinata non voleva vederlo.
“C’era un’offerta”, rispose. La voce gli si era fatta piccola e flebile.
“E se c’era un’offerta per l’Alaska compravi quello?”
“Cos- No! Non sono un idiota!”
“E per il campionato come fai? Non puoi mollare tutto e partire!”
“Certo che no, idiota! Abbiamo la pausa il mese prossimo!”
“Oh”
Dopo un momento di silenzio, Hinata scoppiò a ridere. “Allora va bene”, continuò. “Quando arrivi? Quanto stai? Vuoi venire a stare da me?”, gli chiese talmente velocemente che Kageyama dovette andare a intuito per capire quali fossero le domande. Il peso sul suo stomaco si era allentato però e Kageyama cominciò a sentirsi anche un po’ eccitato al pensiero di partire.
“Il mese prossimo, sto una settimana, vado in albergo. Non ci dormo in quella topaia che è la tua stanza”
“Hey! La mia stanza è suuuper ordinata. Okay, forse no. Ma potrebbe esserlo. Anzi no, mi rimangio l’invito!”
Quel bisticciare costante era familiare e gli scaldò il petto. Ultimamente si erano potuti sentire quasi solo per messaggio, aveva quasi dimenticato il suono della voce di Hinata.
“Ci sono così tante cose che voglio farti vedere”, disse Hinata, la sua voce si era fatta più morbida mentre lo diceva. e Kageyama sentì dissiparsi anche l’ultima punta di nervosismo in lui. “E poi voglio sfidarti a beach volley! Scommetto che sei scarsissimo!”
“Ti faccio vedere io quanto sono scarso!”
Se Hinata fosse stato lì quello sarebbe stato il momento in cui l’avrebbe afferrato per i capelli.
“Anche Oikawa ha fatto fatica all’inizio!”
Lo spirito competitivo di Kageyama ruggì. Se c’era riuscito Oikawa ci sarebbe riuscito anche lui. E anche meglio.
“Devo tornare a lavoro”, gli disse Hinata. “A presto allora”.
“A presto”, gli rispose Kageyama con un sorriso.

I giorni successivi Kageyama è troppo imbarazzato per fare qualunque cosa. Spera solo che, rientrando a scuola, tutto ritorni alla normalità, ed è quello che succede.
Ricominciano le lezioni, riprendono gli allenamenti e Kageyama riesce quasi a credere che non sia mai successo nulla. E se il suo sguardo indugia un po’ più del solito sulla figura di Hinata è solo per monitorare quanto stia migliorando, si dice.
Ci vuole poco anche perché inizino nuovamente a rimanere ad allenarsi fino a tardi solo loro due.
Una sera, al termine degli allenamenti, si stanno cambiando nella stanza del club. Hinata gli dà le spalle, si toglie la maglietta bagnata di sudore per cambiarla con una asciutta. Lo sguardo di Kageyama cade sulla sua schiena e sulla piccola costellazione di nei che non aveva mai notato prima sulla sua spalla. Rimane incantato a fissarli, poi allunga le dita e comincia a tracciare ipotetiche linee che li uniscano sulla pelle chiara. Hinata rabbrividisce al contatto, volta leggermente la testa ma non lo ferma. Gli sorride.
“Mi chiedevo quanto ci avresti messo”, gli dice.
Kageyama si avvicina a lui, gli sfiora la spalla con le labbra prima di baciarlo.


Kageyama scese dall’aereo e si mise in fila per i controlli. Terminati quelli recuperò dal nastro scorrevole la sua valigia e attraversò le porte scorrevoli.
La prima cosa che vide fu Hinata. Non si vedevano da quasi due anni, dalla sera prima che partisse per il Brasile.
“Kageyama!”, lo chiamò ad alta voce agitando un braccio sopra la sua testa.
Avevano continuato a sentirsi in quei due anni, si erano anche mandati dei selfie. Kageyama sapeva che l’avrebbe trovato con i capelli più corti, il viso più sottile e, ma non si aspettava che il suo fisico fosse cambiato così tanto, che le sue spalle si fossero allargate e che la sua pelle avesse preso quella tonalità dorata che faceva risaltare ancora di più i suoi grandi occhi castani.
“Non urlare, idiota”, gli disse afferrandolo per i capelli per cercare di mascherare il turbinio di sensazioni che stava provando a trovarselo davanti dopo tanto tempo.
Hinata rise, si liberò dalla presa e prese la sua valigia, guidandolo fuori dall’aeroporto.
“Non dirmi che sei venuto in bicicletta”, pregò Kageyama.
“E come ce la mettevo la tua valigia? Non sono un idiota”
Non appena le porte scorrevoli si aprirono Kageyama fu colpito dall’aria calda e umida del Brasile. Seguì Hinata fino al parcheggio, dove li stava aspettando un ragazzo alto, con i capelli scuri e un sorriso gentile.
“Lui è il mio compagno di squadra, Santana”, lo presentò Hinata.
“Tu devi essere Kageyama”, lo salutò quello in inglese porgendogli la mano.
Kageyama la strinse e rispose nel suo inglese ancora un po’ incerto.
Santana disse qualcosa in portoghese a Hinata, Kageyama riuscì a cogliere solamente il suo nome, Hinata arrossì e borbottò qualcosa in risposta.
Salirono in macchina e Santana cominciò a guidare in direzione dell’albergo di Kageyama. Di primo impatto Rio sembrava una città caotica e confusionaria, da solo non credeva sarebbe riuscito a combinare molto. Si sentì confortato al pensiero che lì ci fosse Hinata, che si era preso un giorno di ferie dal lavoro per accompagnare Kageyama un po’ in giro.
Arrivati in albergo aspettò nell’atrio che Kageyama andasse a lasciare le sue cose in camera. Ne aveva scelto uno abbastanza di lusso, niente di eccessivo, ma voleva comunque avere la palestra per portare avanti il programma di allenamento che il loro coach gli aveva dato per le vacanze. La camera era luminosa, arredata in maniera sobria e moderna, le finestre affacciavano sulla piscina.
Lasciò la valigia e decise di darsi una rinfescata prima di scendere. Una parte di lui continuava a non essere sicuro di quello che stava facendo. Aveva paura di scoprire che il rapporto che lui e Hinata avevano costruito si era sgretolato, che non avrebbero saputo cosa dirsi e avrebbero trascorso la giornata in un silenzio imbarazzato. Era abituato a tutte quelle cose, ma con lui non era mai stato così e era terrorizzato davanti al rischio che potesse essere diventata così anche con Hinata.
Trovò Hinata che si guardava intorno nell’atrio con attenzione. Quando si accorse che Kageyama lo aveva raggiunto gli sorrise.
“Bella la vita del professionista!”, lo prese in giro.
Kageyama scrollò le spalle, ma sorrise.
Hinata gli porse una bottiglia di una crema, Kageyama la prese e alzò un sopracciglio in direzione di Hinata.
“Crema solare”, gli spiegò quello. “Non vorrai passare tutta la vacanza a prenderti cura delle scottature”.
Kageyama lo ringraziò e ne mise un po’ sul viso.
Uscirono insieme e cominciarono a camminare per Rio. Il primo posto in cui Hinata volle portarlo fu il Cristo Re e insistette anche per scattarsi un selfie insieme sotto la statua da mandare alla chat di gruppo del Karasuno. Hinata sembrava veramente felice di averlo lì.
Presero nuovamente il treno per tornare in città e si diressero verso la spiaggia, per strada comprarono degli enormi rettangoli di pasta fritta ripiena di formaggio, un cibo tipico di cui Hinata gli aveva ripetuto il nome almeno quattro volte, ma Kageyama non era riuscito a memorizzarlo. Non c’era un momento di silenzio tra di loro, sembrava quasi che entrambi avessero tenuto in serbo cose da raccontarsi per quando finalmente si sarebbero rivisti. Kageyama gli raccontò dei suoi compagni di squadra, di come funzionasse l’allenamento in una squadra di professionisti, Hinata di come avesse fatto all’inizio ad ambientarsi e a trovare qualcuno che volesse giocare con lui, gli raccontò del suo coinquilino e di come avesse imparato il portoghese leggendo manga.
Quando arrivarono alla spiaggia, Hinata salutò alcune persone che conosceva, indicò a Kageyama i campi in cui si allenava di solito e, quando si fermarono a guardare una partita di beach volley in corso, spiegò a Kageyama le regole e le differenze che c’erano con la pallavolo.
Kageyama avrebbe voluto seguire la spiegazione, ma continuava a fissarsi sul modo in cui il viso di Hinata si illuminava mentre parlava, sui gesti che le sue mani facevano per spiegargli le azioni, sul modo in cui la sua espressione si corrucciava quando non riusciva a trovare la parola che voleva in giapponese e provava a fargliela capire in portoghese.
Alla fine della partita si sdraiarono sulla spiaggia, uno di fianco all’altro. Kageyama si voltò alla sua sinistra e vide Hinata sdraiato al sole, con gli occhi chiusi, l’espressione rilassata e le lentiggini rese molto più evidenti dalla frequente esposizione al sole.
C’era qualcosa di familiare in tutto quello.
Kageyama sentì le palpebre farsi pesanti e gli occhi chiudersi.
“Kageyama?”
Kageyama si sentì scuotere per la spalla e aprì malvolentieri gli occhi. Hinata era sopra di lui, il suo viso era vicino. Troppo vicino.
“Uhm?”, disse riscuotendosi di colpo.
“Non puoi dormire al sole, ti beccherai un’insolazione”
Kageyama annuì e si mise seduto. Hinata si alzò in piedi e gli porse una mano per aiutarlo ad alzarsi.
“Ti accompagno in albergo, sei distrutto”.
“Sto bene”, disse cominciando a seguire Hinata in quella che credeva fosse la direzione dell’albergo.
“Ti sei fatto ventidue ore di aereo e mezza giornata in giro per la città!”
“Non sono stanco”, gli rispose sbadigliando.
Hinata scoppiò a ridere e continuò a fare strada.
Quando arrivarono all’albergo Kageyama scoprì di non volerlo salutare, quasi temesse di vederlo di nuovo sparire.
“Io domani lavoro”, cominciò Hinata. “Però possiamo cenare insieme. Comunque se ti perdi puoi chiamarmi”
Kageyama avrebbe voluto ribattere che lui non si perdeva mai, giusto per partito preso, ma era effettivamente troppo stanco per farlo. Erano oltre ventiquattr’ore che non si faceva una dormita decente. Si limitò ad annuire e a salire in camera.
Steso a letto prese il telefono e riguardò il selfie che si erano scattati quel giorno davanti al Cristo Re. Lui non sorrideva nella foto, ma Hinata aveva il suo solito sorriso luminoso e le rughe intorno agli occhi quasi chiusi.
Kageyama si addormentò con quell’immagine ancora impressa negli occhi.

Non ne parlano mai, hanno accettato quel nuovo sviluppo come hanno accettato qualunque altra cosa del loro rapporto. Si lasciano trascinare dalla situazione, dall’attrazione che non riescono a controllare. Passano insieme ogni momento che possono, i loro baci diventano sempre più affamati, le dita inizialmente timide nell’esplorarsi sempre più intraprendenti, non gli basta più sentirsi attraverso i vestiti, che cominciano ad essere di troppo. Consumano insieme tutte le loro prime volte, cominciano a trovare sempre più scuse per passare la notte insieme.
Kageyama fa qualche ricerca, scopre che è una cosa che può succedere in adolescenza, con gli ormoni sballati. Accetta quella verità, smette di cercare di dare un nome a qualunque cosa stia succedendo tra di loro e si consola al pensiero che un giorno finirà, che non vorrà passare il resto della sua vita a far scorrere le mani sui fianchi di Hinata.


Il resto della settimana passò in quel modo. Durante il giorno Kageyama si allenava, nuotava e girava per la città, la sera usciva con Hinata, che ogni sera lo portava in un posto diverso che “doveva assolutamente vedere”, che fosse un ristorante, un bar o una spiaggetta quasi nascosta che si poteva raggiungere solo scendendo da una parete di roccia.
L’ultima sera Hinata aveva deciso che Kageyama non poteva lasciare il Brasile senza aver visto almeno una volta i balli tipici. Lo portò in un locale con musica dal vivo e cocktail colorati. Si sedettero al bancone e ordinarono qualcosa da bere.
L’atmosfera era rumorosa e caotica, era impossibile parlare, ma nel complesso Kageyama la stava trovando piacevole. Hinata accanto a lui guardava i ballerini, muoveva la testa a ritmo e si agitava sulla sedia.
Hinata venne invitato a ballare da un ragazzo con occhi scuri e i capelli rasati. Guardò dubbioso Kageyama, che gli fece un cenno per dirgli che non era un problema.
Hinata si unì alle altre persone sulla pista da ballo e Kageyama non riusciva a smettere di fissarlo, cercando di ignorare il fastidio che provava nel vederlo ballare con un ragazzo qualsiasi. La canottiera che indossava lasciava ben visibili i muscoli sviluppati delle braccia, i movimenti del suo corpo erano fluidi, una mano di quel ragazzo andò a posarsi su un fianco di Hinata e lui aveva dovuto sopprimere l’istinto di andare lì e staccargliela con la forza.
Cercò di riscuotersi. Non era un più un ragazzino.
Kageyama ricordò l’ultima volta che aveva visto quel corpo muoversi sotto di lui, nella penombra della sua camera da letto di Tokyo, l’ultima notte prima della partenza di Hinata per il Brasile. Kageyama aveva provato a tirarsi indietro, ad ignorare il suo corpo che lo voleva disperatamente. Gli aveva detto che tutto quello che era successo era stata una cosa adolescenziale, che doveva finire, che doveva essere già finita, ma Hinata gli aveva sussurrato che poteva essere adolescente ancora per una notte, per l’ultima volta, e le sue resistenze erano crollate.
Aveva passato la notte sveglio, ad osservare la schiena nuda di Hinata che si muoveva al ritmo rilassato del suo respiro mentre dormiva a pancia sotto tra le sue lenzuola, aveva tracciato centinaia di linee per unire i nei sulla sua spalla, cercando di memorizzare la loro posizione, convinto che non li avrebbe rivisti mai più.
“Si chiama carioca”
Kageyama si riscosse di colpo e voltò la testa di scatto. Santana era accanto a lui, con un coktail in mano e il sorriso gentile.
“Cosa?”
“Il ballo. Si chiama carioca. Sembrava ti interessasse”
Kageyama annuì, sperando che la penombra del locale nascondesse il rossore del suo viso.
“Che ci fai qui?”, gli chiese per cambiare discorso.
“Ci lavora la mia ragazza”, indicò una ragazza bionda che stava servendo dei clienti all’altro capo del bancone.
Santana si sedette accanto a lui, sullo sgabello lasciato vuoto da Hinata, e si mise a guardare le persone che ballavano.
“Ho sentito molto parlare di te”, gli disse dopo un po’ di silenzio.
“Uhm?”
“Hinata”, spiegò Santana. “Parla sempre molto di te”.
Kageyama avrebbe voluto chiedergli spiegazioni, ma Hinata scelse quel momento per raggiungerli.
“Vogliamo andare?”, chiese a Kageyama.
Kageyama annuì. Salutarono Santana e uscirono in strada. Il venticello serale era piacevole sulla pelle dopo il caldo del locale. Hinata recuperò la sua bicicletta e cominciarono a camminare per le strade di Rio.
“A che ora hai l’aereo domani?”, gli chiese Hinata.
“La sera”
“Possiamo pranzare insieme”
“Certo. Voglio di nuovo quelle cose fritte”
Hinata rise. “Si chiamano pastel”
“Quelli”
Arrivarono al punto in cui le loro strade si sarebbero separate, Hinata verso casa e Kageyama verso la sua camera d’albergo.
A Kageyama sembrò una scena già vista, ma non aveva intenzione di fare lo stesso errore.
Allungò una mano, prese il polso di Hinata e lo fece voltare verso di lui, la sua bicicletta cadde a terra.
I loro visi erano vicini. Hinata alzò lo sguardo verso di lui, i suoi occhi pieni di incertezza erano luminosi nel buio della strada.
Kageyama appoggiò la fronte alla sua. Si sentì improvvisamente tornare sedicenne, quando avere Hinata così vicino gli faceva sentire le farfalle nello stomaco anche dopo mesi, ma nessuna mai l’aveva fatto sentire così: erano state cose di pochi mesi, cominciate e finite senza troppo trambusto. Aveva attribuito la cosa al fatto di essere uscito dall’adolescenza, ma non era tutto lì.
La persona giusta lui l’aveva già trovata e aveva scelto di non vedere.
Kageyama fece l’ultimo passo e poggiò le labbra sulle sue.
“Non siamo più adolescenti”, gli disse Hinata quando si staccarono.
“Lo so”
Hinata sorrise. “Mi chiedevo quanto ci avresti messo”






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Titolo: can't help it
Fandom: Food wars!
Prompt: meta-fic
Parole: 1818
Rating: safe

Le luci dello studio televisivo scaldavano all’inverosimile la stanza e Shinomiya poteva sentire il suo trucco sciogliersi sul suo viso. Avrebbe voluto solamente toglierselo e lasciar respirare la pelle che sentiva soffocare sotto quello strato di fondotinta, ma non poteva farlo. Nella pausa tra una ripresa e l’altra si sedette alla toilette e lasciò alla truccatrice il compito di sistemare la situazione.
Mancava solo l’ultima ripresa della stagione, quella in cui avrebbero annunciato il vincitore di Master Francia, poi Shinomiya sarebbe potuto tornare al suo normale lavoro, al suo ristorante, che gli mancava quasi più di quanto gli mancasse casa sua.
Non sarebbe toccato a lui annunciare il vincitore, dal momento che era il suo primo anno come giudice e il compito avevano deciso che sarebbe toccato a quello più stagionato, chef Bernard, quello che aveva fatto tutte le stagioni. Lo chef con cui Shinomiya aveva cominciato a battibeccare sin dalle prime riprese. Avevano idee opposte totalmente su tutto, ma non si stavano veramente antipatici. Entrambi stimavano il lavoro dell’altro ed erano stati ospiti frequenti dei rispettivi ristoranti, ma i produttori gli avevano suggerito di tirare un po' la corda perchè cose del genere attiravano audience.
Terminarono le riprese e la mattina dopo Shinomiya ripartì all’alba. Era stata nel complesso un’esperienza divertente, alcuni dei ragazzi lo avevano veramente sorpreso e non gli sarebbe dispiaciuto rubare qualche idea. Stava seriamente valutando di accettare l’invito anche per l’anno successivo, ma prima voleva solamente tornare a casa sua e staccare un po’. Gli mancava cucinare nel suo ambiente.
Quello che non aveva considerato era però la nuova notorietà che avrebbe acquisito. Nei mesi successivi, subito dopo la messa in onda del programma, il suo ristorante aveva il pienone tutte le sere e le liste d’attesa si allungarono a dismisura. Per non parlare poi del fatto che le persone adesso lo riconoscevano per strada, alcuni si avvicinavano anche a lui per chiedergli una foto o un autografo. Alcune ragazze, in particolare, si avvicinavano a lui estremamente imbarazzate e scambiandosi risolini. Lo aveva sempre divertito suscitare timore negli altri - era il motivo principale per cui ogni anno che poteva partecipava agli eventi organizzati dalla sua vecchia accademia, ma c’era qualcosa di diverso. Non riusciva a capire come mai avesse acquisito tanta fama, non era stato particolarmente carismatico come giudice, anzi, era stato piuttosto duro e inflessibile.
L’occasione per scoprire il motivo della sua fama gli capitò una sera. Il suo ristorante sarebbe dovuto rimanere chiuso per dei problemi alle condutture del gas del quartiere, avrebbero dovuto risolvere la cosa in un paio di giorni. Era fastidioso, ma non poteva farci nulla.
Così quel giovedì sera Shinomiya si preparò a vedersi in televisione per la prima volta. Fino a quel momento non si era neanche preso la briga di guardare le repliche delle puntate. Si sedette sul divano del suo loft, con le gambe distese davanti a lui, appoggiate sul tavolino da caffè, pronto a vedere la puntata del programma. Si mise il telefono vicino, con il suo account di twitter pronto, l'hashtag già inserito nel motore di ricerca e aspettò che iniziasse.
Il primo impatto fu spiazzante: a guardare la sua immagine sul televisore non riusciva a credere che fosse così. Sapeva di non essere un brutto uomo, ma in tv - sicuramente anche grazie al trucco e alle luci, appariva veramente bene. Si prese un attimo per compiacersi di sè stesso.
Aprì twitter e cominciò a leggere i commenti alla fine della prima puntata. Fu un quel momento che capì uno dei motivi principali della sua fama. La maggior parte dei commenti era, per così dire, al limite con l’essere a luci rosse.
A quanto pare il suo essere così rigido lo faceva apparire sexy agli occhi della gente. Commenti su come potesse fare quello che voleva con loro, su come potesse calpestarli in qualunque momento o rimproverarli quando voleva e anche sculacciarli fioccavano.
Dopo l’iniziale sgomento, la cosa cominciò a divertirlo. Non aveva molto tempo per uscire, con il suo lavoro, ma gli faceva piacere vedere che poteva ancora essere considerato attraente e che non avrebbe avuto grossi problemi a trovare qualcuno se avesse voluto.
Un paio di commenti poi gli fecero alzare un sopracciglio dubbioso. Avevano messo delle gif dei suoi battibecchi con chef Bernard, alcune tratte dalle puntate precedenti, e le avevano commentate con cose del tipo quanto li shippo, io li shippo dalla prima puntata e qui la situazione non fa che peggiorare o anche si mangiano con gli occhi, io non…
Incuriosito fece una rapida ricerca su internet. Scoprì ben presto che cosa significasse shippare. Scoprì anche che qualcuno scriveva fanfiction o disegnava fan art. Storse la bocca e alzò un sopracciglio, ma non poteva negare di essere intrigato. Trovò un sito che archiviava le storie, erano circa un’ottantina e cominciò a leggerle.
Il giorno dopo si presentò a lavoro con le occhiaie per aver passato la nottata ad approfondire la questione - ringraziò solo di avere un lavoro che gli permetteva di dormire un po' di più la mattina, tanto la spesa al mercato era affidata ai suoi assistenti. Yukihira lo salutò con il solito sorriso ampio, Megumi con un cenno più timido. Lavoravano con lui da quasi un anno: subito dopo il diploma avevano preso un aereo e si erano presentati alla sua porta per riscuotere quel posto di lavoro che in momenti diversi aveva offerto a entrambi.
Quei due ragazzi erano veramente bravi, nonostante cercasse di essere il mentore impassibile, quando si erano presentati alla sua porta era stato costretto a rendersi conto di quanto fossero migliorati rispetto a quando li aveva conosciuti. In generale era veramente contento di esserseli assicurati per il proprio ristorante.
L'approccio di Megumi alle verdure, ai sapori casalinghi era perfetto per la sua cucina, mentre l'audacia di Yukihira era sempre stata qualcosa che lo aveva attratto, qualcosa che solo conoscendolo si era reso conto di aver perso. Non avrebbe mai ammesso ad alta voce quanto quei due ragazzini fossero stati di ispirazione per la sua cucina.
Cercò di mascherare le occhiaie.
La sua caposala venne da lui. - Le tubature del quartiere sono state sistemate, stasera possiamo aprire regolarmente -, gli comunicò.
- Bene -, rispose lui, prima di dare l'ordine a tutti di cominciare a preparare per il servizio per la serata. Anche lui aveva la sua dose di lavoro. Si mise a valutare con attenzione la qualità delle verdure scelte da Megumi al mercato - la ragazza aveva veramente occhio. Era ironico pensare che era stato proprio lui a rischiare di interrompere la sua carriera e proprio per un cavolfiore. Quando tutto fu pronto diede a tutti i soliti venti minuti di pausa prima di cominciare il servizio serale.
Vide Yukihira afferrare il suo telefono e sparire nello stanzino dello staff. Non c'era quasi nulla lì, c'era un divano sgangherato e un vecchio tavolo. Continuavano a ripromettersi di arredarlo e cominciare a sfruttarlo, ma ancora non lo avevano mai fatto e al momento era solo una stanza in cui lui si era ritrovato a dormire in quelle serate in cui rimaneva in cucina fino a tardi preso dall'ispirazione per un nuovo piatto o perchè bloccato sulla preparazione di un altro.
Alla fine dei venti minuti Yukihira non ricomparve. Shinomiya sbuffò e lo andò a cercare. Aprì piano la porta dello stanzino dello staff e si affacciò all’interno. Dalla sua posizione vedeva solo la spalliera del divano e i capelli di Yukihira spuntare di lato, con la testa sul bracciolo. Pensò che stesse dormendo, si avvicinò piano, ma quando si liberò la visuale vide che era sveglio, stava leggendo qualcosa sul suo telefono ed era talmente preso da non essersi neanche accorto della sua presenza lì. Incuriosito Shinomiya si abbassò per sbirciare. Riconobbe l’intestazione del sito su cui si era ritrovato a leggere quelle storie la sera prima.
Si abbassò ancora un po’, con un sorrisetto sul viso, e appoggiò la testa sul bracciolo, accanto a quella di Yukihira. Yukihina saltò sul posto e nascose il telefono contro il petto.
Shinomiya allungò la mano e sollevò nuovamente il telefono. Lesse un paio di righe e trovò il suo nome scritto. Come sospettava, Yukihira stava leggendo storie su di lui.
Shinomiya sorrise malizioso, Yukihira era rimasto paralizzato sul posto, non era neanche in grado di sdrammatizzare con una delle sue battute.
“...gli prese il viso tra le mani, facendogli sollevare la testa. Sorrise appena e lo baciò di nuovo, poi lo guidò verso la camera da letto”, cominciò a leggere ad alta voce direttamente nell’orecchio di Yukihira.
“Queste sono stronzate”.
Yukihira divenne rosso quasi quanto i suoi capelli. “Sì, lo so. Infatti i-”
“Non mi comporterei mai in quel modo”, lo interruppe Shinomiya.
Yukihira si strozzò con la saliva. “Uh?”, riuscì ad articolare.
“Non si guida qualcuno verso la camera da letto”, disse. Rese la sua voce più roca, “Lo si prende in braccio, gli si fanno incrociare le gambe dietro la schiena. Gli si bacia il collo”.
Shinomiya si avvicinò ancora, sfiorando quasi con le labbra il collo di Yukihira. Sapeva che non avrebbe dovuto, era il suo mentore e il suo datore di lavoro, ma quel ragazzino continuava a tentarlo con qualunque cosa facesse da quando l’aveva conosciuto e scoprire che leggeva storie erotiche su di lui era veramente la goccia che aveva fatto traboccare il vaso.
“Con quelli piccoli come te funziona sempre”, continuò Shinomiya.
“E poi?”, chiese Yukihira. La voce gli uscì strozzata. Shinomiya la sentì direttamente nel basso ventre. La situazione stava degenerando e non poteva permetterselo.
“Potrei dirgli che è ora di tornare a lavoro e che sono già in ritardo di dieci minuti”, si riscosse all'ultimo rimettendosi in piedi.
Yukihira scattò seduto, con il viso in fiamme. “Uhm, sì", la voce gli uscì soffocata. Fece qualche colpetto di tosse. "Arrivo”
“Adesso”, gli disse Shinomiya con tono duro, rimettendosi in piedi e sistemandosi gli occhiali sul naso.
“Adesso adesso?”
“Adesso adesso. Non ti farai una sega nella mia stanza del personale”.
Yukihira si alzò dal divano, ancora rossissimo in viso, e a Shinomiya non sfuggì il gesto con cui si sistemò il cavallo dei pantaloni. Dovette resistere al sorridere malizioso, cercò di coprirsi la bocca tirandosi su gli occhiali sul naso.
Sbuffando Yukihira si avviò verso la porta, Shinomiya osservava ogni sua mossa, aspetto che uscisse prima di lui e lo seguì per il corridoio. La giacca da chef gli stava bene, gli fasciava perfettamente le spalle, pensò Shinomiya camminandogli dietro.
Fece scendere lo sguardo fino al suo fondoschiena - come se già non lo facesse abbastanza quando lavorava in cucina.
Sapeva di essersi salvato in calcio d’angolo, sapeva di esserci andato veramente vicino a superare la linea che si era imposto. Si chiese quanto ancora avrebbe resistito.
Ma intanto dare un’altra letta a quelle storie, solo a scopo di ricerca, per vedere cosa potesse piacergli non avrebbe fatto male a nessuno.

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